Sito Storico e Blog di Giorgio Marenghi - Storia Veneta - Eversione - Opinioni su fatti politici

Ieri 1 agosto il governo, per bocca del ministro degli esteri Alfano e della ministra della Difesa Pinotti, ha scoperto le carte. Le carte della missione navale sulle coste libiche, una iniziativa “voluta” dal premier libico Serraj, che era precedentemente volato a Parigi e quindi a Roma per prendere non si sa bene quali “accordi”.

 

 

Sì, la parola esatta è “accordi”, anche se ieri durante la conferenza stampa di Alfano è risuonata anche la parola “lettera”, la famosa lettera con cui il capo del governo libico (riconosciuto dall’ONU) con capitale a Tripoli chiede all’Italia di appoggiare la Guardia Costiera libica nel contrasto ai trafficanti di uomini.

 

 

A dire le cose come stanno sono stati gli interventi di alcuni deputati a illuminare la faccenda della “lettera” di Serraj, di cui ancora non si conosce il contenuto, poiché tale lettera è stata indirizzata al COPASIR (organismo parlamentare che si occupa di servizi segreti e affini).

 

 

Dunque una lettera “secretata” per una missione “trasparente”?

 

 

Infatti Alfano si è speso generosamente durante tutta la sua lunga relazione per convincere i presenti alla conferenza delle commissioni esteri e difesa, riunite nella Sala dei Mappamondi, a Palazzo Chigi, che la missione è soprattutto questione di “fiducia reciproca” (missione bilaterale) tra l’Italia e la Libia (il pezzetto piccolissimo di Libia occupato dal deretano del ras Serraj a Tripoli).

 

 

Nonostante le voci in senso contrario di ufficiali libici registrate negli scorsi giorni le nostre navi (solo due) potranno approdare nel porto di Tripoli (solo quello) per concordare il da farsi con la Guardia Costiera libica.

 

 

Quindi la “missioncina” varcherà il confine delle acque libiche e approderà nel porto della capitale. Le funzioni del “respingimento” dei barconi carichi di migranti dovrebbero essere assicurate dai guardiacoste libici. Gli italiani farebbero solo da retroguardia curando la logistica, le comunicazioni, gli avvistamenti.

 

 

In pratica “un poco ad est e un poco ad ovest” del porto di Tripoli, qualche decina di miglia di mare e tutto finirà lì. Il sogno di tanti italiani che cessi l’invasione dei migranti (completamente in mano a potenze straniere) affonda nelle acque del porto di Tripoli.

 

 

Poco importa se Alfano si dilunga sulla correttezza della diplomazia italiana, se parla e straparla di milioni di euro dati qua e là, un colpo al Niger, un colpo a qualche organismo dell’ONU, qualche decina di milioni per assicurare mezzi di trasporto, ecc.

 

 

Non ci hanno molto impressionato neanche i nuovi “formati” diplomatici attivati dalla Farnesina per cercare di riunire attorno ad un tavolo gli attori delle coste del Nord-Africa. Certo Algeria, Tunisia, Egitto, Emirati, Qatar, e compagnia si sono riuniti ascoltando le motivazioni italiane ma poi?

 

 

Alfano non si è molto soffermato sull’offensiva che le truppe del generale Khalifa Haftar (Lybian National Army) stanno lanciando sulla città di Derna. Ha parlato certo della complessa situazione libica, una situazione che non vede solo un conflitto tra due contendenti, ma un caos più diffuso, più pericoloso.

 

 

E allora se c’è questo caos di cui Alfano è sicuramente informato (anche nei dettagli dato che la nostra intelligence è sul territorio libico e informa il governo) perché la scelta di appoggiare platealmente il cosiddetto presidente Serraj, inserendo nel guazzabuglio libico due (sole) navi militari italiane, quasi fosse un test per sondare le disponibilità tribali del territorio?

 

 

Alfano ci ha ricordato che a Sabratha, che lui stesso definisce una città dominata dagli “scafisti” e dalle milizie a loro fedeli, il governo ha spedito molto materiale sanitario. Un gesto caritatevole, ma nel puzzle libico diventa un gesto politico.

 

 

Alla fine, per chiarire le idee al lettore occorre stringere sulla mole di dettagli fornita dal governo e affermare poche cose: 1) la missione è un “test”; 2) si veleggia a vista (i comportamenti cambieranno a seconda di come andrà la collaborazione con gli ufficiali della Guardia Costiera libica); 3) ci saranno poi degli altri “test” che però non sono controllabili dalla missione italiana, e questi “test” sono il dispiegamento di truppe in avanzata del generale Haftar e gli ordini che riceveranno per quanto riguarda “le acque territoriali libiche”. Questo vale a maggior ragione per l’aviazione militare di Haftar e i missili di cui dispone.

 

 

Io sono sicuro che questo governo ha tutte le informazioni possibili sulla situazione libica. Io sono polemico con le scelte governative, perché vorrei più decisione, sia politica che militare. Chiudere il buco libico una volta per tutte. Mi rendo conto che la cosa non è facile, nemmeno il più scalcinato o esagitato dei militari nostrani lo pensa. Anzi gli ambienti del Ministero della Difesa mi sembra che più che spingere consigliano prudenza.

 

 

Ma è proprio per tutte queste ragioni che serve una presenza navale militare italiana davanti alle coste libiche. Ci sono centinaia di chilometri di costa e i punti da cui parte il traffico criminale sono arcinoti.

 

 

Sappiamo tutto degli “scafisti” ma non abbiamo la volontà politica di colpirli. Per di più c’è una operazione ONG che mira a indirizzare centinaia di migliaia di africani in Italia. Questa è la verità. E’ il sogno del “melting pot”, mai ammesso, sempre sottotraccia, ma di questo si tratta. Mettere fuori uso il continente Europa, impedire che diventi vera forza economica e politica mondiale.

 

 

Si tratta di questo. Vogliono fotterci, noi italiani e noi europei. E noi rispondiamo ad una strategia da “nuovo ordine mondiale” con due barchette?

 

g.m.