PROCURA DELLA REPUBBLICA PRESSO IL TRIBUNALE DI BRESCIA

MEMORIA DEL PUBBLICO MINISTERO MASSIMO MERONI

(STRAGE DI PIAZZA DELLA LOGGIA)

 

Proc. Pen. n.03/08 Corte Assise di Brescia 

 

 

CAPITOLO 3.2.13

 

 

3.2.13 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso ai PM di Brescia e di Milano il 09/07/1997

3.2.13.1 – Il programma di protezione

Nel verbale del 9 luglio 1997, preliminarmente, TRAMONTE ha sollecitato l’adozione del programma di protezione nei termini sopra specificati, in considerazione dell’attualità del pericolo derivante dal fatto che il suo nome era stato utilizzato dall’AG di Milano nel provvedimento cautelare emesso nei confronti di MAGGI e ZORZI.

 

 

 

 

 

3.2.13.2 - I timers di Milano e di Brescia

Sul tema dei timers, verosimilmente utilizzati per il confezionamento degli ordigni predisposti per la strage di Brescia, ha affermato di non averli mai visti e di non sapere chi li avesse acquistati.

Ha precisato che detti timers erano stati acquistati – dopo gli attentati ai treni dell’estate del 1969 – per gli attentati di Milano e di Roma del 12 dicembre e che era noto, nell’ambiente della cellula padovana, che alcuni di essi erano avanzati ed erano nella disponibilità di Cristiano DE ECCHER e di Massimiliano FACHINI, rispettivamente nelle zone di Trento e di Padova.

DE ECCHER e FACHINI gli avevano riferito che, per scagionare FREDA, avevano intenzione di fare ritrovare alcuni timers, analoghi a quelli che erano stati utilizzati per la strage di Milano, in possesso di rappresentanti della sinistra. Il progetto non era stato però attuato.

Non aveva mai saputo quanto tempo fosse trascorso dal momento della collocazione dell’ordigno in piazza della Loggia e l’esplosione, in quanto era stato MELIOLI ad occuparsi della questione e nulla aveva appreso al riguardo, neppure nei tempi successivi.

 

 

 

 

 

3.2.13.3 – Alberto

Nel corso dell’interrogatorio è stata sottoposta al dichiarante una fotografia di Massimo SERVAKIS (Commissario della Polizia di Stato, in servizio presso la Questura di Verona dal 1971 al 1978). TRAMONTE, esaminata la foto, ha affermato che “i capelli, il naso, le orecchie e la bocca” del soggetto presentavano una “notevole somiglianza” con i caratteri somatici di ALBERTO ma che, per esprimere un giudizio sicuro, avrebbe avuto la necessità di vedere di persola l’uomo o di poter esaminare una sua foto dell’epoca.

 

 

 

 

 

3.2.13.4 – Il campo di Folgaria e gli istruttori dell’AGINTER PRESSE

Nel 1970/71 a Folgaria, in occasione di un campo durato una o due settimane, tre o quattro esponenti dell’AGINTER PRESSE, avevano svolto il ruolo di istruttori ed avevano verificato la loro preparazione sia pratica sia teorica, anche sotto il profilo della reazione ad eventi di natura varia, fra cui “attentati”, “stragi” e “manifestazioni politiche in genere”. Gli istruttori erano di lingua francese.

I partecipanti, 25-30 persone in tutto, fra cui cinque istruttori della palestra di Gustavo BOCCHINI, erano stati alloggiati presso l’Hotel Fiorentini ed erano stati regolarmente registrati. Tra di essi, a dire di TRAMONTE, vi sarebbe stato anche il fantomatico LUIGI. Il dichiarante ha affermato di non ricordare se anche gli istruttori dell’AGINTER PRESSE avessero alloggiato presso l’albergo.

 

 

 

 

 

3.2.13.5 - L’esplosivo utilizzato a Brescia

TRAMONTE, ritornando su quanto in precedenza affermato (95), ha precisato di non essere affatto sicuro che l’esplosivo utilizzato per la strage di Brescia fosse stato fornito da un esponente dell’AGINTER PRESSE. Si era convinto di ciò in quanto, quando erano sorti problemi tecnici nella realizzazione degli ordigni, era intervenuto un istruttore dell’AGINTER PRESSE che aveva eseguito un paio di esperimenti sui Colli Euganei ed aveva presenziato ad alcune riunioni della cellula, in vista dell’attentato.

 

 

 

 

 

3.2.13.6 - Il contenitore dell’ordigno. La consegna degli ordigni ad Ermanno BUZZI

Fin dagli attentati del dicembre del 1969, aveva saputo che l’ordigno doveva essere chiuso in un contenitore metallico. Per quello del 1974 le cose non potevano essere andate diversamente ma non aveva alcuna notizia in ordine al contenitore utilizzato.

Giovanni MELIOLI, in occasione della consegna a BUZZI dei due ordigni, non aveva dato ad intendere di conoscerlo. MAGGI aveva consegnato la borsa a BUZZI senza fornire alcuna istruzione. Gli ordigni che erano stati consegnati a BUZZI erano pronti all’uso.

 

 

 

 

 

3.2.14 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso ai PM di Brescia e di Milano il 10/07/1997

3.2.14.1 – Dal dicembre del 1969 all’inizio del 1971

In epoca immediatamente successiva alla strage di Milano aveva partecipato, a Roma, alla manifestazione che il MSI aveva programmato per il 13 dicembre 1969 e che, proprio a seguito della strage, era stata rinviata al sabato successivo.

Dal 1969 al 1971 si erano svolte molte riunioni, sia a Padova che a Roma, cui avevano partecipato personalità militari e civili. Lui stesso aveva preso parte ad alcune di esse.

Si trattava di riunioni molto importanti in quanto dimostravano la piena conoscenza, in capo ai partecipanti, di quanto era accaduto in piazza Fontana e di quanto stava per accadere nel resto del Paese, con specifico riferimento al mancato colpo di stato del 1969 ed al successivo tentativo di golpe del dicembre del 1970.

Tale argomento veniva solo preannunciato da TRAMONTE che, manifestando viva preoccupazione per l’incolumità propria e della propria famiglia, si riservava di affrontare tali temi in un momento successivo. Di tutto comunque, a suo dire, era stato informato ALBERTO.

 

 

 

 

 

3.2.14.2 – La partecipazione di Maurizio ZOTTO alle riunioni a casa di ROMANI.

Maurizio ZOTTO, pur non facendo parte della cellula padovana di ORDINE NUOVO, aveva presenziato ad alcune delle riunioni che si erano svolte a casa di Gian Gastone ROMANI, a far data dall’inizio del 1974. Nel corso di tali riunioni Carlo Maria MAGGI aveva trattato il tema dell’impiego degli attentati quali strumento di lotta politica. ZOTTO non aveva invece partecipato alle riunioni della primavera del 1974 che avevano avuto ad oggetto la programmazione della strage. La presenza di ZOTTO presso l’abitazione del ROMANI, infatti, era prevalentemente motivata dall’interesse che il predetto aveva per la figlia di ROMANI.

Dopo una riunione del maggio 1974, periodo nel quale la cognata di ROMANI aveva un braccio ingessato, lui e ZOTTO erano stati accompagnati a casa da LUIGI.

ZOTTO aveva svolto lavoro stagionale presso il Linta Park Hotel di Asiago il cui direttore gli era stato presentato e gli aveva detto che una persona di Mestre stava cercando ragazzi “decisi” per realizzare azioni dimostrative ed in particolare attentati a ripetitori che creassero intralcio alle comunicazioni telefoniche. Aveva allora contattato un numero telefonico e si era incontrato, insieme allo ZOTTO, con tale soggetto presso il bar della stazione ferroviaria di Mestre nel marzo/aprile del 1974.

 

 

 

 

 

3.2.14.3 – Le dichiarazioni rese da Carlo DIGILIO in ordine all’ordigno di Marcello SOFFIATI.

Avuta notizia di quanto dichiarato da Carlo DIGILIO a proposito della provenienza dell’ordigno impiegato per la strage (96), TRAMONTE ha affermato che in quel periodo, anche nel milanese, ORDINE NUOVO aveva realizzato numerosi attentati.

All’epoca, il referente di ORDINE NUOVO, a Milano, era Giancarlo ROGNONI.

Dopo la strage di Brescia gli altri attentati programmati erano stati sospesi.

 

 

 

 

 

3.2.14.4 - L’attentato all’Arena di Verona.

TRAMONTE ha affermato che durante una delle riunioni a casa del ROMANI, era stato programmato un attentato da eseguirsi, durante la stagione lirica, all’Arena di Verona.

 

 

 

 

 

3.2.15 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso al PM di Brescia il 04/12/1997

Prima di prendere in esame le dichiarazioni del 4 dicembre 1997, è necessario porre attenzione alle vicende che hanno caratterizzato l’istruttoria amministrativa finalizzata all’eventuale applicazione del programma di protezione.

Il 17 luglio 1997 il personale del Servizio Centrale di Protezione aveva avuto un incontro con Maurizio TRAMONTE (97) per acquisire gli ulteriori elementi di conoscenza sollecitati dalla Commissione Centrale (con la sopra richiamata delibera del 15 luglio 1997).

Nel corso dell’incontro TRAMONTE aveva specificato di essere proprietario di una villa di 300 mq e di un terreno di 13.000 mq, gravati da ipoteca e di avere iniziato le pratiche per la dismissione di una ditta individuale e di una società croata che, nel 1996, avevano avuto un fatturato pari a 7 miliardi di lire. Aveva precisato le proprie richieste chiedendo di essere ammesso al programma di protezione (unitamente alla propria convivente ed alla figlia di quest’ultima) ed il cambiamento delle proprie generalità. Sotto il profilo economico e finanziario, aveva chiesto di potere ottenere una fideiussione per 2 miliardi di lire (per costituire una società di import-export) e la stipula di una assicurazione con un onere a carico del Servizio di Protezione stimato nella misura di 350 milioni circa. Per i familiari residenti in Italia (moglie separata, madre e due sorelle) aveva chiesto l’adozione di “misure tutorie ordinarie rafforzate”a far data dal momento in cui la sua collaborazione fosse stata resa di dominio pubblico.

In occasione di un successivo incontro, svoltosi il 30 settembre 1997 presso la sede del Servizio Centrale di Protezione, TRAMONTE aveva specificato di non avere necessità di assistenza per la dismissione delle attività commerciali ed aveva chiesto al Servizio di fornire garanzia per una fideiussione bancaria pari a 4 miliardi e 500 milioni di lire, con un costo, per il Servizio, di 45 milioni annui, per 5 anni.

Il 27 novembre 1997 la Commissione Centrale aveva deliberato di ammettere Maurizio TRAMONTE, la sua convivente e la figlia di quest’ultima ad un “programma speciale di protezione”, di non aderire, allo stato, alla richiesta di cambiamento delle generalità (da rivalutare all’esito della collaborazione) e di rigettare ogni altra richiesta relativa a misure di assistenza economica. Dette richieste, osservava la Commissione, non potevano essere accolte contestualmente all’adozione del programma di protezione ma all’esito della collaborazione (essendo finalizzate al reinserimento sociale e lavorativo dell’interessato ed alla sua sicurezza) e non potevano comunque comportare una “ingiustificata ed insostenibile assunzione di garanzia da parte dell’Amministrazione dello Stato nei confronti dell’interessato”.

Detta delibera veniva comunicata alla Procura con la nota della Segreteria della Commissione Centrale n. 558/1960/1-18065 del 2 dicembre 1997 che perveniva all’Ufficio in data 19 dicembre 1997.

Nel verbale del 4 dicembre 1997, dopo un tentativo di identificazione del fantomatico LUIGI, TRAMONTE si è avvalso della facoltà di non rispondere affermando di non sentirsi “sufficientemente tutelato” e riservandosi di riprendere la collaborazione “all’esito dell’approvazione di un programma di protezione” che lo autorizzasse al cambio di identità e che gli consentisse di “continuare a condurre una vita normale”.

Veniva dunque aperto un nuovo verbale con il quale sono state acquisite ulteriori delucidazioni sulla situazione economica del dichiarante e sulle richieste che il predetto intendeva formulare con riguardo al programma di protezione.

TRAMONTE ha così precisato:

- di essere proprietario di un’area sita nella zona commerciale di Matera, area gravata da un’ipoteca giudiziaria (della CA.RI.CAL. di Matera) per un valore di 600.000.000, a fronte di un credito di 190.000.000 concessogli nel 1993;

- di essere proprietario della villa sita in Lozzo Atestino (PD) in via Pergolette n.29, del valore di circa 700 milioni di lire, sua residenza anagrafica e dove vive la madre;

- di essere proprietario di una Srl di diritto croato, la CROPAPIR d.o.o. con sede a Rovigno (in Croazia), posta in liquidazione, con bilanci sempre in attivo;

- di aver necessità di poter cambiare identità e di volersi dedicare ad un’attività commerciale completamente diversa da quella fino ad allora esercitata ininterrottamente a partire dal 1975;

- di aver bisogno di essere aiutato ad ottenere credito sia verso le banche che presso i nuovi fornitori e di non chiedere nessuna corresponsione di somme a fondo perduto;

- di volersi affacciare sul mercato dell’abbigliamento con una nuova attività commerciale (ed una nuova identità), in condizioni tali da poter mantenere il tenore di vita raggiunto dopo 22 anni di attività e che a tal fine avrebbe avuto necessità di una fideiussione per una somma nell’ordine di 1,5-2 miliardi di lire (in parte garantita dal terreno di Matera e dalla villa di Lozzo Atestino), somma con cui sarebbe stato in grado di coprire anche il costo dell’assicurazione per i crediti esteri.

 

 

 

 

 

3.2.16 – Il colloquio telefonico che TRAMONTE ha avuto con il Cap. GIRAUDO il 12/12/1997 (la foto di GUERIN SERAC)

L’11 dicembre 1997, nel corso di una trasmissione televisiva relativa alla strage di piazza Fontana (100), veniva mostrata una foto di GUERIN SERAC (alias Yves Félix Marie GUILLOU), uno dei principali esponenti dell’AGINTER PRESSE.

Il giorno successivo TRAMONTE, mentre si trovava a bordo della propria autovettura in compagnia di un’altra persona, telefonava al Cap. GIRAUDO per comunicare che il soggetto in questione, la cui foto non gli era mai stata mostrata dalla PG procedente, era uno dei due esponenti dell’AGINTER PRESSE che si erano recati ad Abano, prima della strage di Brescia. Analoga affermazione TRAMONTE, nell’attesa di collegarsi telefonicamente con il Cap. GIRAUDO, l’aveva fatta con la persona presente sull’autovettura.

 

 

 

 

 

3.2.17 – Il colloquio telefonico che TRAMONTE ha avuto con il Cap. GIRAUDO il 31/12/1997 (l’incontro con ALBERTO)

Il 31 dicembre 1997 TRAMONTE, dalla Francia, ha effettuato un lungo colloquio telefonico con il Cap. GIRAUDO. La telefonata non è stata intercettata ma di essa è stata redatta una dettagliata relazione di servizio i cui contenuti hanno costituito oggetto dell’escussione dibattimentale del Ten. Col. GIRAUDO (102).

Nel corso del colloquio, mentre l’ufficiale rappresentava la particolare criticità e pericolosità del momento, con riferimento alle tematiche relative al programma di protezione, TRAMONTE ha affermato che, in realtà, aveva recentemente incontrato ALBERTO che non gli era sembrato affatto preoccupato.

Sull’incontro, asseritamente svoltosi a Roma nell’occasione in cui TRAMONTE si era recato in tale città per incontrarsi con i funzionari del Servizio di Protezione (il 30 settembre 1997) il dichiarante ha fornito una minuziosa serie di particolari che sono stati ripresi e confermati nelle successive telefonate registrate del 2 e del 5 gennaio 1998 e nel verbale del 26 marzo 1998.

Alle critiche mosse dal Cap. GIRAUDO, anche con riferimento al pericolo al quale il dichiarante si era esposto accettando di incontrarsi con ALBERTO, senza nulla dire alla PG operante, TRAMONTE ha replicato che non aveva corso nessun rischio in quanto era come se tenesse “una pistola puntata alla tempia di ALBERTO”, nel senso che disponeva di un efficacissimo strumento di pressione e di ricatto nei confronti del predetto.

 

 

 

 

 

3.2.18 – Le considerazioni svolte da TRAMONTE il 03/02/1998, in occasione della mancata accettazione del programma di protezione

Il 3 febbraio 1998, su incarico del Servizio Centrale di Protezione, il Cap. GIRAUDO ed il M.llo D’ANNA si portavano presso il Comando Provinciale dei CC. di Matera per illustrare a Maurizio TRAMONTE il contenuto del programma di protezione deliberato dalla Commissione Centrale del Ministero dell’Interno il 27 novembre 1997 e per raccogliere la sottoscrizione del medesimo.

Nell’occasione TRAMONTE si rifiutava di sottoscrivere il programma ed evidenziava con toni sprezzanti, in uno scritto a sua firma, che non intendeva fornire spiegazione della propria scelta in quanto ciò sarebbe stato “offensivo dell’intelligenza” di chi aveva deliberato il programma. Si limitava a rilevare che era un “libero cittadino con diritto di voto, incensurato”, che lavorava ed aveva voglia di lavorare e che il programma che gli era stato proposto non gli avrebbe consentito il “diritto ad esercitare un’attività lavorativa” che gli permettesse di continuare a svolgere la vita che fino a quel momento aveva condotto.

Nella seduta del 3 marzo 1998 la Commissione Centrale del Ministero dell’Interno, preso atto della mancata sottoscrizione del TRAMONTE, revocava il programma di protezione.

 

 

 

 

 

3.2.19 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso al PM di Brescia il 26/03/1998

In occasione dell’interrogatorio del 26 marzo 1998, TRAMONTE si è avvalso della facoltà di non rispondere, spiegando di non sentirsi “tutelato”, con evidente riferimento alla mancata applicazione del programma di protezione. Si è invece reso disponibile a parlare dell’incontro che aveva avuto con ALBERTO il 30 settembre 1997 ed a spiegare in cosa consistesse lo strumento che lo garantiva da eventuali iniziative del predetto.

Con riguardo al programma di protezione, ha confermato la propria disponibilità a sottoporsi ad un programma che disponesse cambio dell’identità e che gli consentisse di trovare una occupazione lavorativa nel settore finanziario o nel campo commerciale, con un aiuto economico adeguato ad iniziare tale nuova attività.

 

 

 

 

 

3.2.19.1 – L’incontro con ALBERTO del 30 settembre 1997

TRAMONTE ha riferito che il 30 settembre 1997 si era recato a Roma per incontrarsi con un funzionario del Servizio Centrale di Protezione. Il giorno prima ALBERTO, che non sentiva dall’epoca del sequestro del Gen. DOZIER, lo aveva chiamato sul cellulare con utenza croata. Avevano fissato un appuntamento a Roma, ma non gli aveva detto che si sarebbe dovuto recare al Servizio di Protezione, ove aveva appuntamento attorno alle 10.30. La telefonata l’aveva messo in agitazione in quanto aveva temuto che ALBERTO fosse venuto a sapere che stava collaborando e che aveva fatto il suo nome.

Verso le 09,00 del mattino del 30 settembre 1997, sempre sull’utenza croata, aveva ricevuto una telefonata di ALBERTO che gli aveva spiegato il percorso per raggiungere il parcheggio incustodito del Ministero degli Esteri, luogo dell’appuntamento. ALBERTO era arrivato alle sue spalle verso le 09.40, mentre lui era intento a parlare con un tale che si era soffermato a guardare le particolari ruote della sua vettura.

ALBERTO aveva un aspetto non molto diverso rispetto all’ultima volta che lo aveva visto: i capelli, che nel 1981 erano ancora scuri, erano di un bel bianco, l’intera fisionomia si era un po’ appesantita, i lineamenti del volto erano un po’ più marcati, era abbronzato, ben curato ed elegante; indossava uno spolverino; portava occhiali leggeri, con le stanghette attaccate direttamente alle lenti.

Si era mostrato ben informato sulle sue vicende degli ultimi anni e gli aveva chiesto dove stesse andando. Lui aveva risposto che stava andando al Servizio di Protezione e gli aveva mostrato un foglietto sul quale era riportato il relativo indirizzo. Gli aveva narrato dell’interrogatorio del 1993, avanti al GI di Brescia, nonché del contenuto delle sue dichiarazioni. ALBERTO aveva commentato che era stato un errore negare ogni cosa, contro l’evidenza. Gli aveva anche riferito degli interrogatori da parte dei Carabinieri del ROS ed aveva negato che i Pubblici Ministeri di Brescia gli avessero fatto domande su di lui.

 

 

 

 

 

3.2.19.2 – Il documento in possesso di TRAMONTE

Ha altresì riferito che ALBERTO era perfettamente a conoscenza che lui aveva una “pistola puntata alla sua tempia” ed ha spiegato che nei primi anni ‘70, dopo che le indagini sulla strage di piazza Fontana si erano rivolte su persone quali FREDA e VENTURA, aveva constatato che costoro, sebbene fossero collegati con gli apparati deviati dello Stato, erano stati arrestati. Per evitare di doversi trovare in situazioni analoghe aveva inteso quindi cautelarsi.

All’insaputa di ALBERTO, si era procurato un documento che da solo avrebbe potuto costituire una prova certa del coinvolgimento di strutture dello Stato in gravissimi fatti eversivi quali la strage di piazza Fontana, il Golpe Borghese ed alcune riunioni che si erano tenute a Verona nel 1971. Tale documento avrebbe dimostrato che, quantomeno nel 1971, sarebbero stati già noti ad ALBERTO e ai suoi superiori (i cui nomi comparivano da alcune sigle riportate su tale documento) gli autori di quei fatti delittuosi.

Il documento avrebbe altresì dimostrato l’esistenza di una struttura occulta dello Stato.

Poco dopo che ne era venuto in possesso, ne aveva riferito ad ALBERTO e gli aveva detto anche che sarebbe stato disposto a restituirglielo ma che, in tal caso, avrebbe definitivamente chiuso il rapporto di collaborazione con lui. ALBERTO lo aveva rimproverato ma aveva ammesso che, in fondo, era stato abile ed aveva fatto bene a cautelarsi in tal modo.

ALBERTO dunque sapeva che, nel caso in cui TRAMONTE avesse consegnato alla magistratura tale documento, sarebbe stato per lui impossibile negare le proprie responsabilità ed il solo fatto di non essere stato arrestato dimostrava che non era stato “scaricato”.

Il documento (con tanto di numero di protocollo e sigle di sottoscrizione) conteneva i nomi dei responsabili della strage di piazza Fontana ed era stato redatto da ALBERTO sulla base delle notizie che lo stesso TRAMONTE aveva fornito. Nel documento non era indicato il suo nome, neppure quello in codice.

Il documento, a dire di TRAMONTE, affrontava i vari argomenti in maniera cronologica a far data da prima del 1969 e parlava dell’attività della struttura padovana e delle varie diramazioni e strutture collegate. Quel documento era molto importante per lui in quanto costituiva la prova che quanto aveva dichiarato in ordine al proprio ruolo ed al ruolo di ALBERTO, circa i fatti di cui aveva narrato, rispondeva al vero.

 

 

 

 

 

3.2.19.3 – Considerazioni

In questa fase l’attenzione investigativa è quasi interamente rivolta all’identificazione del fantomatico ALBERTO. Il dichiarante era riuscito a costruirsi un diaframma che, di fatto, lo proteggeva da qualsiasi iniziativa giudiziaria. L’alibi della mancata approvazione del programma di protezione, nei termini da lui sollecitati, lo poneva al riparo dalle richieste degli inquirenti che, di fronte al suo rifiuto di rispondere, si trovavano nell’impossibilità di chiedergli conto della genesi e del contenuto delle informazioni fornite al M.llo FELLI.

Al tempo stesso TRAMONTE, con il fantasioso incontro del 30 settembre, offriva agli investigatori un nuovo tema di indagine di fondamentale importanza per l’indagine in quanto pertinente all’identificazione di un soggetto che, quale rappresentante delle istituzioni deviate dello Stato, avrebbe avuto un ruolo centrale nella determinazione dell’evento, per non avere fatto nulla per impedire la strage, pur avendone la possibilità e l’obbligo giuridico.

TRAMONTE aveva dunque bisogno della fantomatica figura di ALBERTO per poter parlare delle vicende che costituirono oggetto degli appunti del SID di Padova ponendosi quale mero spettatore all’interno della realtà terroristica nella quale lui stesso aveva militato ed operato. La mancata approvazione del programma di protezione, con i relativi rischi connessi, gli consentiva di indirizzare l’attenzione degli investigatori sui falsi temi che lui stesso aveva costruito.

 

 

 

 

 

3.2.20 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso al PM di Brescia il 03/06/1998

Anche in occasione del verbale del 3 giugno 1998, TRAMONTE si è avvalso della facoltà di non rispondere, spiegando che avrebbe mantenuto ferma tale decisione fino all’approvazione di un programma di protezione che fosse idoneo a garantire la sua sicurezza, assicurandogli il cambiamento delle generalità ed un aiuto tecnico ed economico che gli consentisse di iniziare una nuova attività commerciale.

In concreto, per liberare gli immobili di sua proprietà dalle ipoteche che gravavano su di essi e per poter iniziare una nuova attività che consentisse a lui ed alla sua famiglia una vita decorosa, in un ambiente necessariamente diverso da quello ove all’epoca viveva, ha quantificato l’entità del contributo economico nella misura di 300/400 milioni. Ancora una volta, dunque, TRAMONTE ha mutato l’oggetto delle proprie richieste. Ancora una volta, però, l’oggetto delle sue richieste confliggeva apertamente con le determinazioni che la Commissione Centrale del Ministero dell’Interno aveva assunto con la delibera del 27 novembre 1997.

Anche in questo caso, come già era avvenuto in occasione dell’interrogatorio del 26 marzo 1998, TRAMONTE si è invece reso disponibile a fornire ulteriori precisazioni circa l’incontro che asseriva di avere avuto con ALBERTO il 30 settembre 1997 ed ha in particolare confermato utenze ed orari nei quali avrebbe avuto occasione di parlare telefonicamente con quest’ultimo, sebbene i primi riscontri documentali avessero già dato un esito negativo.

Invitato a riflettere sulla possibilità di riprendere le verbalizzazioni in assenza di un programma di protezione, si riservava ogni valutazione al riguardo e l’interrogatorio veniva rinviato al pomeriggio del 4 giugno 1998.

 

 

 

 

 

3.2.21 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso al PM di Milano il 04/06/1998

Nella mattinata del 4 giugno 1998, interrogato dal PM di Milano, nella veste di indagato in procedimento connesso, TRAMONTE riferiva di una aggressione che aveva subito il 31 maggio 1998 lungo la strada tra Matera e Metaponto (occasione in cui una persona aveva cercato di colpirlo con un coltello) ed affrontava, anche con il PM di Milano, l’argomento relativo ai contatti telefonici ed all’incontro che sosteneva di avere avuto con ALBERTO tra il 29 ed il 30 settembre 1998.

 

 

 

 

 

3.2.22 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso al PM di Brescia il 04/06/1998

Nel corso dell’interrogatorio del 4 giugno 1998 dinanzi al PM di Brescia, TRAMONTE ha sciolto la riserva del 3 giugno 1998, ribadendo la propria decisione di non rispondere alle domande e richiamando i contenuti del verbale che aveva reso al PM di Milano nella mattinata di quello stesso giorno.

 

 

 

 

 

3.2.23 – I colloqui telefonici che TRAMONTE ha avuto con il Cap. GIRAUDO il 02/11/1998, il 03/11/1998, il 21/12/1998 ed il 04/01/1999

A far data dal giugno 1998 si sono svolti una serie di incontri e di colloqui telefonici tra TRAMONTE ed il Cap. GIRAUDO di cui vi è ampia traccia documentale nelle trascrizioni del Perito dott. MARANGONI (oltre che nelle relazioni di servizio dell’ufficiale).

Il 18 luglio 1998, il Procuratore della Repubblica di Brescia formulava una nuova richiesta di ammissione di Maurizio TRAMONTE, della convivente e della figlia di quest’ultima, ad un programma di protezione, con cambio delle generalità del collaboratore. Chiedeva altresì che venisse garantita al TRAMONTE una congrua assistenza tecnico-economica, per consentire al predetto di svolgere una nuova attività commerciale, con le nuove generalità.

Nella seduta del 13 ottobre 1998 la Commissione Centrale del Ministero dell’Interno deliberava l’ammissione di TRAMONTE e del nucleo familiare al programma di protezione, dando altresì mandato al Servizio Centrale di Protezione di dare inizio alle procedure per il cambiamento delle generalità. Sotto il profilo economico, “allo stato”, autorizzava “la sola nomina di un rappresentante generale”.

Anche in questo caso il programma di protezione non veniva sottoscritto da TRAMONTE che, con due missive trasmesse a questo Ufficio per il tramite della PG, spiegava le ragioni della mancata sottoscrizione di un programma di protezione che, ove avesse trovato attuazione, avrebbe irrimediabilmente compromesso le condizioni di vita e la stessa libertà di movimento del collaboratore e dei propri familiari.

 

 

 

 

 

3.2.23.1 – Considerazioni

Anche in questa fase TRAMONTE ha continuato ad accreditarsi quale soggetto che era disposto a fornire la propria collaborazione e a svelare le importanti notizie di cui, a suo dire, era venuto a conoscenza quale “infiltrato” in ORDINE NUOVO, ma che si trovava nell’impossibilità di rendere una formale collaborazione processuale per la mancata approvazione di un programma di protezione che fosse idoneo a garantirgli la necessaria sicurezza senza compromettere le sue normali condizioni di vita.

In realtà, come già si è detto, la figura del referente del Ministero dell’Interno (ALBERTO) che lo avrebbe “infiltrato” in ORDINE NUOVO è frutto della fantasia di TRAMONTE il cui patrimonio di conoscenze (solo in parte svelato al M.llo FELLI del SID di Padova) non deriva dall’avere assistito agli eventi eversivi di quegli anni da terzo estraneo ma dall’avervi preso parte attivamente quale membro effettivo dell’organizzazione terroristica ampiamente descritta negli appunti del SID di Padova generati dalla produzione informativa della fonte TRITONE.

La mancata accettazione del programma di protezione era dunque necessaria TRAMONTE per poter continuare a recitare il ruolo del fedele collaboratore che si trovava nella sostanziale impossibilità di rendere piena e formale collaborazione. Per le stesse ragioni era però necessario continuare ad apparire, agli occhi degli investigatori, quale soggetto desideroso di fare chiarezza sugli eventi che costituivano oggetto dell’indagine.

 

 

 

 

 

3.2.23.2 – I colloqui telefonici del 02/11/1998 e del 03/11/1998

Nel corso delle telefonate n. 2067 del 2 novembre 1998 (109) e n. 2081 del 3 novembre 1998 è stato fatto cenno ad una riunione che si sarebbe svolta nel 1971 presso una villa sul lago di Garda. L’argomento, introdotto fin dal verbale del 10 luglio 1997 (ove TRAMONTE aveva accennato a riunioni che si erano svolte a Padova ed a Roma tra il 1969 ed il 1971, che dimostravano la piena conoscenza, in capo alle personalità militari e civili che vi avevano preso parte, di quanto era accaduto in piazza Fontana e di quanto stava per accadere nel resto del Paese, con specifico riferimento al mancato colpo di stato del 1969 ed al successivo tentativo di golpe del dicembre del 1970) è stato ripreso nei verbali che verranno di seguito esaminati. Nel verbale del 10 luglio 1997 TRAMONTE si era riservato di affrontare tale argomento ed aveva manifestato viva preoccupazione per l’incolumità propria e della propria famiglia.

Nel corso della seconda delle due telefonate citate è stato fatto un cenno anche alle riunioni che, nel 1974, si sarebbero svolte presso il ristorante VECCHIA LUGANA di Sirmione. Si tratta, come meglio si vedrà in occasione dei verbali successivi, degli incontri che il Cap. DELFINO avrebbe avuto con Davide RIELLO.

 

 

 

 

 

3.2.23.3 – I colloqui telefonici del 21/12/1998 e del 04/01/1999

Con la telefonata n. 3011 del 21 dicembre 1998 (111), TRAMONTE ha fornito indicazioni per l’individuazione del ristorante AI CAVALLI, citato nel verbale del 27 giugno 1997.

Con la telefonata n. 3029 del 4 gennaio 1999 (112) ha fatto riferimento alla riunione, svoltasi presso un appartamento di Verona, nel corso della quale sarebbe stata decisa la morte di Silvio FERRARI. Alla riunione, stando agli accenni contenuti nella telefonata ed a quanto meglio specificato nei verbali successivi, avrebbe preso parte il Cap. DELFINO.

 

 

 

 

 

3.2.24 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso al PM di Brescia il 14/01/1999

La prima parte del verbale è dedicata al programma di protezione. La Commissione Centrale, come si è visto, aveva accolto la richiesta senza assumere determinazioni, “allo stato”, in ordine alle richieste di natura economica ed il dichiarante, sul presupposto che tale decisione fosse interlocutoria, ha illustrato nuovamente le sue richieste.

La seconda parte è significativa in quanto TRAMONTE, concretizzando per la prima volta a verbale quanto già aveva anticipato nel corso dei precedenti contatti con il ROS, ha parlato di una riunione, svoltasi a Verona attorno al 12/15 maggio 1974 e degli incontri che Davide RIELLO avrebbe avuto con il Cap. DELFINO a Colombare di Sirmione, il 16/17 maggio 1974.

 

 

 

 

 

3.2.24.1 – Il programma di protezione

TRAMONTE ha manifestato la propria difficoltà a portare avanti la collaborazione con l’Autorità Giudiziaria fino a quando non gli fossero comunicate le determinazioni conclusive della Commissione Centrale che, sino a quel momento, aveva accolto la richiesta relativa al cambiamento delle generalità ma non aveva assunto alcuna determinazione in ordine all’erogazione dei 300/400 milioni che riteneva necessari per poter intraprendere una nuova attività in un settore merceologico per lui totalmente nuovo.

In mancanza dell’erogazione del contributo, per non costringere la famiglia ad un tenore di vita di gran lunga inferiore a quello attuale, si trovava nella necessità di continuare la propria attività commerciale in quel di Matera, con le sue generalità.

Con tale premessa TRAMONTE si è inizialmente reso disponibile a rispondere alle sole domande che avessero avuto ad oggetto eventuali precisazioni relative ad argomenti già affrontati a verbale o comunque non coinvolgenti persone la cui eventuale reazione non sarebbe stato in grado di fronteggiare.

In tale contesto, ha anche chiesto di poter instaurare, con il Cap. GIRAUDO, un rapporto di “collaborazione confidenziale” al dichiarato fine di consentire un’immediata attivazione delle indagini su temi che, per ragioni di sicurezza, non si sentiva di affrontare a verbale, riservando la verbalizzazione al momento in cui si fosse trovato in “condizioni di sicurezza”.

Detta richiesta, ovviamente non accolta dall’AG procedente, dimostra ancora una volta la complessità dell’approccio psicologico che ha caratterizzato le scelte processuali dell’odierno imputato. Chiaro appare il tentativo di riprodurre gli equilibri che avevano caratterizzato il suo rapporto con il Centro CS del SID di Padova, ove il ruolo di informatore aveva di fatto garantito e preservato il dichiarante da qualsiasi iniziativa giudiziaria.

 

 

 

 

 

3.2.24.2 – La riunione di Verona del 12/15 maggio 1974

Sollecitato a riferire quali fossero gli argomenti che avrebbe inteso affrontare solo in via confidenziale, TRAMONTE ha parlato di una importante riunione (alla quale non aveva preso parte) della quale gli aveva parlato Carlo Maria MAGGI. La riunione, per quanto gli era stato riferito, si era svolta in un appartamento di Verona. Vi avevano partecipato MAGGI, il responsabile di ORDINE NUOVO di Milano, due membri francesi dell’AGINTER PRESSE (diversi da quelli di cui aveva parlato con riguardo ai fatti di Abano) di nome Roberto e Susina o Susini, due ufficiali dell’esercito italiano, con delicati incarichi istituzionali (dei quali si riservava di indicare i nomi), due ufficiali dell’esercito americano, Marcello SOFFIATI e qualche altra persona che non era in grado di indicare.

La riunione, svoltasi dopo l’infausto esito referendario del 1974, aveva avuto ad oggetto la verifica del complessivo programma stragista affidato a MAGGI. Si era deciso di realizzare una strage a Bologna, in quanto città simbolo della sinistra, alla stazione ferroviaria, nel periodo fra la fine di luglio e l’inizio di agosto di quell’anno.

Tale strage avrebbe dovuto aprire la strada ad un colpo di stato, programmato per la metà di agosto del 1974.

Dopo la riunione, casualmente, Silvio FERRARI aveva incontrato a Verona MAGGI, ROGNONI, SOFFIATI ed uno dei due ufficiali italiani. FERRARI aveva riferito la circostanza ad un appartenente alle forze di Polizia di cui era informatore che, a sua volta, ne aveva parlato con l’ufficiale notato dal FERRARI. A quel punto, l’ufficiale aveva rappresentato il problema costituito dal fatto che FERRARI avesse dato importanza a quanto aveva visto a Verona ed aveva segnalato che era necessario trovare una soluzione. I due tecnici dell’AGINTER PRESSE, che si erano successivamente recati ad Abano, avevano suggerito di incaricare FERRARI di un falso attentato e di fare esplodere anzitempo l’ordigno, così da eliminarlo.

 

 

 

 

 

3.2.25.3 – Incontro di Colombare di Sirmione del 16/17 maggio 1974

Nel corso di un incontro con Davide RIELLO, verificatosi il 16 o il 17 maggio 1974 davanti ad un ristorante di Colombare di Sirmione, l’ufficiale aveva dato il proprio assenso all’eliminazione di Silvio FERRARI. Nell’occasione lui aveva provveduto ad accompagnare RIELLO, in auto, all’appuntamento con l’ufficiale. Era stato RIELLO, lungo il viaggio di ritorno, a riferirgli la circostanza.

Da MAGGI e da RIELLO aveva successivamente appreso che l’ordigno (quello deflagrato in piazza Mercato il 19 maggio 1974) era stato predisposto e portato a Brescia dai tecnici dell’AGINTER PRESSE. L’incarico di consegnarlo a FERRARI era stato dato ad un bresciano, vicino al FERRARI.

Soltanto dopo l’omicidio aveva appreso il nome della vittima. MAGGI gli aveva spiegato che FERRARI, pur essendo uno dei loro, non faceva parte della cellula padovana. Le circostanze relative alle morte di Silvio FERRARI le aveva comunicate ad ALBERTO.

Dopo l’omicidio, a Brescia, era stata organizzata la manifestazione sindacale del 28 maggio e MAGGI, su suggerimento del sopra citato ufficiale italiano, aveva deciso di compiere la strage nel corso della manifestazione. Era stato lo stesso MAGGI a riferirgli tali ultime circostanze, in occasione delle riunioni preparatorie della strage.

Nei programmi la strage di Brescia non avrebbe dovuto rimanere un episodio isolato ma non era in grado di dire come mai non vi fosse più stata quella di Bologna del 1974 ed il colpo di stato.

 

 

 

 

 

3.2.25 – I colloqui telefonici che TRAMONTE ha avuto con il Cap. GIRAUDO il 19/01/1999 ed il 20/01/1999

I colloqui telefonici che TRAMONTE ha avuto con il Cap. GIRAUDO il 19 ed il 20 gennaio 1999 (114) contengono nuovi riferimento alla vicenda relativa alla morte del pilota Giovanni DOVIGO ed agli aerei utilizzati per i corsi di addestramento in Sardegna ed in Portogallo.

 

 

 

 

 

3.2.26 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso al PM di Brescia il 03/03/1999

Anche in questo caso la prima parte del verbale è dedicata al tema del programma di protezione. Nella seconda parte è stato sottoposto a TRAMONTE il manoscritto siglato “ORDINE NERO, ANNO ZERO, Sez. C.Z. CODREANU” con il quale, l’1 giugno 1974, è stata rivendicata la strage di Brescia. E’ stato poi formalizzato e ampliato nei dettagli tutto l’argomento legato al presunto omicidio, imputabile alla cellula ordinovista di Padova, del pilota Giovanni DOVIGO, argomento che, fino a quel momento, era stato trattato solo in occasione dei contatti con il Cap. GIRAUDO.

Nei particolari è stato affrontato il tema del viaggio in Sardegna per la partecipazione ad un corso di addestramento organizzato da ORDINE NUOVO. La descrizione dell’aereo che sarebbe stato utilizzato per il viaggio è stata sottoposta al consulente tecnico Col. Sergio VENEZIA.

 

 

 

 

 

3.2.26.1 – Il programma di protezione

TRAMONTE ha ribadito il negativo giudizio espresso in ordine al programma di protezione che gli era stato prospettato dal Servizio Centrale di Protezione ed ha ulteriormente precisato che riteneva condizione imprescindibile, per la sua sicurezza in Italia, il cambiamento delle generalità sue e dei familiari conviventi. Tale mutamento di generalità sarebbe però andato ad incidere, negativamente, sulla sua capacità di produrre reddito. Per tale ragione, per poter vivere in Italia senza correre gravi rischi, riteneva necessario che gli venisse garantito un contributo che gli consentisse di poter intraprendere una nuova attività, senza dover ripartire da zero.

A prescindere dai profili di natura economica, TRAMONTE ha evidenziato che il funzionario del Servizio Centrale di Protezione, nell’illustrargli i risvolti pratici del programma di protezione che era stato approvato dalla Commissione Centrale, gli aveva prospettato una serie di condizioni per lui inaccettabili, come la pretesa che avrebbe dovuto vivere senza svolgere alcuna attività lavorativa e, come lui, la sua compagna.

 

 

 

 

 

3.2.26.2 – Il manoscritto rivendicativo della strage

Presa visione del manoscritto rivendicativo della strage di Brescia siglato “ORDINE NERO, ANNO ZERO, Sez. C.Z. CODREANU”, TRAMONTE ha riferito che il tenore del testo rispecchiava il pensiero del gruppo che faceva capo a MAGGI ma ha osservato che la rivendicazione della strage non rientrava tra i programmi di coloro che l’avevano ideata (al contrario, secondo l’originario progetto, essa avrebbe essere rivendicata da sinistra).

Il gruppo ORDINE NERO – ANNO ZERO si era costituito, come cellula autonoma, poco tempo prima della strage ed aveva matrice filo-araba. Ad esso aveva aderiva Giovanni MELIOLI.

TRAMONTE ha altresì riferito di non avere mai visto prima di allora il manoscritto rivendicativo, di non aver mai avuto notizia di una formale rivendicazione della strage di Brescia, da parte di ORDINE NERO, di trovare strana la circostanza relativa al fatto che il documento fosse stato vergato a mano e non con i sistemi più sicuri che erano stati loro insegnati dagli istruttori dell’AGINTER PRESSE.

Affermava di non ricordare che, a quell’epoca, ANNO ZERO avesse già perso il proprio organo di stampa e di non comprendere quale fosse il senso della rivendicazione, tenuto conto che la strage, come già aveva avuto occasione di spiegare, non avrebbe dovuto essere rivendicata da destra.

Escludeva che il documento gli fosse stato mostrato dai funzionari del Centro CS del SID di Padova e ricordava di essere stato contattato, nel periodo immediatamente successivo alla strage di Brescia, da un funzionario, diverso da LUCA, che si occupava in modo specifico della strage di Brescia (era dunque possibile che le informazioni riportate nella nota n. 4141 del 10 giugno 1974 fossero state da lui fornite a questo secondo funzionario).

Anche in sede di verbalizzazione, come già era avvenuto in occasione dell’incontro con il funzionario del Centro CS di Padova, ricordava che l’abbinamento delle sigle ORDINE NERO ed ANNO ZERO gli faceva pensare a Giovanni MELIOLI (in altra occasione aveva spiegato che le varie sigle non stavano a rappresentare organizzazioni tra loro diverse).

Il gruppo di MELIOLI, di matrice filo-araba, in contrapposizione con la matrice filoamericana tipica di ORDINE NUOVO, aveva iniziato a costituirsi, come cellula, pochi mesi prima della strage di Brescia. Dopo la strage, MELIOLI aveva continuato il suo percorso politico fino a dare alla sua cellula una struttura operativa caratterizzata da una particolare autonomia. FREDA, GRAZIANI, MUTTI e MASSAGRANDE erano persone molto vicine a MELIOLI.

L’anonimo manoscritto rivendicativo avrebbe potuto essere stato redatto proprio con l’intento di incanalare le indagini verso MELIOLI che, a dire di TRAMONTE, era realmente il responsabile materiale della strage di Brescia.

 

 

 

 

 

3.2.26.3 – La morte di Giovanni DOVIGO

TRAMONTE è poi ritornato, con dovizia di particolari, sull’omicidio di Giovanni DOVIGO e sul trasporto di militanti dell’estrema destra dall’aeroporto di Brusegana alle località ove si svolgevano i campi di addestramento.

DOVIGO sarebbe stato ucciso anche perché aveva preso parte ad una riunione, tenutasi a Verona nei primi mesi del 1971, cui aveva partecipato anche TRAMONTE.

Con riguardo alla riunione il dichiarante si riservava di fornire maggiori dettagli.

A far data dal 1969, nell’ambiente di ORDINE NUOVO di Padova, venivano effettuati degli addestramenti in località lontana e segreta (sia in Italia che all’estero), ai quali partecipavano aderenti alle varie organizzazioni della estrema destra. Aveva appreso che il trasporto veniva effettuato con aerei militari e che i voli relativi all’addestramento del personale proveniente da tutto il Veneto facevano capo all’aeroporto di Brusegana.

Circa un mese prima della morte del pilota, aveva sentito parlare della necessità di mettere a punto un piano per ammazzare una persona, simulando un incidente o una rissa. A quell’epoca vari erano i sistemi che venivano utilizzati in casi di questo tipo e fra essi, nel caso in cui il soggetto designato avesse avuto la disponibilità di un automezzo, veniva manomesso lo sterzo o il circuito frenante (nel primo caso, dopo un po’ di chilometri, accadeva che il conducente della vettura perdesse il controllo del mezzo; nel secondo caso l’impianto frenante, dopo un po’ di frenate, diveniva totalmente inefficace).

La persona da eliminare era un pilota, della zona di Padova, che era stato utilizzato dall’organizzazione per effettuare alcuni dei voli per il trasporto dei membri della stessa, in occasione dei corsi di addestramento di cui aveva appena detto. L’ordine di provvedere alla sua eliminazione proveniva “dall’alto”, in quanto tale pilota non era più intenzionato ad effettuare i voli ed aveva manifestato l’intenzione di svelare l’esistenza dei voli e degli addestramenti, mettendo in tal modo a rischio l’intera organizzazione. I voli avvenivano in gran segreto ed il fatto che venisse utilizzato per il trasporto un velivolo militare, gli aveva fatto pensare che vi fossero ben precise connivenze tra l’organizzazione stessa e gli apparati militari dello Stato.

Una ulteriore ragione per la quale l’organizzazione aveva deciso di eliminare il pilota era legata al fatto che il predetto aveva preso parte ad una importante riunione, tenutasi a Verona nei primi mesi del 1971, alla quale lo stesso dichiarante affermava di avere partecipato. Di tale riunione TRAMONTE aveva già fatto cenno nei precedenti interrogatori riservandosi, per ragioni connesse con la sua sicurezza, di fornire maggiori informazioni.

Solo dopo la morte di DOVIGO aveva capito che il pilota che doveva essere eliminato dall’organizzazione era la stessa persona che aveva conosciuto in occasione della riunione di Verona del 1971.

Anche in questo caso, come già era accaduto con riguardo alle vicende relative all’omicidio di Silvio FERRARI, TRAMONTE si è preoccupato di allontanare da sé ogni eventuale sospetto di corresponsabilità nella eliminazione delle persone che avrebbero potuto costituire un pericolo per l’organizzazione.

Ad organizzare l’omicidio, secondo quanto TRAMONTE avrebbe appreso nell’ambiente di ORDINE NUOVO, sarebbe stato Davide RIELLO, insieme ad alcuni camerati della sua zona. Dopo la morte del pilota c’era stata viva preoccupazione, nel loro ambiente, legata al fatto che la vedova non credeva che si fosse trattato di un vero incidente. La stampa locale aveva riportato un’intervista, rilasciata dalla donna, nella quale veniva avanzato tale sospetto.

Anche con riguardo a queste circostanze, TRAMONTE ha affermato di avere messo al corrente ALBERTO.

 

 

 

 

 

3.2.26.4 – Considerazioni

Cristina CECCHERINI, vedova di Giovanni DOVIGO, ha negato di avere mai nutrito sospetti in ordine alla morte del marito e nessun riscontro è stato acquisito con riguardo all’intervista citata da TRAMONTE. Tiziano GIROTTO, anestesista dell’Ospedale di Este ove DOVIGO venne ricoverato a seguito dell’incidente, ha riferito che il paziente attribuiva a sé la responsabilità dell’incidente.

 

 

 

 

 

3.2.26.5 – Il corso di addestramento dell’autunno 1974 in Sardegna

TRAMONTE, sollecitato dal PM, ha descritto nei minimi dettagli il viaggio che avrebbe effettuato fra il settembre e l’ottobre 1974 per partecipare ad uno dei campi di addestramento in Sardegna. Particolare attenzione è stata posta nella descrizione del velivolo utilizzato e dell’aeroporto dal quale il mezzo sarebbe decollato.

Già da qualche mese, forse dal marzo/aprile del 1974, si era cominciato a parlare del fatto che un militante del gruppo di Padova avrebbe dovuto prendere parte ad uno di questi campi. Non ricordava chi avesse deciso che dovesse essere proprio lui a partecipare a tale addestramento. Probabilmente la decisione era stata presa da MAGGI, cui facevano capo tutte le decisioni più importanti.

Pochi giorni prima della partenza era stato avvisato da MAGGI della data in cui si sarebbe dovuto far trovare fuori dell’aeroporto di Brusegana, in orario pomeridiano.

Presso l’aeroporto aveva trovato altre persone che si trovavano in attesa del furgone con il quale tutti fecero ingresso in aeroporto. Gli era stato spiegato che avrebbe dovuto portare con sé la biancheria ed il necessario per otto o dieci giorni. Il furgone era un Fiat 238 o un Ford Transit di cui non ricordava il colore, sicuramente non militare.

L’aeroporto, esso era diviso in due zone, una militare ed una civile. All’ingresso dell’area militare non era stato fatto nessun controllo da parte del personale di guardia.

In pochi minuti erano stati portati vicino all’aereo sul quale poi erano stati fatti salire.

L’aereo, di colore mimetico (verdone o verde chiazzato), era molto più grande degli aerei dell’aeroclub. Il personale di bordo era costituito da tre persone in tuta militare. Il portellone dal quale era entrato a bordo dell’aereo era verosimilmente collocato sul lato sinistro del mezzo. Per entrare vi era un solo portellone. I motori, ad elica, erano posizionati sulle ali del velivolo. Non ricordava la posizione delle ali che, sicuramente, non erano posizionate sopra la carlinga.

Per salire aveva utilizzato una scaletta di ferro composta da circa dieci gradini, non ricordava se fosse fissa o rimovibile, senza la quale non sarebbe stato possibile salire sull’aereo direttamente. Dall’esterno aveva visto che vi erano degli oblò di forma rettangolare. All’interno non si vedevano gli oblò e c’era la luce elettrica. I posti erano collocati lungo le fiancate della fusoliera ed erano costituiti da due panche di ferro o di legno, l’una di fronte all’altra, poste ad una distanza di circa m. 2.50. Vi erano dodici posti per lato. Le panche erano aperte, forse c’era qualche gamba di rinforzo. Non ricordava se lo schienale fosse in qualche modo imbottito. Il volume interno, adibito al trasporto dei passeggeri, era all’incirca delle dimensioni di un pullman. Da fermo, il velivolo non era dritto ma inclinato.

Non aveva notato cinture di sicurezza; ricordava che lungo una delle due fiancate, all’altezza di almeno m. 1.80 da terra, vi era una grossa corda (che poteva anche essere di acciaio). I motori erano molto rumorosi e prima della partenza vi era anche una forte vibrazione. A tutti era stato dato un grosso paracadute di colore grigio verde, a forma di parallelepipedo, largo circa 50 cm., alto circa 70/80 cm. e piuttosto spesso; lui e gli altri avevano posizionato i paracadute sotto le panche. I bagagli erano stati sistemati da uno dei militari sul fondo dell’aereo, in un apposito vano delimitato da una tenda in tessuto grezzo.

La cabina di guida era delimitata da una parete divisoria. Nella cabina c’era posto per almeno tre persone, le panche arrivavano all’incirca fino alla cabina. L’interno della fusoliera era di metallo, non rivestito, di colore scuro o comunque non chiaro, pulito e ben tenuto. La fusoliera, all’interno, era alta m. 2/2.50.

Esaminato un fascicolo composto da n. 64 fotografie di velivoli, predisposto dal consulente tecnico Col. Sergio VENEZIA, TRAMONTE non era in grado di individuare il velivolo in questione ma si limitava ad escluderne un certo numero.

Quanto alla sistemazione interna individuava una delle foto come somigliante a quella del velivolo utilizzato ma, al contempo, evidenziava una serie di differenze.

 

 

 

 

 

3.2.26.6 – Considerazioni

Non poche sono le perplessità che il Consulente tecnico Col. VENEZIA ha evidenziato all’esito degli articolati accertamenti compiuti per verificare l’attendibilità di quanto dichiarato da TRAMONTE su questo specifico punto, a cominciare dall’impossibilità che un aereo, compatibile con la descrizione fornita, possa essere decollato dall’aeroporto di Brusegana, a causa dei lavori che erano in corso sulla pista, nel periodo inizialmente indicato (autunno 1974), e dall’esito infruttuoso degli accertamenti miranti ad individuare la pista di atterraggio in Sardegna.

 

 

 

 

 

3.2.27 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso al PM di Brescia il 04/03/1999

L’interrogatorio del 3 marzo 1999 veniva sospeso alle ore 22.05 e rinviato per la prosecuzione, alle ore 15.00 del giorno successivo. In tale data doveva essere ripreso e completato l’argomento del giorno precedente, con particolare riferimento al campo di atterraggio ed all’addestramento in Sardegna. In realtà l’interrogatorio del 4 marzo 1999 non aveva luogo in quanto TRAMONTE, regolarmente comparso, si avvaleva della facoltà di non rispondere.

La sera precedente, al termine dell’interrogatorio, nel rientrare al SETTIMOTEL di Milano, ove aveva preso alloggio, sarebbe stato aggredito e minacciato da quattro sconosciuti, armati di pistola. Di tale episodio, che è pacificamente frutto della fantasia di TRAMONTE, come lo stesso ha avuto modo di riferire all’udienza dibattimentale dell’8 giugno 2010, vi è traccia in due telefonate del 4 e del 6 marzo 1999.

Il giorno successivo, il 5 marzo 1999, nel corso di una serie di telefonate al Cap. GIRAUDO, TRAMONTE ha riferito di un ulteriore episodio di aggressione che si sarebbe verificato in autostrada, al distributore prima del casello di Porto Recanati.

Mentre stava per fare benzina, una persona corpulenta (che non aveva neppure visto in faccia), mentre la sua auto era ancora in movimento, gli aveva improvvisamente aperto la portiera. Era scappato repentinamente e, ripresa l’autostrada, era uscito al casello di Porto Recanati da dove aveva telefonato al Capitano.

 

 

 

 

 

3.2.28 – L’arresto di TRAMONTE del 19/04/1999

Il 19 aprile 1999 TRAMONTE è stato arrestato dai Carabinieri della Compagnia di Castellaneta, per la ricettazione di un escavatore FIAT HITACHI che era stato rubato a Perugia il 23 febbraio 1999.

L’arresto è avvenuto a seguito di una segnalazione dei Carabinieri del ROS di Roma, con riferimento ad alcune telefonate intercettate sulle utenze in uso a TRAMONTE. Il fatto ha generato un procedimento dinanzi alla Procura della Repubblica di Taranto.

Non è questa la sede per esaminare questi fatti che sono estranei ai reati per i quali si procede e che sono di rilievo soltanto per ricostruire i vari momenti della collaborazione di TRAMONTE. Le intercettazioni telefoniche, già a partire dal 22 gennaio 1999, avevano evidenziato il coinvolgimento di TRAMONTE in vicende, che un po’ alla volta, si sono rivelate sempre più nitidamente di natura illecita. Detti traffici avevano ad oggetto macchine per movimento terra, e cioè proprio quel settore merceologico di cui TRAMONTE si occupava.

A partire dall’aprile 1999 sono state sequestrate anche altre macchine di origine delittuosa che hanno costituito oggetto di un separato procedimento, a carico di TRAMONTE, dinanzi alla Procura della Repubblica di Venezia.

Il 14 giugno 1999, sempre a seguito delle segnalazioni del ROS di Roma, TRAMONTE è stato denunciato, in stato di libertà, dal Nucleo Operativo dei Carabinieri di Taranto, in relazione alla ricettazione di una pala meccanica.

 

 

 

 

 

3.2.29 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso al PM di Brescia il 21/05/1999

Si tratta di un interrogatorio in cui TRAMONTE, da indagato in procedimento collegato, ha nuovamente assunto la qualità di persona informata sui fatti, a seguito del decreto con il quale il GIP di Brescia, in data 18 maggio 1999, ha disposto l’archiviazione, per intervenuta prescrizione, del procedimento n. 2304/97 mod. 21 che era stato iscritto nei suoi confronti in ordine ai reati che si riconnettevano all’episodio in cui il predetto, unitamente al fantomatico LUIGI, avrebbe minacciato Ermanno BUZZI (artt. 697, 699 e 610 commessi in Brescia ed altre località nel giugno 1974).

Detto verbale, unitamente ai successivi del 10 e del 21 giugno 1999, era stato dichiarato “nullo” dal Tribunale del Riesame di Brescia “ai sensi dell’art. 178 cpp” in considerazione della ritenuta “incompatibilità” delle “modalità di escussione, ... con il precetto di cui all’art. 197, comma 1, lett. a) cpp che sancisce l’incompatibilità fra l’ufficio di testimone e la qualità di persona indagata per fatti connessi rispetto ai quali non sia intervenuta una sentenza di proscioglimento definitiva”. A sostegno di tale decisione il Tribunale aveva richiamato “l’insegnamento della Suprema Corte laddove vieta l’assunzione come testimoni delle persone sottoposte ad indagini preliminari anche se nei loro confronti sia stato pronunciato decreto di archiviazione (cfr. Cass. 4.11.1993, Grasso; Cass. 17.4.1994, Curatola)”.

Tale decisione è ora smentita dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione che, con la sentenza n. 12067 del 17 dicembre 2009, ha stabilito che “la decisione limitativa della capacità a testimoniare di cui all’art 197, comma 1, lettere a) e b), all’art. 197-bis e all’art. 210 c.p.p., non è applicabile alle persone sottoposte a indagini nei cui confronti sia stato emesso provvedimento di archiviazione”.

Il contenuto dei verbali del 21 maggio 1999 e del 10 e 21 giugno 1999, peraltro, è quasi integralmente confluito nell’interrogatorio del 21 dicembre 2000, ove TRAMONTE è stato sentito dalla Corte di Assise di Milano (nella veste di indagato in procedimento collegato) e negli interrogatori che il predetto ha reso al PM di Brescia, nella veste di indagato per il reato di strage, dal 12 ottobre 2001 al 29 novembre 2001.

L’interrogatorio del 21 maggio 1999, come emerge dal verbale, era stato sollecitato dallo stesso TRAMONTE per polemizzare con le iniziative che erano state doverosamente assunte e che avevano portato al suo arresto: “Ho chiesto al Capitano Giraudo di poter avere un incontro con Voi per far presente che negli atti del procedimento pendente a mio carico avanti l’A.G. di Taranto ho trovato un documento proveniente dal Reparto Anti Eversione del ROS di Roma. Questo dunque è il <ringraziamento> che ho ricevuto per la collaborazione che sino ad ora ho prestato nell’ambito di questo procedimento”.

Sollecitato a chiarire, da persona informata sui fatti, quale fosse la propria posizione in ordine all’eventuale collaborazione con l’AG procedente, TRAMONTE ha tratto spunto dal fantasioso episodio di minaccia del 3 marzo 1999 (quello del SETTIMOTEL di Milano) e dalle vicende processuali nelle quali era rimasto coinvolto (pendenti dinanzi alle AAGG di Taranto e di Venezia) per spiegare che non si trovava nelle condizioni di potersi rendere disponibile ad una collaborazione.

Diverso atteggiamento avrebbe potuto assumere nel caso in cui fosse stato approvato un programma di protezione “serio” che gli avesse consentito di trasferirsi all’estero con nuove generalità ed un contributo di 300/400 milioni di lire. In questo caso, per la prima volta, specificava che il Servizio di Protezione avrebbe però dovuto garantire anche la sicurezza della madre, delle due sorelle e delle rispettive famiglie, soggetti tutti che neppure aveva ancora provveduto ad interpellare.

Anche in questo caso appare abbastanza evidente che TRAMONTE ha utilizzato la mancata approvazione di un adeguato programma di protezione quale pretesto della mancata collaborazione.

Durante l’atto sono stati introdotti alcuni elementi nuovi. Il documento che aveva detto di avere sottratto ad ALBERTO e che avrebbe dovuto costituire una sorta di garanzia nei confronti del medesimo, non era più in suo possesso in quanto era andato distrutto nell’incendio della BMW che gli era stata rubata in Brusegana nel 1977 o 78.

Tre o quattro giorni prima della strage del 28 maggio 1974, aveva riferito anche al M.llo FELLI del SID di Padova che vi erano state delle riunioni a casa di Gian Gastone ROMANI, cui aveva partecipato Carlo Maria MAGGI e che stavano preparando un attentato. Quest’ultima circostanza, mai riferita in precedenza, avrebbe imposto anche a LUCA di intervenire, per impedire che l’evento si realizzasse.

Si tratta, in sostanza, di un tentativo di TRAMONTE di trovare una sorta di copertura per le proprie azioni anche in LUCA. Se, come nel caso di ALBERTO, anche LUCA avesse avuto la possibilità e l’obbligo di intervenire per evitare la strage, LUCA stesso avrebbe costituito una sorta di copertura per TRAMONTE da eventuali responsabilità in ordine all’evento eversivo.

Nel corso dell’atto sono poi state contestate al dichiarante le varie contraddizioni che emergevano dalle dichiarazioni rese con riferimento ai rapporti con ALBERTO, a cominciare dal presunto incontro del 30 settembre 1997.

 

 

 

 

 

3.2.30 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso al PM di Brescia il 10/06/1999

L’esame è di notevole interesse in quanto il dichiarante ha colmato alcune incognite che emergevano dai precedenti verbali.

Ha chiarito che la “personalità romana” di cui aveva riferito nel corso dei precedenti interrogatori, senza identificarla, altri non era che l’on. Pino RAUTI. Ha dichiarato che il “giornalista” di cui aveva parlato nel verbale del 12 giugno 1997 era Guido GIANNETTINI.

Ha riferito, per la prima volta a verbale, che in una villa sita sul lago di Garda, nella primavera/estate del 1971, si era svolta un’importante riunione. Nell’occasione, aveva accompagnato MAGGI presso la suddetta villa, dove era in corso la riunione, alla quale partecipava anche RAUTI. Lungo il tragitto di ritorno avevano accompagnato RAUTI a Padova e dai discorsi che erano intercorsi tra MAGGI e RAUTI aveva appreso importanti notizie che coinvolgevano militari e politici nel programmato golpe.

I due ufficiali che avevano partecipato alla riunione di Verona del 12/15 maggio 1974 erano il Capo Centro del CS del SID di Verona, Cap. Angelo PIGNATELLI ed il Cap. Francesco DELFINO.

Riferiva, quindi, di due episodi in cui aveva avuto modo di vedere il Cap. DELFINO in compagnia di Davide RIELLO, presso il ristorante Vecchia Lugana di Sirmione. Il primo episodio (relativo ad un incontro del 16/17 maggio 1974) era stato trattato nel verbale del 14 gennaio 1999. Il secondo episodio si collocherebbe nel giugno/luglio del 1974. In tale occasione DELFINO avrebbe chiesto conto a RIELLO del secondo ordigno che era stato consegnato a BUZZI.

 

 

 

 

 

3.2.31 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso al PM di Brescia il 21/06/1999

Nel corso dell’escussione TRAMONTE ha ulteriormente approfondito il tema dei rapporti che MAGGI e ROMANI avevano con Pino RAUTI e del ruolo di quest’ultimo nella determinazione della strage.

Ha altresì ribadito le vicende relative ai due incontri che RIELLO aveva avuto con il Cap. DELFINO ed al ruolo che l’ufficiale aveva avuto nel suggerire a MAGGI la localizzazione a Brescia dell’attentato, originariamente programmato per essere eseguito a Bologna.

 

 

 

 

 

3.2.31.1 – L’anticipazione della ritrattazione di ZOTTO in ordine alla figura di LUIGI

Al termine dell’escussione TRAMONTE, traendo spunto da una domanda che coinvolgeva Maurizio ZOTTO, ha introdotto ed anticipato la parziale ritrattazione di quest’ultimo in ordine alla figura del fantomatico LUIGI.

In occasione dell’ultimo incontro che aveva avuto con ZOTTO, intorno all’ottobre/novembre del 1998, aveva chiesto all’amico se veramente non avesse più visto LUIGI e ZOTTO, “divenendo rosso in volto”, gli aveva detto che LUIGI non sarebbe mai stato identificato in quanto non era mai esistito e che erano stati loro due a fantasticare l’esistenza di tale soggetto, nell’occasione in cui si erano incontrati a Mestre, il 27 giugno 1995, dopo che TRAMONTE aveva reso il primo verbale alla PG delegata.

Il tema, dopo l’escussione di ZOTTO del 2 luglio 1999, è stato ulteriormente sviluppato da TRAMONTE nel corso della successiva escussione e del confronto (con ZOTTO) del 7 luglio 1999. L’argomento verrà analiticamente trattato in un apposito capitolo della presente memoria ma appare in questa sede utile evidenziare la particolare abilità e scaltrezza dimostrata da TRAMONTE.

Oggi, alla luce dei successivi sviluppi processuali e della diversa linea difensiva assunta da TRAMONTE, è assolutamente pacifico che LUIGI non è mai esistito. Nel giugno del 1999, al contrario, TRAMONTE spendeva le proprie energie per dimostrarne l’esistenza e per indirizzare le indagini in direzioni che non avrebbero potuto arrecare alcun danno né a lui, né ai veri ordinovisti “mestrini” coinvolti a pieno titolo negli eventi.

Colto qualche segno di cedimento nella tenuta dell’amico ZOTTO, che per mera compiacenza aveva assecondato le sue richieste e per primo aveva dato un nome al fantomatico “mestrino” di San Donà di Piave ed aveva riferito circostanze che riguardavano il predetto, ha giocato di anticipo ed è riuscito a gettare un’ombra di sospetto sull’amico, di modo da stemperare gli effetti negativi della ritrattazione.

 

 

 

 

 

3.2.32 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso al PM di Brescia il 07/07/1999

Il 7 luglio 1999 TRAMONTE, dopo avere avuto cognizione della parziale ritrattazione formulata da ZOTTO in occasione dell’escussione del 2 luglio 1999, ha richiamato le proprie anticipazioni del 21 giugno ed ha ribadito la propria versione dell’intera vicenda che coinvolgeva lo ZOTTO, mantenendo tale posizione anche in occasione del confronto con il predetto (in pari data).

 

 

 

 

 

3.2.33 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso al PM di Bologna il 29/02/2000

Dinanzi al PM di Bologna, che lo ha escusso il 29 febbraio 2000, a seguito di alcune confidenze che TRAMONTE, parlando con il Cap. GIRAUDO, aveva affermato di avere ricevuto da Giovanni MELIOLI, con riguardo alla strage di Bologna del 2 agosto 1980, il dichiarante ha ripercorso i passaggi più significativi delle proprie dichiarazioni, soffermandosi, in particolare, sulla figura di MELIOLI.

Anche in tale ricostruzione ha mantenuto fermo il proprio ruolo di “infiltrato”, per conto del fantomatico ALBERTO, nell’organizzazione terroristica che faceva capo a Carlo Maria MAGGI e a Gian Gastone ROMANI.

 

 

 

 

 

3.2.34 – I colloqui telefonici che TRAMONTE ha avuto con il Cap. GIRAUDO il 17 ed il 18/10/2000

Il 19 giugno 2000, a seguito dell’esito degli accertamenti svolti con riguardo al presunto incontro che TRAMONTE aveva dichiarato di avere avuto con il fantomatico ALBERTO il 30 settembre 1997, è stata disposta l’iscrizione del nominativo del predetto nel Registro degli indagati, per il reato di strage. L’iscrizione è stata disposta a far data dal 23 febbraio 2000, data di deposito della nota n. 1693/728 con la quale i Carabinieri del ROS di Roma avevano documentato la falsità di quanto TRAMONTE aveva dichiarato sull’incontro.

Il 17 ed il 18 ottobre 2000, nel corso di una serie di telefonate, TRAMONTE rappresentava al Cap. GIRAUDO la difficile situazione familiare nella quale si trovava a vivere e manifestava l’intenzione di allontanarsi dall’Italia.

 

 

 

 

 

3.2.35 – Il colloquio telefonico che TRAMONTE ha avuto con il Cap. GIRAUDO il 04/11/2000

TRAMONTE ha avuto notizia dell’iscrizione in occasione della notifica dell’informazione di garanzia disposta, in data 26 ottobre 2000, per potersi procedere, con le forme dell’incidente probatorio, all’escussione del collaboratore di giustizia Carlo DIGILIO, la cui richiesta è stata inoltrata al GIP di Brescia in data 25 ottobre 2000.

Il 4 novembre 2000 il Cap. GIRAUDO telefonava a TRAMONTE per concordare il luogo, la data e l’orario nel quale avrebbe provveduto a notificargli tre provvedimenti: l’informazione di garanzia per il reato di strage, emessa dalla Procura di Brescia il 25 ottobre 2000, la richiesta della Procura (anch’essa del 25 ottobre 2000) per procedere, con le forme dell’incidente probatorio, all’escussione del collaboratore di giustizia Carlo DIGILIO ed una convocazione a comparire dinanzi al PM di Milano.

Con riguardo all’informazione di garanzia, TRAMONTE riferiva che se la aspettava da tempo e che non aveva nulla di cui preoccuparsi in quanto non aveva “fatto niente” e non era stato “né promotore, né esecutore, né ... né ... come si dice ... eh ...promotore, esecutore, né ... quello che soffia ... nel discorso, cioè quello che dà le idee, eccetera”, aggiungendo che, “per quella roba lì”, lui aveva lavorato “per il capo... per il centro di Padova”.

I citati provvedimenti venivano notificati a TRAMONTE il 7 novembre 2000.

 

 

 

 

 

3.2.36 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso al PM di Milano il 09/11/2000

Dinanzi al PM di Milano, in occasione dell’interrogatorio del 9 novembre 2000, TRAMONTE chiedeva un differimento dell’atto, rappresentando che aveva recentemente appreso di essere indagato per la strage di Brescia. Affermava che era sua intenzione proseguire la collaborazione con l’AG ma che era preoccupato per la propria sicurezza ed era intenzionato ad accettare il programma di protezione che gli era stato proposto dalla Procura di Brescia, limitando anzi le proprie richieste al rilascio di un documento di copertura.

L’interrogatorio veniva rinviato al 28 novembre 2000.

 

 

 

 

 

3.2.37 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso al PM di Brescia il 22/11/2000

Per comprendere la portata ed il significato delle dichiarazioni che TRAMONTE ha reso al PM il 22 novembre 2000 è necessario tenere conto degli accadimenti di seguito specificati.

L’8 luglio 2000 la Procura di Brescia aveva chiesto al GIP di emettere una ordinanza di custodia cautelare, per il reato di strage, nei confronti di Maurizio TRAMONTE, di Delfo ZORZI e di Carlo Maria MAGGI. Il GIP, con provvedimento del 30 ottobre 2000 aveva respinto la richiesta. Avverso l’ordinanza del GIP, la Procura della Repubblica, il 9 novembre 2000, aveva proposto appello al Tribunale del Riesame di Brescia, depositando tutti gli atti del procedimento che erano stati trasmessi al GIP con la precedente richiesta.

Il Tribunale del Riesame, con provvedimento dell’11 novembre 2000, aveva fissato l’udienza del 27 novembre 2000 (per deliberare sull’appello proposto dal PM) disponendo il conseguente deposito di tutti gli atti.

Il 22 novembre 2000, nella veste di persona sottoposta ad indagine per il reato di strage, TRAMONTE (accompagnato dal proprio difensore) si è presentato spontaneamente al PM di Brescia, giustificando la propria iniziativa con i timori dovuti all’avvenuto deposito degli atti a seguito della presentazione dell’appello da parte della Procura di Brescia.

Ha rappresentato di avere risolto le proprie questioni economiche ed ha chiesto, a propria tutela, un documento provvisorio di copertura e la possibilità di essere eventualmente ospitato, in caso di necessità, presso una struttura protetta.

Si è dichiarato disponibile a riprendere la collaborazione con l’autorità giudiziaria onde dipanare ogni dubbio residuato dalle precedenti dichiarazioni, mostrandosi altresì disponibile a fornire ulteriori informazioni utili alla prosecuzione delle indagini.

 

 

 

 

 

3.2.37.1 – L’identificazione di ALBERTO nel dott. Lelio DI STASIO

Dopo avere precisato di avere in precedenza mentito solo in due occasioni – sull’episodio dell’incontro con ALBERTO del 30 settembre 1997 e su tutto ciò che riguardava il documento che gli avrebbe consentito di ricattare il predetto – ha indicato nel Vice Questore di Forlì Dott. Lelio DI STASIO il soggetto che fino a quel momento aveva indicato con lo pseudonimo di ALBERTO ed ha rappresentato di avere incontrato l’ultima volta il predetto a Forlì nell’autunno del 1993 o del 1994 dopo che la stampa aveva riportato la notizia dell’interrogatorio che aveva reso al GI di Brescia, nell’ambito dell’indagine bis sulla strage di piazza della Loggia (si tratta dell’interrogatorio dell’8 marzo 1993).

La richiesta di custodia cautelare ed il relativo appello, come è ricavabile dalle ordinanze del GIP e del Tribunale del Riesame, dedicavano ampio spazio alla falsità di quanto era stato riferito da TRAMONTE con riguardo al presunto incontro con ALBERTO del 30 settembre 1997 ed alla verosimile inesistenza dello stesso personaggio indicato con tale pseudonimo.

Tali elementi erano stati utilizzati sia con riferimento agli indizi di colpevolezza gravanti sull’indagato, sia con riguardo alle esigenze cautelari, per l’evidente pericolo di inquinamento che ne discendeva.

Da qui il tentativo di TRAMONTE di stemperare gli elementi dell’accusa, dando un volto al fantomatico ALBERTO (quello del dott. Lelio DI STASIO) e riproponendo il copione dell’incontro che questa volta veniva collocato a Forlì, qualche anno prima.

 

 

 

 

 

3.2.37.2 – L’identificazione di LUIGI in Maurizio ZOTTO

Nel medesimo interrogatorio e per le medesime finalità, TRAMONTE rivelava altresì l’identità del soggetto indicato con lo pseudonimo di LUIGI, affermando che il predetto si identificava in Maurizio ZOTTO. Sosteneva di avere, fino a quel momento, tutelato l’identità del predetto in quanto coinvolto nella vicenda con un ruolo marginale.

 

 

 

 

 

3.2.38 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso al PM di Milano il 28/11/2000

Con l’interrogatorio reso al PM di Milano il 28 novembre 2000, TRAMONTE ha confermato i precedenti verbali con le precisazioni che aveva fornito al PM di Brescia il 22 novembre e cioè l’identificazione di ALBERTO (nel dott. DI STASIO) e di LUIGI (in Maurizio ZOTTO).

In particolare sono stati ripercorsi e confermati i contenuti dei verbali del 15 maggio 1997, dell’11 giugno 1997 e del 12 giugno 1997 nelle parti che, in modo più specifico, riguardavano le vicende e gli attentati del 1969.

 

 

 

 

 

3.2.39 – Il colloquio telefonico che TRAMONTE ha avuto con il Cap. GIRAUDO l’01/12/2000

L’1 dicembre 2000 è la data di deposito dell’ordinanza n. 902/00 Mod. 17 con la quale il Tribunale del Riesame, in riforma dell’ordinanza emessa il 30 ottobre 2000 dal GIP di Brescia, ha disposto l’applicazione, nei confronti di Maurizio TRAMONTE, della misura cautelare della custodia in carcere, per la durata di sei mesi, per il reato di strage.

Nel corso di un colloquio telefonico delle ore 17.31 dell’1 dicembre 2000, TRAMONTE, dopo avere riferito al Cap. GIRAUDO che la madre era stata ricoverata in ospedale e che le era stato diagnosticato un tumore al cervello, ha espresso alcune considerazioni circa la decisione che era stata assunta dal Tribunale del Riesame, affermando che non aveva motivi di rancore né verso l’ufficiale né verso i magistrati e sostenendo che avrebbe meritato l’ergastolo per il tempo ed il denaro che aveva fatto perdere per l’identificazione di ALBERTO. Prospettava altresì all’ufficiale la necessità di incontrarlo, prima che ZOTTO fosse interrogato, in quanto intendeva renderlo partecipe di alcune incongruenze che aveva notato nelle dichiarazioni del predetto.

Anche in questo particolare momento TRAMONTE cercava dunque di accreditarsi quale fedele collaboratore.

 

 

 

 

 

3.2.40 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso al PM di Brescia il 19/12/2000

A due giorni dall’udienza del 21 dicembre 2000 che era stata fissata dalla Corte di Assise di Milano (nell’ambito del dibattimento relativo alla strage di piazza Fontana), per l’audizione di TRAMONTE, l’indagato si è presentato spontaneamente al PM di Brescia per chiedere che venisse disposta una vigilanza continua dei Carabinieri nei confronti della figlia della convivente che, a suo giudizio, in vista dell’esame dibattimentale di Milano, era esposta a pericolo per la sua incolumità.

 

 

 

 

 

3.2.41 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso alla Corte d’Assise di Milano il 21/12/2000

All’udienza della Corte d’Assise di Milano del 21 dicembre 2000 TRAMONTE è stato interrogato quale indagato in procedimento connesso. Il verbale, oltre che nei confronti di TRAMONTE, è pienamente utilizzabile nei confronti di Carlo Maria MAGGI e di Delfo ZORZI, che erano parti in causa, e nei confronti di Pino RAUTI, che ha fornito il proprio consenso.

Anche in tale occasione, per la prima volta nel contraddittorio delle varie parti processuali, TRAMONTE ha ripercorso e confermato le dichiarazioni precedentemente rese a far data dal momento in cui, all’età di 16 anni, sarebbe entrato in contatto con il funzionario del Ministero dell’Interno (ALBERTO alias il dott. DI STASIO) che lo avrebbe indotto ad avvicinarsi e ad “infiltrarsi” nell’estrema destra ed in particolare in ORDINE NUOVO.

Ha così parlato dei suoi rapporti con il fantomatico ALBERTO, dei primi contatti con Massimiliano FACHINI, della riunione a Roma del gennaio 1969, della partecipazione ai corsi di formazione ai lidi ferraresi, della attività di schedatura della sinistra, degli attentati della primavera del 1969, dei progetti che miravano alla realizzazione di un colpo di stato, degli attentati ai treni dell’agosto del 1969 e della programmazione e realizzazione degli attentati di Milano e Roma del 12 dicembre 1969.

Tutte le notizie sopra richiamate, a suo dire, erano state raccolte nell’ambito del rapporto collaborativo che si era instaurato con ALBERTO ed erano state portate a conoscenza di quest’ultimo.

Nel corso dell’atto TRAMONTE ha ribadito che ALBERTO si identificava nel dott. Lelio DI STASIO che, da ultimo, aveva prestato servizio presso la Questura di Forlì. Ha sostenuto di avere a lungo negato di conoscerne l’effettiva identità in quanto non se la sentiva di “bruciarlo” e di avere sempre sperato che lui stesso si facesse avanti o che la PG riuscisse ad identificarlo fino a quando, resosi conto che si trattava dell’unica persona che avrebbe avuto interesse a fargli del male, in quanto non ne aveva ancora rivelato l’identità, aveva deciso di comunicare il suo nome alla Procura di Brescia.

Veniva quindi sottoposto al TRAMONTE l’appunto allegato alla nota n. 4873 dell’8 luglio 1974 del Centro CS del SID di Padova. Il dichiarante ha ribadito le informazioni precedentemente rese ed ha confermato di avere frequentato, in più occasioni, sempre nella sua veste di “infiltrato” nella cellula eversiva, l’abitazione che Gian Gastone ROMANI (“ideologo” del gruppo) aveva ad Abano Terme.

A questo punto dell’interrogatorio TRAMONTE ha introdotto un importante elemento di novità sostenendo, in aperta contraddizione con quanto aveva dichiarato a Brescia il 22 novembre 2000, che dei due cosiddetti “mestrini” (che facevano parte della cellula di Carlo Maria MAGGI) uno era di Mestre o di San Donà di Piave e l’altro era Maurizio ZOTTO, suo compaesano di Lozzo Atestino. Il primo si faceva chiamare LUIGI mentre ZOTTO si faceva chiamare GIGI. Entrambi, quando MAGGI si recava a Padova, svolgevano l’attività di guardie del corpo del predetto.

Nel giro di un mese, dunque, il mitico LUIGI è tornato ad essere un illustre sconosciuto, verosimilmente di San Donà di Piave (o comunque con l’accento di San Donà di Piave, come aveva dichiarato fin dal verbale del 27 giugno 1995) e i due “mestrini” del gruppo di MAGGI, di fatto, sono tornati a scomparire nel nulla.

Va subito detto che il binomio GIGI/LUIGI non è frutto delle difficoltà e dello stress che TRAMONTE può essersi trovato ad affrontare in occasione del primo interrogatorio reso nel contraddittorio delle parti, dinanzi ad una Corte di Assise, a Milano. Esso, infatti, trova la propria anticipazione in un manoscritto di 18 facciate che è stato sequestrato a TRAMONTE in occasione dell’arresto del 3 luglio 2001 e che, come l’indagato ha spiegato in occasione dell’interrogatorio del 24 settembre 2001, era stato dal medesimo predisposto proprio per prepararsi all’esame dibattimentale.

Nell’elencare le persone che aveva conosciuto nell’ambiente di ORDINE NUOVO, TRAMONTE aveva infatti annotato “... Maurizio ZOTTO (LUIGI) LUIGI (GIGI) di San Donà, conosciuti anche come <i LUIGI mestrini> ...”. Dal manoscritto si ricava dunque che TRAMONTE, già prima di presentarsi in aula a rendere le proprie dichiarazioni, aveva deciso di tornare sui propri passi e di sdoppiare la figura di LUIGI in due distinti soggetti: LUIGI e GIGI, in tal modo ritrattando le pesanti responsabilità che aveva attribuito all’amico ZOTTO nell’occasione in cui, con l’interrogatorio del 22 novembre 2000, lo aveva identificato con il fantomatico LUIGI di San Donà di Piave.

L’ultimo argomento trattato nel corso dell’esame del PM è quello relativo al campo di LASTEBASSE del settembre 1970. Sul punto TRAMONTE ha precisato che gli istruttori di nazionalità straniera, presenti al campo, erano persone diverse dai due membri dell’AGINTER PRESSE che, accompagnati da FACHINI, si erano recati sul luogo per verificare il livello di preparazione dei partecipanti e se ne erano andati esprimendo valutazioni negative.

Su sollecitazione della Difesa di Parte Civile è stato poi affrontato il tema del presunto incontro che a lungo aveva sostenuto di avere avuto con ALBERTO a Roma il 30 settembre 1997. TRAMONTE ha ammesso di avere riferito, sul punto, circostanze non veritiere, spiegando che all’epoca stava vivendo delle situazioni “personali molto pesanti”, che era “un po’ fuori di testa” e che non sapeva se avrebbe potuto continuare la collaborazione con la Procura di Brescia.

Sempre sul tema dei due “mestrini”, cambiando nuovamente versione, ha affermato che uno dei due era lui stesso (l’altro era LUIGI). In tale contesto ha spiegato che nel parlare con il M.llo FELLI del Centro CS del SID di Padova, anche nelle occasioni in cui forniva particolari che solo una persona presente ai fatti narrati poteva conoscere, non diceva mai di avere una diretta conoscenza degli eventi che costituivano oggetto delle sue informazioni. Lo stesso M.llo FELLI, forse per non metterlo in difficoltà, non gli chiedeva mai di specificare se lui fosse stato presente alle vicende narrate.

Con il Cap. GIRAUDO le cose erano andate diversamente: l’ufficiale aveva immediatamente capito, dalla lettura dell’appunto del SID, che uno dei due era proprio lui e lui aveva ammesso la presenza sua e quella di LUIGI, omettendo di riferire che anche ZOTTO era stato presente. La circostanza è particolarmente significativa in quanto l’appunto di cui si stava parlando, l’unico che, fino a quel momento era stato preso in considerazione, era quello allegato alla nota n. 4873 dell’8 luglio 1974, ove si parla della famosa riunione che si svolse il 25 maggio 1974 presso l’abitazione di Gian Gastone ROMANI.

Sollecitato sul tema del confronto con Maurizio ZOTTO del 7 luglio 1999, TRAMONTE ha continuato a negare di avere indotto ZOTTO a confermare la falsa versione dei fatti relativa alla fantomatica figura di LUIGI ed ha sostenuto che era stato proprio ZOTTO a rammentargli l’utilizzo dei due pseudonimi di LUIGI e di GIGI.

Sempre su richiesta della Difesa di Parte Civile, TRAMONTE ha confermato gli argomenti relativi alla riunione del 1971 presso la villa sul lago di Garda (ed alle confidenze che, nell’occasione, aveva ricevuto da Carlo Maria MAGGI), nonché al ruolo che Delfo ZORZI aveva svolto, nel maggio 1974, facendo giungere ad Abano i tecnici dell’AGINTER PRESSE che si erano occupati dei problemi che erano sorti con gli esplosivi.

Nel confermare la falsità di quanto aveva dichiarato con riguardo al possesso del documento che lo avrebbe messo al riparo da eventuali iniziative di ALBERTO (la cosiddetta “assicurazione sulla vita”), TRAMONTE, rispondendo alle domande della Difesa di Delfo ZORZI, ha spiegato che gli era stata proposta la protezione quale collaboratore di giustizia ma che lui non voleva diventare collaboratore e che si era inventato di avere la disponibilità del documento per giustificare la sua tranquillità ed il suo rifiuto del programma di protezione (“... mi era stata proposta, io penso, la protezione come collaboratore di giustizia e non volevo diventare collaboratore di giustizia, tant’è che dopo ho rifiutato; allora io dico sono tranquillo lo stesso perché ci ho questa copia” ed ancora “... ho detto che mi sentivo comunque tranquillo perché avevo questo documento e quindi non volevo essere sottoposto al programma di protezione”).

Alle insistenze del difensore, che gli contestava che le esorbitanti richieste economiche prospettate ai competenti organi del Ministero dell’Interno (l’iniziale richiesta finalizzata ad ottenere 2 miliardi di fideiussione e la successiva richiesta di un contributo cash di 300/400 milioni) erano indicative di una effettiva volontà di essere sottoposto al programma di protezione, TRAMONTE replicava che in realtà, quando aveva parlato con il Direttore del Servizio Centrale di Protezione gli era stato spiegato che richieste del genere non sarebbero mai state accolte.

Questa risposta è di estremo interesse in quanto consente di escludere che gli atteggiamenti processuali che TRAMONTE ha via via assunto siano stati condizionati dalla speranza di ottenere i rilevanti contributi economici richiesti.

Ancora sul tema di LUIGI e di GIGI, TRAMONTE ha ulteriormente ribadito:

“Maurizio ZOTTO aveva un nome di battaglia che si chiama GIGI. Poi c'era questo LUIGI che è di Mestre o di San Donà, tant'è che dico che MAGGI porta dentro la cellula i <<mestrini>> perché così erano conosciuti, i <<mestrini>> erano sempre insieme con MAGGI e gli facevano da scorta, eccetera. I <<mestrini>> sono LUIGI e Maurizio ZOTTO che si faceva chiamare GIGI. A Brescia ci sono tre persone, ci sono io con la mia macchina con Maurizio ZOTTO, GIGI, e c'è LUIGI col suo 1500. Finito tutto ce ne torniamo a casa io con la mia 126, carico le armi o la scatola nella loro 1500 e ce ne andiamo via”.

Significative sono anche le ulteriori precisazioni fornite con riguardo al tipo di rapporto che si era instaurato con il M.llo FELLI: “... io ero infiltrato, dovevo prima tutelare me stesso. Quindi, quando parlavo a FELLI ed era così convenuto, parlavo sempre come fossi una terza persona, non del gruppo, perché nel gruppo io sarei morto come sono morti tanti altri” ed ancora “io mi mettevo come fossi un terzo ...

Cioè, lì se io avessi detto delle cose chiare chiare io avevo paura anche di morire ..., cioè là non si sapeva mica come andava. Mentre riferendolo da terzo quello che aveva saputo da questa riunione, come fossi una terza persona, come quando FACHINI mi raccontava le cose, cioè io ero terzo rispetto a FACHINI quindi raccontavo da terzo le cose al FELLI perché comunque avevo paura; perché nel mio gruppo non è che eravamo 500, 7 o 8 eravamo”.

 

 

 

 

 

3.2.42 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso al PM di Brescia il 10/04/2001

Il 10 aprile 2001, nelle more della decisione della Corte di Cassazione in ordine al ricorso che la Difesa di Maurizio TRAMONTE aveva presentato avverso l’ordinanza n. 902/00 mod. 17 dell’1 dicembre 2000, con la quale il Tribunale del Riesame di Brescia aveva disposto l’applicazione, nei confronti dell’indagato, della misura cautelare della custodia in carcere, TRAMONTE si è avvalso della facoltà di non rispondere.

 

 

 

 

 

3.2.43 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso al GIP di Brescia il 06/07/2001

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 34534 del 2 luglio 2001 (133), ha respinto il ricorso che era stato presentato nell’interesse di TRAMONTE ed il 3 luglio 2001 la PG ha proceduto all’arresto dell’indagato, in esecuzione dell’ordinanza n. 902/00 mod. 17 con la quale il Tribunale del Riesame di Brescia, in pari data, aveva annotato sull’ordinanza dell’1 dicembre 2000 l’esito della decisione della Corte di Cassazione e l’intervenuta definitività della misura cautelare.

In occasione dell’interrogatorio di garanzia del 6 luglio 2001, dinanzi al GIP di Brescia, TRAMONTE si è nuovamente avvalso della facoltà di non rispondere.

 

 

 

 

 

3.2.44 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso al PM di Brescia il 13/08/2001

Analogo atteggiamento veniva assunto in occasione dell’interrogatorio del 13 agosto 2001. Nel corso dell’atto TRAMONTE ha spiegato che avrebbe mantenuto ferma tale scelta per tutto il periodo della detenzione per non dare l’impressione di voler “barattare” la propria libertà con le sue dichiarazioni. Allo stesso modo si era comportato dal gennaio 2001 (data del ricorso presentato avverso l’ordinanza del Tribunale del Riesame) alla data del suo arresto.

Nel merito, con riferimento all’esito della consulenza del Prof. Luigi CAPASSO, che individuava una compatibilità tra l’immagine dell’indagato ed il volto di un giovane fotografato in piazza della Loggia la mattina della strage, affermava di avere trascorso la giornata del 28 maggio 1974 al lavoro, presso la ditta ACRILGRAPH di Limena e che la circostanza era facilmente e documentalmente riscontrabile in quanto si trattava di una regolare assunzione.

 

 

 

 

 

3.2.45 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso al PM di Brescia il 20/09/2001

In occasione dell’interrogatorio del 20 settembre 2001, in stato di detenzione, TRAMONTE ha accettato di rispondere ed ha preliminarmente consegnato due manoscritti, che sono stati allegati al verbale.

Con tali manoscritti, dopo una sorta di autocritica per avere in precedenza taciuto i nomi di ALBERTO e di LUIGI ed avere fornito false indicazioni sull’incontro del 30 settembre 1997, ha chiesto di essere rimesso in libertà e si è reso disponibile ad affrontare una serie di argomenti (appositamente elencati nel secondo documento).

La reticenza su ALBERTO ed il falso episodio del 30 settembre 1997 sono stati spiegati con la paura che l’indagato sosteneva di nutrire nei confronti del dott. DI STASIO, indicato quale appartenente alle istituzioni deviate dello Stato e con l’esigenza di poter fornire una più aggiornata descrizione del personaggio, asseritamente incontrato a Forlì nel 1993 o 1994, per consentirne l’identificazione.

Le reticenze sui LUIGI sono state motivate con la volontà di tutelare Maurizio ZOTTO che, quale appartenente alla massoneria, avrebbe potuto costituire un pericolo per la madre e le sorelle del dichiarante, residenti nel medesimo centro urbano dello ZOTTO.

Dopo essere stato invitato a riflettere sull’eventuale falsità delle accuse formulate nei precedenti verbali, ha confermato tutte le dichiarazioni precedentemente rese (anche quelle fornite nella veste di persona informata sui fatti) ed ha rappresentato l’esigenza di fornire alcune precisazioni su due soli punti: sulla figura di LUIGI e sul ruolo svolto dal M.llo FELLI del SID di Padova.

Con riguardo al primo punto ha sostenuto che il nome di LUIGI era stato “coniato” da ZOTTO in occasione dell’escussione dei Carabinieri del ROS e che il soggetto in questione, era da identificarsi in Fiorenzo ZANCHETTA di Lozzo Atestino. Ha quindi ripercorso i vari episodi, di cui già aveva riferito a verbale, inserendo la figura di ZANCHETTA in tutte le situazioni nelle quali aveva collocato il fantomatico LUIGI (con particolare riferimento alle varie riunioni e ai due viaggi a Brescia del 16 e del 23 giugno 1974, di cui agli appunti del SID).

In tale contesto ha comunque ribadito e riaffermato la sua presenza alla riunione che si era svolta il 25 maggio a casa di ROMANI precisando che in tale riunione, di natura operativa, doveva essere fatto “il punto della situazione nell’imminenza dell’attentato”.

Con riguardo al secondo punto ha affermato di avere informato il M.llo FELLI del fatto che l’attentato era stato programmato a Brescia per il 28 maggio 1974, subito dopo la riunione del 25 maggio. Si tratta dunque di un nuovo tentativo di estendere al M.lli FELLI il ruolo di ombrello protettivo che, inizialmente, era stato riservato al solo ALBERTO. Nella fase in cui la figura di ALBERTO diveniva sempre più evanescente, agli occhi dell’AG procedente, si rendeva sempre più necessario, per TRAMONTE, che vi fosse un altro soggetto in grado di frapporsi tra l’indagato e le proprie responsabilità.

 

 

 

 

 

3.2.46 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso al PM di Brescia il 24/09/2001

Il 24 settembre 2001 è stato sottoposto a TRAMONTE uno schizzo che era stato sequestrato al predetto in occasione dell’arresto del 3 luglio 2001. Il documento reca l’annotazione manoscritta dei nomi di ZORZI, di DELFINO e di RAUTI, nonché la parola GENOVESE, collegata al nome di DELFINO con una freccia.

TRAMONTE ha spiegato di avere redatto lo schizzo nel periodo in cui si stava preparando per l’escussione in Corte di Assise a Milano ed ha riferito che ZORZI, in occasione della prime delle due riunioni successive alla strage di Brescia, presso la libreria EZZELINO, aveva fatto il nome del GENOVESE (che poteva essere un ufficiale dei Carabinieri) tra quelli delle persone che erano al corrente del coinvolgimento di MELIOLI nella strage e quale soggetto che, in ipotesi, avrebbe potuto informare i Carabinieri dell’imminente esplosione, tanto da determinarne lo spostamento, vanificandone in tal modo l’obiettivo.

In occasione di quella riunione, dei primi giorni del giugno 1974, MAGGI aveva riferito che era proprio DELFINO l’ufficiale dei Carabinieri che si era incontrato con Davide RIELLO a Colombare di Sirmione, tra il 16 ed il 18 maggio 1974 (136) ed aveva in tal modo svelato le responsabilità dell’ufficiale.

Sollecitato a fornire chiarimenti e spiegazioni tra quanto sopra riportato e l’episodio relativo al viaggio a Brescia del 16 giugno 1974, il cui scopo sarebbe stato quello di verificare la “tenuta” di BUZZI che, parlando con ZORZI, aveva manifestato segni di cedimento e di preoccupazione, l’indagato ha affermato che MELIOLI, “evidentemente”, non era presente nel momento in cui MAGGI aveva svelato il coinvolgimento di DELFINO.

Un nuovo tentativo di fare chiarezza su come si fosse svolto l’incontro che TRAMONTE aveva avuto con ZOTTO il 27 giugno 1995 (dopo l’escussione da parte della PG delegata) e sugli accordi che, nell’occasione, erano intercorsi tra i due, circa la figura del fantomatico LUIGI, non portava ad alcun risultato positivo. TRAMONTE ha ribadito che era stato ZOTTO ad inventarsi lo pseudonimo di LUIGI, ha negato qualunque accordo mirante ad una falsa rappresentazione della realtà ed ha fornito nuovi dettagli relativi al ruolo che ZOTTO e Fiorenzo ZANCHETTA avrebbero avuto all’interno della cellula eversiva.

Nel corso dell’esame veniva poi affrontato ed ampliato il tema delle riunioni di cui TRAMONTE aveva avuto notizia. L’indagato ha riferito di una nuova riunione che si era svolta, nell’autunno del 1971, in una villa sul lago di Garda, tra Peschiera e Bardolino (sostenendo di averne informato ALBERTO) ed ha fatto cenno ad una ulteriore riunione svoltasi nel giugno/luglio del 1974, sulla sponda veronese del lago.

 

 

 

 

 

3.2.47 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso al PM di Brescia il 28/09/2001

Nuovi particolari a conferma del rapporto intercorso con il dott. DI STASIO (il fantomatico ALBERTO del quale era stata rivelata l’identità nell’interrogatorio del 22 novembre 2000), sono stati forniti con l’interrogatorio del 28 settembre 2001.

Sono stati così acquisiti nuovi elementi che avrebbero dovuto consentire di riscontrare l’incontro che TRAMONTE sosteneva di avere avuto con DI STASIO a Forlì, nel 1993 o nel 1994. E’ questa la fase nella quale TRAMONTE, ha cercato di sostituire il falso incontro di Roma del 30 settembre 1997 con l’altrettanto falso incontro che si sarebbe svolto a Forlì, qualche anno prima.

Lo scopo di questo ulteriore tentativo, come sempre, è quello di dare un sostegno alla falsa rappresentazione di un TRAMONTE “infiltrato” nella struttura eversiva della quale, in realtà, a pieno titolo aveva fatto parte.

Sulla stessa scia sono stati forniti nuovi spunti di investigazione (con tanto di produzioni documentali) in ordine ad un intervento del fantomatico ALBERTO che avrebbe consentito al dichiarante di essere dichiarato inidoneo al servizio di leva.

Nell’occasione TRAMONTE ha anche prodotto un foglio manoscritto con il quale ha descritto la genesi dei suoi rapporti con il dott. DI STASIO e con il M.llo FELLI.

E’ stato poi affrontato il tema dell’alibi che TRAMONTE aveva fornito, per il giorno della strage, nell’interrogatorio del 13 agosto 2001 e sono state contestate all’indagato le emergenze documentali che smentiscono la sua presenza presso la ACILGRAPH di Limena per tutto il mese di maggio del 1974. TRAMONTE ha ribadito ed ulteriormente articolato le proprie dichiarazioni, pur ammettendo di non essere in grado di indicare il nominativo di una sola persona in grado di confermare la sua presenza in ditta in epoca antecedente alla formale assunzione del 4 giugno 1974.

 

 

 

 

 

3.2.48 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso al PM di Brescia il 02/10/2001

Con l’interrogatorio del 2 ottobre 2001 è stato ripreso il tema della riunione che si era svolta sul lago di Garda nel giugno/luglio del 1974, riunione di cui era stato fatto cenno nell’interrogatorio del 24 settembre.

Dalla riunione, secondo il racconto dell’indagato, sarebbe scaturito l’incarico, conferito a Gian Gastone ROMANI, di recarsi a Roma per discutere con l’on. Pino RAUTI gli sviluppi della situazione, dopo l’attentato di Brescia. Si tratta, in sostanza, di una riunione che avrebbe preceduto gli eventi di cui vi è ampia traccia negli appunti allegati alle note del SID di Padova n. 4873 dell’8 luglio 1974 (punto 13) e n. 5277 del 24 luglio 1974.

Anche in questo caso l’episodio è stato coniugato con la figura di ALBERTO che avrebbe stimolato TRAMONTE ad approfondire ulteriormente l’argomento con ROMANI. Quest’ultimo, alle richieste di TRAMONTE, avrebbe spiegato che l’originario programma di attentati che, in vista di un colpo di stato da realizzarsi nell’estate del 1974, avrebbero dovuto seguire la strage di Brescia, non era stato coltivato per la defezione di alcuni ufficiali dei Carabinieri che avevano revocato il loro appoggio al progettato golpe.

Sono stati poi confermati gli incontri tra RIELLO ed il Cap. DELFINO (di cui al verbale del 21 giugno 1999) ed è stato precisato che il presunto viaggio di addestramento in Sardegna si era svolto nell’autunno del 1972 e non nell’autunno del 1974.

 

 

 

 

 

3.2.49 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso al PM di Brescia il 12/10/2001

A far data dal 12 ottobre 2001 e dunque nel periodo in cui TRAMONTE si trovava ancora sottoposto alla misura della custodia cautelare in carcere, quale indagato per il reato di strage, si è dato corso ad una serie di interrogatori, ravvicinati nel tempo, in occasione dei quali sono state prese in esame tutte le dichiarazioni che l’indagato aveva precedentemente reso, sia nella veste di persona informata sui fatti che in quella di indagato in procedimento connesso e/o collegato e di indagato nel presente procedimento.

Il Tribunale del Riesame di Brescia (con provvedimento confermato dalla Corte di Cassazione) aveva emesso la misura della custodia cautelare in carcere, nei confronti di TRAMONTE, a seguito delle attività di inquinamento probatorio che il medesimo aveva posto in essere fin da quando, nel 1995, era stato escusso in qualità di persona informata sui fatti.

Il tema specifico dell’inquinamento probatorio era quello relativo alla figura del fantomatico LUIGI. Non meno rilevante, come riconosciuto dal GIP di Brescia con l’ordinanza di rinnovazione della custodia cautelare in carcere per ulteriori sei mesi e con la successiva ordinanza di diniego di revoca della misura, provvedimenti entrambi confermati dal Tribunale del Riesame di Brescia, era l’altra faccia del macroscopico inquinamento probatorio realizzato da TRAMONTE, quello relativo alla figura dell’altrettanto fantomatico ALBERTO.

Si rendeva dunque necessario ripercorrere l’intero panorama delle dichiarazioni fornite per mettere l’indagato nelle condizioni di poter fare chiarezza sulla posizione propria e su quella delle persone coinvolte dalle sue dichiarazioni.

A tal fine si è provveduto ad accorpare le singole dichiarazioni fornite, nel tempo, sui vari argomenti trattati che sono stati sottoposti all’indagato in una progressione che teneva conto, tendenzialmente, della cronologia degli eventi.

Nel lungo interrogatorio del 12 ottobre 2001 (durato dalle 15.05 alle 21.00) sono stati così ripresi in esame i temi dell'inserimento nell'ambiente politico, risalente al 1966; della presunta conoscenza con il fantomatico ALBERTO, risalente al 1968; dell'attività prodromica alla cosiddetta “infiltrazione” in ORDINE NUOVO, con l’elenco delle varie vicende, anche delittuose, che lo avevano visto operare al fianco di Massimiliano FACHINI, di Giovanni MELIOLI, di Fiorenzo ZANCHETTA e di altri soggetti nominati nel corso dei vari interrogatori; della riunione a Roma del gennaio 1969; dei corsi di formazione ai lidi ferraresi ed in Portogallo, nella primavera del 1969; della cosiddetta attività di schedatura della sinistra; dell'attentato al Rettorato di Padova dell’aprile 1969; della programmazione degli attentati di Milano della primavera del 1969; della riunione a Roma del giugno 1969; degli attentati ai treni dell'agosto 1969; della programmazione e realizzazione degli attentati del dicembre 1969.

L’indagato ha ribadito le dichiarazioni precedentemente rese fornendo, in alcuni casi, qualche marginale precisazione. In particolare ha spiegato le ragioni di cautela che lo avevano inizialmente indotto a non fare i nomi di Guido GIANNETTINI e dell’on. Pino RAUTI.

Sollecitato sulla circostanza che ALBERTO, pur tempestivamente informato sulla attuazione del progetto eversivo che si andava via via realizzando, non era mai intervenuto per impedire la realizzazione di attentati, ha ribadito di non essere stato informato preventivamente dei morti che l’attentato di Milano avrebbe provocato e che, comunque, a dire di ALBERTO, il Ministero dell’Interno “era favorevole al crearsi di quella situazione di tensione cui quegli stessi attentati erano diretti”, nel senso che vi sarebbe stata una “sostanziale convergenza di interessi” tra il Ministero ed ORDINE NUOVO.

La tardività delle dichiarazioni che coinvolgevano Fiorenzo ed Ariosto ZANCHETTA negli eventi narrati è stata spiegata con l’originaria volontà di evitare un coinvolgimento giudiziario dei medesimi.

 

 

 

 

 

3.2.50 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso al PM di Brescia il 15/10/2001

Nel successivo interrogatorio del 15 ottobre 2001 (durato dalle 15.00 alle 20.30) è stato completato l’esame delle dichiarazioni che TRAMONTE aveva reso con riguardo agli attentati del 12 dicembre 1969, con particolare riferimento al ruolo svolto da Carlo Maria MAGGI. Sono state poi esaminate le dichiarazioni relative alla morte di Alberto MURARO, ai rapporti intercorsi con ALBERTO nella primavera del 1970 ed al campo di Folgaria del settembre 1970.

Anche in questo caso l’indagato ha confermato ed ulteriormente specificato il contenuto dei precedenti verbali.

Significativa appare la precisazione che è stata fornita con riguardo al commento di ALBERTO in ordine alla sostanziale convergenza di interessi tra il Ministero ed ORDINE NUOVO ed al mancato intervento dello Stato per impedire il realizzarsi della strage. Con il presente interrogatorio, infatti, TRAMONTE ha precisato che tale commento non era stato fatto nel periodo successivo alla strage di Milano del 1969 ma in quello successivo alla strage di Brescia del 1974.

Tale rettifica è coerente con un aggiustamento difensivo che tende a mitigare la valenza autoaccusatoria delle originarie dichiarazioni. Se ALBERTO avesse sostenuto, fin dai primi mesi del 1970, che lo Stato, o meglio le istituzioni deviate dello Stato, non avevano alcun interesse ad impedire le stragi, sarebbe venuta meno la copertura giudiziaria che, per TRAMONTE, era rappresentata proprio dall’avere asseritamente agito nell’erroneo convincimento che il fantomatico funzionario del Ministero sarebbe tempestivamente intervenuto per impedire la realizzazione dell’evento.

Questo passaggio, ancora una volta, dimostra l’estrema attenzione ed anche l’abilità e la grande lucidità con cui TRAMONTE si è sempre difeso. Giova peraltro ricordare che anche nel “memoriale” che gli era stato sequestrato in occasione dell’arresto del 3 luglio 2001 e che era stato predisposto per l’interrogatorio della Corte di Assise di Milano del 21 dicembre 2000, TRAMONTE aveva annotato che il predetto discorso di ALBERTO era da collocarsi agli inizi del 1970 ed era riferibile alla strage di Milano. In occasione dell’ultimo interrogatorio citato, infatti, TRAMONTE aveva utilizzato l’argomento per fornire spiegazione delle ragioni per le quali lo zio, intorno alla primavera del 1970, gli aveva svelato l’effettiva identità di ALBERTO: “è venuto su lo zio di mia madre, ci siamo incontrati e dico: <ma questo non ha fatto niente per bloccare tutti questi attentati eccetera, non vorrei rimanere io col cerino in mano>, allora mio zio davanti a lui dice: <E' un funzionario come me e si chiama Lelio DI STASIO>. Davanti a lui l'ha detto”.

Nel corso dell’interrogatorio del 15 ottobre 2001, come si è detto, l’intera situazione è stata posticipata di circa quattro anni e l’indagato, in un primo momento, ha perfino cercato di prendere le distanze dal significato, peraltro univoco, dell’espressione “non vorrei rimanere io col cerino in mano”, negando di avere inteso riferirsi al pericolo di essere inquisito: “quanto al pericolo di rimanere <col cerino in mano> non intendevo alludere al pericolo di essere inquisito dalle Istituzioni. Sia ALBERTO che mio zio ben sapevano che le attività da me svolte erano svolte in qualità di <infiltrato> per finalità istituzionali” ed ammettendone il significato solo in un secondo momento: “in effetti quando nel fornire la risposta all’avv. PECORELLA ho fatto riferimento al pericolo di rimanere <col cerino in mano> intendevo proprio alludere alla possibilità di essere arrestato o di dover comunque giustificare con un Magistrato la mia appartenenza al gruppo di FACHINI”.

Sul campo di LASTEBASSE ha prodotto un suo manoscritto con il quale ha precisato che il campo era finalizzato alla preparazione dei soggetti che avrebbero dovuto prendere parte ad una rissa da organizzarsi presso la Facoltà di Sociologia di Trento ed ha ribadito, in linea con quanto aveva affermato in occasione dell’interrogatorio del 21 dicembre 2000, che i due stranieri presenti al campo, in veste di istruttori, erano persone diverse dai due rappresentanti dell’AGINTER PRESSE che avevano fatto visita al campo, fermandosi solo per poche ore.

 

 

 

 

 

3.2.51 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso al PM di Brescia il 17/10/2001

Con l’interrogatorio del 17 ottobre 2001 (durato dalle 14.50 alle 21.30), è stato completato l’esame delle dichiarazioni relative al campo di Folgaria del settembre 1970 e sono stati affrontati gli argomenti relativi alle riunioni che si erano svolte a Padova, a Roma e nella villa sul Lago di Garda, fino all’inizio del 1971, argomenti sui quali non sono stati fornite novità di rilievo.

Successivamente è stato ripreso in esame lo spinoso tema che coinvolge la figura di LUIGI ed in particolare è stato sottoposto all’indagato il contenuto dell’interrogatorio della Corte di Assise di Milano del 21 dicembre 2000, occasione in cui la figura del fantomatico LUIGI (da identificarsi, secondo le indicazioni fornite al PM di Brescia nell’interrogatorio del 22 novembre 2000, in Maurizio ZOTTO) si sdoppia, sorprendentemente, in due distinti soggetti: LUIGI (che torna ad essere l’inafferrabile figura, originaria di Mestre o di San Donà di Piave) e GIGI (da identificarsi, questo sì, in Maurizio ZOTTO).

Nel tentativo di fornire una spiegazione ragionevole di quanto aveva sostenuto, TRAMONTE ha spiegato che anche Ariosto e Fiorenzo ZANCHETTA avevano partecipato alle riunioni che si erano svolte nel maggio del 1974 (con chiaro riferimento alle riunioni svoltesi ad Abano, presso l’abitazione di Gian Gastone ROMANI) e che in occasione dell’interrogatorio del 21 dicembre 2000, proprio per non svelare il ruolo degli ZANCHETTA, si era trovato nella “necessità di inventare il nome di <GIGI>, per attribuire questo pseudonimo allo ZOTTO e poter continuare ad utilizzare il nome di <LUIGI> con riferimento alla figura di ZANCHETTA Fiorenzo”.

In realtà, come si è sopra rappresentato, il binomio GIGI/LUIGI non nasce affatto da estemporanee esigenze dibattimentali ma trova fondamento nelle scelte che TRAMONTE ha pianificato a tavolino, in tutta tranquillità, nel corso della redazione del promemoria che gli è stato sequestrato in occasione del successivo arresto.

Per meglio lumeggiare la personalità del dichiarante, giova qui osservare che TRAMONTE, anche in questa fase, nella quale ha ammesso pacificamente che entrambi gli pseudonimi erano frutto della fantasia (“... come già ho spiegato recentemente, ZOTTO non è mai stato chiamato da nessuno con lo pseudonimo di GIGI, così come ZANCHETTA Fiorenzo non è mai stato chiamato da nessuno con lo pseudonimo di LUIGI ...”), ha cercato di attribuire ad altri le proprie responsabilità, sostenendo che sarebbe stato ZOTTO ad “inventarsi lo pseudonimo di LUIGI per alludere alla figura di ZANCHETTA Fiorenzo”.

Analogamente, quanto al fatto che uno dei “mestrini” fosse di San Donà di Piave, ha ammesso che si trattava di una “invenzione”, precisando però, immediatamente dopo, che “tale invenzione, così come quella del nome LUIGI” era partita da ZOTTO e che lui si era “solo adeguato” alle dichiarazioni del predetto, giungendo perfino ad esibire un paio di verbali che, a suo giudizio, avrebbero dovuto confermare tali dichiarazioni. Alla contestazione che in realtà, fin dalle prime dichiarazioni rese ai Carabinieri del ROS di Roma il 27 giugno 1995, aveva affermato che “l’accento del giovane della 1500 non era propriamente mestrino ma aveva più una calata tipica della zona di San Donà di Piave” TRAMONTE, pur dovendo prendere atto della debolezza della propria tesi, ha comunque cercato di tenere ferma la propria posizione affermando:

“faccio rilevare che nel verbale del 27.06.95 non ho detto che il <mestrino> era di San Donà di Piave ma ho solo detto che aveva una calata tipica della zona di San Donà di Piave”.

Alla fine, non avendo altra via di uscita, ha dovuto ammettere che era stato proprio lui, per primo, a “tirare in ballo San Donà di Piave” ma ha comunque continuato a negare di avere concordato con ZOTTO, in occasione dell’incontro che aveva avuto con lui il 27 giugno 1995 (dopo la prima escussione da parte dei Carabinieri), la falsa indicazione da fornire circa il soggetto che li avrebbe riaccompagnati a casa la sera del 25 maggio 1974, dopo la riunione di Abano.

“Le esibisco al riguardo i miei verbali del 25.06.95 e del 14.07.95 per farle notare come nel primo dei verbali relativi alle dichiarazioni da me rese ai Carabinieri non venga fatto alcun riferimento a San Donà di Piave. Solo nel secondo verbale, che è successivo all’escussione di ZOTTO, io ho iniziato a parlare del giovane di San Donà di Piave” (si precisa al riguardo che l’indicazione del 25.06.95 è un errore e che il verbale richiamato nell’occasione dall’indagato è quello del 27.06.95, non essendo stato redatto nessun verbale il 25.06.95).

 

Ancora una volta non si può che prendere atto di quanto rilevante fosse, per TRAMONTE, il tema dei “mestrini”. Il contesto nel quale le dichiarazioni appena esaminate sono state raccolte è peraltro totalmente diverso da quelli che hanno caratterizzato le fasi antecedenti. In questo caso TRAMONTE è detenuto e solo, con una pesantissima ed infamante accusa e non vi è nessuna richiesta pendente per l’applicazione, nei suoi confronti, di un programma di protezione.

Eppure il problema è quello di sempre, fornire una spiegazione delle clamorose rivelazioni contenute negli appunti informativi che il Centro CS del SID di Padova compilò a seguito dell’apporto informativo della fonte TRITONE.

 

Per non svelare la reale identità dei “mestrini” che accompagnarono MAGGI alla riunione di Abano del 25 maggio 1974, che vennero a Brescia il 16 ed il 23 giugno e che vennero incaricati di partecipare alla realizzazione del complessivo “piano eversivo” che mirava all’abbattimento del sistema “mediante attacchi continui” che ne accentuassero la crisi, con l’obiettivo di “aprire un conflitto interno risolvibile solo con lo scontro armato”, da un lato, e per non dover rendere conto della propria adesione al citato gruppo terroristico, dall’altro, TRAMONTE si è dimostrato disposto a tutto, inventando un personaggio inesistente (LUIGI) che potesse prendere il posto dei “mestrini” in carne ed ossa che ben conosceva, inventando un fantomatico funzionario del Ministero dell’Interno (ALBERTO) che potesse rendere credibile una sua presenza all’interno del gruppo terroristico in funzione di “infiltrato”, incaricato di raccogliere notizie miranti alla neutralizzazione degli eventi più efferati, fino ad attribuire a LUIGI il volto dei propri amici d’infanzia ZOTTO e ZANCHETTA e ad ALBERTO quello del dott. Lelio DI STASIO che, negli anni ’70, era stato dirigente dell’Ufficio Politico della Questura di Verona.

 

 

 

 

 

3.2.52 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso al PM di Brescia il 19/10/2001

Nell’interrogatorio del 19 ottobre 2001 sono stati affrontati i temi dell'inserimento nella cellula clandestina di ORDINE NUOVO, della morte di Giovanni DOVIGO e del corso di addestramento in Sardegna, della conoscenza e l’inizio del rapporto collaborativo con il M.llo FELLI del SID di Padova, dell'incontro a Mestre (nel marzo/aprile del 1974) con il signore che cercava soggetti disposti a compiere attentati ai tralicci, della riunione nella zona di Este o Lozzo Atestino (di cui avevano parlato NESSENZIA ed AFFATIGATO) finalizzata alla costituzione, a Padova, di un gruppo clandestino di ORDINE NUOVO, diverso dal gruppo che faceva capo alla libreria EZZELINO di Franco FREDA.

Anche in questo caso TRAMONTE ha confermato il contenuto dei precedenti interrogatori, precisando che la cellula padovana che faceva capo a MAGGI si era costituita tra la fine del 1971 e l’inizio del 1972 ma aveva iniziato ad essere operativa solo nel 1974. Ha ribadito che i “mestrini” di cui agli appunti informativi del SID di Padova erano ZOTTO e Fiorenzo ZANCHETTA, nonché lo stesso Ariosto ZANCHETTA ed ha sostenuto di avere appreso che AFFATIGATO, durante la latitanza, era stato ospitato da quest’ultimo.

Nulla ha saputo o voluto dire, anche in questa occasione, dell’importante riunione di cui avevano riferito NESSENZIA ed AFFATIGATO.

 

 

 

 

 

3.2.53 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso al PM di Brescia il 23/10/2001

A partire dal 23 ottobre 2001 è stata sottoposta all’indagato l’intera produzione informativa della fonte TRITONE che il SISMI aveva messo a disposizione, a seguito dei decreti di esibizione emessi da questo Ufficio.

Con tale interrogatorio (durato dalle 14.50 alle 21.05) TRAMONTE ha confermato e commentato il contenuto degli appunti informativi con particolare riferimento agli stretti vincoli politici che, dalla metà del 1973, legavano Giovanni MELIOLI di Rovigo con Massimiliano FACHINI ed Elio MASSAGRANDE ed ha aggiunto che il ruolo che quest’ultimo aveva all’interno di ORDINE NUOVO di Verona era pari a quello di MAGGI a Venezia e di FACHINI a Padova.

Con particolare riferimento all’appunto informativo allegato alla nota n. 5683 del 19 luglio 1973, relativo ai “due elementi di ORDINE NUOVO” che il 16 luglio 1973 erano partiti da Rovigo ed avevano raggiunto FACHINI, forse con un terzo elemento di ORDINE NUOVO di Verona, ha riferito che, da Rovigo, erano partiti Giovanni MELIOLI ed un impresario, amico di quest’ultimo e che l’ordinovista di Verona era MASSAGRANDE.

Ha altresì ribadito che nel parlare con il M.llo FELLI, per tutelarsi, era solito fornire le notizie ponendosi in posizione di “terzo estraneo” evitando, ove possibile, di fare i nomi delle persone coinvolte. Tale modo di procedere, ha aggiunto, “era di fatto accettato dallo stesso FELLI” che, in molte situazioni, evitava di esporlo ad “inutili rischi”.

Anche gli appunti informativi che hanno ad oggetto la situazione politica che, in quel periodo, caratterizzava la Federazione del MSI di Padova, hanno trovato piena conferma nelle dichiarazioni di TRAMONTE che, in particolare, ha ribadito che l’avv. Lionello LUCI, Gian Galeazzo BRANCALION ed Ariosto ZANCHETTA “rappresentavano le frange dissenzienti cui faceva capo gran parte dell’elettorato di Este e di Lozzo Atestino”.

 

 

 

 

 

3.2.54 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso al PM di Brescia il 25/10/2001

Con l’interrogatorio del 25 ottobre 2001 (durato dalle 14.45 alle 20.00) sono proseguiti l’esame e la sostanziale conferma degli appunti informativi della fonte TRITONE.

Nell’esaminare l’appunto informativo allegato alla nota n. 622 del 28 gennaio 1974 del SID di Padova, TRAMONTE ha precisato che, in occasione delle escussioni del 13 dicembre 1995 e del 30 maggio 1997, con ogni probabilità, si era sbagliato nell’indicare il nominativo di Giovanni MELIOLI quale “soggetto di Ferrara” di cui si parla nell’appunto informativo. Ha comunque affermato che i due “universitari di Ferrara”, che nell’appunto vengono indicati quali appartenenti al disciolto ORDINE NUOVO, erano politicamente subordinati al MELIOLI ed ha ribadito che, nel parlare con il M.llo FELLI, non aveva mai chiaramente detto di essere lui stesso inserito nella cellula ordinovista e clandestina di Padova.

 

 

 

 

 

3.2.55 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso al PM di Brescia il 26/10/2001

In occasione dell’interrogatorio del 26 ottobre 2001, solo in parte dedicato all’esame degli appunti informativi della fonte TRITONE, sono stati affrontati anche argomenti che non trovano riscontro negli appunti informativi.

Il primo argomento è molto importante e riguarda la riunione che si era svolta nella zona di Este o Lozzo Atestino all’inizio del 1974. Di tale riunione, come già si è detto avevano parlato sia NESSENZIA che AFFATIGATO. Il primo, come meglio specificato in altra parte della presente memoria, aveva riferito che la riunione era finalizzata alla costituzione, a Padova, di un gruppo clandestino di ORDINE NUOVO, diverso dal gruppo che faceva capo alla libreria EZZELINO.

Marco AFFATIGATO aveva invece riferito che alla riunione avevano partecipato 12 o 15 persone in tutto, in rappresentanza dei vari gruppi clandestini che si stavano formando nel Nord Italia, a seguito dello scioglimento di ORDINE NUOVO, e che lui vi aveva preso parte, in rappresentanza dei gruppi di Lucca e di Pisa, in quanto il gruppo veneto era l’unico, in quel periodo, che fosse in grado di fornire armi agli altri gruppi.

Alla riunione, secondo le citate dichiarazioni testimoniali, avevano preso parte, tra gli altri, Carlo Maria MAGGI, Ariosto ZANCHETTA, Lionello LUCI e Sergio TONIN, oltre allo stesso Maurizio TRAMONTE, se esatto è il riconoscimento fotografico effettuato dall’AFFATIGATO nel 1995.

Il contesto politico nel quale si svolse l’importante riunione è perfettamente sovrapponibile con la realtà di cui TRAMONTE ebbe a riferire al M.llo FELLI

Nel corso dell’interrogatorio sono stati anche ripresi gli argomenti relativi alla riunione di Cattolica del marzo 1974, alla riunione svoltasi tra Desenzano e Bardolino nei primi giorni del maggio 1974 ed alla riunione di Verona del 12/15 maggio 1974.

TRAMONTE ha precisato che le varie informazioni gli erano state fornite da Carlo Maria MAGGI.

 

 

 

 

 

3.2.56 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso al PM di Brescia il 30/10/2001

Con l’interrogatorio del 30 ottobre 2001 sono stati ripresi in esame i temi dell'incontro del 16/17 maggio 1974 con il Cap. DELFINO, a Colombare di Sirmione, della riunione presso la libreria EZZELINO nel corso della quale MAGGI aveva svelato il nome di DELFINO, della morte non accidentale di Silvio FERRARI, delle prove con gli esplosivi, sui Colli Euganei, e dell’intervento di un tecnico dell’AGINTER PRESSE, per la messa a punto degli ordigni.

E’ stato anche ripreso l’argomento relativo alle informazioni che TRAMONTE, prima della strage di Brescia, avrebbe fornito al M.llo FELLI, tema sul quale, nel corso degli anni, era stata registrata una certa progressione di comportamenti.

Dapprima, infatti, nei verbali del 15 maggio 1997 e del 30 maggio 1997, aveva escluso di avere informato il sottufficiale di quanto era a sua conoscenza in ordine all’imminente realizzazione della strage ed aveva precisato che, in prossimità della strage, aveva “finito per raccontare anche a LUCA fatti di estrema gravità in ordine alla figura di Carlo Maria MAGGI e del gruppo facente capo allo stesso”, con esplicito riferimento all’appunto informativo allegato alla nota n. 4873 dell’8 luglio 1974 il cui contenuto era stato tardivamente documentato dal M.llo FELLI nell’appunto datato 6 luglio 1974.

Con il verbale del 21 maggio 1999 aveva riferito che tre o quattro giorni “prima della strage del 28 maggio 1974” aveva detto a LUCA che “c’erano state delle riunioni a casa di Gastone ROMANI, presente MAGGI e che stavano preparando un attentato” e, con specifico riferimento alla riunione del 25 maggio 1974, ha precisato: “ritengo di aver relazionato Luca del fatto la sera stessa della riunione o al massimo il giorno successivo” ed ancora: “ritengo di aver precisato in quell’occasione a LUCA che vi era l’intenzione di collocare nei giorni successivi una bomba per un grosso attentato, anche se non gli ho precisato il luogo anche perché molto probabilmente non era stato ancora determinato”.

Tale versione è stata sostanzialmente ribadita all’udienza del 21 dicembre 2000, dinanzi alla Corte di Assise di Milano, ove TRAMONTE, su specifica richiesta della Difesa ZORZI che gli aveva chiesto se avesse riferito, al M.llo FELLI, “notizie circa la strage di Piazza della Loggia”, ha risposto: “in un certo senso sì. Non chiaramente, però in un certo senso sì” ed ha ribadito di avere sempre informato FELLI “in tempo reale”.

Il 20 settembre 2001, come si è sopra detto, ha affermato di essersi incontrato con il M.llo FELLI “nello stesso giorno” in cui si era svolta, a casa di ROMANI, la famosa riunione del 25 maggio e di avere riferito al predetto quanto aveva appreso nel corso della predetta riunione “e cioè che l’attentato era programmato a Brescia per il 28 maggio 1974”.

Il 2 ottobre 2001 ha aggiunto, con qualche margine di incertezza (“se non ricordo male”), che “nel periodo compreso tra la morte di Silvio FERRARI e la strage di Brescia” aveva comunicato al M.llo FELLI che a Rovigo era sorto “un nuovo gruppo che avrebbe preso la denominazione <<ANNO ZERO – SEZIONE CODREANU>>, che il suo leader era Giovanni MELIOLI”, che in un paio di riunioni che si erano svolte da aprile alla seconda metà del maggio del 1974 il gruppo ordinovista aveva deciso di realizzare un attentato in una città del Nord. In occasione della prima riunione era stata individuata la città di Milano, nella seconda si era deciso di realizzare l’attentato a Bologna, tra il luglio e l’agosto del 1974.

E’ ben chiaro, in questa progressione di verbali, l’intendimento di TRAMONTE di coinvolgere il M.llo FELLI, e con esso il SID, in responsabilità via via crescenti per non avere impedito la strage.

Non vi è dubbio che vi sia stata una gestione totalmente inadeguata del patrimonio informativo che la fonte TRITONE ha riversato negli appunti informativi del Centro CS di Padova. In questa sede però, nel valutare le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso nel corso degli anni, emerge chiaro l’intendimento del dichiarante di appesantire il ruolo di FELLI, quasi a volerlo sostituire o comunque sommare con quello del fantomatico ed ormai traballante ALBERTO. Il disegno difensivo è quello di sempre: accreditare un proprio ruolo di “infiltrato” all’interno del gruppo terroristico nel quale aveva operato.

 

In occasione dell’interrogatorio del 30 ottobre 2001 l’indagato ha ribadito l’ultima delle versioni sopra riportate: “prospettai a LUCA la possibilità che fosse commesso a Milano o a Bologna un grosso attentato. Gli parlai in un unico contesto di Bologna e Milano come possibili teatro di attentati. In quella settimana gli parlai anche di altri aspetti affrontati in alcuni appunti del SID e cioè del fatto che, nell’ambito di riunioni di appartenenti ad Ordine Nuovo, stavano concertando l’eliminazione del dott. FAIS studiando un piano e intendevano eliminare i traditori; infine gli ho parlato di alcuni aspetti della figura di MELIOLI. Verso fine settimana, il giorno stesso della riunione che forse si colloca il 25 maggio (se FELLI ha riportato in modo esatto quanto gli ho riferito), ho riferito a FELLI di aver appreso di una riunione alla quale avevano partecipato MAGGI, ROMANI ed altri Ordinovisti che non ho indicato, nell’ambito della quale si era deciso di realizzare a Brescia un grosso attentato il 28 maggio. Non credo di aver fatto alcun riferimento a piazza della Loggia perché probabilmente non sapevo neanche che quello fosse il luogo preciso in cui sarebbe stato concretamente eseguito l’attentato”.

Si rileva che, in questo verbale, TRAMONTE ha riferito di “avere appreso” della riunione del 25 maggio 1974 e non di avervi direttamente partecipato, come aveva invece riferito e sempre confermato, a far data dall’escussione del 27 giugno 1995.

 

 

 

 

 

3.2.57 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso al PM di Brescia il 05/11/2001

Il 5 novembre 2001, prima di riprendere l’esame degli appunti informativi della fonte TRITONE, l’indagato, nello spiegare le ragioni per le quali non avesse detto, nei primi verbali, che il M.llo FELLI era stato messo al corrente, fin da prima della strage, che il 28 maggio, a Brescia, ci sarebbe stato un grosso attentato, ha affermato che solo con il passare degli anni aveva acquisito quella “fiducia negli inquirenti” che gli aveva “consentito di accusare una persona di fatti talmente gravi” ed alla contestazione di avere agito diversamente con riguardo ad ALBERTO, ha aggiunto che, in quel caso, la situazione era diversa perché di ALBERTO non aveva svelato l’effettiva identità.

Nell’affrontare il contenuto dell’appunto informativo allegato alla nota s.n. del 23 maggio 1974, TRAMONTE ha ribadito che il soggetto indicato quale “studente di Ferrara” era Giovanni MELIOLI, che stava istituendo le due nuove cellule di Rovigo e di Ferrara, al pari di Carlo Maria MAGGI che, dopo lo scioglimento di ORDINE NUOVO, aveva costituito nuove cellule a Venezia, ad Udine ed a Treviso.

 

Anche in questo caso TRAMONTE ha ribadito: “a FELLI non avevo detto che ero inserito nella cellula padovana anche se ritengo che lo potesse pensare non potendo spiegarsi altrimenti come io facessi ad attingere notizie così riservate”.

Sempre con riguardo al famoso appunto informativo allegato alla nota n. 4873 dell’8 luglio 1974, l’indagato ha spiegato che “la collocazione tra il 20 giugno e il 4 luglio dell’acquisizione di tutte le notizie che sono riportate nell’appunto è in gran parte inesatta”. Le notizie relative alla riunione del 25 maggio, con tanto di anticipazione di quanto sarebbe avvenuto a Brescia il 28 maggio, erano state comunicate al M.llo FELLI in tempo reale, la stessa sera del 25. Le notizie relative alla collocazione politica di Carlo Maria MAGGI e di Gian Gastone ROMANI erano ben note al M.llo FELLI da “molto tempo prima”. Gli argomenti relativi alla “nuova organizzazione extraparlamentare di destra” erano già stati trattati, in forma più sintetica in altri appunti informativi ed in particolare in quelli allegati alla nota n. 622 del 28 gennaio 1974 ed alla nota s.n. del 23 maggio 1974.

“In sostanza – ha precisato l’indagato – si tratta sempre della medesima organizzazione creatasi a seguito della decisione di compartimentare ORDINE NUOVO in cellule: negli appunti del 23 e 25 maggio questi argomenti sono trattati con riferimento alla posizione di MELIOLI; nell’appunto del 6 luglio 1974 si prende in considerazione in particolare il ruolo di MAGGI. Si tratta in ogni caso di notizie che io non ho riferito il 25 maggio ma nel corso di contatti precedenti con FELLI.

Parlando con quest’ultimo gli ho più volte rappresentato che, secondo quanto riferitomi, nel corso delle riunioni era quasi esclusivamente MAGGI a parlare.

Pertanto il riferimento che fa FELLI al punto 3) dell’appunto non richiama un atteggiamento specifico della riunione del 25 maggio 1974, ma una circostanza che gli avevo riferito più in generale”.

Da una parte, dunque, l’indagato riconosce e sostiene l’unitarietà del discorso relativo alla nuova organizzazione terroristica che si andava formando, nelle varie città del Nord, dopo lo scioglimento coattivo di ORDINE NUOVO del novembre 1973.

Dall’altra, in linea con le scelte operate con il precedente interrogatorio del 30 ottobre 2001, cerca forse di prendere le distanze dalla riunione del 25 maggio.

Anche gli argomenti di cui al punto 3) dell’appunto informativo, ove si afferma, con evidente richiamo alla riunione del 25 maggio, che “gli argomenti trattati nell’abitazione di ROMANI hanno riguardato la situazione ed i programmi della destra extraparlamentare dopo lo scioglimento di ORDINE NUOVO. E’ stato quasi un monologo di MAGGI, in quanto ROMANI e gli altri si sono limitati ad annuire o ad intervenire per puntualizzazioni marginali”, vengono decontestualizzati e spalmati in un generico e meno compromettente passato. Soprattutto viene ribadito, in contrasto con quanto aveva sostenuto negli anni precedenti, che si trattava di circostanze che non aveva appreso per conoscenza diretta ma che gli erano state riferite.

 

 

 

 

 

3.2.58 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso al PM di Brescia l’08/11/2001

Con l’interrogatorio dell’8 novembre 2001 è stato completato l’esame dei verbali con i quali erano stati affrontati i temi della riunione di Verona del 12/15 maggio 1974 e quello del confezionamento degli ordigni e dell’eventuale utilizzo di un timer, per la strage di Brescia. Anche in questo caso TRAMONTE ha confermato i precedenti verbali.

Nell’occasione, affrontando il tema dei membri dell’AGINTER PRESSE giunti ad Abano per risolvere i problemi tecnici che erano sorti con gli esplosivi, è stata sottoposta all’indagato la trascrizione (effettuata dalla polizia giudiziaria) della telefonata n. 2245 del 12 dicembre 1997 (150) nel corso della quale il predetto aveva fatto riferimento ad una fotografia di GUERIN SERAC che era stata esibita nel corso di una trasmissione televisiva, sulla strage di piazza Fontana, che era andata in onda la sera dell’11 dicembre 1997. Dal contenuto del colloquio telefonico intercorso con il Cap. GIRAUDO, e da quanto TRAMONTE, in attesa di contattare il Capitano, aveva riferito alla persona che si trovava con lui in auto, si desumeva che uno dei due membri dell’AGINTER PRESSE potesse essere proprio GUERIN SERAC.

Esaminata la trascrizione, TRAMONTE ne ha disconosciuto il contenuto, sostenendo che il Cap. GIRAUDO aveva verosimilmente equivocato le sue parole ed escludendo, comunque, di avere mai riconosciuto in GUERIN SERAC uno dei due membri dell’AGINTER PRESSE.

Ancora con riferimento all’appunto informativo allegato alla nota n. 4873 dell’8 luglio 1974 ed alle riunioni a casa di Gian Gastone ROMANI, l’indagato, in linea con i verbali del 1997, ha confermato di aver preso parte, in cinque o sei occasioni, alle numerose riunioni che, nell’aprile/maggio 1974, prima della strage di Brescia, si erano svolte a casa di ROMANI. Dette riunioni avevano una “finalità esclusivamente operativa e di supporto psicologico”, nel senso che avevano la finalità di “rendere operativo il progetto precedentemente elaborato”.

Tali affermazioni, di chiaro contenuto confessorio, sono sempre state fatte all’interno di un rapporto pseudocollaborativo nel quale il fantomatico ALBERTO ha sempre occupato una posizione centrale. TRAMONTE parlava liberamente dei suoi rapporti con MAGGI e con ROMANI, confermando ed anzi ampliando il contenuto degli appunti informativi della fonte TRITONE del SID, in quanto tutelato dal ruolo di “infiltrato” al servizio del Ministero dell’Interno, ruolo che lui stesso si era costruito, creando dal nulla la figura del fantomatico ALBERTO.

Anche nel verbale dell’8 novembre 2001 tale impostazione viene tenuta ferma. I verbali del 1997 sono stati integralmente confermati con l’unica eccezione di quanto era stato detto sul tema di LUIGI che nel corso degli anni, come si è sopra specificato, aveva assunto diverse identità (dapprima quella di Maurizio ZOTTO e successivamente quella di Fiorenzo ZANCHETTA).

Perfino l’episodio relativo al fantomatico LUIGI che, dopo la famosa riunione del 25 maggio 1974 avrebbe riaccompagnato a casa TRAMONTE e ZOTTO, episodio che affonda le proprie radici nei primi verbali del 1995 e nella inquietante azione di inquinamento e depistaggio nella quale il primo ha coinvolto l’amico, a far data dal 27 giugno 1995, è stato ribadito nel verbale dell’8 novembre 2001, con la precisazione che LUIGI non era più da individuarsi nell’ignoto “mestrino” di San Donà di Piave ma in Fiorenzo ZANCHETTA, la cui identità sarebbe stata a lungo taciuta per timore di ritorsioni.

 

 

 

 

 

3.2.59 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso al PM di Brescia il 12/11/2001

L’interrogatorio del 12 novembre 2001 è stato dedicato al delicato tema della designazione di Giovanni MELIOLI per la realizzazione della strage di Bresciaalla compartimentazione dei vari gruppi, ai rapporti con ALBERTO, nel periodo immediatamente antecedente e successivo all’attentato, ai commenti ed ai progetti successivi alla strage ed alle riunioni presso la libreria EZZELINO.

Anche in questo caso l’indagato ha confermato le precedenti dichiarazioni, fornendo qualche precisazione.

Sul tema della designazione dell’autore materiale dell’azione terroristica, fin dal verbale del 15 maggio 1997, TRAMONTE aveva riferito che la scelta doveva ricadere su Giovanni MELIOLI o su lui stesso e che, proprio in occasione della riunione del 25 maggio 1974, MELIOLI si era offerto volontario, in tal modo inducendo Carlo Maria MAGGI a designarlo per la realizzazione dell’attentato. Se la scelta fosse caduta su di lui, ci avrebbe pensato ALBERTO a tutelarlo, facendolo arrestare o fermare con un pretesto, per impedire che rimanesse coinvolto in una azione che, comunque, era suo compito impedire.

Con l’interrogatorio del 12 novembre 2001, prendendo un po’ le distanze dalla compromettente affermazione, l’indagato ha precisato che MAGGI non avrebbe avuto alcun motivo di affidare proprio a lui, che non era esperto nel campo degli esplosivi, il compito di collocare l’ordigno a Brescia ed ha aggiunto che l’intesa con ALBERTO, per impedire un suo diretto coinvolgimento nell’azione, era da intendersi in via generale e non con specifico riferimento alla strage di Brescia.

Quanto alle riunioni successive alla strage ed in particolare a quelle cui si fa riferimento nei paragrafi 14) e 15) dell’appunto informativo allegato alla nota n. 4873 dell’8 luglio 1974 del SID, TRAMONTE ha riferito di non mantenerne un ricordo specifico ma ha confermato che il contenuto dell’appunto era in linea con quanto MAGGI, all’epoca, andava teorizzando, sia con riguardo al fatto che la strage di Brescia non dovesse rimanere un fatto isolato e che il sistema dovesse essere abbattuto mediante attacchi continui che ne accentuassero la crisi, fino a giungere ad un conflitto interno risolvibile solo con lo scontro armato, sia con riguardo all’iniziale intenzione di MAGGI e di ROMANI di stilare un comunicato che annunciasse la linea programmatica e politica di ORDINE NERO che prevedeva l’esecuzione, a breve scadenza, di una serie di azioni terroristiche di grande portata.

 

In linea con la decisione di non svelare l’effettiva identità dei “due giovani di Mestre, devotissimi seguaci di MAGGI” di cui si parla nell’appunto informativo, con riguardo ai soggetti che avrebbero dovuto partecipare all’esecuzione dell’ambizioso progetto eversivo, anche in questo verbale TRAMONTE ha indicato Fiorenzo ZANCHETTA e Maurizio ZOTTO che, con Mestre, non risulta abbiano mai avuto a che fare.

 

 

 

 

 

3.2.60 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso al PM di Brescia il 14/11/2001

Con l’interrogatorio del 14 novembre 2001 (durato dalle 15.05 alle 21.00) è stato ripreso il tema dei due viaggi a Brescia del 16 e del 23 giugno 1974 di cui trattano, rispettivamente, gli appunti informativi allegati alle note n. 4873 dell’8 luglio 1974 e n. 5120 del 16 luglio 1974.

TRAMONTE ha cercato di giustificare le false indicazioni contenute nei primi verbali, relative alla figura di LUIGI, con il timore di reazioni da parte di Fiorenzo e di Ariosto ZANCHETTA ed ancora una volta ha cercato di ridurre la portata del clamoroso inquinamento probatorio che aveva posto in essere il 27 giugno 1995, inducendo ZOTTO a confermare le sue dichiarazioni: “ribadisco che tra me e ZOTTO non è stato concluso nessun accordo mirante a depistare le indagini. Con ciò non voglio dire che solo per una coincidenza ZOTTO abbia indicato in San Donà di Piave la zona di origine del cosiddetto LUIGI. E’ possibile infatti che io, nel riferirgli quanto avevo detto ai Carabinieri, abbia fatto riferimento all’indicazione che avevo dato con riguardo al modo di parlare del cosiddetto <mestrino>. Ribadisco che ho spiegato a ZOTTO che, ormai, i Carabinieri avevano capito che io mi ero recato a Brescia il 16 giugno 1974 e che, con ogni probabilità, sarebbero arrivati anche a lui”.

 

Per tutto il resto e dunque per ciò che riguarda l’incontro in piazza della Loggia con la coppia di giovani dell’Alfa Romeo “DUETTO” ed il successivo incontro con il trentenne camerata bresciano della PORSCHE nera, riconosciuto in Ermanno BUZZI, ed i successivi spostamenti sul lago, fino alla vicenda del TIR tedesco, l’indagato ha ribadito e confermato i precedenti verbali. Analogamente è avvenuto per il successivo viaggio a Brescia della domenica successiva (23 giugno 1974) ed il TIR olandese.

Anche in questa sede i due “mestrini” coinvolti nelle separate vicende del 16 e del 23 giugno 1974 vengono unificati in un’unica vittima sacrificale, Fiorenzo ZANCHETTA. Questa la giustificazione: “se al maresciallo FELLI ho detto che il <giovane mestrino> dell’episodio del 23 giugno 1974 era diverso da quello del 16 giugno 1974 è perché intendevo tutelare al massimo la figura di Fiorenzo ZANCHETTA. Preciso, però, che si tratta di una mia deduzione in quanto non mantengo alcun ricordo di aver fornito questa precisazione al maresciallo FELLI”.

 

Significative appaiono anche le precisazioni che TRAMONTE ha fornito all’esito del lungo interrogatorio: “devo innanzi tutto ribadire che nel corso delle varie verbalizzazioni, in molte occasioni, mi sono trovato nella necessità di affermare delle falsità sul conto di LUIGI, per far fronte alla duplice esigenza di non svelare la reale identità di costui e, al contempo, di non apparire reticente. Tengo a ribadire, anche in questa sede, che tutti gli episodi da me riferiti a verbale nei quali ho collocato LUIGI si sono effettivamente verificati. L’unica mia omissione è stata quella di nascondere la reale identità di ZANCHETTA Fiorenzo dietro il nome di LUIGI”.

Ed ancora: “nel corso dell’escussione del 21 giugno 1999, essendomi reso conto che lo ZOTTO sarebbe stato da voi interrogato ..., ho ritenuto opportuno segnalarvi che, con ogni probabilità, lui avrebbe cambiato versione sul soggetto indicato con lo pseudonimo di LUIGI. Verso la fine del ’98 infatti, in occasione di un nostro incontro, dopo che per l’intero pomeriggio eravamo stati insieme parlando d’altro, ritrovandoci a casa sua, la sera, è caduto il discorso su LUIGI e ZOTTO, rosso in volto, mi ha detto che LUIGI non esisteva e che eravamo stati noi ad inventarcelo. Sia io che lui ben sapevamo che LUIGI esisteva e che doveva essere identificato in ZANCHETTA Fiorenzo. Ho subito sospettato che ZOTTO stesse cercando di cogliermi in fallo e stesse registrando la nostra conversazione, approfittando del fatto che ci trovavamo nel soggiorno di casa sua ... E’ vero che non era mai esistito nessun personaggio, nella nostra cellula, che si chiamasse o si fosse fatto chiamare LUIGI ma è altrettanto vero, e ZOTTO ben lo sapeva, che sia io che quest’ultimo non c’eravamo <<inventati>> l’esistenza di un personaggio inesistente ma avevamo semplicemente attribuito ad un personaggio realmente esistente, Fiorenzo ZANCHETTA, il falso pseudonimo di LUIGI”.

 

Ancora una volta, ripensando al travagliato percorso ed all’impegno profuso da TRAMONTE, nelle varie e così diverse fasi processuali, per celare l’effettiva identità dei “mestrini” coinvolti con MAGGI nella realizzazione del piano eversivo che, nelle intenzioni di chi lo propugnava, avrebbe dovuto portare il Paese alla guerra civile o al colpo di Stato, non si può che prendere atto di quanto importante sia stato e tuttora sia, per TRAMONTE, il tema che ruota intorno ai “mestrini”.

 

 

 

 

 

3.2.61 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso al PM di Brescia il 23/11/2001

Il 23 novembre 2001 è stato completato l’esame degli interrogatori con i quali TRAMONTE aveva per così dire svelato l’identità di LUIGI.

Nello spiegare quanto fosse avvenuto nell’estate del 1995, nell’occasione in cui si era incontrato con Ariosto ZANCHETTA che era già stato escusso o comunque convocato dai Carabinieri del ROS di Roma, ha affermato di avergli detto che “era ormai il momento di dire la verità, nel senso che su certe cose si poteva ormai fare chiarezza”.

Con ciò, ha aggiunto, intendeva “alludere alle vicende che riguardavano noi e il nostro ambiente, che non erano per noi compromettenti sul piano penale e che era ormai impossibile negare”.

“A quell’epoca, peraltro – ha proseguito TRAMONTE – era noto che il giudice Istruttore di Milano aveva in corso un procedimento che riguardava le vicende eversive dei primi anni ‘70; nulla invece si sapeva in ordine al procedimento pendente a Brescia per la strage di piazza della Loggia. Sulla stampa era uscita la notizia relativa alla collaborazione di Carlo DIGILIO, ricordo in particolare due articoli usciti su PANORAMA o su L’ESPRESSO, in epoche successive, nei quali si parlava del predetto DIGILIO e della collaborazione di Martino SICILIANO e venivano collegati questi argomenti con il fatto che l’inchiesta bresciana del Giudice ZORZI, che si era conclusa nel 1993, aveva consentito di identificare la fonte TRITONE”.

 

La consapevolezza dell’indagato, risalente all’estate del 1995, in ordine agli sviluppi investigativi cui era giunto il Giudice Istruttore di Milano a seguito dell’apporto collaborativo di due importanti elementi del gruppo veneto di ORDINE NUOVO, entrambi legati a Carlo Maria MAGGI, ha verosimilmente svolto un significativo ruolo nella scelta pseudo collaborativa di TRAMONTE che proprio sulle figure di MAGGI e di ROMANI (altra figura storica dell’ordinovismo veneto) aveva fornito il maggiore contributo informativo in tempo reale, quale fonte informativa del SID.

 

Sulla ragione della proliferazione dei LUIGI di cui all’udienza del 21 dicembre 2000, dinanzi alla Corte di Assise di Milano, TRAMONTE, nel verbale del 23 novembre 2001, ha testualmente affermato: “la ragione di quanto accaduto va individuata nello stato di tensione nel quale mi trovavo nel corso dell’interrogatorio dibattimentale. Io ben sapevo che a Brescia, il 16 giugno 1974, eravamo venuti in tre, io, ZOTTO e ZANCHETTA, così come sapevo che tutti e tre eravamo presenti a casa di Gian Gastone ROMANI il 25 maggio 1974. Ero stanco, in quanto ero partito da Ferrara nelle prime ore del mattino, alle ore 6 già mi trovavo nella piazzetta di Milano sulla quale si affaccia il carcere di San Vittore e l’aula bunker nella quale si celebrava il processo.

In sostanza è accaduto che, nel rispondere alle domande di chi mi interrogava, mi è scappato detto che eravamo in tre e non in due e per questa ragione ho parlato di LUIGI e di GIGI”. Ed ancora: “è stato solo nel corso del dibattimento di Milano che mi sono trovato nella necessità di inventare il nome di GIGI. Ero stato citato per essere interrogato con riferimento alla strage di piazza Fontana e non potevo certo immaginare che mi sarebbero state fatte domande anche con riguardo ai fatti del ’74”.

In realtà, come si è già evidenziato nel prendere in esame il verbale del 17 ottobre 2001, il binomio GIGI/LUIGI non nasce affatto da estemporanee esigenze dibattimentali ma trova fondamento nelle scelte che TRAMONTE ha pianificato nel corso della redazione del promemoria che aveva predisposto “in vista dell’interrogatorio dibattimentale a Milano” e che gli è stato sequestrato in occasione dell’arresto del 3 luglio 2001.

Con l’interrogatorio del 23 novembre 2001 sono stati altresì riesaminati i temi delle riunioni, successive alla strage, presso la libreria EZZELINO di Padova, della riunione che aveva avuto luogo sulla sponda veronese del lago di Garda, tra il giugno ed il luglio del 1974, nonché delle ragioni della mancata gestione politica della strage di Brescia e del mutamento del complessivo programma eversivo, argomenti che sono stati tutti confermati dall’indagato.

 

 

 

 

 

3.2.62 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso al PM di Brescia il 27/11/2001

Il 27 novembre 2001 è stato esaminato il contenuto dei verbali con i quali era stato affrontato il tema della partecipazione di TRAMONTE ai disordini di Trento, presso il Bar ITALIA, e del ruolo che l’avv. Lionello LUCI e Gianni SWICH avevano svolto presso la Federazione del MSI di Padova.

Sono state poi riprese e confermate le dichiarazioni relative all’incontro che Davide RIELLO aveva avuto con il Cap. DELFINO nel giugno/luglio del 1974 e sono stati esaminati alcuni ulteriori appunti informativi della fonte TRITONE.

TRAMONTE ha ribadito il contenuto dell’appunto informativo allegato alla nota n. 5519 del 3 agosto 1974 del SID che riferisce del nuovo incontro che ROMANI avrebbe dovuto avere con l’on. Pino RAUTI intorno al 10 agosto 1974, per trattare il tema relativo alla programmazione dell’attività eversiva da porre in essere nel successivo autunno (incontro al quale, secondo quanto annotato dal M.llo FELLI, lo stesso TRAMONTE avrebbe dovuto presenziare) ed ha confermato quanto già era emerso dall’esame dell’appunto informativo allegato alla nota n. 5580 dell’8 agosto 1974 e dei precedenti verbali con riguardo alla famosa riunione di Bellinzona del 5/7 agosto 1974.

Con riguardo a quest’ultimo punto, ha confermato la presenza di MAGGI ed ha riferito che era stato proprio quest’ultimo, all’esito di una riunione ristretta a riferirgli che “si era deciso che il gruppo di Milano di ORDINE NERO, che aveva, in quel periodo, rivendicato un attentato a Milano, smentisse la rivendicazione per la strage dell’ITALICUS utilizzando la stessa <macchina da scrivere>, la stessa <carta intestata> e la stessa <forma> utilizzata per la rivendicazione autentica dell’attentato di Milano”.

Da ultimo, traendo spunto dall’informativa allegata alla nota n. 6748 del 4 ottobre 1974 del SID, sono state prese in esame le dichiarazioni relative ai rapporti che Massimiliano FACHINI aveva avuto con i Servizi e TRAMONTE ha precisato che solo nell’autunno del 1974 era emerso che l’ufficiale dei Carabinieri con il quale FACHINI era in contatto era il Cap. Antonio LABRUNA del SID.

 

 

 

 

 

3.2.63 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso al PM di Brescia il 29/11/2001

Con l’interrogatorio del 29 novembre 2001 è stato completato l’esame degli appunti informativi della fonte TRITONE.

Con specifico riferimento agli appunti allegati alle note n. 5277 del 24 luglio 1974 e n. 2740 del 28 aprile 1975, l’indagato ha affermato che i circoli EUROPA NAZIONE ed EUROPA CIVILTA’ rappresentavano un’unica realtà che faceva capo all’on. Pino RAUTI ed ha precisato, richiamando il contenuto dell’appunto allegato alla famosa nota n. 4873 dell’8 luglio 1974, che “si trattava di uno di quei circoli culturali che avrebbero dovuto sfruttare politicamente le ripercussioni degli attentati realizzati dalle cellule clandestine di ORDINE NERO” presso la cui sede “era avvenuto l’incontro tra ROMANI e RAUTI, dopo la riunione della Direzione del MSI-DN svoltasi a Roma il 29/30 giugno 1974”.

 

L’interrogatorio si chiude con la conferma di quanto precedentemente dichiarato sui temi della cessazione del rapporto collaborativo con ALBERTO e delle confidenze ricevute da Giovanni MELIOLI in ordine alla strage di Bologna del 2 agosto 1980.

 

 

 

 

 

3.2.64 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso al PM di Brescia il 06/12/2001

L’interrogatorio del 6 dicembre 2001 è l’ultimo della lunga serie di interrogatori nel corso dei quali TRAMONTE, in stato di detenzione presso il carcere di Verziano e nella veste di indagato per la strage di Brescia, ha sostanzialmente confermato ed approfondito tutte le dichiarazioni che aveva reso nelle precedenti fasi del procedimento.

Con questo verbale TRAMONTE, posto di fronte alle contraddizioni che caratterizzavano la figura di ALBERTO, comprende che il suo ruolo di “infiltrato” nel noto gruppo terroristico, al servizio dell’infedele servitore del Ministero dell’Interno non è più sostenibile. L’ombrello protettivo non c’è più, TRAMONTE è solo dinanzi alle proprie responsabilità.

 

Qui finisce la pseudo collaborazione di TRAMONTE. Dal 6 dicembre 2001 al maggio 2002 seguono plurimi rifiuti di rispondere, fino al confronto con il dott. Lelio DI STASIO (del 23 maggio 2002) ed alla ritrattazione, affidata a quattro pagine scarse di memoriale (del 24 maggio 2002).

Il verbale del 6 dicembre 2001 inizia con l’esame delle dichiarazioni che TRAMONTE aveva reso al GI di Brescia nell’ormai lontano 8 marzo 1993. L’indagato ha spiegato che, all’epoca, non sapeva cosa esattamente il Giudice sapesse di lui e che, proprio per tale ragione, aveva ritenuto che non fosse opportuno “negare radicalmente” il rapporto collaborativo che aveva avuto con il SID di Padova.

Aveva però negato di essere la “fonte” di molte delle notizie riportate negli appunti informativi che gli erano stati sottoposti ed in particolare dell’appunto allegato alla nota n. 4873 dell’8 luglio 1974. Con queste parole, nel verbale del 6 dicembre 2001, ha descritto l’atteggiamento che aveva assunto in occasione di quel primo verbale: “ho negato di conoscere molte delle persone che in realtà ben conoscevo ... limitandomi ad ammettere ciò che non potevo negare”.

Nel giugno del 1995, contattato dal Cap. GIRAUDO, aveva “deciso di assumere un atteggiamento maggiormente collaborativo”. In questi termini TRAMONTE ha descritto la nuova situazione nella quale si era venuto a trovare: “mi trovavo in una situazione psicologica profondamente diversa in quanto ero libero e non, come nel 1993, agli arresti domiciliari. Il Capitano mi ha fatto subito una buona impressione ed ho capito, dalle cose che mi ha spiegato nel corso dell’interrogatorio, che si trattava di persona che non aveva alcuna remora ad indagare in qualunque ambito compreso l’ambiente dell’Arma dei Carabinieri al quale lui stesso apparteneva, ambiente che io sapevo essere pesantemente coinvolto nelle vicende eversive di cui ero a conoscenza”.

 

Ha espressamente negato che le pendenze giudiziarie dell’epoca possano avere influito sulla sua parziale collaborazione. Ha affermato di avere sempre riferito al M.llo FELLI “quasi tutti i fatti” di cui era a conoscenza ed ha ribadito che, quando gli era possibile, con il predetto militare aveva cercato “di non fare i nomi delle persone coinvolte nei vari fatti”, così come, di regola, era solito porsi come “soggetto terzo”, nel senso che gli raccontava i fatti come se fossero stati da lui “appresi e non direttamente vissuti”.

 

La storia del secondo referente dei Servizi sembra affondare le sue radici nell’incontro che TRAMONTE ebbe con il Cap. GIRAUDO ed il M.llo BOTTICELLI il 15 febbraio 1996 presso l’hotel SHERATON di Padova. In occasione dell’incontro, relazionato dalla PG operante (152), l’indagato, come dal medesimo riferito nel verbale in esame, fece cenno al fatto che, probabilmente, il Capitano non aveva la disponibilità dell’intera produzione informativa, con ciò alludendo, secondo la spiegazione fornita nel citato verbale, alle annotazioni relative alla sua collaborazione con il dott. DI STASIO del Ministero dell’Interno che tuttavia non venne nominato: “accennai al fatto che, probabilmente, lui non aveva tutte le annotazioni relative alla mia collaborazione, nel senso che gli mancavano le annotazioni relative alla mia collaborazione con il dott. DI STASIO del Ministero dell’Interno. In occasione di quell’incontro, non feci comunque alcun riferimento all’esistenza di un mio secondo referente”.

 

Nel maggio del 1996 TRAMONTE è stato tratto in arresto dalla Guardia di Finanza che ha dato esecuzione ad un provvedimento di custodia cautelare emesso dall’AG di Matera. Erano seguite le iniziative giudiziarie della Pretura di Modena e della Questura di Matera di cui si è sopra detto.

Il 16 dicembre 1996, nel corso di un colloquio telefonico con il Cap. GIRAUDO, TRAMONTE ha iniziato a parlare di un secondo referente dei Servizi. Della telefonata, il cui contenuto costituisce oggetto di una apposita relazione di servizio del Cap. GIRAUDO, abbiamo anche il testo integrale in quanto le utenze in uso a TRAMONTE, come si è successivamente appreso, erano state sottoposte ad intercettazione da parte dell’AG di Matera, nell’ambito di un procedimento per detenzione di banconote false.

Dal tenore della conversazione emerge chiaramente che, inizialmente, TRAMONTE aveva in animo di collocare la fantomatica figura del secondo referente all’interno dello stesso Servizio per il quale operava il M.llo FELLI. Solo successivamente, dal colloquio di Matera del 5 febbraio 1997 e dalle dichiarazioni rese al PM di Brescia il 15 maggio 1997, ha preso corpo la figura dell’infedele funzionario del Ministero dell’Interno.

 

In occasione dell’interrogatorio del 6 dicembre 2001, posto di fronte a tale evidente contraddizione, che minava alla base la credibilità delle indicazioni fornite sul conto di ALBERTO e l’esistenza stessa di tale soggetto, TRAMONTE ha strenuamente cercato di negare la contraddizione e di confermare il castello difensivo che, proprio sull’esistenza del fantomatico funzionario infedele che lo aveva “infiltrato” in ORDINE NUOVO e che, violando gli accordi intercorsi, non aveva fatto nulla per impedire la strage, riponeva le proprie aspettative di impunità.

Inizialmente dunque, dopo avere avuto lettura della trascrizione della telefonata del 16 dicembre 1996 e dopo che si era proceduto all’ascolto della predetta registrazione, TRAMONTE ha spiegato: “avendo nel tempo acquisito fiducia nel Capitanoavevo deciso, fin dall’incontro presso l’hotel SHERATON del febbraio 1996, di assumere un atteggiamento maggiormente collaborativo. Nel corso della telefonata del 16 dicembre 1996 ho spiegato al Capitano che avevo bisogno di incontrarlo ed ho fatto cenno ad un <accordo> che intendevo concludere con lui. In sostanza, avevo ormai maturato la decisione di svelare al Capitano GIRAUDO l’esistenza di ALBERTO e di raccontare al primo una buona parte delle cose che, negli anni, avevo narrato al secondo. Per fare ciò, però, avevo bisogno di una serie di garanzie, in quanto ben sapevo che le cose che avrei narrato avrebbero esposto me e la mia famiglia ad un grave pericolo di ritorsioni. Le garanzie che ritenevo potessero essermi fornite erano da ricercarsi all’interno di un formale programma di protezione del quale, all’epoca, non conoscevo le potenzialità”.

 

 

Oggi che sappiamo, per ammissione dello stesso imputato, che ALBERTO non è mai esistito e che le richieste al Servizio Centrale per la protezione dei collaboratori di giustizia sono state formulate dal predetto nella consapevolezza che non sarebbero mai state accolte (155), dobbiamo domandarci quali fossero le effettive finalità che TRAMONTE perseguiva nel proporsi quale collaboratore.

 

 

Ma seguiamo il percorso proposto dall’indagato in quella occasione: “per comprendere quanto era accaduto nel 1974, era necessario conoscere quanto era accaduto nel 1969 e negli anni successivi, attesa la stretta correlazione tra i vari eventi ed i personaggi coinvolti, e per fare ciò era necessario che io spiegassi al Capitano l’inizio della mia attività all’interno della destra eversiva padovana. Era stato ALBERTO ad infiltrarmi nella predetta struttura ed era dunque necessario, anche per poter indirizzare le indagini in modo proficuo, che il Capitano fosse messo al corrente dell’esistenza di ALBERTO”.

Ed ancora:“non ho mai pensato di nascondere le mie presunte responsabilità dietro la figura di ALBERTO, né ho mai avuto bisogno di fare ciò. E’ pacifica e documentata la mia collaborazione con LUCA. Se anche, in via di mera ipotesi, dovessimo cancellare la figura di ALBERTO, la mia posizione non cambierebbe in quanto gli appunti del M.llo FELLI già dimostrano che io svolgevo la mia attività all’interno della struttura eversiva quale <<spettatore>> per conto dei Servizi e non quale attore”.

 

Questo passaggio, smentito nei fatti, spiega i tentativi di ampliare le responsabilità del M.llo FELLI.

 

A questo punto l’Ufficio ha contestato all’indagato gli elementi che consentono di affermare che, nella telefonata del 16 dicembre 1996, TRAMONTE intendesse alludere ad un secondo referente del SID.

Queste le risposte fornite dall’indagato: “al Capitano GIRAUDO ho detto che anche il mio secondo referente mi era stato presentato dai <<Carabinieri del mio paese>>, intendendo con ciò alludere ai Carabinieri di Lozzo Atestino, per evitare che il Capitano mi facesse domande al riguardo ... Nel corso della telefonata ho spiegato al Capitano che il Servizio non aveva la documentazione relativa alla produzione informativa che avevo fornito ad ALBERTO. Il dott. DI STASIO era infatti un funzionario che lavorava per il Ministero dell’Interno e, dunque, non poteva il Servizio Segreto militare avere la disponibilità della predetta documentazione”.

 

Alla contestazione che dal tenore letterale della telefonata, emergeva chiaramente la distinzione che tra la documentazione in possesso dei Carabinieri, proveniente dal SID, relativa al rapporto collaborativo intercorso con il M.llo FELLI, e l’ulteriore documentazione, in possesso del predetto Servizio, più ampia in quanto comprendente sia la produzione informativa relativa al rapporto intercorso con il M.llo FELLI che l’ulteriore produzione informativa relativa al rapporto intercorso con un diverso referente della medesima struttura, TRAMONTE ha risposto: “ribadisco quanto sopra da me affermato. Nel corso della telefonata, quando ho detto: <<non avete tutto>> ho inteso riferirmi al fatto che i Carabinieri (e a suo tempo il giudice ZORZI) non avevano a disposizione la documentazione relativa all’intera produzione informativa da me fornita a LUCA e ad ALBERTO, ricavando tale mia convinzione dal fatto che né il Capitano né il giudice ZORZI mi avevano fatto alcuna domanda con riferimento ai fatti più remoti, dei quali avevo fornito notizia al solo ALBERTO, non avendo all’epoca ancora conosciuto LUCA”.

 

Ed ancora: “è vero che il Capitano, nel corso della telefonata e con riferimento al nostro incontro presso l’hotel SHERATON di Padova, afferma che io gli avevo detto che: <<loro, invece, come Servizio hanno tutto>>. In realtà io non ho mai detto al Capitano che il Servizio Militare avesse la disponibilità della documentazione relativa alla produzione informativa da me fornita al mio secondo referente. Evidentemente il Capitano ha mal compreso le mie parole ... E’ vero che nel mio intervento immediatamente successivo io riprendo la frase del Capitano dicendo: <<hanno tutto, perché io … eh… ho parlato con lui e ho parlato con un altro e… lui però non sapeva dell’altro e l’altro sapeva di lui… non so se mi capisce…>>. In quel momento, intendevo confermare che il Servizio Militare poteva avere tutte le carte di LUCA e stavo per spiegare al Capitano che l’altro mio referente era del Ministero dell’Interno. Ricavo ciò dalle incertezze rilevabili nella frase e non da un ricordo preciso di questo passo della telefonata ... E’ vero che, nel corso della telefonata, ho detto al Capitano che anche con il secondo referente utilizzavo lo stesso <<pseudonimo>> che utilizzavo con LUCA, cosa che in realtà non corrisponde al vero, atteso che con ALBERTO avevo utilizzato nel tempo gli pseudonimi PANTERA, LEONE e FRANCESCO”.

 

Questo interrogatorio, come si è sopra detto, ha segnato la fine della pseudo collaborazione di TRAMONTE.

 

 

 

 

 

3.2.65 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso al PM di Brescia il 12/12/2001

Nel successivo interrogatorio del 12 dicembre 2001 TRAMONTE si è avvalso della facoltà di non rispondere, accampando problemi di salute e preoccupazioni di ordine familiare.

 

 

 

 

 

3.2.66 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso al PM di Brescia il 24/04/2002

Analoga è stata la scelta processuale del 24 aprile 2002.

Al riguardo occorre peraltro tenere presente che, il giorno precedente, il GIP di Brescia aveva respinto l’istanza che la Difesa di TRAMONTE aveva presentato per ottenere la revoca della misura cautelare della custodia in carcere. Avverso la decisione del GIP la Difesa di TRAMONTE ha proposto appello che il Tribunale del Riesame di Brescia ha dichiarato inammissibile con l’ordinanza n. 403/2002 mod. 17 del 22 maggio 2002 (depositata in Cancelleria il 23 maggio 2002).

 

 

 

 

 

3.2.67 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso in occasione del confronto del 23/05/2002

In occasione del confronto del 23 maggio 2002, con il dott. Lelio DI STASIO, TRAMONTE ha finalmente ammesso che “la figura del funzionario del Ministero dell’Interno indicata nei verbali con il nome di ALBERTO” era esclusivamente frutto della sua “fantasia” ed ha aggiunto: “l’unico referente istituzionale con il quale ho avuto a che fare nel corso dei primi anni settanta è il maresciallo FELLI del SID di Padova, soggetto che all’epoca conoscevo con il nome di LUCA. Tutto ciò che ho riferito a verbale in ordine alle attività che avrei posto in essere per conto di ALBERTO è frutto della mia fantasia, delle letture che ho avuto occasione di fare con riferimento agli anni della cosiddetta strategia della tensione e dei colloqui intercorsi con l’allora Cap. GIRAUDO. I fatti di cui sono realmente a conoscenza sono quelli dei quali ho a suo tempo fornito notizia al M.llo FELLI, che trovano riscontro nelle veline del SID di Padova che mi sono state mostrate nel corso degli interrogatori dello scorso autunno.

 

 

 

 

 

3.2.68 – Il memoriale che TRAMONTE ha redatto il 24/05/2002

Nella memoria dattiloscritta del 24 maggio 2002, l’indagato ha ribadito quanto aveva affermato nel corso del confronto con il dott. DI STASIO ed ha affermato che quanto da lui riferito in sette anni di presunta collaborazione con l’Autorità Giudiziaria, compresi gli interminabili interrogatori dell’autunno del 2001, erano in realtà menzogne e calunnie, frutto esclusivo della sua fantasia, alimentata dalle letture svolte sul periodo della c.d. strategia della tensione e dai colloqui intercorsi con il Cap. GIRAUDO, con l’unica eccezione degli appunti informativi del M.llo FELLI del SID di Padova: “l’unica verità che conosco relativa all’eversione di destra è quella da me riferita al M.llo FELLI e puntualmente riassunta nelle <<veline>>”.

Fin dai primi anni ‘70 era stato un attivista del MSI. La vicinanza con Ariosto ZANCHETTA, la conoscenza con Massimiliano FACHINI, la partecipazione alle manifestazioni ed agli scontri di piazza gli avevano consentito di attingere le notizie che aveva comunicato al M.llo FELLI. Dall’inizio del 1974 aveva iniziato a frequentare Gian Gastone ROMANI ed aveva appreso notizie riguardanti Carlo Maria MAGGI, che era stato il massimo esponente di ORDINE NUOVO per il Veneto. Da Giovanni MELIOLI aveva attinto le notizie relative all’organizzazione eversiva alla quale quest’ultimo intendeva dare vita.

Intorno agli anni ‘90 erano iniziati i suoi problemi personali, finanziari e giudiziari.

Nel 1993 era stato interrogato dal GI di Brescia ed era emerso il ruolo che, quale fonte informativa del SID, aveva svolto fino al 1975, data del suo trasferimento a Matera.

Nel 1995 era stato avvicinato dal Cap. GIRAUDO che, da subito, gli aveva fatto un’ottima impressione e con il quale era nato uno stretto rapporto, anche di amicizia.

Il Cap. GIRAUDO lo avrebbe invitato a documentarsi, fornendogli perfino materiale in tal senso e mettendolo al corrente degli sviluppi delle indagini in corso. Con l’andare del tempo, a suo dire, l’ufficiale si sarebbe fatto sempre più insistente ed esigente e lui si sarebbe trovato nella situazione di non potere fare a meno di fornire una risposta a tutte le domande che gli venivano poste, mischiando insieme esperienze vissute con circostanze lette o diversamente apprese.

Quanto alle ragioni che lo avrebbero indotto a tale spregevole e delittuosa scelta processuale, dopo un laconico riferimento alla “paura di restare solo” ed all’ “abuso di cocaina”, TRAMONTE ha concluso il proprio scritto affermando: “quello che ho fatto non ha alcuna giustificazione e, da un lato, è tuttora inspiegabile anche per me”.

 

 

 

 

 

3.2.69 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso al PM di Brescia il 17/06/2002

Il tentativo di acquisire più specifici e precisi elementi conoscitivi in ordine alla posizione processuale assunta dall’indagato all’indomani della clamorosa ritrattazione con la quale aveva cercato di spazzare via, in un colpo solo, sette anni di interrogatori, non ha sortito migliori risultati in occasione dell’interrogatorio del 17 giugno 2002 che, considerata la brevità, si riporta integralmente: “invitato a fornire ogni utile chiarimento in relazione alla posizione processuale da me recentemente assunta, tengo a precisare che fin dalla prima volta in cui ho conosciuto l’allora capitano Massimo GIRAUDO, presso la caserma dei Carabinieri di Prato della Valle, ed ho reso a verbale le prime dichiarazioni quale persona informata sui fatti, ho segnalato al capitano che non mi sentivo bene in quanto stavo passando un brutto periodo della mia vita, ero depresso e solo. Ho segnalato questa mia situazione al capitano per motivare una richiesta di differimento dell’atto istruttorio che in realtà non è stato poi differito. Questa stessa situazione si è nel tempo ripetuta più volte anche in occasione degli interrogatori resi dinanzi a codesto Ufficio. Voglio con ciò dire che quanto da me dichiarato a verbale nel corso di tutti questi anni in buona parte non corrisponde al vero. Il capitano era molto insistente nel voler attingere da me notizie inerenti il procedimento, ma io non ho mai avuto la forza di dire che le uniche circostanze da me conosciute erano quelle che già avevo riferito al maresciallo FELLI del SID.

Ho effettuato recentemente le analisi del sangue in quanto non mi sento bene, ho i valori del colesterolo e dei trigliceridi alterati, sono da quasi 12 mesi in carcere e ritengo che le spiegazioni da me fornite nel presente interrogatorio e nella memoria, datata 24 maggio 2002 ed allegata alla istanza dei miei difensori, siano sufficienti a spiegare le ragioni del mio comportamento. Non intendo pertanto rispondere ad ulteriori domande”.

 

 

 

 

 

3.2.70 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso al PM di Brescia l’11/04/2003

Nel successivo interrogatorio dell’11 aprile 2003, ancora in stato di detenzione, TRAMONTE si è avvalso della facoltà di non rispondere.

 

 

 

 

 

3.2.71 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso al PM di Brescia il 16/07/2003

Analoga è stata la scelta processuale dell’ultimo interrogatorio istruttorio del 16 luglio 2003.

 

 

 

 

 

3.2.72 – Lo sviluppo del rapporto pseudo collaborativo che TRAMONTE ha avuto nel corso delle indagini preliminari

Dall’esame dei verbali sopra richiamati emerge dunque che Maurizio TRAMONTE, nel corso delle indagini preliminari ed in particolare nel lungo arco temporale compreso tra le prime dichiarazioni del marzo del 1993 ed il luglio del 2003, ha più volte mutato le proprie scelte processuali.

1) Nel primo verbale dell’8 marzo 1993 ha ammesso ciò che non poteva negare, ossia di avere svolto attività informativa per conto del SID di Padova, con lo pseudonimo di TRITONE, ma ha negato di essere la fonte delle più clamorose notizie contenute negli appunti informativi allegati alla nota s.n. del 23 maggio 1974 ed alla n. 4873 dell’8 luglio 1974 del Servizio e di essere mai stato a Brescia.

Ha ammesso di avere frequentato l’abitazione di Abano Terme di Gian Gastone ROMANI, ma ha affermato di non avere mai sentito nominare il nome di Carlo Maria MAGGI e di avere comunque cessato ogni attività politica nel 1972. Ha ammesso l’episodio del TIR con targa straniera, ma lo ha banalizzato ad una chiacchiera da bar, tra ignoti ragazzi di destra.

2) Nel corso delle tre escussioni del 1995 ha giustificato le palesi reticenze del 1993 facendo leva sulla disastrosa situazione economica, giudiziaria e personale che aveva caratterizzato quel periodo (si tratta, a ben vedere, della stessa giustificazione utilizzata molti anni dopo, in occasione della ritrattazione del 2002, per spiegare la pretesa falsità delle dichiarazioni rese dal 1995 al 2001). I tre verbali contengono rivelazioni di indubbia rilevanza processuale. TRAMONTE ha ammesso la paternità degli appunti informativi del SID, ha ammesso di essere venuto a Brescia, con il “mestrino”, il 16 giugno 1974 (TIR con targa tedesca) e di avere preso parte al successivo episodio del 23 giugno 1974 (TIR con targa olandese), ha ammesso di avere conosciuto Carlo Maria MAGGI e di avere partecipato ad alcune delle riunioni a casa di Gian Gastone ROMANI (compresa quella del 25 maggio 1974) nel corso delle quali MAGGI si lasciava andare a discorsi apertamente stragisti, ha ammesso di essere la fonte degli appunti informativi che davano conto, dal gennaio del 1974, della ricostituzione, in varie città del Nord, del gruppo politico che si riconosceva nell’ideologia di ORDINE NUOVO, ma ha subito posto le basi per il clamoroso depistaggio che, a tutela propria e dei veri “mestrini”, è ruotato per anni intorno alla figura di LUIGI.

3) Nel febbraio del 1996, in occasione dell’incontro con il Cap. GIRAUDO presso l’hotel SHERATON di Padova, TRAMONTE ha cominciato a porre le basi del secondo referente dei Servizi. Tra il maggio ed il dicembre di quell’anno, per ben tre volte, è finito in carcere, senza poter trarre dall’amicizia e dalla collaborazione con il Cap. GIRAUDO alcun beneficio, tanto che (come lo stesso TRAMONTE ha narrato nel verbale del 6 dicembre 2001) aveva deciso di cessare ogni collaborazione. Con il colloquio telefonico del 16 dicembre 1996, con il Cap. GIRAUDO, ha cominciato a prendere forma la figura del secondo referente, ormai pacificamente inesistente, che avrebbe “infiltrato” TRAMONTE in ORDINE NUOVO sin dalla fine degli anni ‘60.

Dal 1997 il secondo referente ha assunto le definitive sembianze di ALBERTO e TRAMONTE, sentendosi cautelato dal ruolo di “infiltrato” che tale figura gli garantiva, ha iniziato a parlare liberamente del ruolo svolto all’interno dell’organizzazione eversiva che si proponeva l’abbattimento del sistema democratico mediante la realizzazione di azioni terroristiche di ampia risonanza nazionale. Il contenuto degli appunti informativi che il SID di Padova aveva redatto a seguito delle informazioni fornite dalla fonte TRITONE è stato analiticamente spiegato ed ampliato.

E’ in questa fase che TRAMONTE confessa di avere militato ed operato all’interno di un ristretto gruppo di ex ordinovisti, facente capo a Carlo Maria MAGGI, al quale era stata affidata la realizzazione della strage di Brescia, nell’ambito del più ampio progetto eversivo e terroristico che, come si è detto, mirava all’abbattimento del sistema democratico. E’ in questa fase che confessa di avere partecipato alle riunioni operative che hanno preceduto la strage e che erano finalizzate a fornire adeguato supporto psicologico ai soggetti designati per la realizzazione dell’attentato.

In tale contesto (a far data dal verbale del 29 maggio 1997) TRAMONTE è stato sentito con le garanzie difensive, nella veste di indagato in procedimento connesso/collegato. Tale condizione gli forniva la possibilità di avvalersi della facoltà di non rispondere e di sottrarsi quindi legittimamente a qualsiasi domanda per così dire non gradita. Dal verbale dell’11 giugno 1997 si è cominciato a parlare della possibile applicazione di un programma di protezione.

I temi relativi alla figura di ALBERTO ed all’eventuale applicazione di un programma di protezione scandiscono e caratterizzano ogni verbale. Da una parte vi è ALBERTO, con tutte le problematiche connesse con la sua identificazione e con il problema della sicurezza personale, da garantire all’aspirante collaboratore di giustizia che correva il rischio di essere schiacciato dall’infedele servitore dello Stato, dall’altra vi è il tema del programma di protezione, con le fluttuanti ed esorbitanti richieste di natura economica che, come lo stesso TRAMONTE ha spiegato (in occasione dell’udienza della Corte di Assise di Milano del 21 dicembre 2000), avevano proprio lo scopo di rendere inaccoglibile la richiesta di applicazione del programma di protezione.

Si viene così a creare una situazione che si autoalimenta: l’aspirante collaboratore, fin tanto che non abbia trovato applicazione un adeguato programma di protezione, non può svelare tutto ciò che sa, perché non si sente garantito e protetto, ma al tempo stesso sono proprio le esorbitanti ed eccentriche richieste economiche dello pseudo collaboratore che lo pongono al sicuro dal <rischio> che il programma di protezione venga approvato dalla competente Commissione del Ministero dell’Interno.

E’ in questa fase che TRAMONTE, per dare contenuto al “filone” informativo del quale, a suo dire, aveva reso partecipe il solo ALBERTO, dilata a dismisura l’oggetto delle proprie conoscenze ed inizia a parlare dell’inesistente attività informativa svolta, al servizio dell’inesistente ALBERTO, a far data dal 1969.

Il 3 febbraio 1998, in linea con il progetto sopra delineato, TRAMONTE rifiuta formalmente il programma di protezione che la competente Commissione Centrale del Ministero aveva approvato con delibera del 27 novembre 1997.

A far data dal 26 marzo 1998 si susseguono una serie di interrogatori in occasione dei quali TRAMONTE si è reso disponibile a trattare esclusivamente il tema relativo ad ALBERTO ed alla mancata approvazione di un programma di protezione che gli consentisse di non mutare radicalmente le proprie condizioni di vita, avvalendosi, per il resto, della facoltà di non rispondere.

E’ questo il periodo nel quale assumono sempre maggiore consistenza le vicende del falso incontro con ALBERTO del 30 settembre 1997 e dell’inesistente documento che avrebbe costituito, per TRAMONTE, una sorta di assicurazione sulla vita.

Con due missive, pervenute a questo Ufficio tramite nota ROS del 28 novembre 1998, TRAMONTE spiega le ragioni della mancata sottoscrizione della seconda proposta di programma di protezione che era stata deliberata dalla Commissione Centrale il 13 ottobre 1998.

In questo scenario l’indagato cerca di riconquistare il più comodo ruolo di confidente e chiede di poter fornire in tale veste, al Cap. GIRAUDO, nuovi spunti investigativi sui quali sviluppare l’indagine. Tutto ciò, dichiaratamente, in attesa di un “adeguato” programma di protezione che gli consentisse di procedere alla verbalizzazione in condizioni di sicurezza.

Constatata l’inammissibilità della proposta TRAMONTE, con l’interrogatorio del 14 gennaio 1999, spiega che gli argomenti che avrebbe voluto trattare in via confidenziale erano quelli relativi alla riunione di Verona del 12/15 maggio 1974 e dell’incontro di Colombare di Sirmione del 16/17 maggio 1974 (prodromico alla eliminazione di Silvio FERRARI), ai quali aveva preso parte, tra gli altri, un ufficiale del quale si riservava di indicare l’identità.

Questa lunga ed articolata fase processuale è durata fino a quando, nel marzo del 1999, dopo avere affrontato il tema relativo al volantino con il quale la Sezione CODREANU di ORDINE NERO – ANNO ZERO aveva rivendicato la strage di Brescia e quello relativo alla morte del pilota DOVIGO ed al corso di addestramento in Sardegna dell’autunno 1974, TRAMONTE ha tratto spunto da una fantasiosa aggressione, asseritamente subita nel rientrare in albergo al SETTIMOTEL di Milano, per giustificare la cessazione del suo rapporto collaborativo e la scelta di avvalersi, nuovamente della facoltà di non rispondere.

4) A partire dal maggio 1999 TRAMONTE è stato escusso quale persona informata sui fatti a seguito del provvedimento con il quale il GIP di Brescia, il 18 maggio 1999, aveva archiviato il procedimento che era stato iscritto il 22 maggio 1997 a seguito delle dichiarazioni autoindizianti precedentemente rese.

Nell’aprile di quell’anno il predetto era stato tratto in arresto dai Carabinieri della Compagnia di Castellaneta nell’ambito di una indagine che nulla aveva a che fare con la strage di Brescia ma che traeva origine dagli elementi investigativi che erano emersi nel corso delle intercettazioni telefoniche svolte nel corso del presente procedimento ed erano stati comunicati all’AG territorialmente competente.

In questa fase l’odierno imputato, che nella veste di persona informata sui fatti non aveva la possibilità di avvalersi della facoltà di non rispondere, ha reso una serie di dichiarazioni con le quali, ancora una volta, ha confermato i precedenti verbali indicando nell’on. Pino RAUTI e nel Cap. Francesco DELFINO l’identità dei soggetti dei quali, in precedenza, aveva parlato riservandosi di svelarne l’identità.

Tale atteggiamento è stato mantenuto da TRAMONTE anche in occasione del confronto con Maurizio ZOTTO del 7 luglio 1999. Detto confronto si era reso necessario a seguito dei chiarimenti che quest’ultimo aveva fornito con riguardo all’occasione in cui TRAMONTE, dopo l’escussione del 26 giugno 1995, lo aveva indotto a rendere dichiarazioni relative all’ormai famigerato LUIGI.

All’esito degli accertamenti relativi al falso incontro con ALBERTO del 30 settembre 1997 è stata disposta l’iscrizione al Registro Indagati del nominativo di TRAMONTE e l’8 luglio 2000 è stata chiesta al GIP l’emissione di una ordinanza di custodia cautelare in carcere, che veniva respinta. L’ordinanza del GIP veniva impugnata dal PM, con appello al Tribunale del Riesame del 9 novembre 2000.

5) Il 22 novembre 2000 TRAMONTE si è presentato spontaneamente in Procura per rappresentare la situazione di pericolo nella quale si trovava a seguito dell’appello presentato dal PM e del conseguente deposito di tutti gli atti. Ha formulato una nuova richiesta di protezione, totalmente svincolata da richieste di natura economica e si è dichiarato disposto a riprendere la collaborazione, svelando l’identità di ALBERTO (il dott. Lelio DI STASIO) e di LUIGI (Maurizio ZOTTO).

L’1 dicembre 2000 il Tribunale del Riesame di Brescia ha accolto l’appello del PM ed ha ordinato la custodia in carcere del predetto per la durata di sei mesi.

In questa fase, durata fino alle dichiarazioni che TRAMONTE ha reso in Corte di Assise a Milano, il 21 dicembre 2000, sono state sostanzialmente confermate e ribadite le precedenti dichiarazioni, fatta salva la ritrattazione delle accuse mosse nei confronti di Maurizio ZOTTO e l’invenzione dei due LUIGI.

6) Nel 2001, dopo i tre rifiuti di rispondere del 10 aprile, del 6 luglio e del 13 agosto, motivati dal non voler dare l’impressione di voler “barattare” la libertà con le proprie dichiarazioni, si sono susseguiti, fino al 6 dicembre 2001, n. 21 interrogatori in occasione dei quali TRAMONTE, in stato di custodia cautelare presso il carcere di Verziano, ha ripercorso, ribadito e precisato tutte le dichiarazioni precedentemente rese, mantenendo fermo il ruolo del dott. DI STASIO (ALBERTO) ed attribuendo a Fiorenzo ZANCHETTA il ruolo di LUIGI.

7) A seguito del tracollo della figura di ALBERTO, già pesantemente messa in discussione dal Tribunale del Riesame nell’ordinanza applicativa della custodia cautelare, dopo essersi inizialmente avvalso della facoltà di non rispondere (in occasione degli interrogatori del 12 dicembre 2001 e del 24 aprile 2002), ha ritrattato in blocco le proprie dichiarazioni auto ed etero indizianticonfermando il solo contenuto degli appunti informativi che il SID di Padova aveva redatto a seguito delle informazioni da lui fornite. Ciò è avvenuto in occasione del confronto con il dott. DI STASIO del 23 maggio 2002, nella memoria del 24 maggio 2002 e nell’interrogatorio del 17 giugno 2002.

 

 

 

 

 

3.2.73 – Il valore della ritrattazione di TRAMONTE

A fronte della clamorosa confessione di calunnia consumata e reiterata negli anni, in danno del dott. Lelio DI STASIO, l’indagato si è limitato a dire che era “depresso e solo” e che quello che ha fatto “non ha alcuna giustificazione e, da un lato (non si sa quale!), è tuttora inspiegabile” anche per lui, ed ha preteso di concludere l’ultimo interrogatorio del 17 giugno 2002 affermando: “ritengo che le spiegazioni da me fornite nel presente interrogatorio e nella memoria, datata 24 maggio 2002 …, siano sufficienti a spiegare le ragioni del mio comportamento”, lasciando in realtà senza risposta una serie di elementari interrogativi che necessariamente si pongono: perché ALBERTO? Perché LUIGI?

La ragione per la quale TRAMONTE, nel corso di tanti anni ed in situazioni così diverse tra loro, per parlare dei rapporti intercorsi con ORDINE NUOVO e con ORDINE NERO e per fornire indicazioni (anche di chiaro contenuto confessorio) circa gli eventi delittuosi che hanno insanguinato il Paese (a cominciare dalla strage di Brescia del 1974), ha avvertito la necessità di trincerarsi dietro l’inesistente figura di ALBERTO e la falsa identità di LUIGI è da individuarsi, a giudizio dei sottoscritti requirenti, nel diretto ed inconfessabile coinvolgimento del predetto nelle vicende che costituiscono l’oggetto specifico del presente procedimento.

 

 

 

 

 

3.2.74 – Le dichiarazioni che TRAMONTE ha reso alla Corte di Assise di Brescia

All’esito del dibattimento TRAMONTE si è reso disponibile a rendere l’esame, che si è protratto per dieci udienze, oltre al confronto con Maurizio ZOTTO.

 

 

 

 

 

3.2.74.1 – La collocazione politica di Maurizio TRAMONTE.

Inizialmente è stato affrontato il problema della collocazione politica dell’imputato che ha fornito di sé l’immagine del militante del MSI collocato, fin dall’età di 15 anni, su una posizione di netta contrapposizione ai partiti di governo ma dichiaratamente contraria alla destra extraparlamentare e, a maggior ragione, ad avventure eversive.

Ha riferito di avere assiduamente frequentato, tra il 1973 e l’inizio del 1974, la Federazione del MSI di Padova che viveva forti contrasti interni, da una parte vi era l’ala moderata con l’avv. Sergio TONIN che era stato il Federale di Padova e dall’altra, su posizioni estreme, vi erano Massimiliano FACHINI, Dario ZAGOLIN e Gianni SWICH.

Ariosto ZANCHETTA, vale a dire la figura di maggiore spessore politico della zona di Lozzo Atestino che, negli appunti informativi del M.llo FELLI, viene indicato quale soggetto in netta contrapposizione, al pari dell’avv. Lionello LUCI della zona di Este, con la linea del partito che faceva capo al Segretario nazionale Giorgio ALMIRANTE, viene collocato, nelle dichiarazioni dibattimentali, su posizioni “similari” a quelle di ALMIRANTE.

Il rapporto con Massimiliano FACHINI (ordinovista rientrato nel MSI) viene delineato in termini totalmente nuovi e contrapposti, rispetto alle dichiarazioni istruttorie. Con FACHINI, stando alle dichiarazioni dibattimentali, avrebbe avuto una intensa frequentazione e vicinanza politica che sarebbe durata per due o tre anni, fino alle elezioni del 1972. Nel periodo successivo all’arresto di Franco FREDA, FACHINI avrebbe iniziato a professare teorie naziste, razziste ed antisemite, divenendo il referente della libreria EZZELINO di FREDA e TRAMONTE avrebbe rotto i rapporti con lui.

In quegli anni a Padova, a suo dire, vi erano una ventina di ragazzi (ex militanti del CENTRO STUDI ORDINE NUOVO tra i quali Giancarlo PATRESE e Gustavo PADIGLIONE BOCCHINI) che facevano capo a FACHINI e che si riunivano presso la libreria EZZELINO di FREDA. Gli ex ordinovisti di Padova che non erano rientrati nel MSI e che avevano aderito al MOVIMENTO POLITICO ORDINE NUOVO non erano più di tre o quattro e gravitavano sul gruppo veronese di MASSAGRANDE.

AVANGUARDIA NAZIONALE, a Padova, era rappresentata da dieci o quindici persone che facevano capo a Cristiano DE ECCHER che, da Trento, si era trasferito a Padova per ragioni di studio.

 

 

 

 

 

3.2.74.2 – Esame delle dichiarazioni relative agli appunti informativi del SID.

Con riguardo ai rapporti con il Centro CS del SID di Padova ed in particolare con il M.llo FELLI ha confermato il rapporto collaborativo durato dalla fine del 1972 alla data del suo trasferimento a Matera (settembre 1975) ed ha cercato di collegare la produzione informativa relativa alla destra extra parlamentare ed eversiva, quella che occupa una posizione centrale in questo processo, con una pretesa avversione ideologica che il M.llo FELLI, a suo dire, dovrebbe avere “intuito”. In realtà, di tale proclamata avversione politica di TRAMONTE per la destra extraparlamentare, non vi è alcuna traccia negli appunti informativi del SID di Padova, né nelle dichiarazioni testimoniali del M.llo FELLI, né nelle dichiarazioni istruttorie dello stesso imputato. Il contenuto degli appunti informativi del SID di Padova è stato comunque integralmente e minuziosamente confermato.

Anche sul compromettente tema relativo ai rapporti con Giovanni MELIOLI le dichiarazioni dibattimentali di TRAMONTE si sono attestate, non a caso, su una netta presa di distanze dalle dichiarazioni rese nel corso delle indagini. L’imputato ha evocato la comune militanza politica e le vicende processuali dei primi anni ‘70 ed ha attribuito anche a MELIOLI la stessa svolta politica di Massimiliano FACHINI, ispirata alle teorie di FREDA, con la conseguente espulsione dal partito, nel 1973, e l’apertura, a Rovigo, della sede di vicolo Biscuola.

Il 1973 è l’anno in cui sono stati espulsi dal partito, o sospesi a tempo indeterminato, gli elementi più oltranzisti del Veneto. In quell’anno, come sopra evidenziato, Maurizio TRAMONTE non rinnovò la tessera di iscrizione al MSI.

Pacifica, anche nelle dichiarazioni dibattimentali di TRAMONTE, rimane comunque la vicinanza alla posizione di MELIOLI che avrebbe cercato di farlo aderire all’organizzazione di FREDA e che sarebbe divenuto, al pari di Massimiliano FACHINI (fino alla fuga all’estero del maggio del 1973) e di Cristiano DE ECCHER (per l’ambiente di AVANGUARDIA NAZIONALE), una sorta di “fonte inconsapevole” delle notizie che l’odierno imputato riversava al M.llo FELLI.

 

Interessanti, al riguardo, sono le notizie di cui al punto 4) dell’appunto informativo allegato alla nota n. 7496 del 27 settembre 1973 del SID di Padova che hanno ad oggetto la collocazione geografica e la presunta consistenza numerica di ORDINE NUOVO in quel periodo, notizie che TRAMONTE attribuisce a Giovanni MELIOLI.

Si parla, infatti, di un centinaio di persone (compresi tutti quegli elementi che, dissentendo dalla linea ufficiale del partito, erano considerati ideologicamente vicini alle posizioni ordinoviste) distribuite nelle province di Padova, Verona, Rovigo, Venezia e Treviso. In sostanza, con tale affermazione, vengono accomunate quelle realtà politiche che facevano capo a FACHINI ed ai Comitati pro FREDA (per Padova), ad Elio MASSAGRANDE (del MPON, per Verona), allo stesso MELIOLI (per Rovigo), a Carlo Maria MAGGI (per Venezia) ed a Roberto RAHO (per Treviso).

 

I rapporti tra MELIOLI e RAHO sono stati confermati da TRAMONTE nel verbale dibattimentale del 10 giugno 2010.

Con palesi difficoltà, in dibattimento, è stato commentato l’appunto informativo allegato alla nota n. 9382 del 3 dicembre 1973 nella parte ove si parla, per la prima volta in assoluto, del “dr. Carlo Maria MAGGI di Mestre” indicandolo tra gli ordinovisti che, dopo la sentenza di condanna di Roma (che aveva dato luogo allo scioglimento per decreto ministeriale di ORDINE NUOVO, nel novembre del 1973), evitavano “di incontrarsi” o erano “spariti dalla circolazione”.

In dibattimento, come meglio si vedrà più avanti, TRAMONTE ha cercato di smentire le dichiarazioni istruttorie ed ha affermato di non avere mai conosciuto Carlo Maria MAGGI.

Marino SICILIANO e Giampietro MARIGA e della “sospensione a tempo indeterminato” di Carlo Maria MAGGI, Delfo ZORZI, Giampietro CARLET, Paolo MOLIN, Pietro ANDREATTA e Bruno CANELLA – la nota è allegata al verbale relativo all’escussione dibattimentale del dott. Umberto PENSATO del 10 novembre 2009 (vds. testi dib. sentiti e prodotti PENSATO Umberto – doc. pg. 4).

Nell’affrontare l’importante appunto informativo allegato alla nota n. 622 del 28 gennaio 1974, che tratta il tema della riorganizzazione, a Ferrara, di un gruppo del disciolto ORDINE NUOVO (che avrebbe operato nella più stretta clandestinità), TRAMONTE ne ha confermato il contenuto ed ha riferito di avere appreso le relative notizie da MELIOLI.

Le realtà politiche di Ferrara e di Rovigo erano espressione di un’unica struttura che faceva capo a MELIOLI e quindi a FACHINI ed al gruppo che gravitava intorno alla libreria EZZELINO di FREDA. MELIOLI gli aveva proposto di entrare a far parte di quella struttura clandestina ma lui aveva rifiutato.

 

Qui emerge una prima insanabile contraddizione in quanto non è credibile che un soggetto che abbia declinato la proposta di entrare a far parte di una organizzazione clandestina che, come si vedrà più avanti (e come già si è detto nell’esaminare il contenuto degli appunti informativi del SID di Padova) si proponeva di “abbattere il sistema borghese” mediante la realizzazione di una serie di attentati che si proponevano di portare il Paese alla guerra civile o al colpo di stato, possa essere stato reso partecipe di segreti vitali per la sopravvivenza stessa dell’organizzazione.

 

Posto di fronte a tale contraddizione, TRAMONTE, pur riconoscendo che il discorso della clandestinità riguardava un numero ristrettissimo di persone, ha sostanzialmente affermato che, in quel particolare periodo politico, tutto ciò accadeva.

Passando ad esaminare il contenuto dell’appunto informativo allegato alla nota manoscritta del Magg. BOTTALLO del 23 maggio 1974 (uno dei più importanti appunti informativi acquisiti), l’imputato ha cercato di assumere una posizione intermedia tra i due opposti atteggiamenti che aveva assunto nel corso delle indagini.

Come infatti è stato sopra evidenziato, nel verbale dell’8 marzo 1993 (dinanzi al GI di Brescia), TRAMONTE aveva integralmente disconosciuto il contenuto dell’appunto informativo in esame, negando di avere mai avuto niente a che fare con la città di Ferrara, formulato una serie di critiche perfino sul linguaggio utilizzato nell’appunto (che, a suo dire, sapeva molto di “fantapolitica”) e criticandone la verosimiglianza (nella parte in cui il fiduciario riferiva di non essere riuscito a rilevare il numero di targa dell’autovettura dello studente di Ferrara). A partire dal verbale del 14 luglio 1995 (dinanzi ai CC del ROS di Roma) e fino ai verbali dell’autunno del 2001, aveva sempre riferito che lo studente di Ferrara, si identificava in Giovanni MELIOLI, che stava istituendo le due nuove cellule di Rovigo e di Ferrara (al pari di Carlo Maria MAGGI che, dopo lo scioglimento di ORDINE NUOVO, aveva costituito nuove cellule a Venezia, ad Udine ed a Treviso).

All’udienza dibattimentale del 27 maggio 2010, ha fatto proprio il contenuto dell’appunto informativo ma ha tenuta distinta la figura dell’anonimo studente di Ferrara da quella di Giovanni MELIOLI che, tuttavia, è stato indicato come elemento di vertice delle due cellule di Rovigo e di Ferrara che facevano capo alla nuova organizzazione terroristica.

Recuperando l’anonimato dello studente di Ferrara, TRAMONTE ha cercato di far salvo il contenuto letterale dell’appunto informativo, anche nella parte relativa alla risposta interlocutoria che avrebbe fornito all’ignoto soggetto che gli aveva proposto di andare in giro a depositare volantini rivendicativi degli attentati compiuti.

Si coglie, in questa ed in altre parti dei verbali dell’esame dibattimentale dell’imputato, la scelta difensiva di confermare gli appunti informativi del SID di Padova sotto un duplice profilo. Il contenuto degli appunti informativi del M.llo FELLI è integralmente veritiero e, al tempo stesso, esaurisce gli elementi di conoscenza dell’imputato.

 

In quest’ottica TRAMONTE, a differenza di quanto ebbe a riferire nel corso delle indagini preliminari ed in particolare di quanto chiaramente affermato, nel contraddittorio delle parti, in occasione dell’udienza del 21 dicembre 2000, dinanzi alla Corte di Assise di Milano, non può ammettere di avere taciuto al M.llo FELLI circostanze rilevanti.

La debolezza di tale impostazione emerge però dalle parole stesse di TRAMONTE.

Che lo studente universitario di Ferrara (che gli aveva fatto visita, a casa, il 20 maggio 1974 e che gli aveva svelato l’organizzazione ed i progetti terroristici della nuova struttura clandestina, proponendogli di svolgere un preciso ruolo nella rivendicazione degli attentati) fosse Giovanni MELIOLI od un collaboratore di quest’ultimo, poco cambia nella valutazione della completezza o incompletezza delle notizie fornite al M.llo FELLI.

Non ha alcun senso la risposta che TRAMONTE pretende di avere dato all’anonimo studente di Ferrara e che il M.llo FELLI riporta nell’appunto informativo: “il fiduciario non ha risposto ne sì ne no, ribadendo che prima di assumersi un impegno preciso vuole sapere con chi ha a che fare”. TRAMONTE infatti (come lui stesso ha ammesso nel corso del presente dibattimento) ben sapeva di avere a che fare con Giovanni MELIOLI, che conosceva da anni.

Non è del resto credibile che un esponente di una organizzazione terroristica che, come è ovvio, fonda la propria sopravvivenza sulla più assoluta segretezza, si esponga al punto di svolgere una tale azione di proselitismo presso l’abitazione stessa di potenziali adepti che già non abbiano fornito prova di incondizionata adesione. Tanto più ove si consideri che tutto ciò sarebbe avvenuto il 20 maggio 1974 e dunque ad una settimana dalla strage di Brescia che proprio dalla citata organizzazione terroristica e con le modalità annunciate dallo “studente dell’Università di Ferrara” (il volantino nella cassetta postale di Vicenza), è stata effettivamente rivendicata.

 

Con riguardo al volantino rivendicativo della strage di Brescia (siglato ORDINE NERO Sez. “C.Z. CODREANU” ed ANNO ZERO), allegato alla nota n. 4141 del 10 giugno 1974 del SID di Padova, TRAMONTE, in linea con il contenuto della nota, ha confermato che Giovanni MELIOLI, a Rovigo, aveva istituito un cosiddetto circolo culturale intestato al nazionalista rumeno CODREANU.

Particolare attenzione è stata posta all’esame dell’appunto informativo allegato alla nota n. 4873 dell’8 luglio 1974. TRAMONTE ha subito affermato di non avere preso parte alla riunione che si era svolta ad Abano, a casa di Gian Gastone ROMANI, il 25 maggio 1974 e di avere appreso dallo stesso ROMANI le importantissime notizie che il M.llo FELLI riversò nel relativo appunto informativo.

 

 

Nel capitolo dedicato all’esame della produzione informativa della fonte TRITONE ci si è soffermati sulle problematiche relative al contenuto ed alla data di acquisizione, da parte del M.llo FELLI, delle notizie riportate nell’appunto informativo in esame. Nella nota che accompagna l’appunto informativo il M.llo FELLI specificò di avere acquisito dette notizie “dal 20 giugno al 4 luglio 1974”.

Da parte sua TRAMONTE, che nel verbale dell’8 marzo 1993 (dinanzi al GI di Brescia) aveva categoricamente escluso di essere la fonte di quelle compromettenti notizie e che, al contrario, a far data dai verbali del giugno/luglio del 1995 aveva affermato non solo di esserne la fonte, ma di avere preso parte agli eventi narrati, a cominciare dalla famosa riunione del 25 maggio 1974, ha tratto spunto dall’indicazione temporale annotata dal M.llo FELLI per affermare che lui stesso aveva assunto le notizie in questione in data successiva alla strage e, segnatamente, successiva al precedente incontro che aveva avuto con il M.llo FELLI il 14 giugno 1974.

 

Tutte le notizie relative a Carlo Maria MAGGI e più in generale al gruppo di Venezia che aveva aderito alla nuova organizzazione terroristica che si era costituita dopo lo scioglimento di ORDINE NUOVO, che era strutturata su due livelli (uno clandestino ed uno palese), che avrebbe operato sul terreno dell’eversione violenta (con la denominazione di ORDINE NERO), che avrebbe fatto capo, a livello centrale, ad un team dirigenziale di cui avrebbe fatto parte lo stesso ROMANI, Carlo Maria MAGGI e (“probabilmente”) l’on. Pino RAUTI, che avrebbe dovuto far sì che la strage di Brescia non rimanesse un fatto isolato e che avrebbe dovuto abbattere il sistema con una serie continua di attacchi terroristici, sarebbero state riferite a TRAMONTE, all’indomani della strage di Brescia, da Gian Gastone ROMANI.

L’affermazione difensiva è palesemente ed irrimediabilmente inverosimile e destituita del benché minimo fondamento, se solo si considera il livello di segretezza delle notizie che sopra sono brevemente sintetizzate ma che sono analiticamente riportate e commentate nel capitolo della presente memoria dedicato alla produzione informativa della fonte TRITONE.

 

A ciò si aggiunga che Gian Gastone ROMANI, all’epoca della strage, era un signore di 48 anni compiuti che ricopriva delicati incarichi all’interno di quel partito che circa un anno prima, dopo l’omicidio a Milano dell’Agente MARINO, aveva assunto una netta posizione contro i membri più oltranzisti della propria base elettorale e che TRAMONTE era un ragazzo di 22 anni (non ancora compiuti) che, stando alle sue stesse dichiarazioni dibattimentali, non aveva con ROMANI alcun rapporto che legittimasse tali sconcertanti rivelazioni e confidenze.

Posto di fronte all’estrema analiticità dei contenuti dell’appunto informativo ed interpellato sulle ragioni per le quali ROMANI avrebbe dovuto fornirgli un così analitico resoconto, l’imputato ha risposto che il racconto era dettagliato “perché lui ne teneva nota” e non ha saputo fornire alcuna spiegazione circa le ragioni che avrebbero indotto ROMANI ad un comportamento così dissennato.

 

Ancora una volta, come sempre, come ai tempi di LUIGI e di ALBERTO, l’imputato si è trovato di fronte alla necessità di rendere giustificazione delle conoscenze riversate al M.llo FELLI e non è stato in grado di fornire una accettabile giustificazione che non lo coinvolgesse, a pieno titolo, nelle vicende narrate.

Sulle vicende dei due TIR con targa straniera del 16 e del 23 giugno 1974 l’imputato ha riferito che in entrambe le occasioni si era recato sul luogo dell’appuntamento. In una delle due occasioni (che non ha saputo indicare) c’era anche Maurizio ZOTTO. La notizia delle due consegne gli era stata fornita il 14 o il 15 giugno 1974 da “qualcuno dell’ambiente vicino a ROMANI” che ha dichiarato di non essere in grado di indicare e che sicuramente conosceva per ragioni politiche.

Anche in questo caso non vi è chi non veda l’insanabile incongruenza che caratterizza le dichiarazioni dibattimentali dell’imputato. Se già è impensabile che una notizia così riservata venga comunicata a cose fatte, ad un soggetto estraneo all’evento, ancor più grave ed inaccettabile è l’affermazione secondo cui, a tale soggetto, possano essere state fornite precise indicazioni circa il luogo e l’orario delle due programmate consegne delle equivoche casse, mettendo a rischio l’intera operazione.

 

Il resoconto della giornata del 16 giugno 1974, nell’appunto informativo in esame, parte dalle vicende della mattina, con l’incontro a Brescia, nei pressi di piazza della Loggia, tra il “mestrino” (analiticamente descritto) ed il “camerata bresciano” dell’Alfa Romeo “DUETTO” (con relativa ragazza), si snoda con lo spostamento a Salò ove il gruppo si incontra con l’altro “camerata” della “PORSCHE” nera (e le due presunte prostitute), prosegue fino a tarda sera (sono le 23.30 quando il “mestrino” e l’uomo della PORSCHE si fermano al distributore AGIP non lontano dalla stazione di Brescia) e si chiude con la vicenda del TIR con targa tedesca.

 

Di questa intera ed intensa giornata, scandagliata nei minimi particolari nei verbali che vanno dal marzo del 1993 al dicembre del 2001, l’imputato, in dibattimento, ha riferito di non mantenere alcun ulteriore ricordo, rispetto alla scarna vicenda del TIR, sopra richiamata (175) ed ha aggiunto che tutte le altre notizie gli erano state riferite da qualcuno.

Anche qui valgono le stesse osservazioni di cui sopra, con riguardo alla precisione ed alla analiticità delle notizie fornite, ma non si può del resto dimenticare che non c’è più LUIGI a vestire gli scomodi panni del “giovane di Mestre, collaboratore del dott. MAGGI” (di 25 anni, con fisico asciutto ed atletico, alto m. 1.75) e che dunque è più opportuno, per TRAMONTE, trincerarsi dietro un comodo non ricordo.

 

Il chiaro intento difensivo di accreditare una sostanziale inidoneità della struttura ad organizzare ed a gestire l’evento terroristico del 28 maggio 1974 è però smentito dalle stesse indicazioni contenute negli appunti informativi generati dalla fonte TRITONE. E’ vero, infatti, che MAGGI, in occasione della riunione di Abano del 25 maggio 1974 parlò di una “nuova organizzazione extraparlamentare di destra” della quale era “in corso la creazione” e che sarebbe stata strutturata su due tronconi, uno palese (che si sarebbe appoggiato ai cosiddetti circoli culturali “ancora da costituire”) ed uno clandestino (che avrebbe operato “sul terreno dell’eversione violenta” con la denominazione di ORDINE NERO) ma è altrettanto vero che il primo appunto informativo con il quale è stato affrontato, in modo esplicito, il tema della “ricostituzione” del disciolto ORDINE NUOVO è quello allegato alla nota n.622 del 28 gennaio 1974 e dunque di diversi mesi prima.

 

Nell’appunto informativo di gennaio si parla espressamente della realtà di Ferrara e dei collegamenti di tale realtà con elementi di destra del Veneto e dell’Emilia, nonché del limite temporale che il gruppo si era imposto per darsi un assetto organizzativo, dal 15 dicembre 1973 al 15 giugno 1974.

 

Nell’appunto informativo allegato alla nota n. 775 del 2 febbraio 1974 si parla degli ex militanti di ORDINE NUOVO di Verona e di Bergamo “che si starebbero riorganizzando in gruppo” e nell’appunto allegato alla nota senza numero del 23 maggio 1974 si afferma testualmente che la nuova organizzazione clandestina “è già presente ed operante in alcune città del Settentrione” e che “verrà presto attivata anche a Padova”.

 

Da quanto sopra evidenziato emerge dunque chiaramente che la nuova organizzazione terroristica, già presente in alcune città del Centro-Nord fin dal dicembre del 1973 (all’indomani dello scioglimento del MPON), si è via via diffusa in altre città del Paese.

Contro ogni coerenza con quanto riportato negli appunti informativi esaminati e con le stesse dichiarazioni dibattimentali appena rese, l’imputato ha poi cercato di accreditare l’immagine di un ROMANI che, probabilmente, ignorava chi avesse compiuto la strage e giudicava “criminale e vigliacco” quell’atto.

Sempre a ROMANI ed a MELIOLI ha attribuito la genesi delle notizie di cui ai punti 17) e 18) dell’appunto informativo, riguardanti i rapporti politici che esistevano tra Carlo Maria MAGGI e Giovanni MELIOLI e tra quest’ultimo e Franco FREDA.

 

Anche con riguardo alla complessiva vicenda del 23 giugno 1974, relativa al secondo TIR con targa straniera, di cui all’appunto informativo allegato alla nota n. 5120 del 16 luglio 1974, TRAMONTE ha riferito di essere stato presente solo alla fase conclusiva della giornata e di avere avuto notizia dei precedenti spostamenti a Salò, Verona e Desenzano, del “giovane di Mestre” (“legato politicamente al dott. Carlo MAGGI”), parlando con un non meglio specificato soggetto.

 

La tempistica che TRAMONTE ha indicato in dibattimento è smentita nei fatti.

L’indagato ha riferito che il secondo viaggio si era reso necessario in quanto, in occasione del primo, non era stato in grado di indicare al SID alcun dato identificativo del TIR tedesco ed ha affermato che i dati del secondo TIR, quello olandese, li aveva forniti al centralinista del SID in tempo reale, prima ancora di rientrare a Lozzo Atestino.

Tale affermazione, in realtà, non tiene conto del fatto che le notizie relative al viaggio del 16 giugno 1974, che il M.llo FELLI annota di avere acquisito dal 20 giugno al 4 luglio 1974, sono contenute nell’appunto informativo del 6 luglio 1974 (allegato alla nota n. 4873 dell’8 luglio 1974) e che quelle relative al viaggio del 23 giugno 1974, che il M.llo FELLI annota di avere acquisito il 9 luglio 1974, sono contenute nell’appunto informativo allegato alla nota n. 5120 del 16 luglio 1974. Non si comprende dunque per quale ragione il M.llo FELLI, se realmente avesse avuto notizia del secondo viaggio del 23 giugno in tempo reale (e dunque prima della redazione dell’appunto informativo del 6 luglio), avrebbe dovuto attendere il 9 luglio per redigere l’appunto relativo al secondo viaggio.

 

L’appunto informativo allegato alla nota n. 5277 del 24 luglio 1974 è quello che affronta in maniera più analitica ed incisiva i contenuti dell’incontro che Gian Gastone ROMANI aveva avuto a Roma con l’on. Pino RAUTI il 30 giugno 1974. Si tratta della riunione, riservata ai dirigenti del MSI che erano attestati su “posizioni oltranziste”nel corso della quale RAUTI aveva fornito precise disposizioni organizzative ed operative per i “gruppi della destra rivoluzionaria”, in vista della “fase preinsurrezionale” prevista per il successivo autunno. Anche in questo caso, nel corso dell’esame dibattimentale, TRAMONTE ha riferito di avere appreso tutte le notizie ivi riportate da ROMANI.

 

A quella riunione avrebbe dovuto seguirne una seconda, programmata per una data prossima al 10 agosto 1974, alla quale avrebbe dovuto prendere parte la fonte TRITONE. L’imputato ha confermato il contenuto del relativo appunto informativo e ne ha tratto spunto per evidenziare quanto stretto fosse divenuto il suo rapporto con Gian Gastone ROMANI, se quest’ultimo era disposto a portarlo con sé, insieme a MAGGI e ad un non meglio specificato “altro elemento della zona di Padova”, in occasione del riservato incontro programmato con l’on. RAUTI.

 

Sulla estrema importanza e la valenza indiziaria dell’appunto informativo allegato alla nota n. 5580 dell’8 agosto 1974, relativo al campo di Bellinzona ed al disconoscimento della rivendicazione della strage dell’ITALICUS, si è già detto in occasione del capitolo della presente memoria relativo all’esame dei singoli appunti informativi. Anche questo appunto è stato pienamente confermato da TRAMONTE nel corso dell’esame dibattimentale, ivi compresa la parte dell’appunto ove si afferma che nella “tattica operativa di ORDINE NERO” non rientravano gli “attentati indiscriminati” (come nel caso della strage dell’ITALICUS) ma solo quelli diretti a “colpire obiettivi ben definiti e remunerativi”.

 

Al riguardo TRAMONTE ha affermato che l’estrema destra “accettava il discorso dell’attentato” inteso come atto che non fosse destinato a fare vittime e che avesse un obiettivo mirato ma ha escluso di avere mai sentito parlare di stragi.

 

L’affermazione appare piuttosto in contrasto con il contenuto degli appunti informativi poco sopra esaminati e con le relative dichiarazioni dibattimentali di TRAMONTE (basta pensare, a titolo di esempio, al problema della rivendicazione della strage di Brescia). Certo è che la manifestazione sindacale di Brescia del 28 maggio 1974, di chiara matrice antifascista, a differenza dell’ITALICUS, rappresentava un obiettivo.

Estremamente significativa appare infine la conferma dibattimentale che TRAMONTE ha fornito in ordine al fatto che Gian Gastone ROMANI, secondo gli originari progetti, avrebbe dovuto prendere parte all’incontro di Bellinzona.

 

 

 

 

 

3.2.74.3 – Esame delle dichiarazioni relative ai verbali istruttori.

Nell’affrontare la delicata questione delle dichiarazioni che, nel lungo arco temporale compreso tra il marzo del 1993 ed il maggio del 2002, aveva reso all’Autorità Giudiziaria ed alla PG delegata, TRAMONTE si è sostanzialmente attestato sulle posizioni assunte a far data dal confronto con il dott. DI STASIO del 23 maggio 2002.

Ha ripercorso le varie disavventure giudiziarie, a partire dal 1993, la conoscenza ed i rapporti con il Cap. GIRAUDO (nel 1995), gli arresti da parte della Guardia di Finanza (maggio 1996) e, successivamente, dei Carabinieri di Udine (settembre 1996) e della Questura di Matera (novembre 1996), fino alle più recenti vicende (dell’aprile 1999) che traevano origine proprio dalle intercettazioni telefoniche disposte nell’ambito del presente procedimento.

 

Ha affermato che l’unica verità era quella che aveva riferito al M.llo FELLI e che era stata fedelmente riportata nei relativi appunti informativi del SID di Padovaha riferito che tutto il resto era frutto della sua fantasia e traeva origine dalle letture che aveva sempre fatto, dalla frequentazione di un certo ambiente politico e dalle chiacchierate con il Cap. GIRAUDO.

 

Si è soffermato a lungo sul particolare rapporto che si era instaurato con l’ufficiale che, sin dall’inizio, gli era parso una persona “brava” e “simpatica”, oltre che professionalmente preparata. Ha sostenuto, senza peraltro fornire alcuno spunto giustificativo al riguardo, di non essersi mai sottratto alle infinite domande che gli venivano poste dall’ufficiale, che lo vedeva “come un amico” e che, lavorando con la fantasia, aveva sempre cercato di assecondare l’interlocutore, fornendogli le risposte di cui “aveva bisogno”.

 

L’unica spiegazione di tale forsennato modo di agire è stata indicata nell’uso della cocaina e dell’alcool che avrebbe iniziato ad assumere, in quantità smodate, fin dalla fine del 1994. Tale elemento, costituisce lo sviluppo di quel laconico riferimento alla “paura di restare solo” ed all’ “abuso di cocaina” che TRAMONTE, nel tentativo di spiegare le ragioni del proprio comportamento, aveva formulato nel memoriale di ritrattazione del 24 maggio 2002 che, come si ricorderà, concludeva con l’emblematica affermazione: “quello che ho fatto non ha alcuna giustificazione e, da un lato, è tuttora inspiegabile anche per me”.

 

Nel carcere di Verziano, dopo avere ribadito, nel corso di ben 19 interrogatori, il contenuto dei verbali relativi alle dichiarazioni che aveva precedentemente reso dal 1995 al 2001, avrebbe “cominciato a ragionare”, si sarebbe reso conto che stava “facendo male a tutti” ed avrebbe così deciso di redigere il memoriale con la ritrattazione.

 

Nell’affrontare il contenuto dei singoli verbali, a partire da quello relativo alle dichiarazioni rese al GI di Brescia l’8 marzo 1993, ha cercato di negare le palesi falsità e reticenze che caratterizzano quel primo verbale, sostenendo di avere reso quelle prime dichiarazioni in assoluta buona fede. Ha poi rammentato l’episodio del signore toscano che aveva incontrato alla stazione ferroviaria di Mestre e che aveva proposto a lui e a ZOTTO di costituire un gruppo per realizzare attentati ai tralicci ed ai ripetitori telefonici che avrebbero dovuto isolare l’Italia dagli altri Paesi. Il contatto gli era stato procurato dal direttore dell’hotel LINTA PARK di Asiago che aveva militato in ORDINE NUOVO.

Anche con riferimento alle vicende dei TIR ha cercato di non smentire la paradossale affermazione resa in occasione di quel primo verbale e cioè di avere appreso la notizia della programmata consegna del carico di “armi di provenienza estera” dai discorsi di un gruppo di giovani estremisti di Trento o di Bolzano, all’interno di un bar posto nelle vicinanze della sede del MSI.

Analogo l’atteggiamento assunto con riferimento a tutte le altre rilevantissime notizie contenute negli appunti informativi allegati alla nota n. 4873 dell’8 luglio 1974 (a partire dalla riunione di Abano del 25 maggio e fino ad arrivare al complessivo progetto stragista ed eversivo che avrebbe dovuto completare l’azione terroristica iniziata a Brescia il 28 maggio 1974) ed alla nota s.n. del 23 maggio 1974 (quella dello studente di Ferrara che gli propone di andare in giro a rivendicare gli attentati con i quali la nuova organizzazione terroristica si proponeva di abbattere il sistema borghese).

Di quelle notizie, in quel primo verbale, TRAMONTE aveva tenacemente negato la paternità, smentendo le dichiarazioni che erano state rese dal M.llo FELLI. In dibattimento ha candidamente sostenuto, contro ogni ragionevolezza, che di quelle indimenticabili notizie, l’8 marzo 1993, non manteneva alcun ricordo e che aveva fretta di tornarsene a casa in quanto aveva invitato a cena delle persone, per la festa delle donne.

 

Ai limiti del surreale appare la spiegazione che l’imputato ha fornito, nel corso dell’interrogatorio dibattimentale, con riguardo alle diffuse falsità che, a suo dire, caratterizzano i successivi verbali istruttori, dai primi tre verbali relativi alle dichiarazioni che rese nel 1995 al Cap. GIRAUDO (che operava su delega delle AAGG di Milano e di Brescia), alla decine e decine di dichiarazioni che, nei sei anni successivi, sono state raccolte da svariate Autorità Giudiziarie (di Brescia, di Milano e di Bologna), in contesti radicalmente diversi tra loro.

 

Tutto sarebbe nato dalla buona impressione che il Cap. GIRAUDO gli aveva fatto fin dal primo interrogatorio del 27 giugno 1995, dalla speranza di poter ottenere qualche beneficio processuale (con riferimento alle vicende giudiziarie nelle quali era all’epoca coinvolto, per reati fallimentari e per ricettazione) e dall’insistenza con la quale l’ufficiale gli chiedeva di fornire chiarimenti e spiegazioni sulle questioni che avevano costituito oggetto dell’apporto collaborativo che la fonte TRITONE (alias Maurizio TRAMONTE) aveva fornito al M.llo FELLI del SID di Padova.

 

La sorprendente scelta di simulare un atteggiamento collaborativo, fornendo all’ufficiale delle false risposte che potessero assecondare le domande del medesimo, sarebbe poi stata favorita ed in qualche modo condizionata da un presunto o meglio preteso stato di grave tossicodipendenza da cocaina.

E’ significativo che questa spiegazione sia stata utilizzata da TRAMONTE per spiegare, indistintamente, tutte le dichiarazioni rese dal giugno 1995 al dicembre 2001 e che l’imputato, in dibattimento, abbia perfino cercato di ricondurre all’interno di tale contesto la fantasiosa invenzione del “mestrino” che “non era propriamente mestrino ma aveva più una calata tipica della zona di San Donà di Piave”.

 

 

Alla richiesta di fornire spiegazione in ordine a tale affermazione, infatti, TRAMONTE ha affermato: “Che ne so io cosa voleva GIRAUDO”, “Non lo so, io penso che rispondevo come voleva GIRAUDO” e all’ulteriore sbigottita richiesta: “Cioè GIRAUDO voleva che il mestrino fosse di San Donà di Piave?”, ha ribadito: “Che differenza poteva essere mestrino, accento di San Donà, destra della riva o sinistra della riva, che ne so. E’ un drogato che parla, quindi non mi ricordo”.

 

Come se l’invenzione di LUIGI e la conseguente interminabile serie di sviluppi, di condizionamenti (nei confronti di ZOTTO) e di inquinamenti, fosse servita all’ufficiale e non rispondesse, invece, ad un preciso progetto lucidamente predisposto e tenacemente portato avanti dall’imputato, fino alla ritrattazione del 23/24 maggio 2002, per non svelare la reale identità degli ordinovisti “mestrini” coinvolti nei tragici fatti che costituiscono l’oggetto del presente procedimento.

Anche il tentativo di comprendere le ragioni per le quali, in occasione dell’escussione del 27 giugno 1995 (la prima da parte della PG delegata), TRAMONTE avesse chiamato in causa l’amico Maurizio ZOTTO (in quel verbale citato con il solo nome proprio), indicandolo quale soggetto che sarebbe stato in grado di fornire molte indicazioni sul conto del dott. MAGGI e di fornire il “nome del mestrino”, non ha sortito migliori risultati, essendosi l’imputato trincerato dietro l’immancabile “non lo so”.

 

Nel corso di tutto l’esame dibattimentale, l’imputato ha cercato di spiegare le proprie scelte pseudo collaborative e le apparenti incongruenze del proprio comportamento con l’uso smodato di cocaina, asseritamente assunta quotidianamente ed in grande quantità, perfino nelle pause degli interrogatori, e con la volontà di assecondare il Cap. GIRAUDO, nella speranza di qualche intervento che potesse “allungare i procedimenti” nei quali era coinvolto. Questa risibile spiegazione è stata fornita con riferimento a tutti i verbali resi dal 1995 al 2001 e dunque sia con riferimento ai primi tre verbali resi alla PG, che con riferimento alle decine di verbali resi alle AAGG di Brescia, di Milano e di Bologna; sia con riferimento alle dichiarazioni rese nella veste di persona informata sui fatti, che a quelle fornite nella veste di indagato di reato connesso e perfino nella veste di indagato per il reato di strage; sia con riferimento ai periodi in cui era libero, che con riferimento agli interminabili verbali dell’autunno 2001, resi in stato di detenzione presso il carcere di Verziano.

Non si può peraltro dimenticare che le presunte aspettative riposte negli auspicati interventi del Cap. GIRAUDO confliggono (e non poco) con lo specchiato comportamento tenuto dall’ufficiale in occasione delle richieste di aiuto formulate in occasione delle due vicende che portarono all’arresto di TRAMONTE nel maggio e nel settembre del 1996, ad opera della Guardia di Finanza, per reati fallimentari e fiscali, e dei Carabinieri di Udine, per ricettazione. Proprio la totale assenza di interventi dell’ufficiale, nelle citate occasioni, aveva mandato su tutte le furie lo pseudo collaboratore che, come si è sopra evidenziato, aveva annunciato la decisione di cessare ogni tipo di collaborazione.

 

 

Significativo è il periodo nel quale tali vicende vanno collocate, se si tiene conto che precede l’inizio degli interrogatori da parte dell’AG e la cosiddetta nascita del fantomatico ALBERTO. Per non parlare dell’arresto del 19 aprile 1999 che venne operato dai Carabinieri di Castellaneta (per vicende di ricettazione di macchine movimento terra) ma che traeva origine dalle intercettazioni svolte, nell’ambito del presente procedimento, proprio dai Carabinieri del Reparto Anti Eversione del ROS di Roma, circostanza (nota a TRAMONTE) che non ha impedito all’imputato di tenere fermo il proprio atteggiamento pseudo collaborativo.

 

 

Quanto all’abuso di cocaina, l’altro cardine delle dichiarazioni dibattimentali, TRAMONTE è arrivato ad affermare di avere assunto droga perfino in Procura, nelle pause degli interrogatori. Ha sostenuto di avere iniziato ad assumere cocaina nell’autunno del 1994 ma di non avere mai rappresentato il proprio stato di tossicodipendenza nei vari periodi di detenzione carceraria subiti nel 1996, nel 1999 e nel 2001 e di non avere mai avuto problemi di astinenza in carcere. Ha ricordato che, forse, qualche confidenza circa le proprie condizioni le aveva fatte alla psicologa del carcere di Verziano (dunque nel 2001) che gli aveva dato qualche farmaco per dormire ma che mai, né in carcere, né in ospedale, aveva dichiarato di avere problemi con l’alcool e con la droga. Nel verbale dibattimentale del 17 giugno 2010 ha precisato che assumeva un etto di cocaina al mese e che, una volta all’anno, acquistava all’ingrosso circa un chilogrammo di cocaina pura, al prezzo di 35 milioni di lire al chilo.

 

E’ del tutto evidente che assunzioni così massicce di sostanza stupefacente, nei periodi di brusca interruzione determinati dai periodi di detenzione, avrebbero dato luogo a problemi medici che avrebbero lasciato traccia documentale nella documentazione sanitaria delle strutture carcerarie ove TRAMONTE è stato recluso.

Nell’esaminare il contenuto dei verbali del 14 luglio e del 13 dicembre 1995, particolare attenzione è stata posta alle dichiarazioni che TRAMONTE aveva reso con riguardo alle riunioni di Abano, a casa di Gian Gastone ROMANI, alle teorie stragiste di MAGGI ed alle vicende del 16 e del 23 giugno 1974. L’imputato ha ribadito di non avere mai preso parte a quelle riunioni, evocando le occasioni in cui, in corso di istruttoria, si era perfino“accusato di avere partecipato ad una riunione preparatoria di una strage”, ed ha ribadito di non avere mai conosciuto Carlo Maria MAGGI.

 

La ragione delle pretese falsità è sempre la stessa: le insistenze del Cap. GIRAUDO ed il desiderio di assecondarlo.

 

Perfino l’invenzione del fantomatico ALBERTO, secondo le indicazioni che TRAMONTE ha fornito nel corso dell’esame dibattimentale, sarebbe scaturita da un non meglio specificato richiamo che il Cap. GIRAUDO avrebbe fatto all’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno ed al dott. RUSSOMANNO, in occasione dell’incontro che l’ufficiale ebbe con TRAMONTE (il 15 febbraio 1996) presso l’hotel SHERATON di Padova ed alla contestazione che in realtà, dalla trascrizione della telefonata del 16 dicembre 1996 intercettata dalla Questura di Matera, emerge chiaramente che lo “stimolo” proveniva da TRAMONTE e non certo dall’ufficiale, l’imputato ha candidamente replicato “sì, ma io ho stimolato molto il capitano”.

 

E’ fin troppo evidente che la assoluta inconsistenza ed irragionevolezza delle risposte e delle pseudo spiegazioni fornite da TRAMONTE sui punti più significativi delle dichiarazioni precedentemente rese, non può che rafforzare il convincimento che ben altre siano le reali motivazioni che hanno indotto TRAMONTE ad assumere il ruolo dello pseudo collaboratore, inventandosi la figura di LUIGI nel 1995 e quella di ALBERTO nel 1996/97.

 

Sul tema dell’accordo che intendeva proporre al Cap. GIRAUDO in occasione della telefonata del 16 dicembre 1996 e la conseguente richiesta di protezione, l’imputato ha spiegato di avere ritenuto, in quel momento di particolare difficoltà (per le problematiche finanziarie e giudiziarie che stava vivendo), che l’applicazione di un programma di protezione avrebbe potuto essergli di giovamento.

 

Ma anche in quest’ottica che, peraltro, si pone in netta contrapposizione con le convincenti spiegazioni che aveva fornito in occasione dell’udienza della Corte di Assise a Milano del 21 dicembre 2000, non ha saputo chiarire a cosa gli servisse questo secondo e falso referente sul conto del quale, comunque, a partire dal verbale del 15 maggio 1997 non aveva mancato di fornire l’infinita serie di falsi spunti investigativi di cui si è già detto.

 

 

Il verbale del 15 maggio 1997, come si è sopra evidenziato, oltre ad approfondire le figure di LUIGI e di ALBERTO, contiene una lunga serie di importanti indicazioni e spunti investigativi che in parte prescindono dal contenuto degli appunti informativi del SID ed in parte ne costituiscono un approfondimento ed un sviluppo. Tra questi ultimi non possono essere trascurati quegli spunti che, sia pure sotto l’apparente protezione del ruolo asseritamente svolto al servizio dell’inesistente ALBERTO, coinvolgono in prima persona TRAMONTE nelle riunioni operative destinate a dare attuazione al complessivo programma stragista, fino al punto che lo stesso TRAMONTE avrebbe potuto essere designato da MAGGI per l’esecuzione materiale della strage di Brescia.

 

E’ questo un punto centrale delle dichiarazioni di TRAMONTE che ha trovato reiterate conferme nei verbali che si sono succeduti fino al momento in cui, venuta a cadere la figura di ALBERTO, l’imputato ha ritrattato gran parte delle dichiarazioni precedentemente rese.

 

Stimolato a spiegare quali fossero le ragioni per le quali aveva riferito quanto sopra, TRAMONTE ha fornito la solita laconica risposta: “Ecco, e le sto dicendo per le condizioni in cui stavo in quel periodo. E non posso rispondere Maurizio TRAMONTE di oggi per quello che ha detto Maurizio TRAMONTE di allora, posso pagare per quel Maurizio ma non le so rispondere”.

 

 

Nel corso di tutto l’esame dibattimentale, TRAMONTE ha continuato ad attribuire da una parte alle insistenze del Cap. GIRAUDO ed alle notizie acquisite dalla lettura di vari libri e dall’altra alle sue condizioni psichiche, connesse con l’abuso della cocaina, la ragion d’essere e la chiave di lettura di gran parte degli spunti investigativi forniti nei vari verbali istruttori presi in esame, fatta eccezione per tutto ciò che ha diretta e specifica attinenza con gli appunti informativi del M.llo FELLI che sono stati confermati.

Ancora sul tema di ALBERTO va segnalata la spiegazione che TRAMONTE, nel corso del dibattimento, ha fornito circa il momento in cui, naufragato il falso incontro di Roma del 30 settembre 1997, ha subito cercato di sostituirlo con l’altrettanto falso incontro di Forlì del 1993 o 1994. L’imputato ha infatti chiarito che, nel 1994, gli era effettivamente capitato di pernottare in un albergo del centro di Forlì, non lontano da un ristorante cinese e di avere utilizzato detta circostanza, vera, quale riscontro del falso incontro con ALBERTO.

 

Questo modo di procedere dà conto dell’estrema lucidità del soggetto e delle notevoli capacità dimostrate nel campo dell’inquinamento e del depistaggio. Di tutto ciò occorre tenere conto nel considerare che queste doti sono state messe a frutto nel tentativo di tenere in vita un personaggio inesistente (ALBERTO) sulla cui genesi TRAMONTE non ha saputo, o meglio non ha voluto, fornire alcun reale chiarimento.

 

Nessuna spiegazione è stata fornita, in dibattimento, neppure in ordine al tentativo di attribuire anche al M.llo FELLI la responsabilità di non avere fatto nulla per impedire la strage. Il tema era stato introdotto, per la prima volta, nel verbale del 30 maggio 1997, ove si affermava che le informazioni circa la riunione di Abano del 25 maggio 1974 erano state fornite al M.llo FELLI fin dalla sera di quello stesso giorno.

 

Analogamente è accaduto per l’indicazione di Maria TURINI, quale proprietaria dell’Alfa Romeo “DUETTO”, e di Ermanno BUZZI, quale soggetto che viaggiava sulla PORSCHE nera di cui all’appunto informativo allegato alla nota n. 4873 dell’8 luglio 1974.

 

Sul problema dei rapporti che intercorrevano, nel 1974, tra MELIOLI e MAGGIl’imputato ha cercato di accreditare la tesi di una sostanziale divergenza di posizioni. Da una parte MELIOLI che gravitava nell’orbita di ANNO ZERO, che era in contatto con l’ambiente veronese di ORDINE NUOVO (e dunque l’ambiente del MPON che faceva capo ad Elio MASSAGRANDE), che era critico nei confronti di RAUTI (anche prima di essere espulso, nel 1973, dal MSI) e che ad un certo punto, mutando la propria posizione, aveva condiviso le idee di Franco FREDA ed aveva assunto una posizione filo-araba ed anti-ebraica, dall’altra MAGGI che, insieme a ROMANI ed a RAUTI, non si riconosceva in ANNO ZERO ed era su posizioni filoisraeliane.

 

In realtà dall’esame degli appunti informativi allegati alle note n. 4873 dell’8 luglio 1974 e n. 5580 dell’8 agosto 1974, integralmente confermati da TRAMONTE, emerge proprio il contrario e cioè che, fatte salve le lotte interne per conquistare la leadership del gruppo e le posizioni, non del tutto collimanti, in materia di politica estera, la nuova organizzazione terroristica di cui la fonte TRITONE ebbe a riferire al M.llo FELLI (l’unica per così dire <legittimata> ad operare sotto il nome di ORDINE NERO), come si è sopra evidenziato, era quella che si identificava nell’organizzazione degli ex ordinovisti che, dopo lo scioglimento di ORDINE NUOVO, si era raccolta intorno al periodico ANNO ZERO e che riconosceva, quali propri leaders, RAUTI, GRAZIANI, MASSAGRANDE e FRANCIA.

 

 

Ulteriori ed inequivocabili spunti documentali che contraddicono le affermazioni dibattimentali di TRAMONTE e che evidenziano gli stretti rapporti politici esistenti tra MELIOLI e l’on. Pino RAUTI sono poi rinvenibili nei già citati appunti informativi allegati alle note n. 8276 del 2 dicembre 1974 e n. 2740 del 28 aprile 1975. In quest’ultimo appunto, in particolare, si afferma testualmente: “il gruppo MELIOLI fa ora stabile riferimento al gruppo EUROPA CIVILTA’, controllato dall’on. Pino RAUTI”.

 

A partire dal verbale dell’11 giugno 1997, come già si è riferito, TRAMONTE ha iniziato a parlare di tutta una serie di vicende che avrebbero costituito oggetto del falso rapporto fiduciario intercorso con il fantomatico ALBERTO, a far data dal 1968, dall’inserimento in ORDINE NUOVO ai rapporti con l’AGINTER PRESSE, dalle attività di schedatura della sinistra ai primi attentati di Padova dell’aprile 1969, dagli attentati ai treni dell’agosto 1969 agli attentati di Milano e Roma del 12 dicembre 1969.

 

Di tutti questi argomenti, che hanno riempito pagine e pagine dei verbali relativi alle dichiarazioni che TRAMONTE ha reso ai PM di Brescia e di Milano, l’imputato, in dibattimento, ha affermato che si trattava di circostanze che si era semplicemente inventato, traendo spunto dalla lettura di alcuni libri, ma non ha fornito la benché minima spiegazione delle ragioni che lo avrebbero determinato a comportarsi in tal modo, limitandosi a richiamare le condizioni psichiche nelle quali si trovava, in conseguenza del grave stato di tossicodipendenza.

 

Nuovamente sollecitato sul tema del programma di protezione, nel corso dell’esame dibattimentale del 3 giugno 2010, l’imputato non ha spiegato cosa realmente intendesse ottenere, soffermandosi ancora una volta sulle condizioni psichiche dell’epoca e sulla contraddittorietà del suo comportamento che, da una parte, chiedeva protezione, rappresentando pericoli inesistenti, e dall’altra, affermava di non avere bisogno di alcuna tutela immediata e, comunque, rifiutava di sottoscrivere il programma che, per ben due volte, era stato deliberato dalla competente Commissione ministeriale.

 

Non meno sorprendenti appaiono le spiegazioni che TRAMONTE ha fornito, in occasione dell’esame dibattimentale del 3 giugno 2010, con riferimento alla genesi del racconto relativo al falso incontro con il falso ALBERTO del 30 settembre 1997.

 

Il 30 settembre del 1997 aveva appuntamento a Roma con il personale del Servizio Centrale di Protezione ed il Cap. GIRAUDO, dopo essersi reso disponibile ad accompagnarlo al Ministero, gli aveva fatto sapere che era impossibilitato a mantenere l’impegno. A distanza di tre mesi, l’ultimo dell’anno, nell’occasione in cui, da Parigi, aveva telefonato al capitano per fargli gli auguri di buon anno, era rimasto contrariato da una frase dell’ufficiale (del tipo: tu sei a Parigi ed io sono qua che lavoro). Per ripicca avrebbe deciso di trovargli “un po’ di lavoro” ed avrebbe iniziato a fornire indicazioni sul falso incontro. Ogni commento appare superfluo.

 

 

Tornando ancora sul tema del programma di protezione e più in particolare sui verbali del 26 marzo 1998 e del 3 giugno 1998, l’imputato, in occasione dell’esame dibattimentale dell’8 giugno 2010, ha sostenuto che con le richieste di protezione mirava ad ottenere la liquidità finanziaria di cui in quei momenti aveva bisogno.

Già si è detto, al riguardo, come TRAMONTE avesse in realtà chiarito fin dall’interrogatorio del 21 dicembre 2000 (dinanzi alla Corte di Assise di Milano) che, nel formulare quelle richieste economiche, era ben consapevole che non sarebbero mai state accolte.

In questa nuova e diversa impostazione difensiva, TRAMONTE è tornato sui temi che erano stati affrontati nella precedente udienza dibattimentale del 3 giugno 2010 ed in particolare sulle ragioni per le quali, tra la fine del 1996 e l’inizio del 1997, aveva deciso di introdurre nel procedimento il tema del falso ALBERTO. In questo caso, in palese contraddizione con quanto sopra riportato, ha affermato che la decisione era conseguente al mancato intervento del Cap. GIRAUDO in occasione dell’arresto da parte dei Carabinieri di Udine (dunque una sorta di ritorsione) ed alla volontà di alzare “la temperatura”, sostanzialmente per rendersi più interessante ai suoi occhi ed ottenere il programma di protezione con qualche beneficio processuale. In tempi successivi avrebbe invece mirato ai “soldi”.

 

 

Anche il tema relativo agli eventi terroristici del 1969, nel verbale dell’8 giugno 2010, subisce la stessa evoluzione. L’utilità del racconto sarebbe da ricercarsi nell’esigenza di TRAMONTE di accreditarsi quale “mente storica di quegli anni”.

Gli accenni che TRAMONTE ha fatto, nelle telefonate intercettate con il Cap. GIRAUDO n. 2067 del 2 novembre 1998, n. 2081 del 3 novembre 1998 e n. 3029 del 4 gennaio 1999, a riunioni svoltesi presso una villa situata sul lago di Garda (nel 1971), presso il ristorante Lugana Vecchia di Colombare di Sirmione e presso una abitazione di Verona (nel 1974) costituiscono, nella spiegazione fornita dall’imputato all’udienza dibattimentale dell’8 giugno 2010, l’anticipazione di discorsi sviluppati nei successivi verbali istruttori aventi ad oggetto la posizione del Cap. Francesco DELFINO.

Anche in questo caso l’imputato, in dibattimento, ha riferito di avere assecondato l’interlocutore e di avere perfino precostituito elementi di parziale riscontro alle dichiarazioni rese. Il tutto e sempre, nella nuova prospettiva del verbale dibattimentale dell’8 giugno 2010, per suscitare il maggior interesse possibile e per ottenere “i soldi” dal Servizio di Protezione.

 

 

Altre invenzioni, finalizzate a tenere “calda la situazione con Massimo GIRAUDO ed anche con la Procura” sono, nella prospettazione dibattimentale, quelle relative alla morte del pilota Giovanni DOVIGO ed al corso di addestramento in Sardegna. Per tali invenzioni ha affermato di avere tratto spunto da letture relative alla struttura denominata GLADIO ed alla relativa base di Capo Marrargiu.

L’invenzione della presunta aggressione del 3 marzo 1999, nel pressi del NOVOTEL di Milano, e del successivo rifiuto di riprendere la verbalizzazione, il giorno successivo, è stata spiegata, ancora una volta, con l’esigenza di accreditare una situazione di pericolo che legittimasse l’applicazione del programma di protezione.

Nell’esaminare le notizie, contenute nel verbale istruttorio del 10 giugno 1999, relative alla leadership che Pino RAUTI esercitava su ORDINE NUOVO, negli anni ‘70, anche dopo la confluenza del CSON nel MSI, TRAMONTE ha confermato che RAUTI era “il dominus” di ORDINE NUOVO, aveva mantenuto la propria segreteria politica in via degli Scipioni (già sede nazionale del CSON) ed aveva continuato a dirigere la rivista di ORDINE NUOVO, che veniva pubblicata ogni due mesi, anche dopo la confluenza del CSON nel partito. Ha però escluso di avere affrontato questi argomenti con FACHINI ed ha relegato ad una propria “supposizione” le affermazioni relative alla subordinazione di MAGGI a RAUTI.

 

All’udienza dibattimentale del 10 giugno 2010 sono stati ripresi gli argomenti che erano stati anticipati nelle intercettazioni del novembre 1998 e del gennaio 1999, riguardanti la riunione sul lago del 1971 e le varie situazioni che coinvolgevano il Cap. DELFINO. TRAMONTE ha ribadito che si trattava di circostanze che aveva inventato per rendere più interessanti le proprie deposizioni e che aveva cercato di supportare con apparenti riscontri, per apparire “credibile”.

 

Le dichiarazioni rese al PM di Bologna il 29 febbraio 2000 (che attribuiscono a Giovanni MELIOLI una qualche responsabilità per la strage del 2 agosto 1980) sono state spiegate dall’imputato, con la solita esigenza di compiacere il Cap. GIRAUDO, nell’esclusiva speranza, questa volta, di poter ottenere qualche beneficio nelle vicende processuali nelle quali era coinvolto. Venute meno, nel 1999, le esigenze di natura finanziaria, sarebbe infatti rimasta in piedi l’originaria speranza di potere conseguire qualche forma di non ben definita tutela processuale.

 

 

 

Sull’importante verbale istruttorio del 22 novembre 2000, quello con il quale TRAMONTE ha per così dire svelato il nome di ALBERTO, accusando di reati gravissimi ed infamanti il dott. Lelio DI STASIO e chiedendo l’applicazione di un programma di protezione totalmente svincolato da contenuti di natura economica (richiesta che non ha avuto alcun seguito da parte della Procura), l’imputato ha fornito la solita risposta di sempre: “... penso per accontentare, per come pensavo io che volesse essere accontentato Massimo”,“io ho questa sensazione” escludendo, paradossalmente, che la falsa accusa nascesse dall’esigenza di difendersi dagli addebiti che la Procura aveva mosso nei suoi confronti, proprio a partire dalle falsità riferite sul conto del fantomatico ALBERTO, con la richiesta di applicazione di misura cautelare e con il successivo appello al Tribunale del Riesame di Brescia.

 

 

Nessuna spiegazione è stata invece fornita sull’altro nominativo svelato, quello del fantomatico LUIGI. In questo caso TAMONTE ha fatto riferimento alle condizioni nelle quali si trovava in quel momento e si è limitato a dire che il nome di Maurizio ZOTTO lo aveva fatto per “cattiveria pura”.

 

Con riguardo alle dichiarazioni rese in Corte di Assise a Milano, il 21 dicembre 2000, TRAMONTE ha riferito che si era presentato in aula con l’idea di avvalersi della facoltà di non rispondere (perché i Carabinieri che dovevano scortarlo in aula erano giunti in ritardo) e che poi, vedendo il PM ed il Difensore di Parte Civile, aveva deciso di sottoporsi all’interrogatorio. L’affermazione sembra almeno in parte smentita dal documento di 18 facciate che, proprio in vista del dibattimento milanese, aveva redatto sintetizzando tutti gli argomenti che riteneva di interesse in quella sede e che gli è stato sequestrato in occasione dell’arresto del 3 luglio 2001. Lo stesso TRAMONTE, del resto, proprio all’udienza dell’11 giugno 2010, ha spiegato di avere a lungo studiato i propri verbali per presentarsi a Milano preparato.

 

 

L’ostinazione nel sostenere l’esistenza di ALBERTO e la sua identificazione con il dott. DI STASIO e stata spiegata con l’esigenza di rafforzare la propria “credibilità” e l’abuso di cocaina. La proliferazione dei LUIGI non è stata spiegata in alcun modo.

 

 

Dopo l’esecuzione (del 3 luglio 2001) della misura della custodia cautelare in carcere, per il reato di strage, e dopo che, in occasione dei primi interrogatori del luglio/agosto del 2001, si era avvalso della facoltà di non rispondere, l’imputato, come si è sopra riferito, ha ripreso a rendere le proprie dichiarazioni confermando, ancora una volta, tutto quanto aveva in precedenza riferito.

 

Questa fase si colloca in un contesto totalmente diverso da quelli che avevano caratterizzato i precedenti rapporti di TRAMONTE con la Polizia Giudiziaria e con la Procura di Brescia. A questo punto l’imputato è direttamente accusato di avere avuto un proprio ruolo nella determinazione della strage e di avere mentito circa l’esistenza del fantomatico personaggio che lo avrebbe infiltrato, come mero osservatore, all’interno del gruppo terroristico responsabile di quel terribile evento.

 

Si trova detenuto, per questa causa, nel carcere di Verziano ed in queste condizioni viene interrogato, non una o due volte, ma la bellezza di venti volte. Venti interminabili interrogatori nel corso dei quali sono stati affrontati ed in parte ampliati tutti gli argomenti che avevano costituito oggetto dei precedenti interrogatori che, a loro volta, sono stati integralmente ripercorsi ed analizzati. In questa fase TRAMONTE è isolato dal mondo esterno e non può certo fare uso di cocaina (ammesso che ne abbia mai fatto realmente uso ed in quelle quantità). Nessuna richiesta di programma di protezione è pendente in quella fase.

 

Ciò malgrado non muta il proprio atteggiamento, sollecita di essere interrogato e si sottopone ai citati venti interrogatori nel corso dei quali ha sostanzialmente confermato le precedenti dichiarazioni, fino a giungere all’interrogatorio del 12 dicembre 2001 in occasione del quale, dopo che il 6 dicembre 2001 aveva visto vacillare la figura del mitico ALBERTO, ha iniziato ad avvalersi della facoltà di non rispondere fino al confronto con il dott. DI STASIO del 23 maggio 2002 ed alla ritrattazione del 24 maggio 2002.

 

Richiesto di fornire spiegazione di tali scelte processuali, TRAMONTE ha sostenuto che non aveva avuto il “coraggio” di dire la verità e che il Cap. GIRAUDO, nell’agosto del 2001, gli aveva mandato a dire che era suo interesse continuare la collaborazione con la Procura di Brescia (230). Solo il lento percorso di disintossicazione, conseguente al mero stato di detenzione, lo avrebbe aiutato a prendere coscienza che si era “rovinato” con le proprie mani e che aveva “diffamato” e “calunniato” anche persone a lui care, oltre ad avere preso in giro sé stesso, la Procura della Repubblica ed il Cap. GIRAUDO, ed aveva per tali ragioni cominciato ad avvalersi della facoltà di non rispondere, nel dicembre del 2001, fino a giungere, nel maggio del 2002, alla nota ritrattazione.

L’imputato ha insomma negato che la venuta meno della protezione giudiziaria rappresentata dal fantomatico ALBERTO abbia avuto un qualche ruolo nella decisione di ritrattare gran parte delle proprie dichiarazioni e con esse, ovviamente, quelle di chiaro contenuto confessorio.

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