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Fiction Gentiloni-migranti-Libia: parte la serie “live”.

 

 

E’ arrivato il giorno delle decisioni. Dietro la spinta della Pinotti, il nostro ministro della Difesa, e dello Stato Maggiore delle Forze Armate, sostenuta dal ministro Minniti (che ha perso gli ultimi capelli nelle discussioni con i “sindaci” della costa libica), il governo del premier Paolo Gentiloni si è infilato la “sahariana” e parte con la “grande armatina” (una nave appoggio, la “San Marco” forse, e cinque piccoline, “leggere”) alla volta delle coste libiche.

 

 

L’obiettivo: fermare le navi delle ONG (viene fuori finalmente che sono un problema e che sono “manovrate” da qualche Servizio alleato) e di sponda anche i barconi dei migranti. Il meccanismo che si era consolidato, tra ONG e migranti, deve ora saltare.

 

 

Il premier tripolino Al Serraj ha chiesto il nostro intervento. Le regole d’ingaggio per i militari italiani sono quello che sono, la nostra politica è esperta nell’alzare le cortine fumogene e quindi anche questa volta tutto viene risolto adottando un linguaggio ambiguo e poco chiaro. La delibera di questa “missione” infatti dice: “Non saranno effettuati respingimenti”. E allora che ci staranno a fare? “Dovranno occuparsi del salvataggio e del trasferimento degli stranieri a terra (questo lo dice IL CORRIERE).

 

 

Ma a terra ci possono essere gli aguzzini libici e allora? Chi darà le garanzie che si rispetteranno i diritti umani? Ma qualcuno dei nostri si è accorto che in Libia i “diritti umani” non li conosce nessuno?

 

 

Un altro piccolo particolare: dal vertice di Parigi tra il generale Khalifa Haftar, comandante dell’Esercito Nazionale Libico - LNA (Cirenaica – Bengasi) e Al Serraj, premier del governo di Tripoli, alla presenza del padrone di casa, il presidente francese Macron, è sortita, per gli osservatori internazionali, una vittoria politica del militare di Bengasi. Serraj, invece, vede ridursi il suo peso (già “mosca” da parecchio tempo) e ingigantirsi in prospettiva i problemi con la città-Stato di Misurata e le altre milizie libiche.

 

 

A questo punto parliamo anche della “perla” che ci arriva da Tripoli: Wali, del Consiglio Comunale di Tripoli, spara a zero contro l’accordo “voluto di prepotenza” dal presidente francese. “Siamo contenti che ci sia stato un accordo” (mente spudoratamente, nota di g.m.) – ha detto Wali parlando ai giornalisti ANSA al telefono – “solo che noi volevamo che ci fosse l’Italia. Temo che l’Italia dal market-share non avrà nulla in futuro”.

 

 

Più chiaro di così. Infatti la Francia gioca su più sponde: è attivissima a Bengasi dove offre il suo appoggio, con le forze speciali, al generale Haftar (LNA), ricevendone in cambio opportunità petrolifere e commerciali, nonché il riordino militare dell’esercito libico (leggi commesse).

 

 

Tiriamo le somme. Domani o la settimana prossima qualche nostra barchetta dovrà pur partire, se no la serie “live” delle figuracce governative italiane diventerà internazionale e tutti si accaniranno su di noi (anzi su Gentiloni).

 

 

Problema di contorno: parlare della nostra “missioncina” senza sapere nulla della situazione militare in Libia è semplicemente assurdo. Bisogna tenere presente che già dal mese di giugno le forze dell’esercito nazionale libico (LNA) hanno conquistato la base aerea di Al-Jufra, nel Fezzan. La base è strategica perché controlla tutti i centri urbani in mano ai jihadisti di Misurata o a quelli di Serraj.

 

 

La copertura aerea, oltre ai mig del generale Haftar, è assicurata da aerei degli Emirati e dall’aviazione egiziana, con supporto di consiglieri russi.

 

 

Ormai la strategia è chiara: lo LNA mira a stringere in una morsa da est e da sud le posizioni misuratine e di Tripoli. Il nodo strategico che potrebbe cadere fra poco è senz’altro la cittadina di Bani Walid, in cui si sono rifugiati molti combattenti dell’ISIS, fuggiti da Sirte dopo la sua caduta. In pratica quasi tutto il sud della Libia appare oggi in mano alle truppe del generale Haftar (LNA).

 

 

Perché diciamo questo? Perché occorre tener conto anche dell’orgoglio “nazionale” libico che sta montando in Cirenaica (grazie ai francesi, ai russi, agli egiziani, ecc.) e agli “avvertimenti” che Haftar ha sempre lanciato ai nostri governanti, sul pericolo di violare la sovranità del territorio libico.

 

 

E l’Italia fin ad ora ha sempre dimostrato di voler sostenere il governo di Hafez Al Serraj, che non controlla neanche la sua capitale, Tripoli. Serraj mantiene qualche posizione grazie agli accordi-trappola con le milizie di Misurata ed è in difficoltà nelle regioni centrali della Libia grazie alle vittorie delle forze del LNA (Lybian National Army).

 

 

Capito adesso perché la nostra “missioncina” rischia di farci tanto male? Perché abbiamo scelto il cavallo sbagliato, perché siamo “timidi” a livello militare, perché abbiamo tardato a contrapporci alle ONG-Servizi Segreti Alleati, perché non abbiamo una politica che resti un pochino ferma, siamo in balìa del vento.

 

 

Speriamo di non essere spazzati via.

 

g.m.