Sito Storico e Blog di Giorgio Marenghi - Storia Veneta - Eversione - Opinioni su fatti politici

A Tripoli sono scesi in piazza per bruciare le bandiere italiane, in mare c’è confusione tra barchette ONG, guardiamarina libica e (1?) nave italiana. La situazione è eccellente! In Italia vige la solita confusione a cui, per fortuna, abbiamo fatto il callo non considerandola pericolosa.

 

 

Comunque la nostra “missioncina” è già in pratica abortita. Appaiono preoccupanti infatti le divisioni nello stesso minuscolo governicchio di Hafez Al Serraj, il mini-leader libico che si è intestardito di essere a capo di un governo.

 

 

Il vicepresidente di Serraj (Tripoli) si oppone infatti al “colonialismo italiano”. L’Italia fa finta di niente e gli regge il bordone, mentre Serraj perde territorio quasi ogni giorno. A rosicchiarlo le forze militari dell’unico esercito decente rimasto in Libia, quello del governo di Tobruk, e quindi del generale Khalifa Haftar, sostenuto da Egitto, Russia e Qatar.

 

 

Intanto nel Sahara la Francia, sostenuta per quanto riguarda la logistica dell’aviazione da forze USA, ridisloca il suo dispositivo militare in funzione antijihadista. In gioco le miniere di uranio e tanto altro.

 

 

Il Niger, il Ciad, e la Repubblica Centroafricana fanno parte del dispositivo franco-americano.

 

 

Per questi paesi passano i migranti.

 

 

Che provengono in massima parte dal Mali, dalla Nigeria, dal Sudan, ecc.

 

 

Quindi anche un disinformato cronico capisce che c’è qualcosa che non va.

 

 

Va bè in Nigeria c’è Boko Haram (più di 50.000 morti in pochi anni), negli altri paesi si alternano élites corrotte (quando va bene) ad élites guerriere (ma le cose sono intrecciate).

 

 

Sui migranti ci vivono tutti. Gli uccelli rapaci, le fiere del deserto, non ultime le tribù libiche per cui il traffico rappresenta più del 40% del reddito.

 

 

Di fronte ad una situazione così tragica e così grande, nel senso di vasta e complessa, l’Italia fa la figura di uno Stato umiliato, sbeffeggiato e tradito. Da tutti. UE compresa.

 

 

Solo a snocciolare le cifre del dispositivo militare francese nei paesi del Sahel si capisce il problema. Truppe francesi sono dislocate in Senegal, Gabon e Costa d’Avorio. Ma il ruolo logistico centrale viene giocato fra Mali, Ciad e Centrafrica.

 

 

350 uomini delle EFS sono di stanza a Dakar, 350 in Gabon a Libreville, a Djiibouti permangono 1450 unità, collegate con 650 effettivi ad Abu Dhabi (Emirati) a cui si devono aggiungere altri 1850 uomini schierati tra Oceano Indiano e Isola di Réunion.

 

 

Dakar è base operativa, un po’ ridimensionata per non urtare la sensibilità governativa. Ma a Libreville, in Gabon, è di stanza il 6° Battaglione di Fanteria di Marina, (compagnia paracadutisti, compagnia anfibia, componente blindata leggera). Poi i francesi possono contare su un distaccamento aereo, 2 velivoli da trasporto Transall e CASA, 4 elicotteri Puma dell’aviazione leggera dell’esercito.

 

 

In Camerun c’è un distaccamento logistico-informativo.

 

 

C’è da osservare che i francesi considerano il territorio tra Mali, Niger e Ciad (dove passano i migranti) un territorio senza frontiere e si comportano di conseguenza. Conoscono a menadito questo terreno, hanno il consenso dei governi dell’area che forniscono alcuni battaglioni per una forza congiunta del G5 Sahel (includente anche Mauritania e Burkina Faso). Il tutto appoggiato anche dall’ONU con un debole sostegno di 50 milioni di euro.

 

 

In questo teatro di operazioni è attiva la “Forza Barkhane”: 4000 uomini, 8 cacciabombardieri, 5 droni Reaper, 19 elicotteri, 6-10 cargo e alcune forze speciali.

 

 

Ma questo apparato non è sufficiente per un territorio così vasto e i Jihadisti si stanno riorganizzando.

 

 

Ed è qui che rientra in gioco lo zio Sam i cui aerei fanno la spola tra la Francia e la distesa sahariana.

 

 

L’operazione Barkhane si sostiene su quattro basi principali: a N’Djamena, Niamey e Madama in Niger, Gao in Mali e Ouagadougou in Burkina Faso. La prima base vede stazionato il terzo squadrone di caccia La Fayette su Rafale, tanker e trasporti, 4 elicotteri Puma, trenta blindati, quasi cento camion logistici, truppe di terra e lo stato maggiore dell’operazione.

 

 

Niamey vede schierati mezzi da ricognizione (i Reaper).

 

 

Questo dispositivo può contare sui droni dell’US Air Force dell’importante base di Agadez (sempre Niger) vicina ai confini di Libia, Mali e prossima al Nord della Nigeria.

 

 

La quarta base del dispositivo francese è a Ouagadougou: forze speciali dell’operazione “Sabre”. Piccole unità che usano velivoli ad ala fissa e rotante, schierati anche in Mauritania, Niger e Mali. Il collegamento più importante è con la base di Madama che ha una pista d’aviazione.

 

 

Queste informazioni sono solo una piccola parte del dispositivo militare francese che si spinge molto oltre verso l’Asia e la penisola arabica.

 

 

Ma ci fermiamo qui per significare la qualità, la strategia ed il divario impossibile da colmare, anche sul piano politico (soprattutto politico) con il pur apprezzabile sforzetto italico.

 

 

Solo che ci vuole una élite molto seria per far fronte ad una disparità così devastante sul piano militare e dell’inventiva politica.

 

 

E noi in Italia non ce l’abbiamo. Forse è meglio così, faremmo magari altre figuracce. Dobbiamo ammettere che non ci siamo tagliati. E’ sufficiente dare un’occhiata al caos parlamentare per decidere che è meglio restarcene a casa. Al sicuro.

 

g.m.