Sito Storico e Blog di Giorgio Marenghi - Storia Veneta - Eversione - Opinioni su fatti politici

Mentre noi parliamo di contenimento navale delle migrazioni, o di respingimento, o di missione navale italiana in collaborazione con la Guardia Costiera libica, il ministro degli Interni, Marco Minniti è volato in Libia e ha parlato con molti rappresentanti delle tribù libiche. Da questo suo viaggio ha tratto la convinzione che “il sud libico è la prima vera frontiera meridionale dell’Europa”.

 

 

Ma allora che senso ha la “missioncina” italiana (1 nave appoggio e 1 pattugliatore) e tutta la commedia con il governo di Hafez Al Serraj?

 

 

Se come leggiamo il “controllo” si limita a qualche decina di miglia “un poco ad est ed un poco ad ovest” del porto di Tripoli, se Tripoli rimane l’unico porto dove le navi italiane possono attraccare, allora il significato dell’operazione è solo di facciata, serve più al governo italiano per dimostrare in patria che qualcosa si sta facendo più che all’avvio a soluzione di una questione complessa.

 

 

Alfano e Pinotti reclamizzano la missione, parlano (ma non dicono le cose essenziali), accennano alla dispersione di aiuti (soldi) a vari gruppi o paesi. Nello stesso lasso di tempo Minniti conduce un’operazione sotto traccia, va a parlare con coloro che veramente comandano in Libia: le tribù, federate o meno nei loro consigli e direttivi.

 

 

Viene fuori un poco alla volta che il vero problema è il sud della Libia, è lì che dovrebbe intervenire una missione militare internazionale, ma siccome il mondo (ONU compresa) se ne frega, siccome la Francia ostacola perché sta dalla parte di Haftar e non vede di buon occhio un’Italia che scorrazzi nel vasto territorio libico delle tribù (leggi anche petrolio), nessuno fa niente e tutto rimane al punto di prima.

 

 

C’è da dire, ad aumentare la confusione politica, che i Touareg appoggiano il governo di Serraj (Tripoli), mentre la tribù dei Tebu appoggia il governo di Tobruk (generale Haftar e Libyan National Army).

 

 

Ora circola l’ipotesi di un progetto che potrebbe unire le varie tribù libiche e spingerle a organizzare una milizia confinaria che abbia lo scopo di sigillare i 5000 km di confine che la Libia ha con l’Algeria, il Niger, il Ciad ed il Sudan. Questo progetto allo stato è riportato da un autorevole esponente di una tribù interessata alla questione.

 

 

Di questo Minniti sa tutto, e sa anche la difficoltà di mettere d’accordo tutti gli attori. Ma la situazione politica (e militare) in questo momento è in grande movimento. L’ISIS è stato dato per sconfitto troppo presto. Ha perso Sirte ma si è diffuso nel Fezzan (area centrale della Libia) e qui ha incontrato il favore di alcune tribù molto ostili all’Occidente europeo.

 

 

Haftar stesso, consapevole di questo pericolo, del contagio dell’ISIS, fa la voce grossa con l’Italia, dichiarando che le forze armate libiche intercetteranno tutte le navi che violeranno il confine delle acque territoriali. Un modo per prendere le distanze dalla nostra “missioncina”, un modo per ostacolare le mosse di Hafez Al Serraj, un modo per non perdere i contatti con le tribù avvicinate dagli esponenti dell’estremismo jihadista.

 

 

Se poi noi pensiamo che il sud della Libia è il “rubinetto di Tripoli”, nel senso che dal sud del paese partono gli acquedotti costruiti da Gheddafi (4000 km di condotte), e che questi tracciati (sottoterra) sono anche facilmente intercettabili e danneggiabili, capiamo anche l’importanza delle tribù del centro e del sud del paese.

 

 

Insomma tutti ricattano tutti, Tripoli deve guardarsi non solo dal generale Haftar che si propone come anti-islamista e uomo forte, militare tutto d’un pezzo, per ricostituire un paese moderno, ma deve dare risposte anche a chi manovra i rubinetti del sud.

 

 

E il rubinetto che interessa a noi è quella striscia di confine che dal Niger si estende per alcune centinaia di chilometri. Di qui passano tutti i migranti, che vengono poi smistati in “campi di accoglienza” o in “lager”. Se aggiungiamo che dai consigli federativi delle tribù libiche è venuto fuori il discorso allarmato circa il pericolo di una cancellazione dell’identità araba o berbera delle popolazioni libiche, a causa della migrazione africana di colore, capiamo ancora meglio perché è qui, nel sud della Libia che si gioca la vera partita.

 

 

E non sul mare. Sul mare sarebbe sufficiente togliere il tappo ai gommoni o fare un buco ai barconi quando sono nei porti. Ma questo è uno scherzo che abbisogna di volontà politica vera e non di giri di parole come sanno fare Alfano e Pinotti.

 

 

Almeno Minniti si è sforzato di riportare anche i cervelloni di Bruxelles alla vera portata della sfida. Inutile impiantare ospedali da campo a Misurata (meritevole comunque) o spendere centinaia di milioni a pioggia per ingraziarsi ora l’uno ora quest’altro; il nostro ministro dell’Interno ci suggerisce di colpire dove nasce il problema: il confine sud della Libia, la paura dei libici di essere invasi e di perdere identità storicamente determinate, una striscia che alcune potenze hanno tutto l’interesse a tenere aperta.

 

 

Mentre noi no. C’è un progetto per mandare a fondo l’Europa, ormai sono stanco di ripetere la stessa manfrina, ci sono lobbyes di potere che non vedono di buon occhio la nostra autonomia economica e tanto meno politica. Per questo l’America non fa niente, per questo la Francia, con la sua Legione Straniera guarda e saluta le carovane dei migranti.

 

g.m.