PROCURA DELLA REPUBBLICA PRESSO IL TRIBUNALE DI BRESCIA

MEMORIA DEL PUBBLICO MINISTERO MASSIMO MERONI

(STRAGE DI PIAZZA DELLA LOGGIA)

 

Proc. Pen. n.03/08 Corte Assise di Brescia 

 

 

CAPITOLO 8.0

 

 

CAPITOLO VIII

DELFO ZORZI

8.1 - IL RUOLO DI DELFO ZORZI

Delfo ZORZI è latitante e sussiste contro di lui un giudizio di gravità indiziaria “definitivo”, sia pure ai limitati fini del procedimento “cautelare”.

Verrà esaminata tra poco anche la sua posizione come valutata dalla Corte di Cassazione, a seguito dei ricorsi dei suoi Difensori, e si vedrà che le sentenze emesse prendono in considerazione anche quegli eventi, quali la ritrattazione di TRAMONTE, l’esito negativo dell’identificazione di CARRET, la diversa valutazione dell’attendibilità di DIGILIO con riferimento ad altre analoghe vicende. Si tratta, quindi, di un giudizio definitivo di gravità indiziaria che si fonda comunque su un quadro processuale perfettamente identico a quello davanti al quale ci si trova oggi, ad anni di distanza, esaurita l’istruttoria dibattimentale.

Delfo ZORZI è il capo del gruppo ordinovista di Mestre; non si tratta di una folla, ma di un gruppo sparuto di estremisti nell’ambito del quale egli emerge universalmente dal quadro testimoniale come l’elemento di maggior spicco, il più determinato, il più duro, quello dalla personalità più spiccata, il più dotato fisicamente per l’eccellenza nelle arti marziali, il più brillante anche dal punto di vista culturale. E’ il punto di riferimento di quel gruppo ed è strettamente legato a Carlo Maria MAGGI, Carlo DIGILIO e Marcello SOFFIATI.

E’ raggiunto da cospicui elementi di prova desumibili, tra l’altro:

1) dalla chiamata in correità di Carlo DIGILIO che ha dichiarato di aver appreso da Marcello SOFFIATI che fu ZORZI a preparare l’ordigno destinato a Brescia, sul quale venne chiamato ad intervenire pochi giorni prima della strage;

2) dal contenuto degli appunti della Fonte TRITONE, confermati da TRAMONTE e da FELLI, dai quali si desume la presenza di almeno due ordinovisti mestrini (appartenenti al gruppo costituito da pochissime unità, pacificamente capeggiato da ZORZI) alla riunione del 25 maggio 1974 a casa di Giangastone ROMANI ed alla loro ulteriore presenza in momenti critici, successivi alla strage di Brescia, in occasione dei quali venne consegnato, dopo essere stato prelevato da TIR stranieri, materiale illecito, verosimilmente armi o esplosivi, collegati con l’attività della costituenda organizzazione eversiva capeggiata dal MAGGI; dall’incarico affidato, secondo gli appunti, a due ordinovisti di Mestre, e quindi al gruppo di ZORZI, di eseguire il piano eversivo, contemplante attentati, riferibile all’organizzazione di MAGGI;

3) dalle ammissioni di TRAMONTE, rese in dibattimento, circa il fatto di aver effettivamente chiamato in correità ZORZI per la strage di Brescia;

4) dalle dichiarazioni rese da TRAMONTE il 21.12.2000 davanti alla Corte D’Assise di Milano, opponibili a MAGGI e ZORZI: nell’ambito delle stesse si fa un chiaro riferimento al coinvolgimento di ZORZI nella strage di Brescia in quanto il predetto avrebbe coinvolto i tecnici dell’AGINTER PRESSE non appena sorsero le difficoltà concernenti l’esplosivo destinato alla strage medesima;

5) dal coinvolgimento di ZORZI in più fatti concernenti la detenzione di esplosivi o in fatti eversivi (in particolare attentato alla Scuola Slovena ed al Cippo di confine di Gorizia; attentato di Grumolo delle Abbadesse – di cui riferisce MAGGI nel corso del colloquio con DIGILIO; );

6) dalle idee stragistiche manifestate da ZORZI, in particolare a Martino SICILIANO;

7) dai rapporti di ZORZI con l’Ufficio degli Affari Riservati;

8) dalle cospicue somme di denaro documentalmente versate da ZORZI a Martino SICILIANO affinchè ritrattasse non solo le sue accuse per la strage di Piazza Fontana, ma anche quelle per la strage di Brescia;

9) dai rapporti tra ZORZI e BUZZI emergenti dalle dichiarazioni di Martino SICILIANO;

 

 

 

 

 

8.2 - LA GRAVITA’ INDIZIARIA NEI CONFRONTI DI ZORZI ALLA LUCE DELLE SENTENZE DELLA S.C.

La prima sentenza della S.C. che si occupa di ZORZI è quella della Sesta Sezione del 2.7.2001: viene accolto il ricorso del P.M. contro l’ordinanza del Tribunale dell’1.12.2000 che, riformando parzialmente l’ordinanza del G.I.P. di Brescia del 30.10.2000, aveva adottato la misura della custodia cautelare in carcere nei confronti del solo Maurizio TRAMONTE “ritenuto reo confesso in ordine alla partecipazione alla fase preparatoria del delitto” e non anche nei confronti di MAGGI e ZORZI.

La S.C. annullava l’ordinanza ritenendo che “le dichiarazioni del DIGILIO assumano, allo stato, valore di principio di riscontro individualizzante delle dichiarazioni del TRAMONTE, non solo quanto al generico progetto stragista dei due ma, più specificamente, alla strage di Brescia.” La Corte faceva riferimento in particolare alle cadenze temporali ravvicinate degli incontri preparatori, ai medesimi soggetti coinvolti, alla ritenuta compatibilità tra le dichiarazioni dei due collaboranti anche quanto all’esplosivo utilizzato, al fatto che il MAGGI sia stato chiamato in causa dal TRAMONTE come l’ideatore della strage. La Corte, poi, evidenziava l’esasperata opera di segmentazione, compiuta dal Tribunale del Riesame, con riferimento al quadro complessivo degli ulteriori elementi indiziari, non considerati in un complessivo contesto indiziario, ma in un contesto avulso dal complessivo assetto sottoposto a verifica. In sostanza i vari elementi indiziari non erano stati considerati nel loro complesso, ma esaminati nella loro valenza ad uno ad uno. Sulla base dei principi espressi da questa sentenza della S.C. il Tribunale di Brescia riconoscerà la sussistenza della gravità indiziaria, già ritenuta in precedenza nei confronti del TRAMONTE, anche nei confronti di MAGGI e ZORZI, disponendo la custodia cautelare nei confronti di quest’ultimo. L’ordinanza diventerà definitiva, nonostante i vari ricorsi. Da tener presente che, rispetto al quadro originario, Carlo DIGILIO riconoscerà di essere intervenuto sull’ordigno mostratogli da SOFFIATI anche ai fini del suo funzionamento, e che nel medesimo contesto ammetterà di aver appreso da SOFFIATI che si trattava proprio dell’ordigno destinato a Brescia.

 

 

 

 

 

8.2.1 - Cassaz. II Sez. 20.6.2002

E’ la sentenza con la quale la Corte rigettava il ricorso del P.M. quanto alla supposta esistenza (oltre ai già ritenuti gravi indizi) delle esigenze cautelari nei confronti di MAGGI; annullava l’ordinanza nei confronti di ZORZI soltanto sotto il profilo della supposta mancata rinnovazione degli interrogatori di TRAMONTE alla luce di quanto imposto dall’art.26 L. 63/2001. In realtà l’adempimento era già stato eseguito dal P.M. in epoca precedente all’ordinanza 27.11.2001 del Tribunale. Sarà a seguito del rinvio che il Tribunale di Brescia il 4.12.2002 applicherà nuovamente a ZORZI la misura della custodia cautelare in carcere.

 

 

 

 

 

8.2.2 - Cassaz. VI Sez. 6.11.2003

E’ la sentenza con la quale viene deciso il ricorso di ZORZI contro l’ordinanza, non esecutiva, con cui il Tribunale di Brescia, il 4.12.2002 (a seguito di annullamento della Cassaz. del 20.6.2002 con rinvio per la rivalutazione delle dichiarazioni di TRAMONTE alla luce della novella legislativa di cui alla legge 63/2001) applicava la misura della custodia cautelare in carcere.

Il ricorso per cassazione della difesa di ZORZI, oltre ad evidenziare profili di carattere strettamente processuale, che appaiono qui superati, nel merito evidenziava tutta una serie di elementi che, a quanto si è potuto capire, costituiscono tuttora la parte più rilevante dell’impostazione difensiva e che non costituiscono, quindi, alcuna novità:

I ricorrenti evidenziavano il supposto mutato quadro indiziario per le intervenute dichiarazioni di DIGILIO e per la ritrattazione di TRAMONTE, la prima sottovalutata dal Tribunale, non essendo sufficiente la natura autoaccusatoria delle sue dichiarazioni per affermarne la credibilità. Secondo i difensori di ZORZI anche DIGILIO sarebbe stato smentito, con riferimento alla sua mendace non appartenenza a Ordine Nuovo e sull’affermata appartenenza alla CIA; anche i suoi rancori nei confronti dello ZORZI e la mancanza di spontaneità per il timore di perdere i benefici connessi alla collaborazione, nonché la natura patologica delle sue condizioni psichiche non sarebbero state oggetto di adeguata motivazione da parte del Tribunale; le indagini difensive avrebbero altresì escluso che Charlie SMITH fosse la persona riconosciuta da DIGILIO come il capitano della CIA David CARRET. L’ordinanza del Tribunale avrebbe ignorato anche una serie di elementi emergenti dalla trascrizione del colloquio DIGILIO- MAGGI del 2.2.95 presso la Questura di Venezia.

I punti che maggiormente rilevano in tema di credibilità dei due dichiaranti (oggetto delle censure della difesa di ZORZI), sui quali si esprime la Suprema Corte, sono i seguenti:

 

1) Quanto a TRAMONTE: “Sotto il profilo della credibilità intrinseca del TRAMONTE l’ordinanza impugnata si diffonde a lungo sul valore della ritrattazione delle originarie dichiarazioni accusatorie nei confronti dello ZORZI , ponendo in luce tutta una serie di circostanze in base alle quali la credibilità della dichiarazione viene completamente meno, per i tempi (la tardività dopo anni di collaborazione e l’essere sopravvenuta <improvvisamente>) , i modi (il memoriale scritto) , la genericità e la parzialità (rispetto al dichiarato in precedenza) la mancanza di giustificazioni del mutato atteggiamento.

Il fatto che, poi, il Tribunale chiosi non l’attendibilità delle dichiarazioni, ma la personalità del soggetto, definito <singolare> e <non di adamantina chiarezza> - come non manca di sottolineare la difesa – è questa una valutazione che non contraddice le argomentazioni logiche sviluppate in ordine alla attendibilità, ma costituisce una notazione di carattere psicologico sulla persona, priva di reale incidenza.

 

La motivazione sul punto appare, quindi, esente da vizi logici e, peraltro l’ordinanza evidenzia anche che l’aspetto relativo alla ritrattazione del TRAMONTE ha già formato oggetto di giudicato da parte del gip (ordinanza 31.5.2002) su una istanza de libertate che è stata rigettata.

Neppure è rilevante la censura relativa alla pretesa sussistenza di un interesse personale del TRAMONTE alle dichiarazioni accusatorie, perché è di tutta evidenza che in generale le chiamate in correità, accompagnate dall’ammissione delle proprie responsabilità, non possono mai dirsi del tutto disinteressate, proponendosi soggettivamente il dichiarante la finalità di fruire benefici in ordine allo status libertatis o alla entità della pena irroganda nei suoi confronti”

 

 

2) Quando a DIGILIO e all’attendibilità delle sue dichiarazioni :

“L’ordinanza ripercorre gli episodi essenziali emergenti dal racconto di questi, analizzandoli dettagliatamente (come già operato dalla sentenza 2.7.2001 di questa Corte) e ne trae la conseguenza della sostanziale sovrapponibilità a quanto dichiarato dal TRAMONTE, giustificando in modo coerente le divergenze (di carattere marginale) anche in considerazione del lungo tempo trascorso dai fatti, nonché le stesse difficoltà interne alle dichiarazioni rese nel tempo, giustificate sia dalla distanza dai fatti, che dalle condizioni di salute.

Sotto il primo profilo l’ordinanza appare adeguatamente motivata, né può validamente opporsi la mancanza di spontaneità per il timore di perdere i benefici processuali eventuali, così come si è ora detto a proposito del TRAMONTE.

Quanto alle condizioni di salute mentale, che inficerebbero la validità delle dichiarazioni, l’ordinanza impugnata non ignora il problema, ma rileva che la patologia di DIGILIO è risalente nel tempo (anno 1995) e non vi è prova obiettiva di postumi permanenti da essa derivanti, fornendo un quadro adeguato della coerenza della narrazione, così da escludere l’incidenza della eventuale malattia sulla credibilità.”

 

Anche “la modificazione dell’arco temporale degli accadimenti (3.A) e la pretesa incostanza delle dichiarazioni (3.B) sono state motivatamente giustificate da un lato col decorso del tempo, dall’altro con le condizioni di salute che non impingono comunque sulla stabilità psichica del dichiarante”

 

In tema di sovrapponibilità, o meno, delle dichiarazioni di TRAMONTE e di DIGILIO, la Corte ha osservato:

L’ordinanza riscontra in modo adeguato il racconto dei due soggetti, pur non ignorando differenze che assumono aspetti marginali rispetto alla sostanza dell’intera vicenda.

Ed appare sforzo, tanto pregevole sotto il profilo testuale, quanto esasperato sotto il profilo sostanziale, proporre un’analisi quasi ragionieristica dei punti di non perfetta coincidenza fra le due versioni, posto che non solo il decorso del tempo, ma anche la diversa ottica dei protagonisti può valorizzare o sottovalutare circostanze che, lette dall’esterno in maniera pignola, possono in qualunque caso apparire <divergenti>. Senza dimenticare che una sovrapposizione di versioni assolutamente speculare aprirebbe il fianco al sospetto del <previo accordo> fra i dichiaranti

 

Quanto alla pretesa inattendibilità di DIGILIO in quanto tale è stato ritenuto per le dichiarazioni rese in ordine alla strage avvenuta presso la Questura di Milano, come risulta dalla sentenza della V Sezione della Cassazione in data 11.7.2003, sentenza che è stata prodotta, la Corte osserva:

 

 

“La prodotta sentenza di questa Corte non afferma (né potrebbe) l’inattendibilità in senso assoluto del DIGILIO. L’affermazione è infatti circoscritta..DIGILIO in primo luogo è inattendibile in relazione a uno specifico episodio (la strage presso la Questura di Milano), mentre la sua eventuale diversa attendibilità su altri episodi criminosi non è oggetto del giudizio pronunciato dalla V sezione di questa Corte.

In secondo luogo il difetto di attendibilità è anche collegato alla mancanza di riscontri esterni individualizzanti, mentre nel caso sottoposto oggi all’esame di questa Corte costituisce riscontro individualizzante, non unico, di dichiarazioni da altri (TRAMONTE) rese”

 

 

 

 

 

8.2.3 - Cassaz. I Sez. 17.2.2005

E’ la decisione a seguito di ricorso di ZORZI contro ordinanza con la quale il Tribunale di Brescia il 5.10.2004 ha confermato l’ordinanza con la quale il GIP di Brescia l’8.7.2004 ha rigettato l’istanza di revoca della misura cautelare.

1) Secondo le difese, in occasione del colloquio intercettato che DIGILIO ebbe con MAGGI presso la DIGOS il 2.2.95, DIGILIO aveva definito ZORZI un bastardo, in quanto presunta fonte dell’accusa mossagli da SICILIANO di essere implicato nella strage di Milano. Ciò avrebbe spiegato il rancore di DIGILIO nei confronti di ZORZI, e quindi la falsità delle accuse. Ebbene, secondo il Tribunale ( 5.10.2004), considerato che DIGILIO stava operando su incarico della Digos di Venezia, per stimolare MAGGI a collaborare e a fornire informazioni, il colloquio aveva una valenza indiziaria incerta. Inoltre se DIGILIO avesse agito per rancore nei confronti di ZORZI, lo avrebbe accusato fin dalle prime dichiarazioni.

 

In sede di ricorso i difensori rilevavano che, avendo avuto DIGILIO l’ictus il 10.5.95, e non essendo stato interrogato fino al 18.10.95, ciò avrebbe spiegato la non tempestività delle accuse rivolte dal medesimo DIGILIO nei confronti di ZORZI.

La S.C. ha ritenuto esente da vizi la valutazione del Tribunale circa la circostanza che DIGILIO non abbia accusato ZORZI fin dalle prime dichiarazioni rese.

 

2) “Nessun rilievo ha il fatto che le condizioni fisiopsichiche del propalante siano state accertate con consulenza tecnica anziché con perizia, trattandosi, allo stato, dell’unica fonte , legittima ed attendibile , di accertamento e valutazione.

 

3) Il Tribunale ha congruamente motivato perché non siano rilevanti le divergenze tra le dichiarazioni di DIGILIO e quelle di PERSIC e MINETTO sulla cena di Colognola. PERSIC non ha escluso categoricamente la partecipazione alla predetta cena e anzi ha ammesso la frequentazione con le altre persone che avrebbero preso parte a quell’evento. Per MINETTO il fatto di essere stato implicato in processi per episodi di eversione giustificherebbe il suo timore di coinvolgimento in procedimenti analoghi e il desiderio di prendere le distanze.

 

4) “Il Tribunale ha congruamente e logicamente spiegato le ragioni per le quali ha ritenuto marginale l’errore nei mancati riconoscimenti, e evidenziando la scarsa capacità fisionomica del DIGILIO – basata sull’erronea individuazione fotografica anche del SOFFIATI, che egli conosceva e frequentava – e la circostanza che la frequentazione con le persone alle quali le immagini appartenevano risaliva a decenni prima”.

 

5) L’attendibilità di DIGILIO è stata compiutamente valutata, sia in base al giudicato cautelare sia esaminando il novum dedotto, di talchè non può avere rilievo determinante la sua ritenuta inattendibilità in altri processi, aventi oggetto e sviluppo diversi”

 

 

 

 

 

8.3 - LE DICHIARAZIONI DI TRAMONTE DAVANTI ALLA CORTE D’ASSISE DI MILANO

Si tratta delle dichiarazioni rese il 21.12.2000, nell’ambito del processo per la strage di Piazza Fontana.

Riportiamo qui alcuni passi che si riferiscono in particolare al coinvolgimento di ZORZI nella strage di Brescia:

Ha implicitamente confermato, a domanda della P.C., che quando erano sorti problemi per l’esplosivo ad Abano, ZORZI si è incaricato di contattare le persone dell’AGINTER PRESSE, che sono in concreto venute: “Perché quando ci hanno problemi per l’esplosivo ad Abano è ZORZI che si incarica di contattare le persone della AGINTER PRESSE, tant’è vero che vengono”. Ha precisato che MAGGI non era conosciuto dalle persone dell’AGINTER PRESSE, che erano tale Philip e un altro che aveva chiamato ZORZI.

Ha confermato: “Dottore, succede questo: uno, ZORZI conosce e fa arrivare quelli dell’AGINTER PRESSE che si occupa dell’esplosivo diciamo, quindi parliamo maggio 74; poi questi istruttori che troviamo là, parlando con MAGGI, parlano anche di ZORZI quindi capisco che questi conoscono anche ZORZI e potevano essere quelli che gli avevano insegnato in Portogallo.”

 

Ha aggiunto di aver sentito nominare il nome di ZORZI anche in occasione del campo di Lugano (Bellinzona), cui fanno riferimento le veline ed al quale ha ammesso di aver partecipato in dibattimento, pur descrivendo oggi i fatti in termini riduttivi rispetto alle precedenti dichiarazioni..

 

 

 

A domanda del difensore di ZORZI ha collocato LUIGI presente alla riunione in cui vengono collocate le bombe per la strage di Brescia, ed ha affermato che anche Maurizio ZOTTO avrebbe partecipato a parecchie riunioni.

Ha ammesso di aver riferito, in un certo senso, anche al M.llo FELLI notizie circa la strage di Piazza della Loggia.

Ha ammesso che forse per la strage di Brescia erano stati utilizzati gli stessi timer di Milano. Presuppone che, siccome era sempre MAGGI a “tenere” la riunione, sia stato il predetto a riferirgli la circostanza. FACHINI non veniva mai ed “era MAGGI l’unico che parlava alle riunioni, che metteva al corrente, era lui il leader chiamiamolo del gruppo”

 

ZORZI lo vide, oltre che a Roma nel ’69, certamente anche dopo la strage di Piazza della Loggia. Aggiunge, in un secondo tempo, che lo vide “anche prima della strage di Brescia quando viene ad Abano che gli dico che deve andare da questi dell’AGINTER PRESSE, poi certamente qualche altra volta l’ho visto…”.

 

 

Poi subito dopo aggiunge che non è sicuro se questa cosa gliel’abbia raccontata MAGGI, o se lo abbia visto quando glielo dicono. Conferma che il fatto è del maggio 74. In sostanza avrà visto ZORZI 4-5 volte lungo il corso degli anni.

Riportato sul punto, ritiene di aver avuto notizie a FELLI della strage di Piazza della Loggia in tempo reale. Ritiene di averglielo detto.

 

 

 

 

 

8.4 - ELEMENTI CHE CONFERMANO POSSIBILI RAPPORTI DI DELFO ZORZI CON L’AGINTER PRESSE.

Nel capitolo relativo all’AGINTER PRESSE si riportano alcuni verbali di Martino SICILIANO dai quali emergono rapporti tra Ordine Nuovo di Mestre e l’Aginter Presse. In particolare SICILIANO ha riferito che, quando venne costituito il gruppo ORDRE NOUVEAU, strettamente legato all’AGINTER PRESSE, lui, MAGGI, Paolo MOLIN e Delfo ZORZI vennero invitati a Parigi, In particolare era Paolo MOLIN il personaggio del Centro Studi Ordine Nuovo che aveva avuto i collegamenti più stretti con le frange estremiste della Destra Francese, con gli Ordinovisti Francesi, con elementi dell’OAS e con l’AGINTER PRESSE.

 

SICILIANO ha anche ricordato un quadernetto con copertina nera e chiazze rosse, che recava appunto la scritta AGINTER PRESSE, che pervenne a Mestre. Come si può notare, quindi, c’erano rapporti proprio con ON di Mestre, ed ovviamente con colui che era il capo di quella Sezione e che la rappresentava, e cioè Delfo ZORZI. Tutto ciò conferma la plausibilità di rapporti sviluppatisi tra ZORZI e la suddetta organizzazione.

 

 

 

 

 

8.5 - LUIGI E I MESTRINI. IL TENTATIVO ORIGINARIO DI TRAMONTE DI EVITARE IL COINVOLGIMENTO DI DELFO ZORZI ATTRAVERSO GLI APPUNTI

Il G.I. di Brescia Dott. ZORZI, all’atto della chiusura dell’istruttoria, ha aperto un fascicolo nei confronti di TRAMONTE per falsa testimonianza in quanto questi aveva omesso di riferire quanto a sua conoscenza in ordine ad alcuni appunti della Fonte TRITONE (8 luglio e 23 maggio). TRAMONTE, infatti, pur avendo ammesso di essere la Fonte TRITONE, aveva preso le distanze dai suddetti appunti.

A un certo punto, nel 1995, TRAMONTE si è reso apparentemente disponibile a fornire la chiave di lettura per interpretare meglio quegli appunti, ma, come si vedrà tra poco, almeno in quel momento, le sue intenzioni erano soltanto quelle di allontanare ogni possibile sospetto, attraverso l’interpretazione degli appunti, su Delfo ZORZI e sui “mestrini” appartenenti al suo compatto gruppo. Quanto sopra probabilmente al solo fine di difendere se stesso, essendosi reso conto che quegli appunti, ineludibili, erano ormai nell’occhio della magistratura, e sarebbe stato ben difficile, in un periodo in cui DIGILIO aveva iniziato a collaborare, non essere investito pericolosamente dalle indagini. Evidentemente i mestrini e ZORZI costituivano per TRAMONTE il punto più delicato delle veline, quello che più avrebbe potuto esporlo personalmente, qualora non avesse preso le distanze, qualora i mestrini fossero stati identificati.

 

Si è già detto che gli ordinovisti di Mestre erano pochissime persone, tutte all’epoca sotto il comando ferreo di Delfo ZORZI. Lo deduciamo dalle dichiarazioni di più testi le cui dichiarazioni verranno esaminate, ivi compreso Martino SICILIANO. E’ un concetto che viene espresso anche nella sentenza della Corte D’Assise di Milano.

Pertanto non ha senso di parlare di ordinovisti mestrini che potessero agire in tema di attentati, di fatti eversivi e destabilizzanti, autonomamente, senza un coinvolgimento del loro capo Delfo ZORZI, a sua volta subordinato a Carlo Maria MAGGI. Ciò valeva anche nel 1974, periodo in cui ZORZI non era affatto in Giappone, e neppure a Napoli a frequentare l’Università, ma faceva il militare proprio a Mestre, dove si trovava il suo gruppo ordinovista, trascorrendo le sue giornate più tra licenze e malattie, che apprendendo concretamente l’arte militare. Ebbene, la prima parte della presunta collaborazione di TRAMONTE, quella che si svolge davanti ai Carabinieri del R.O.S. che interrogano in rapida successione lui e Maurizio ZOTTO, in realtà non può che essere interpretata come un tentativo da parte sua di stravolgere il senso chiaro degli appunti laddove veniva evidenziato un coinvolgimento dei “mestrini” e, conseguentemente, di Delfo ZORZI. Si tratterà di un meccanismo nel quale TRAMONTE rimarrà definitivamente incastrato, perché sarà costretto, paradossalmente, pur nell’ambito di una più ampia fase collaborativa, che coinvolgerà lo stesso ZORZI, a fornire indicazioni fasulle per identificare tale LUIGI, nome di fantasia attribuito ad un mestrino collegato a MAGGI, che avrebbe accompagnato a casa lui e ZOTTO al termine della riunione del 25 maggio 74, diventato incredibilmente di San Donà del Piave e poi, dopo vari passaggi, trasformatosi in un primo tempo nello stesso ZOTTO e in seguito in ZANCHETTA Fiorenzo, persone nessuna dei quali, anche nel più ampio sforzo di dilatazione interpretativa, può essere considerato un “mestrino”.

 

E invece, pur tenendo conto della ritrattazione di TRAMONTE, negli appunti i “mestrini” ricoprono un ruolo di primo piano nell’attività eversiva facente capo a MAGGI, ROMANI e RAUTI nel maggio del 1974, e sono di tutta evidenza coinvolti nella strage.

 

La difesa di ZORZI ha cercato invano di sminuire la portata del termine “mestrino” come se si trattasse di un termine generico, tale da richiamare tutti coloro che abitano nella zona di Venezia. Per cavalcare con successo questa interpretazione, la difesa ha fatto riferimento all’inizio dell’appunto del 6 luglio 74, dove si dice al punto 1) che “la sera del 25 maggio u.s., il Dott. Carlo Maria MAGGI di Mestre si è recato – insieme ad altri due camerati della zona di Venezia – ad Abano Terme per incontrarsi con ROMANI Gian Gastone, nell’abitazione di quest’ultimo”. Dato che MAGGI non è di Mestre, ma di Venezia, e che si parla di camerati della zona di Venezia, e non di mestrini, ecco che si potrebbe ipotizzare che ci sia stata una certa approssimazione nelle indicazioni di TRAMONTE.

 

In realtà quest’ultimo non ha avallato la suddetta interpretazione: MAGGI è stato indicato come “mestrino”, perché quando riferì la circostanza, riteneva erroneamente che fosse di Mestre. Se FELLI ha indicato negli appunti “mestrino” o “mestrini”, ciò è accaduto perché è stato lui, TRAMONTE, ad utilizzare quel termine.

Possiamo notare, tuttavia, se esaminiamo gli appunti nel loro complesso, che l’incertezza iniziale dell’appunto del 6 luglio 74, è superata successivamente da un utilizzo costante e preciso del termine mestrino, che non lascia spazi a libere interpretazioni. Non bisogna dimenticare che si tratta di notizie apprese nel corso di un rilevante numero di giorni, e ben è possibile che le conoscenze di TRAMONTE siano diventate via via più precise.

Al punto 7), quando si passa all’episodio del 16 giugno 74, si parla di “un giovane di Mestre”, collaboratore del Dott. MAGGI”. Il concetto viene ribadito subito dopo, quando viene descritto “il mestrino”. Peraltro apprendiamo che ha partecipato alla riunione del 25 maggio, e che evidentemente si tratta di uno degli “altri due camerati della zona di Venezia”, di cui si parla al punto 1.

 

Al punto 8 viene ribadito “il giovane di Mestre”.

 

Al punto 9) si dice che il camerata di Brescia consegna “al mestrino” un voluminoso pacco di documenti.

 

Al punto 11) si rappresenta che “il mestrino” ha raggiunto la stazione ferroviaria di Brescia.

 

Al punto 12) si rappresenta che “il mestrino” è entrato in autostrada. Subito dopo si parla di FIAT/1500 “del mestrino”. Alla fine del punto si conclude che “il giovane di Mestre riprendeva il viaggio in direzione di quest’ultima città”: quindi si tratta di un giovane di Mestre che è diretto, guarda caso, proprio a Mestre.

 

Al punto 16), dopo che sono stati ampiamente sviscerati i contenuti eversivi e stragistici dell’organizzazione e, non lo si dimentichi:

1) MAGGI ha rappresentato che la strage di Brescia “non deve rimanere un fatto isolato” ;

2) a seguito di una catena di minacce di attentati e mancati attentati, si prevede che sarebbe scattata alla fine “l’azione terroristica” – si rappresenta che “fra gli esecutori del predetto piano eversivo avrebbero dovuto essere due giovani di Mestre, <devotissimi seguaci> di MAGGI” – oltre che FRANCESCONI SARTORI Arturo.

 

 

L’attività dei “mestrini” non si esaurisce nell’ambito di quanto descritto nell’appunto del 6.7.74. Vi è infatti l’episodio, descritto nell’appunto del 16 luglio 74, che si riferisce a quanto accaduto il 23 giugno 74.

 

Al punto 1) si parla dell’incontro avvenuto a Salò il 23 giugno 74, di “un giovane di Mestre legato politicamente al Dott. Carlo MAGGI” con un camerata di Brescia.

 

Nella nota successiva, al punto 3 si precisa che “il giovane mestrino” è diverso da quello dell’episodio del 16 giugno.

 

Al punto 3) si riferisce di quando “il giovane di Mestre”, con l’aiuto del camerata bresciano, preleva la cassa da uno dei due TIR olandesi e la sistema nel bagagliaio della FIAT 1500 targata VE. Inutile dire che la vettura è evidentemente la stessa del precedente episodio. Trattasi, peraltro, di FIAT 1500, modello che già dal 1967 non si è costruito più, e che pertanto non poteva essere così ampiamente diffuso nel 1974.

 

 

 

Come si può notare il riferimento alla provenienza da Mestre appare 12 volte nei due appunti. Tranne che al punto 1) del primo appunto, si tratta di un fatto costante, che non può essere casuale o frutto di approssimazione. E’ possibile che una persona che provenga da Mestre venga indicato impropriamente come proveniente da Venezia, ma se si indica “mestrino”, è evidente che ci si trova in presenza di un’indicazione più specifica e circoscritta.

 

Il concetto di “mestrino” è molto preciso, e non può essere confuso con altri. Ma se Mestre e Venezia non sono esattamente la stessa cosa, a maggior ragione non si può confondere Mestre con San Donà del Piave, località che distano circa 38 km.. Ecco che TRAMONTE comincia ad erodere il senso del termine così costantemente affermato, a partire dall’interrogatorio del 27.6.1995, sostenendo che il “mestrino” della Fiat 1500 del punto 7 dell’appunto del 6 luglio 74 in realtà aveva “una calata più tipica della zona di San Donà del Piave”. Poi passerà la palla a ZOTTO Maurizio.

 

ZOTTO il successivo 12 luglio comincia a parlare delle riunioni a casa di ROMANI e in particolare di una riunione 15 o 30 giorni prima della strage in cui un giovane di san Donà di Piave accompagnò lui e TRAMONTE a casa. Ecco che non è più soltanto l’accento, ma il mestrino è diventato di San Donà del Piave. ZOTTO dice che potrebbe trattarsi di tale LUIGI. A questo punto è TRAMONTE, nel corso del successivo interrogatorio del 14.7.95 davanti al R.O.S. ad attestarsi sia sul possibile “LUIGI” (nominativo che, tuttavia, non è in grado né di confermare, né di smentire) , sia sul fatto che “fosse molto probabile” che il giovane fosse veramente di San Donà. Nel corso dello stesso verbale il dubbio si trasforma in certezza e il “mestrino” diventa decisamente il “giovane di San Donà del Piave che partecipò alla riunione del 25/5/74.”

 

 

Successivamente anche i due mestrini del piano di attentati diventeranno : uno il LUIGI (che è di San Donà), l’altro”soggetto proveniente dalla zona di Mestre o di Venezia” – sempre per allontanare da Mestre i responsabili.

Si pensi a quanto poco sia credibile che 21 anni dopo il fatto, TRAMONTE ricordi la cadenza della parlata di un giovane visto soltanto una volta. E’ vero che si tratta di un’invenzione, ma il fatto contiene una mostruosa forzatura della logica, che non può essere un fatto puramente casuale.

 

 

 

 

 

8.5.1 - Le ragioni dell’invenzione di Luigi

E’ evidente, e non solo alla luce della successiva ritrattazione di TRAMONTE, che non esiste nessun LUIGI, in particolare con i connotati fisici e di curriculum scolastico che gli attribuì in un primo tempo il dichiarante e che ha costretto gli inquirenti ad estenuanti accertamenti. Il dubbio è se esista, o meno, un qualcuno che abbia accompagnato effettivamente TRAMONTE e ZOTTO dopo la riunione del 25.5.74, per quanto i due predetti, nella loro versione dibattimentale escludano una loro presenza alla medesima. Vediamo infatti che ZOTTO in un primo tempo in dibattimento ha dichiarato che una delle poche cose sulle quali aveva un ricordo era proprio l’episodio dell’accompagnamento a casa da parte del predetto. Poi, con grande disinvoltura, ha ribaltato ogni cosa, anche se un qualche accompagnamento similare (lui e TRAMONTE accompagnati a casa in auto da un giovane), da parte di un soggetto con quelle caratteristiche, ma non legato a presenze a casa del ROMANI, ha finito per non escluderlo (si veda il capitolo relativo alle riunioni a casa di ROMANI).

 

 

Quello che è certo è che, secondo gli appunti, due mestrini legati a MAGGI parteciparono alla riunione del 25 maggio 74 a casa si ROMANI e che gli stessi si identificano in coloro ai quali venne affidata l’esecuzione del piano eversivo e stragistico. A questo punto, sotto il profilo dell’accusa, che uno dei suddetti mestrini abbia, o meno, accompagnato a casa quella sera TRAMONTE e ZOTTO, se presenti, è assolutamente indifferente. La valenza dell’episodio del LUIGI finisce per esaurirsi sul piano della possibile identificazione di uno dei due mestrini. L’episodio dell’accompagnamento di per se stesso non ha nessuna rilevanza. Diventa rilevante nel momento in cui è lo stesso TRAMONTE a renderlo tale, come se uno dei punti centrali del suo narrato fosse il suddetto “passaggio”. Il problema da risolvere è il seguente:

 

per quale motivo TRAMONTE, coinvolgendo in ciò Maurizio ZOTTO, ha creato questo personaggio apparentemente irrilevante sotto il profilo dell’accusa, costringendo gli inquirenti ad estenuanti e costosi accertamenti? E’ evidente che non ha senso che TRAMONTE si sia messo in difficoltà da solo, inventando gratuitamente un personaggio sul quale sarebbe stato impossibile trovare riscontri positivi, visto che poteva limitarsi a dire di non essere in grado di rivelare l’identità delle persone che, oltre a ROMANI e MAGGI, avevano partecipato a quella riunione. E’ evidente che se TRAMONTE ha preso questa iniziativa, lo ha fatto per raggiungere uno scopo ben preciso, perché altrimenti non ne sarebbe valsa assolutamente la pena di inventarsi LUIGI. Va da sé che la volontà di soddisfare l’allora capitano GIRAUDO nelle sue ansie investigative è una spiegazione che fa sorridere per la sua inconsistenza. Non parliamo della cocaina. La questione è comunque più complessa, perché non è costituita soltanto dall’apparente inutile invenzione, ma è accompagnata da un contestuale tentativo di eliminare la presenza dei mestrini dalla riunione, e ciò è fatto nel modo illogico che abbiamo già descritto, trasformando il mestrino dell’accompagnamento in un giovane di San Donà del Piave (che con Mestre non c’entra nulla) per poi trasformare un po’ alla volta i due mestrini in Fiorenzo ZANCHETTA (LUIGI) e ZOTTO (GIGI), persone che con Mestre nulla hanno a che fare.

 

Il maldestro tentativo di TRAMONTE non può essere spiegato che dall’intenzione, in quel momento, di eliminare ogni coinvolgimento di Delfo ZORZI e del suo gruppo, e cioè degli unici mestrini legati a MAGGI esistenti nel 1974.

 

Ci si chiede come tutto questo si concili con le accuse che TRAMONTE ha mosso nei confronti di Delfo ZORZI con riferimento alla strage di Piazza della Loggia.

 

Occorre considerare che, nel momento in cui viene introdotta la figura del fantomatico LUIGI, TRAMONTE, pur apparentemente entrato in un’ottica di possibile collaborazione rispetto al momento in cui era stato interrogato dal G.I. ZORZI, si era limitato ad illustrare, magari ampliandoli, il contenuto degli appunti. Lo stesso MAGGI veniva coinvolto nei limiti dell’appunto del 6 luglio 74 e nei suoi confronti era stato espresso in accordo con ZOTTO il seguente giudizio:

 

“…in sostanza convenimmo che essendo ormai vecchio e malato si sarebbe anche potuto parlare del dott. MAGGI” (R.O.S. 27.6.95).

 

 

 

Pertanto, considerato anche che davanti al G.I. ZORZI TRAMONTE era stato reticente, non sappiamo quali motivazioni lo spingessero realmente alla collaborazione. Certamente davanti ai CC TRAMONTE non ha parlato della strage di Piazza della Loggia e tantomeno del fatto che Delfo ZORZI si sia rivolto all’AGINTER PRESSE per ottenere l’apporto dei suoi tecnici esplosivisti. Tutto ciò accade solo a partire dal 15.5.97. E’ pertanto probabile che TRAMONTE in quel momento mirasse esclusivamente alla difesa di ZORZI, e comunque a far scomparire i “mestrini” dagli appunti, e che solo in un secondo tempo, o abbia cambiato idea, ritenendo di collaborare integralmente, o, abbia ritenuto di limitare al massimo il coinvolgimento di ZORZI, proprio per rendere meno sospetto il tentativo di eliminazione dei “mestrini” operato nel 1995. Se andiamo a considerare le accuse mosse contro ZORZI, per quanto si radichino comunque in un concorso, mostrano comunque il personaggio più defilato di altri, presente soltanto a poche riunioni, prevalentemente posteriori rispetto alla strage. Il vero concreto apporto sarebbe stato quello del coinvolgimento dell’AGINTER PRESSE. Un dato comunque di riscontro assai difficoltoso, che non sarebbe stato facile smentire.

 

Sempre che questo apparente mutato atteggiamento non sia frutto di una rete di ricatti o di nuovi interessi, o di nuove strategie difensive.

 

 

 

 

 

8.6 - IL GRUPPO DI ORDINE NUOVO DI MESTRE. I MESTRINI NON AVREBBERO POTUTO COMPIERE ATTIVITA’ EVERSIVE SENZA L’ORDINE DI ZORZI

Parlare del gruppo di Ordine Nuovo di Mestre o di Delfo ZORZI è sostanzialmente la stessa cosa. ZORZI, anche secondo tutti i testi che verranno esaminati tra poco, è il capo indiscusso del gruppo. Ciò vale anche nel 1974, visto che ZORZI faceva il militare a Mestre, peraltro trascorrendo lunghi periodi in licenza e in malattia.

Che il gruppo fosse molto ristretto lo ricaviamo dalle stesse dichiarazioni rese in dibattimento a Milano da MAGGI, dichiarazioni utilizzabili contro di lui:

 

l’8.3.2001 (pag.64) è stato chiesto a MAGGI “chi faceva parte del circolo di Ordine Nuovo a Venezia e Mestre”. MAGGI ha distinto i veneziani (ROMANI, BARBARO, CARLET…) precisando che “i ragazzi di Mestre…erano ZORZI, SICILIANO, BUSETTO, ce ne sono anche altri, in questo momento non mi vengono in mente”.

 

MAGGI ha escluso VIANELLO, che pur era molto amico di ZORZI, perché a un certo punto non avrebbe fatto più parte di Ordine Nuovo. Ma ciò che è più interessante è la frase successiva, pronunciata da MAGGI evidentemente senza immaginare la sua valenza, frase che fuga ogni dubbio sulla possibilità che ci potesse essere confusione tra Ordine Nuovo di Venezia e quello di Mestre (p.65) :

 

 

“…anche se Mestre è a pochi chilometri, a un paio di chilometri da Venezia, topograficamente, psicologicamente è molto più lontana”.

 

 

 

Ecco che è di fatto impossibile, proprio per come era configurato il minuto gruppo di O.N. di Mestre, che due elementi facenti capo a quella cellula, come si desume dagli appunti, abbiano ricevuto da MAGGI addirittura l’incarico di realizzare il piano stragistico eversivo senza che ZORZI ne fosse a conoscenza.

Anzi, tutto depone perché sia proprio ZORZI uno dei due “mestrini”. Infatti vengono spesso sottolineati negli appunti gli stretti rapporti tra i suddetti Mestrini e MAGGI, circostanza che già ci porta ad escludere nella maniera più assoluta che si stia parlando di VIANELLO e di SICILIANO, laddove i rapporti non solo gerarchici, di comune sentire, ma soprattutto di amicizia, tra MAGGI e ZORZI emergono ovunque dagli atti. Bisogna ricordare che all’epoca ZORZI non era noto come RAUTI, MAGGI, ROMANI, e pertanto una sua indicazione negli appunti in pieno anonimato non stride con la logica. Peraltro l’appunto che descrive il giovane mestrino protagonista dell’episodio del 16 giugno 74, fornisce delle caratteristiche assolutamente compatibili con quelle di Delfo ZORZI, in licenza dal militare dal 10 al 27 giugno 74 – licenza che copre anche l’episodio del mestrino del 23.6.74.

 

 

 

 

 

8.7 - I RAPPORTI TRA ZORZI E MAGGI ALLA LUCE DELLE DICHIARAZIONI DIBATTIMENTALI DEL SECONDO

A pag.116 dell’esame dibattimentale dell’8.3.2001, MAGGI, parlando di Rudi ZORZI ammette di essere stato amico di DELFO ai tempi in cui faceva il medico della palestra di judo. Ammette altresì di aver ricevuto aiuti in denaro dal fratello Rudi ZORZI proprio in ricordo dei “vecchi tempi”. Infatti Rudi, dopo che lui era stato radiato dell’ospedale e cancellato dall’elenco dei medici mutualisti, gli chiese se avesse bisogno di qualcosa e gli offrì un aiuto in denaro che accettò. Gli dette 10 milioni o forse 14 forse all’inizio del ’95. Rudi venne una volta a casa sua, poi si incontrarono in un piazzale o alla stazione a Venezia.

 

La questione è stata riproposta a MAGGI all’udienza dibattimentale del 12.3.2001 (pag.63 e segg.). MAGGI ha ammesso di aver capito che in realtà era Delfo ZORZI che si stava interessando a lui. Ha ribadito il riferimento al vecchio rapporto di amicizia. E’ molto interessante il riferimento che MAGGI ha fatto confermando in sostanza un passo del verbale del 16.8.1997:

 

“Ho avuto la sensazione che il fratello di ZORZI mi desse dei soldi, mi avesse aiutato così, sia per una questione di carattere benefico e sia , anche nel timore che io collaborassi, cioè facessi la stessa cosa che faceva DIGILIO, SICILIANO e quindi ho anche la sensazione che quando si sono resi conto che io…che io non facevo come SICILIANO, da allora non mi abbiano dato più” .

 

E’ vero che si trattava soltanto di una sensazione di MAGGI, di una sua ipotesi, così come è vero, come dice MAGGI subito dopo, che chi collabora si può anche inventare le cose, ma è altrettanto vero che se ZORZI temeva che MAGGI collaborando lo potesse coinvolgere, l’ipotesi più probabile, più logica è che MAGGI avesse materia per coinvolgere effettivamente ZORZI. In caso contrario si dovrebbe giungere alla conclusioni che ZORZI dovesse avere paura, e conseguentemente dovesse pagare il silenzio, di tutti coloro che venivano interrogati dai magistrati. In sostanza si tratta di riflessioni di MAGGI che la dicono lunga sull’entità dei rapporti tra lui e ZORZI e sul genere di materia che li accomunava.

 

 

 

 

 

8.8 - LA FIGURA DI DELFO ZORZI ATTRAVERSO I TESTI CHE NE RIFERISCONO. ALTRI FATTI EVERSIVI

8.8.1 - Giancarlo VIANELLO

Giancarlo VIANELLO, già compagno di liceo di Delfo ZORZI, è stato uno dei testi che meglio ha potuto lumeggiare non solo la personalità del predetto, ma anche la sua visione politica e il suo ruolo nell’ambito di Ordine Nuovo di Mestre. Il quadro che se ne ricava è quello di un individuo dalla forte personalità, incline al coinvolgimento in attentati. Da tener presente che VIANELLO, quando parla di Ordine nuovo, fa riferimento al “Centro Studi”, e cioè alla struttura fondata da RAUTI. Diciamo subito che si tratta di un teste di una certa attendibilità, non certamente attestato sulle posizioni dell’accusa, almeno nell’ambito del processo per la strage di Piazza Fontana, visto che ha sempre negato che la famosa “cena del tacchino”, nell’ambito della quale ZORZI avrebbe rilasciato dichiarazioni compromettenti quanto a quell’evento, fosse da collocare a fine 1969.

VIANELLO ha sostenuto di aver fatto parte di Ordine Nuovo non formalmente, ma nella pratica. Pertanto si trovava in una posizione ideale per poter descrivere i comportamenti di Delfo ZORZI. Infatti a partire dal 1966-67 circa, aveva organizzato il circolo culturale giovanile “Ezra POUND” che lui stesso ha definito quale “un’emanazione diretta di Ordine Nuovo”. Questo gruppo era frequentato non solo da Martino SICILIANO, anche lui allo stesso liceo, ma soprattutto da ZORZI.

VIANELLO ha riferito che Delfo ZORZI, appassionato di arti marziali, aveva fondato la palestra FIAMMA YAMATO unitamente a Carlo Maria MAGGI, formalmente iscritto ad Ordine Nuovo, che la finanziava. MAGGI era responsabile di Ordine Nuovo Veneziano unitamente a Giangastone ROMANI da lui pure conosciuto.

Mentre ROMANI privilegiava attività culturali, MAGGI si occupava direttamente dell’organizzazione del gruppo di Ordine Nuovo mestrino, che finanziava ed aiutava.

Del gruppo di Ordine Nuovo Veneto formalmente facevano parte solo MAGGI e ROMANI, mentre poi c’era il gruppo di Mestre, di cui facevano parte, oltre a SICILIANO e ZORZI, Guido BUSETTO, MONTAGNER, MOLIN e Bobo LAGNA. Un tricologo di Mestre, al quale MAGGI garantiva la copertura come medico, aveva loro subaffittato una stanza gratuitamente in Via Mestrina, dove veniva svolta l’attività culturale. Per un certo tempo, prima della sua partenza per Napoli dopo il liceo, questa stanza era stata utilizzata da ZORZI, poi era diventata la sede del gruppo.(Lo stesso ZORZI, nella sua recente memoria, ricorda di aver alloggiato alcuni mesi presso lo studio del tricologo, appunto in Via Mestrina). Dopo la partenza per NAPOLI, tuttavia, ZORZI aveva continuato a tornare a Venezia e “ci teneva molto alle attività sia di questo centro studio, sia all’attività della palestra”. VIANELLO ha definito ZORZI un leader di Ordine Nuovo. ZORZI e MAGGI erano su due piani diversi: il primo era più motivato, più deciso , il secondo era professionalmente arrivato ed aveva un suo ruolo.

 

Ha confermato quanto affermato a verbale il 19.07.2000 e l’11.7.95: “Da un punto di vista anche del ruolo evidentemente MAGGI era il personaggio più significativo, però ZORZI aveva una forte personalità, per cui non saprei dire tra i due chi fosse subordinato” “Formalmente Delfo ZORZI era ovviamente subordinato a MAGGI ma di fatto dimostrava di avere una personalità predominante nonostante la sua giovane età”.

VIANELLO ha escluso che, qualora nell’ambito di Ordine Nuovo di Mestre o di Venezia dovesse essere presa una decisione, ZORZI potesse essere scavalcato e non venisse consultato. In particolare ha escluso che, nel caso di riunioni di un qualche interesse, ove dovesse essere presa qualche decisione, appartenenti ad Ordine Nuovo di Mestre vi si recassero senza che ZORZI lo sapesse.

Tutto ciò ha un’importanza fondamentale, in quanto dimostra che quei “Mestrini” vicini a MAGGI, di cui riferiscono gli appunti di TRAMONTE come soggetti coinvolti nella riunioni in cui venne decisa la strage (e in particolare quella del 25 maggio 74) , non potevano essere lì senza un mandato di ZORZI, o senza che questi ne fosse informato. E’ evidente, quindi, che, ove negli appunti si parli di ordinovisti “mestrini”, l’espressione sia da intendersi riferibile a persone vicine a ZORZI, se non addirittura al medesimo.

 

VIANELLO ha riferito anche di rapporti istituzionali di ZORZI che, rivolgendosi al generale dei paracadutisti PALUMBO, era riuscito a farlo trasferire, durante il militare, all’ambito Centro Sportivo di Orvieto. Una volta ZORZI gli aveva anche parlato di un contatto avuto attorno alla fine del 69 o 70, con un Generale dell’Esercito, ai fini della riuscita di un possibile GOLPE. Gli aveva inoltre parlato di rapporti con un capitano della Celere di Padova.

Ha confermato che nel 69 molti di loro erano confluiti nel Movimento Sociale perché “c’era aria di un intervento repressivo su Ordine Nuovo”. Ha confermato  quanto affermato il 2.11.1984, e cioè che nonostante il confluire nell’MSI, “le persone appartenenti o vicine a Ordine Nuovo continuavano a formare un nucleo omogeneo e compatto con la formula Centro Studi Ordine Nuovo”.

VIANELLO ha confermato quanto già dichiarato in ordine ai cambiamenti avuti da ZORZI dopo aver cominciato a frequentare l’Università di Napoli. Riportiano alcuni passi:

 

” ZORZI da Napoli è cambiato moltissimo e tornava spingendo perché si facessero delle azioni più incisive sul piano anche dello scontro fisico e sul piano anche di una deriva eversiva insomma. Voleva dare una accelerazione in quel senso molto forte in quell’anno” .

 

VIANELLO ha confermato altresì il passo del verbale del 19.11.94:

 

 

“Delfo ZORZI si iscrisse all’Università di Napoli nell’autunno del 68 e ricordo che ebbi la netta impressione che in quell’ambiente, quindi a Napoli o a Roma che pure egli frequentava, egli avesse garantito qualcuno al di sopra di lui di essere in grado di mettere in piedi un gruppo operativo a Mestre e più in generale una rete operativa nel veneto e nel Nord Italia”.

 

Ha confermato altresì il passo del verbale 18.11.94:

 

“In sintesi elemento di maggiore spicco e determinazione rispetto a tutti gli altri era Delfo ZORZI, che era l’unico ad avere una volontà di imporre agli altri la trasformazione di un’esperienza politica in un progetto anche eversivo. Questo passaggio, questo secondo la volontà di ZORZI, doveva coincidere con l suo ritorno a Venezia dopo l’iscrizione all’istituto di lingue orientali di Napoli. Egli infatti tornò da Napoli con l’idea di creare a Mestre un gruppo in grado di dotarsi di armi e di compiere azioni illegali probabilmente in contatto con altri gruppi nel Veneto.”

 

E l’11.7.1975: “Quando Delfo ZORZI tornò a Mestre dopo qualche mese dall’inizio della sua permanenza a Napoli, egli iniziò ad invitare le persone che stavano intorno a lui ad organizzarsi per passare all’azione, ed una delle cose più significative che disse era quella che si poteva approvvigionarsi di esplosivo senza difficoltà rubandolo presso cave. Questi discorsi rappresentavano per me un salto di qualità ed una forzatura che non mi aspettavo. Non potevo immaginare che si parlasse di proposte di questo tipo in un circolo culturale come quello di Via Mestrina”.

 

Nel confermare quest’ultimo passo, VIANELLO ha ribadito:

“Lui insisteva che era facile procurarsi gli esplosivi bastava andare in una cava e sottrarlo alla cava lo ricordo perfettamente…c’è stata proprio questa volontà di fare un salto, di fare una forzatura, un’accelerazione, ma grossissima, molto forte, cioè si passa ad una cosa completamente diversa”.

 

VIANELLO ha confermato di aver vissuto con grande disagio questa novità, ed ha spiegato che “ZORZI faceva pressioni psicologiche fortissime proprio era insistente in una maniera sconsiderata, la situazione comincia a deteriorarsi tanto, da diventare sgradevole, parecchio sgradevole”.

 

 

Quali erano le finalità di tali progetti di ZORZI? VIANELLO lo ha spiegato, confermando la loro natura finalità :

 

“Si ipotizzava un possibile colpo di stato, si ipotizzava una situazione di quasi scontro da guerra civile, c’era un certo clima in quegli anni, armi ne circolavano da una parte e dall’altra, allora si comincia a dire anche noi dovremmo cominciare ad attrezzarci con delle armi…poi quando si cominciava a parlare di esplosivi il livello comincia a diventare…cioè da centro studio a dotarsi di armi è un salto, a dotarsi di esplosivi a me sembra sia un altro salto….

 

 

 

 

 

8.8.2 - VIANELLO: attentati al cippo di confine di Gorizia ed alla scuola slovena di Trieste

Si tratta di fatti che avrebbero potuto comportare, con il concorso di circostanze, conseguenze addirittura maggiori della strage di Brescia, visto il quantitativo di esplosivo utilizzato.

I fatti sono descritti a partire da pag.25 della trascrizione dell’Udienza del 9.6.2009.

Qualche mese prima di Piazza Fontana, quindi nel 1969, ZORZI disse che occorreva andare a Trieste, dove c’era “una cosa da fare”. Partirono ZORZI, VIANELLO, Martino SICILIANO e Anna Maria COZZO, a bordo della 1100 del MAGGI. Soltanto durante il viaggio apprese che dovevano essere fatti due attentati in occasione della visita del Presidente della Repubblica, al cippo di confine di Trieste ed alla Scuola Slovena.

Sono passati da Trieste, dove c’era uno che faceva da basista, NEAMI o PORTOLAN, che ha messo a disposizione un locale dove sono stati costruiti i due ordigni, assemblati da ZORZI. Questi si era portato dietro due scatole di metallo tipo munizioni, di circa 20 cm.x10x15. Si era portato, quindi, alcuni candelotti tipo dinamite, lunghi circa 15 cm., nonché un meccanismo ad orologeria. Aveva anche intravisto un orologio. VIANELLO ha potuto vedere mentre ZORZI ci metteva le mani. Ognuna delle due cassette corrispondeva al contenuto di un ordigno. A Trieste ZORZI ha assemblato tutte e due le cassette. Poi, tornati in macchina sono partiti.

Sono andati a cinema per aspettare che fosse notte. Quindi da Trieste sono giunti a Gorizia.

ZORZI e la COZZO “fingendo di essere una coppia…si sono allontanati (pag.29 trascr.) e si sono avvicinati al ceppo di confine ed hanno appoggiato la cassetta e poi sono tornati e siamo ripartiti”

Lui e SICILIANO sono rimasti in macchina, mentre ZORZI e la COZZO hanno percorso un centinaio di metri. Sono stati lasciati dei volantini.

Poi sono tornati a Trieste e sono andati alla scuola Slovena. Sono entrati dentro nel cortile tra la strada ed il luogo dove è stata lasciata l’altra cassetta. Hanno lasciato una lattina di benzina e dei volantini con la scritta “Fronte Antislavo”, peraltro acronimo del FAS, che era una sigla che usavano loro studenti.

ZORZI diceva “che bisogna agevolare la strategia della tensione facendo dei piccoli attentati, possibilmente incruenti, possibilmente…però tanti in maniera da dare un senso di insicurezza generalizzata…”

 

Interpellato il VIANELLO sulla serietà, o meno, dell’attentato e su quanto disse ZORZI, questi ha escluso che ZORZI abbia mai riferito che si trattasse di un’azione per finta e disse sempre che gli ordigni dovevano esplodere. Peraltro ZORZI disse che il congegno di innesco risaliva nella sua preparazione e nel suo assemblaggio ad una persona esperta del Lido, che in seguito lo stesso VIANELLO ha indicato in Carlo DIGILIO. Anche sotto questo profilo non ha senso prendersela col tecnico, se non si voleva che l’ordigno esplodesse. Ha confermato che, secondo ZORZI, il senso di quegli attentati non era tanto antislavo, quanto “di creare tensione nel nostro Paese con il ripetersi di episodi, magari non gravi ma diffusi, perché colpissero l’opinione pubblica e provocassero disagio ed una richiesta comunque di maggiore autorità ed ordine”.

 

 

 

 

 

8.8.3 - Le dichiarazioni di Martino SICILIANO sui due attentati e sul coinvolgimento di Delfo ZORZI

8.8.3.1 - Attentato alla scuola slovena di Trieste - ottobre 1969

Il 2 ottobre 1969 ZORZI mi parlò della necessità di effettuare un atto dimostrativo al confine orientale in funzione di contestazione alla preannunciata visita di Saragat a Tito. La visita poi non si verificò comunque, ma per motivi che non attenevano al nostro fallito attentato. Fui incaricato da lui di realizzare col pantografo dei volantini manoscritti anti-Tito da lasciare in loco. Ne parlò solo a, me ma ci mettemmo d'accordo per partire il giorno dopo, insieme a Giancarlo VIANELLO, con la macchina di MAGGI.

L'appuntamento era a Piazzale Roma, dove io, Zorzi e Vianello arrivammo in autobus e presso il garage San Marco c'era la macchina di Maggi.

Nel baule della stessa vi erano due contenitori metallici del tipo per nastri da mitragliatrice, di colore grigio/verde, riempiti di bastoni di gelignite con un timer già approntato al quale mancava solamente di essere attaccata la batteria.

Chiesi a Zorzi perchè vi erano due ordigni al posto di uno e mi risponde che uno dovevamo deporlo a Trieste e l'altro a Gorizia.

Preciso che i soldi per la benzina, l'autostrada e il mangiare furono forniti da Maggi.

Zorzi, poichè glielo chiesi, mi disse che gli ordigni erano stati preparati dallo ZIO OTTO che ribadisco essere DIGILIO.... Poichè avevo paura di poter saltare in aria innescando l'ordigno, espressi le mie preoccupazioni a ZORZI il quale mi tranquillizzò dicendomi che tutto era stato preparato dalla solita persona.... Io non sapevo come effettuare il collegamento dei timers agli ordigni, ma lo ZORZI mi spiegò come i due poli dovessero essere collegati alle batterie.

Non sono in grado di spiegare perchè fossi stato prescelto.

Saliti in macchina andiamo a TRIESTE ove abbiamo appuntamento con dei locali e cioè NEAMI e PORTOLAN, quest'ultimo ci portò a casa della nonna o della zia, deceduta da poco per cui la casa era libera e dove fu effettuato il collegamento del primo ordigno.

Dagli stessi siamo stati chiamati a questa scuola di lingue slovena ove l'ordigno è stato collocato se non erro su una finestra. Non ricordò chi lo collocò, io ho lasciato nelle adiacenze i volantini.

Prendo visione delle fotografie contenute nel fascicolo originale dei rilievi tecnici del procedimento relativo all'attentato alla scuola slovena.

Riconosco i fogliettini con scritte che furono redatti da me con scritte antislave ed abbandonati sul posto.

Io avevo iniziato a scrivere i foglietti con un pantografo, ma dopo poco mi stufai e continuai a scriverli a mano a stampatello.... Riconosco altresì la cassetta portamunizioni, i candelotti e il congegno di accensione, quest'ultimo che ebbi occasione do osservare da vicino prima di effettuare personalmente il collegamento dei fili.

L'orologio era stato munito di un perno per costituire il contatto.

Eravamo convinti, andando via, di sentire un boato che avrebbe dovuto verificarsi quando noi uscendo da Trieste saremmo stati ormai sulla strada per Gorizia.

Il tempo programmato non era molto, meno di un'ora, forse 40 o 45 minuti, ma comunque non sentimmo nulla.

Prendo atto che il congegno non esplose in quanto la batteria era quasi del tutto scarica e che ciò è stato accertato dalla perizia.

In merito non so cosa dire; io ero convinto che il congegno esplodesse tanto è vero che ho avuto paura di saltare in aria innescandolo, ma evidentemente qualcuno aveva programmato l'azione in modo diverso perchè mi sembra difficile che possa avvenire un errore del genere.

Come è noto, io e Delfo Zorzi, sulla base delle dichiarazioni di Gabriele FORZIATI, fummo indiziati in istruttoria di tale attentato diversi anni dopo lo stesso.

Fummo prosciolti, ma Forziati in realtà aveva detto il vero.

Egli non aveva avuto alcun ruolo nella vicenda, ma evidentemente nell'ambiente di Trieste, che era piccolo, aveva avuto delle confidenze esatte.

Subì anche una bastonatura per ritorsione che proveniva ovviamente dall'ambiente di Ordine Nuovo di Trieste.

Preciso che sui quotidiani locali apparve la notizia che la bomba avrebbe dovuto esplodere intorno a mezzogiorno causando vittime fra i bambini che frequentavano la scuola.

Ciò non è assolutamente esatto perchè l'ora prevista di scoppio non era certo mezzogiorno, ma intorno a mezzanotte e cioè poco dopo che l'ordigno era stato deposto e innescato.

D'altronde la posizione del perno non consente un periodo di attesa superiore ad un'ora in quanto veniva usato un comune orologio da polso.

 

 

 

 

 

8.8.3.2 - Attentato al cippo di confine con la Jugoslavia a Gorizia

Da Trieste Neami e Portolan ci accompagnarono alla strada per Gorizia ove arrivammo con la luce e quindi ci intrattenemmo in un bar onde aspettare il buio e innescare l'ordigno in macchina. Non avemmo appoggi locali.

Fu scelto il cippo situato di fronte alla vecchia stazione ferroviaria. Il luogo era adatto anche perchè la strada era poco illuminata.

Nei pressi del cippo c'era la rete metallica che segnava il confine.

Non sono in grado di ricordare chi depose la cassetta, forse fui io stesso. Fui invece certamente io a lasciare lì vicino dei volantini del tutto analoghi a quelli lasciati a Trieste, anche questi da me manoscritti.

Il congegno deposto a Gorizia, per quanto ricordo, era del tutto identico a quello deposto a Trieste.

Sapemmo che anche questo ordigno non esplose in quanto non apparve alcuna notizia sui giornali e Neami e Portolan ci confermarono poi la notizia e a distanza di qualche settimana comparve sui giornali la notizia del ritrovamento dell'ordigno inesploso.

Io e Zorzi commentammo il fallimento dei due attentati attribuendolo ad un errore nostro e cioè di manipolazione dell'ordigno al momento dell'innesco. Non pensammo ad un difetto originario dell'ordigno....”””

 

(SICILIANO, 18.10.1994, ff.3-5).

Il dr. Carlo Maria MAGGI era perfettamente consapevole delle finalità della spedizione e dei motivi per cui la sua autovettura veniva utilizzata: ....posso precisare che il dr. Maggi, prestandoci la vettura per andare a Trieste e a Gorizia, era perfettamente a conoscenza degli attentati che dovevano essere compiuti e dei loro obiettivi.

Preciso che quando arrivammo al Garage Sam Marco, Maggi non c'era e la macchina era parcheggiata nel garage con le chiavi nel quadro in quanto era obbligatorio lasciarvele....”””

 

(SICILIANO, 19.10.1994, f.8).

In data 20.10.1994, Martino SICILIANO ha fornito ulteriori precisazioni in particolare quelle importantissime relative al color rosso della carta che avvolgeva la

gelignite: “””....In merito agli attentati alla Scuola Slovena di Trieste e al cippo di confine a Gorizia, faccio presente che Zorzi mi disse, nel corso del viaggio a Trieste, che nel caso in cui l'effetto sperato sull'opinione pubblica non fosse stato sufficiente, era già stato approntato un terzo ordigno per il sacrario di Redipuglia, ove sono sepolti i caduti della prima guerra mondiale, attentato che ovviamente avrebbe dovuto essere attribuito ai gruppi sloveni di sinistra.

Sempre in merito agli attentati di Trieste e Gorizia, posso precisare che le due cassette metalliche contenenti l'esplosivo erano una un po' più grande dell'altra, ma comunque molto simili e di colore e di chiusura uguali.

I candelotti di gelignite erano avvolti in carta color rosso di sfumatura intorno al mattone/bordeaux.

Posso inoltre precisare che i detonatori erano del tipo elettrico al fulminato di mercurio.

Voglio aggiungere che, in occasione dell'incriminazione per i fatti di Trieste e Gorizia, io fornii al giudice istruttore un alibi falso affermando che quella sera mi trovavo a Trieste con una entreneuse originaria di Bolzano e che a Trieste aveva un bar-latteria.

Io conoscevo effettivamente quella ragazza, che si chiamava Ivana Deck, nota come Ivonne, ma ovviamente quella sera non ero con lei....”””

 

(SICILIANO, 20.10.1994).

Durante e dopo la spedizione a Trieste e Gorizia, Delfo ZORZI aveva fatto a Martino SICILIANO discorsi ancora più inquietanti: vi erano ancora molti candelotti di gelignite e molte cassette metalliche utilizzabili per altre operazioni e ZIO OTTO (cioè Carlo DIGILIO) aveva migliorato e reso più sicuro il sistema di timeraggio cosicchè le nuove azioni in progettazione sarebbero state portate a termine in condizioni di assoluta affidabilità (interr. SICILIANO, 20.10.1994, f.3).

 

 

 

 

 

8.8.3.3 - COZZO Anna Maria: conferma degli attentati di Trieste e Gorizia

Della COZZO, indicata dal VIANELLO e da SCILIANO come presente agli attentati di Trieste e Gorizia, è nel fascicolo un unico verbale del 18.1.96, acquisito a seguito delle sua interdizione.

La COZZO, che ha ammesso di aver avuto, almeno per come appariva all’esterno, una sorta di relazione con ZORZI , ha ammesso di “essere stata coinvolta nella realizzazione di due attentati con finalità dimostrative”, che associa, appunto, alla città di Trieste e che in occasione di uno dei due venne posta una cassetta vicino ad un muro di cinta.

La COZZO ha ammesso di aver partecipato ad un campo di addestramento al quale partecipò anche Guido BUSETTO, al quale fu presente come organizzatore Paolo SIGNORELLI. Trattasi del campo ordinovista che vi fu a “Tre Confini”.

 

 

 

 

 

8.8.4 - CORAL ANTONIO: l’esplosivo detenuto da ZORZI

Si tratta di un soggetto che nel 1996 si presentò spontaneamente alla DIGOS di Venezia proprio avvertendo il bisogno di riferire su quanto a sua conoscenza sulla posizione di ZORZI.

Il predetto, i cui verbali sono stati acquisiti, è testimone di un periodo collocabile attorno al 1965-1969, quando faceva parte di un gruppetto di giovanissimi, della zona di Mestre e dintorni, del quale facevano parte tra gli altri, oltre allo ZORZI, anche MONTAGNER e MAGGIORI. E’ un gruppo nell’ambito del quale ZORZI mostra già quelli che saranno i suoi orientamenti, l’apertura al colpo di stato come soluzione politica, il ricorso alla violenza e all’esplosivo per perseguire i suoi fini.

 

ZORZI dimostra già da allora il suo carattere deciso, violento e prevaricatore:

“Ricordo Delfo ZORZI come un persona dal temperamento impulsivo, violento e poco incline a discutere con gli altri dei propri problemi” .

 

ZORZI fa già parte di ORDINE NUOVO, o comunque dimostra di ammirare già tale organizzazione:

“…ZORZI ci parlava di Ordine Nuovo come di un’entità che doveva scavalcare a destra l’MSI, ritenuto un partito decadente, al fine di arginare l’avanzata dei comunisti”.

Ordine Nuovo avrebbe dovuto ricorrere “se necessario alla violenza, consistente nella distruzione delle sedi, nell’attacco fisico ai militanti avversi con l’utilizzo di spranghe e catene, nella predisposizione di servizi d’ordine nel corso di comizi…”

“Ricordo perfettamente che ZORZI metteva in pratica questo tipo di linea partecipando a numerose <spedizioni punitive>, che però nel dettaglio non ricordo, se non vagamente, come devastazioni di sedi e pestaggio di qualche rosso”.

“E’ sempre in quel periodo che ZORZI parlava di colpo di stato da attuare mediante azioni violente”.

Già d’allora ZORZI dimostra gli ottimi rapporti con le Forze dell’Ordine, fatto che s’inquadra perfettamente nell’arruolamento da parte degli AFFARI RISERVATI, fatto del quale si parlerà più avanti.

“ZORZI era molto sicuro di sé e non mostrava timore nei confronti delle Forze dell’Ordine, non so bene se per suo carattere e profonda convinzione ideologica o perché in qualche modo si sentiva protetto”.

Fondamentale la disponibilità da parte di ZORZI di esplosivo in quantitàevidentemente destinato alla consumazione di attentati. In particolare emerge la disponibilità di tritolo, nella consueta apparente forma del formaggio grana, menzionata da DIGILIO e da numerosi testi.

 

“Un giorno io e MAGGIORI ci trovavamo nel garage di ZORZI, quando quest’ultimo prelevò, da un nascondiglio in mezzo ad alcune bottiglie vuote, un pezzo di materiale color paglierino, che assomigliava ad una scaglia di formaggio grana, mostrandocelo e indicandocelo come tritolo, dopodichè, con nostro grande terrore, lo scagliò violentemente per terra, divertendosi alla nostra reazione e spiegandoci che per farlo deflagrare occorreva l’innesco del detonatore. In quell’occasione aggiunse che lui e Piercarlo (MONTAGNER), ne disponevano di una certa quantità, da utilizzare contro i rossi”.

 

Anche in Assise a Milano riferisce di “un pezzo di formaggio colore grigio, grande come una patata, come una mano” e conferma che ZORZI disse che era tritolo. Aggiunge”per me poteva essere un pezzo di formaggio”…”formaggio grana”.

 

Non si tratta dal solo esplosivo notato nella disponibilità di ZORZI:

“Successivamente, quando accompagnai MAGGIORI presso l’abitazione di ZORZI, per una visita che gli doveva rendere, percepii dai discorsi fatti tra i due che ZORZI deteneva altro materiale esplosivo nell’armadio della sua camera”.

 

In ogni caso non solo ZORZI, ma tutti i componenti del gruppetto, amavano dilettarsi in attività concernenti l’uso degli esplosivi: CORAL ha parlato, infatti, di “alcune prove pirotecniche che effettuavamo io, MAGGIORI e ZORZI nel giardino del MAGGIORI, con polvere nera, acquistata in armeria, alcuni tubi di plastica pressata ed altro, per provare l’innesco e la deflagrazione dei razzi”. Ha quindi spiegato che

“Allora si andava in un’armeria per prendere della polvere nera dicendo che serviva per le cartucce che il padre andava a caccia, in farmacia a prendere lo zolfo…”

 

Ha parlato, peraltro, dell’uso dei “fiammiferi contro vento”, che hanno una parte così significativa hanno negli ordigni descritti da DIGILIO.

 

 

 

 

 

8.8.5 - GOTTARDI Nilo

GOTTARDI Nilo, del quale sono stati acquisiti i verbali, è il tricologo che aveva, dal 1966, lo studio in un appartamento di Via Mestrina di Mestre, di cui pagava l’affitto, risultando il MAGGI il responsabile medico del Centro. Parte dell’appartamento, che misurava circa 160 metri quadrati, veniva utilizzato per “finalità politiche”.

 

In effetti molti altri testi ne parleranno come della sede di Ordine Nuovo di Mestre, se non addirittura di Venezia. In tal senso depongono le stesse dichiarazioni del GOTTARDI che ha riferito che un giorno trovò affissa sul portone del palazzo, vicino alla sua targa, un’altra con scritto “ORDINE NUOVO”, che era stata attaccata appunto da ZORZI e da VIANELLO, e che lui rimosse quasi subito. La parte “sud” dell’appartamento, costituente questa sorta di studio di MAGGI, che per un breve periodo vi ha ricevuto anche i clienti e che ne ha avuta la disponibilità fino al 89-80, era usata dagli amici di quest’ultimo per “riunioni di studio e di cultura”, così definite, che si svolgevano tra persone legate all’ideologia di estrema destra. Tra i più assidui frequentatori dei locali Delfo ZORZI , definito dal GOTTARDI come “il personaggio più attivo nell’organizzazione delle suddette riunioni”. GOTTARDI ebbe con lui liti violente ed ha confermato che questi era definibile come uno “schizofrenico”, “sempre serio e con un atteggiamento minaccioso e violento”. GOTTARDI lo descrive anche come un “leader”: era “una persona che incuteva paura e che dominava ovviamente sugli altri giovani”. Lo studio, oltre che dallo ZORZI e dal MAGGI, era frequentato da Giancarlo VIANELLO, Martino SICILIANO, Bobo LAGNA, Paolo MOLIN e ROMANI, visto pochissime volte. Dell’importanza politica dei locali e della riferibilità ad O.N. lo si deduce anche da una visita in via Mestrina dello stesso Pino RAUTI, dopo la fine di un convegno.

 

A partire da quando aveva svolto il servizio di leva (GOTTARDI ipotizza che fosse il 1970, ma ZORZI era militare ancora all’epoca della strage di Brescia) ZORZI non si era fatto più vivo presso lo studio.

Ne deduciamo che, secondo il GOTTARDI ZORZI frequentò lo studio fino al 7 ottobre 1973, quando iniziò il militare. In dibattimento a Milano ha arretrato questo suo diradarsi all’epoca dell’arresto, che è il 1968. E’ significativo, e corrispondente al consueto modo di procedere di ZORZI, che Bobo LAGNA, durante il processo per la strage di Peteano, a Venezia, offrì, a lui che era semplice teste, la disponibilità dei difensori di ZORZI, affermando che “avrebbero pagato tutto loro”.

 

 

 

 

 

8.8.6 - Le dichiarazioni di BIASIOLO Luciano

Il 16.6.2009 (pag.71 trascr.) BIASIOLO Luciano, sempre vissuto a Mestre, iscritto al MSI, pur nell’ambito di una testimonianza ridotta ai minimi termini, ha confermato che ZORZI, così come ANDREATTA, SICILIANO, MARIGA ed altri, gravitavano attorno ad Ordine Nuovo, la cui sede era in un appartamento di Via Mestrina.

 

 

 

 

 

 

8.8.7 - Le dichiarazioni di BUSETTO Guido

Il 30.6.2009 (pag.128 trascr.) BUSETTO Guido , che come ZORZI si è laureato in giapponese (nel 74) e si è recato, sia pure temporaneamente a Tokio, è stato compagno di liceo a Mestre del medesimo ZORZI, di Giancarlo VIANELLO e della sorella di Martino SICILIANO. Il predetto ha ammesso di essere stato “Contiguo” ad Ordine Nuovo di Mestre e che i suoi rapporti “passavano in qualche modo per Delfo ZORZI che era un po’ la figura chiave”. Ha precisato di esser stato amico di ZORZI e di essere stato vicino agli ambienti del predetto, ma che poi non aveva più “trovato corrispondenza con quello che questi ambienti rappresentavano” e di essersene conseguentemente distaccato.

 

Evidentemente il BUSETTO ha avvertito lo stesso salto di qualità di ZORZI che ha percepito il VIANELLO, e cioè il suo attestarsi su posizioni squisitamente eversive.

Anche BUSETTO, così come la COZZO, ha partecipato al camposcuola di Tre Confini in Abruzzo, e anche lui ha il ricordo della presenza di uno dei massimi esponenti di Ordine Nuovo, e cioè Paolo SIGNORELLI. Ciò qualifica l’importanza del campo, tanto più che BUSETTO presume che sia stato lo stesso Delfo ZORZI a suggerirglielo. Anche durante questo campo, al quale avrebbero partecipato un centinaio di persone, il BUSETTO, avverte il disagio per l’atmosfera militare, la gestione militare del medesimo, l’ambiente generale che non gli piaceva. Nel corso di precedenti verbali il BUSETTO aveva percepito addirittura qualcosa di simile a colpi d’arma da fuoco.

 

Anche il BUSETTO ha ricordato Via Mestrina di Mestre, “dove aveva lo studio anche un tricologo cui il dottor MAGGI faceva la consulenza medica” sia come appartamento dove dormiva Delfo ZORZI, sia punto di riferimento di Ordine Nuovo di Mestre. Alla domanda su quali fossero gli ordinovisti di Mestre. BUSETTO ha risposto: “Io ricordo ZORZI, VIANELLO, Martino SICILIANO”. E alla domanda su chi fosse il personaggio di maggior spicco, ha risposto: “Delfo ZORZI decisamente…aveva una personalità senz’altro più forte degli altri, poi era quello che in qualche modo si faceva carico dei rapporti con il vertice”.

 

E’ evidente, quindi, anche se non ci troviamo ancora nel 1974, che parlare del gruppo di Ordine Nuovo di Mestre, o di Delfo ZORZI, era in sostanza la stessa cosa. Ciò ci aiuterà a interpretare adeguatamente gli appunti della Fonte TRITONE, nella parte in cui attribuiscono a due imprecisati “mestrini” in contatto con MAGGI, responsabilità nella strage di Brescia.

 

BUSETTO ha parlato anche di MAGGI e alla domanda circa i rapporti tra questi e ZORZI ed all’eventuale sussistenza di una gerarchia, il teste ha risposto:

“Credo che MAGGI…MAGGI era in qualche modo quello che teneva le fila di questo gruppetto e senz’altro MAGGI decideva cosa fare, lo diceva probabilmente a ZORZI…” :

 

come si può notare anche qui ci troviamo in presenza di una costruzione (MAGGI che dà ordini a ZORZI e questi è al vertice del gruppetto di Ordine Nuovo di Mestre) che ricalca perfettamente quella ipotizzata dall’accusa.

 

Il teste ha ricordato anche l’utilizzo, durante le manifestazioni, della nota 1100 bianca di MAGGI, e, a conferma dei rapporti con il Centro di ON, una presenza di RAUTI a Mestre al teatro Corso, in occasione del quale “avvertì il senso di un profondo disagio per i toni ed i contenuti esaltati”.

 

Ha aggiunto, con riferimento al discorso di RAUTI, di ricordare ancora il tono con cui egli evocava, che si trattava di toni esaltati, che non gli piacquero e lo “misero sulle spine”. Questi toni di RAUTI si legano, nel racconto di BUSETTO con l’analogo disagio che avvertiva nei discorsi di ZORZI:

 

“…c’era un’atmosfera che non mi piaceva, avvertivo una violenza latente di Delfo ZORZI che non piaceva. Ascoltavo, una volta però, dei discorsi appunto quando venne Pino RAUTI a Mestre che non condividevo…”

 

 

 

 

 

8.8.8 - Le dichiarazioni di Giuliano CAMPANER

Il 3.7.2009 (pag.87 trascr.) è stato sentito Giuliano CAMPANER.

Questi ha collocato l’inizio dell’amicizia con ZORZI tra il 1966-1968, poi retrodatando tale conoscenza a prima del convegno di Mestre alla Sala White Room, che risale al 1966. In realtà, la circostanza che il predetto non abbia neppure un vago ricordo dell’arresto di ZORZI del novembre 1968, ci porta ragionevolmente a ritardare la data di questa conoscenza. In ogni caso un dato certo è che abbia conosciuto la famiglia di ZORZI nel 1970, quando la famiglia tornò dall’Islanda. La difesa ha cercato di dimostrare che i rapporti con ZORZI si sono interrotti ben prima dell’anno che più ci interessa, e cioè il 1974, ma non è così: CAMPANER non ha smentito quanto affermato nel verbale 1.4.95, e cioè di aver visto ZORZI “fino alla metà degli anni 70”. Inoltre in Assise ha spiegato che i suoi rapporti di conoscenza erano con ZORZI e non tanto con altri soggetti inseriti in ON, e che quando ha interrotto i rapporti con lui, li ha interrotti con tutti. Considerato che contestualmente, nel rettificare un precedente verbale del 4.11.95 in cui affermava “…ho intrattenuto frequenti rapporti con elementi di Ordine Nuovo di Mestre dal 65 al 73” – ha affermato (pag.98) che in realtà “potrebbe essere anche 74” - ecco che dobbiamo concludere che, pur tenendo conto dell’intervallo costituito dal servizio militare, che CAMPANER ha prestato dal 70 al 71 circa, e del diradarsi dei rapporti dovuti agli impegni universitari di ZORZI, le sue indicazioni su ZORZI abbraccino l’intero periodo antecedente la strage di Brescia.

 

CAMPANER ha conosciuto non solo Delfo ZORZI, ma anche il fratello Rudy ed i genitori. Ha dichiarato di ritenere che ZORZI facesse parte di Ordine Nuovo, del quale si interessava e disponeva di materiale propagandistico. Ha aggiunto che “il gruppo che faceva capo ad Ordine Nuovo praticamente era Delfo ZORZI, Martino SICILIANO poi Carlo Maria MAGGI”. Ha poi confermato l’esistenza di un gruppo di Ordine Nuovo di Venezia, nel quale ha finito per ricollocare lo stesso MAGGI, ROMANI e MOLIN. Poi ha aggiunto di alcuni soggetti che, pur collegati, “erano un po’ al di fuori” , e cioè Guido BUSETTO, Bobo LAGNA, Piercarlo MONTAGNER e Roberto MAGGIORI.

 

Come si può notare, anche in questo caso il gruppo ordinovista di Mestre appare sparuto.

 

Nell’illustrare la personalità dello ZORZI, MONTAGNER ha precisato:

Che “il carattere di ZORZI era un carattere molto prevalente…prevalente sugli altri…” che ciò si manifestava “nel dare direttive secche, nel certificare con la propria conoscenza, saggezza, preparazione quello che si dice...”; che se si discuteva un libro, “lui dava l’interpretazione che secondo lui era giusta…”. che ZORZI era superiore a MAGGI, col quale aveva continui contatti, sotto il profilo dell’intelligenza organizzativa e che, per quanto questi all’interno di ON fosse un suo superiore, sapeva affermare nei suoi confronti la sua personalità.

Si tratta di affermazioni che, pur soggettive, rendono plausibile che, all’interno del gruppetto di Ordine Nuovo di Mestre, nulla potesse sfuggire al controllo di ZORZI, e tanto meno la partecipazione a quelle riunioni del maggio 74, in cui si organizzò la strage, di ordinovisti mestrini.

 

MONTAGNER ha precisato inoltre:

che ZORZI viveva da solo In Via Mestrina, presso lo studio di un tricologo, dove dormiva e vendeva libri; il particolare, oltre a confermare un dato già emergente, è ancora più significativo, trattandosi della sede di O.N. di Mestre;

Che ZORZI distribuiva i libri dell’edizione AR di Padova – circostanza che evidenzia i suoi rapporti con FREDA, che peraltro partecipò ad una riunione al MSI di Mestre;

che ZORZI conosceva VENTURA;

Che ZORZI conosceva RAUTI e SIGNORELLI.

Che ZORZI gli consegnò una copia del libro “Le Mani rosse sulle forze armate”- circostanza che avvalora ulteriormente i suoi rapporti con RAUTI.

Che in un’occasione in cui doveva restituire dei libri al Prof. FILIPPANI RONCONI, incontrò a Roma ZORZI; FILIPPANI RONCONI, secondo quanto gli riferì ZORZI, faceva l’interprete per la NATO, particolare che non sembra casuale.

che attorno al 71-72 si recò a Roma dove ZORZI gli presentò Massimo SCALIGERO.

Nell’occasione conobbe la persona che in seguito riconobbe in Cesare TURCO. Il particolare non è di secondario rilievo, in quanto TURCO è uno dei soggetti che attesta a VINCIGUERRA i rapporti di Delfo ZORZI con gli AFFARI RISERVATI. Se il viaggio è del 71-72 non è congruo ciò che in seconda battuta afferma CAMPANER, su domanda della difesa, e cioè che tale conoscenza con TURCO sarebbe del 68-69;

che ZORZI si recava a Milano con MAGGI, anche con l’auto di quest’ultimo, che in un’occasione si ruppe.

Che si recava anche a Padova, dove c’era FACHINI e a Verona, dove c’era MASSAGRANDE;

che ZORZI parlava anche di rapporti con gli ambienti milanesi e che parlava positivamente di ROGNONI e del gruppo della Fenice.

 

 

 

 

 

8.8.9 - Le dichiarazioni di Piero ANDREATTA

Del predetto sono stati acquisiti tutti i verbali.

Anche lui è stato in rapporti di amicizia con Delfo ZORZI con il quale, attorno al 1967/68, frequentava la palestra FIAMMA YAMATO di Mestre. ANDREATTA (6.1.95) definisce Delfo ZORZI il punto di riferimento locale di Ordine Nuovo più ancora del dr. MAGGI” e lo indica come “un personaggio di spicco di Ordine Nuovo e che si distingueva nettamente dagli altri giovani che erano intorno a lui che subivano il suo fascino e il suo carisma”. Ce n’è abbastanza per concludere una volta ancora che è impensabile che qualcosa di rilievo potesse accadere nell’ambito di Ordine Nuovo di Mestre, al di fuori del controllo di Delfo ZORZI. La frequentazione con ZORZI, iniziata allorché non c’era ancora il gruppo di Ordine Nuovo, sarebbe durata un paio di anni. In seguito i rapporti si sarebbero diradati a seguito dei frequenti spostamenti di ZORZI a Napoli e a Roma. ZORZI conosceva RAUTI e SIGNORELLI , all’epoca i responsabili di Ordine Nuovo.

ANDREATTA è fondamentale soprattutto al fine di evidenziare l’abitudine di ZORZI di inquinare e di approfittare della sua potenza economica per condizionare le indagini che lo vedevano coinvolto.

ANDREATTA ricorda tra gli amici di ZORZI Piercarlo MONTAGNER. Questi era in rapporti di lavoro col fratello di Delfo, Rudi (Si occupava di fornitura ed assistenza di Fax e riforniva Rudi)

 

 

 

 

 

8.8.9.1 - 26.5.95 pg.7-8 (vedi anche 1.6.95 ore 12 pag.1)

Nel gennaio 95 , qualche giorno dopo che era stato interrogato dal D. SALVINI, si era recato nel negozio di MONTAGNER e gli aveva raccontato come si era svolto l’atto.

In particolare il Dott. SALVINI non si era limitato ad interrogarlo in ordine all’attentato alla COIN di Mestre, reato che gli era stato contestato, ma ormai prescritto, ma era emerso chiaramente, da quanto gli diceva il magistrato, un presunto collegamento dell’episodio con la strage di Milano. Nel verbale davanti al GIP del 26.7.96 ANDREATTA ha affermato ancora più chiaramente che il Dott. SALVINI avrebbe indicato ZORZI quale autore sia della strage di Piazza Fontana che di quella di Brescia:

 

 

 

 

 

8.8.9.2 - Pag.14 26.7.96

“mi ha indicato che è l’autore della strage di Piazza Fontana e di quella di Brescia”

 

 

 

 

 

8.8.9.3 - Pag.15 26.7.96:

“Mi ha interrogato per 160 gradi su tutto quello poi successivamente acquisito e compreso sull’organigramma della Piazza Fontana, di Ordine Nuovo e di Brescia”

ANDREATTA, preoccupato, aveva rappresentato a MONTAGNER che doveva ringraziare per questi fastidi la sua passata conoscenza con Delfo ZORZI e che tramite RUDI sarebbe stato opportuno informare della cosa lo stesso Delfo. Pertanto aveva chiesto a MONTAGNER di procuragli un appuntamento con RUDI. Come emerge anche da un servizio fotografico, il 26.1.95 ANDREATTA si era concretamente incontrato con RUDI ZORZI all’aeroporto di TESSERA, in un giorno in cui questi doveva partire per Stoccarda. Aveva raccontato a RUDI che stava passando dei guai a causa di Delfo e che avrebbe avuto bisogno di un avvocato e, quindi, di una mano da entrambi i fratelli. RUDI avrebbe promesso di riferire ogni cosa al fratello DELFO.

Ci fu effettivamente, dopo il contatto con Rudi ZORZI, come risulta da un’intercettazione, e come è stato contestato ad ANDREATTA a pg.11 del verbale 26.7.96 (ARBASINO) un contatto di Delfo ZORZI con MONTAGNER sull’argomento.

 

 

 

 

 

8.8.9.4 - 26.5.95 pag.9

Qualche giorno dopo, da CANTON, ANDREATTA aveva mandato un fax a Rudi ZORZI dall’albergo, indicandogli i recapiti. Nel giro di pochi giorni era stato chiamato da DELFO ZORZI con il quale aveva sostenuto un colloquio di quasi due ore.

 

 

 

 

 

8.8.9.5 - (pag.14 trascriz. 26.7.96)

Nel corso della telefonata aveva confermato a Delfo ZORZI del contenuto dell’interrogatorio avuto col Dott. SALVINI.

 

 

 

 

 

8.8.9.6 - 26.5.95 pag.9

ZORZI sembrava informato su tutto.

ANDREATTA gli aveva parlato anche della chiamata in correità di Martino “e lui mi ha risposto che aveva offerto a Martino un posto di lavoro affinchè non si presentasse a testimoniare e che Martino a tal fine era stato contattato da lui a Pietroburgo. Mi ha poi detto che Martino era rientrato in Italia e si era pentito e che era stato un imbecille a presentarsi” .

ZORZI gli negò sue responsabilità nella strage dicendo che era di stato e dei servizi segreti, cioè schegge impazzite dello Stato e manovali dell’eversione. (pag.10)

ZORZI gli aveva anche promesso aiuto:

 

 

 

 

 

8.8.9.7 - 31.5.95 pag.3

“Preciso di avergli riferito di un mio progetto di avviamento di attività commerciale in BENIN (apertura di un negozio Show-Room o Duty free) e sottolineo che lo ZORZI mi ha risposto che ciò gli sembrava una buona idea e che avrebbe in qualche modo valutato la possibilità di fornirmi il proprio aiuto tramite la presentazione di aziende.”

 

 

 

 

 

8.8.9.8 - 26.5.99 pag.10

ZORZI gli diede il consiglio di non rientrare in Italia, anche in considerazione del fatto che l’indagine presto si sarebbe conclusa.

Pag.10

ANDREATTA aveva altresì spiegato a Delfo ZORZI che il giudice era interessato all’esplosivo. ZORZI gli aveva riferito che la gelignite è facile da reperire e che si trova nelle cave.

Aveva parlato a ZORZI anche di Vianello. Di MONTAGNER ZORZI aveva detto che era il suo referente e che aveva fornito a Martino il numero di telefono del Giappone per mettersi in contatto con lui. ZORZI gli ha anche riferito che “a Martino avevano offerto per un lavoro a Pietroburgo 4 o 5 mila dollari al mese”

 

 

 

 

 

8.8.10 - Le dichiarazioni di NOE’ Giulio – L’attentato con ZORZI al PCI di Mestre - I rapporti tra Ordine Nuovo e Gladio – I rapporti di Delfo ZORZI con la polizia

Giulio NOE’ (ud.20.10.2009 da pag.7), che ha sempre vissuto a Mestre o dintorni, ha avuto rapporti di frequentazione non trascurabili con Delfo ZORZI, SICILIANO e MONTAGNER. Le vicissitudini del predetto sono state gravemente segnate da un episodio, verificatosi attorno all’autunno 64, in cui rimase ferito, con postumi permanenti, a seguito dell’esplosione di quello che lui ha sempre definito come una sorta di “cannoncino”, laddove SICILIANO afferma essersi trattato di un ordigno che lui e Delfo ZORZI avrebbero destinato ad un attentato alla sede del Partito Comunista di Piazza Ferretto a MestreNOE’, che descrive ZORZI come persona molto aggressiva, ha riferito alcuni episodi di estremo rilievo:

 

riferisce (pag.19) di una festicciola durante la quale, tra quanto ha ricordato in dibattimento, e quanto, tratto dai precedenti verbali ha confermato nella suddetta sede, ZORZI e SICILIANO, parlando anche con un giovane biondo, quest’ultimo nel ruolo di discepolo, avevano affermato che la “loro organizzazione” era appoggiata da una struttura segreta dello Stato”, che forniva soldi, armi ed esplosivi, disponeva di depositi e serviva a contrastare l’avanzata del comunismo in Italia. Una persona posta al di sopra di loro, un loro capo, riceveva dalla suddetta organizzazione “dei soldi per finanziare l’attività di Ordine Nuovo”. Detta organizzazione sarebbe stata GLADIO, o comunque avrebbe avuto come simbolo un “gladio romano”.

 

A pag.23 NOE’ ha sostanzialmente confermato (“Avevo una memoria più fresca all’epoca”) che lo stesso SICILIANO “diceva che il loro gruppo faceva parte di un’organizzazione segreta che disponeva di depositi di armi e di finanziamenti che serviva a contrastare l’avanzata dei Comunisti in Italia ed era aiutata dallo stesso Stato.”

 

 

 

Le dichiarazioni di NOE’ appena descritte dimostrano una volta ancora come gli Apparati dello Stato, più o meno clandestini, supportassero Ordine Nuovo in funzione anticomunista non soltanto con finanziamenti, da anche con forniture di mezzi illeciti, quali armi ed esplosivi.

NOE’, inoltre, parla di una sorta di tentativo di reclutamento da parte di Ordine Nuovo in un’occasione in cui nel 67 ZORZI e SICILIANO lo mandarono presso la sede del MSI di Mestre ad una “riunione” nel corso della quale si affermò che la società avrebbe dovuto essere diretta da persone dotate “a livello biologico”.

Ma l’episodio più importante riferito dal NOE’ è il seguente:

nel corso di una manifestazione operaia, svoltasi in Piazza Barche, notò Delfo ZORZI, peraltro cintura nera di Karatè, insinuarsi tra la folla e provocare una violenta colluttazione nella testa del corteo. Improvvisamente ZORZI, dopo la suddetta colluttazione, si era allontanato di corsa dalla manifestazione e si era diretto proprio dove, dietro il complesso del locale COIN, erano schierate le camionette della Polizia.

Quest’ultima e il comandante della Squadra, anziché bloccare ZORZI, che aveva appena provocato la rissa, lo aveva lasciato passare impunemente e, anzi, il gesto di ZORZI avrebbe dato il “la”, il segnale, per la carica delle camionette sui manifestanti, avvenuta subito, con tanto di squilli di tromba. Il teste ha concluso che “c’era la Polizia che ha assistito senza reagire ad un pestaggio fatto da uno che, mi sembra che fosse stato cintura nera di Karate, allievo di Bruno DE MICHELIS, mezzo campione del mondo…”.

L’episodio è significativo degli stretti rapporti di Delfo ZORZI con la Polizia e si riconnette con le dichiarazioni concordi di molti testi, tra i quali VIANELLO, che parla di rapporti con un certo capitano della Celere.

 

 

 

 

 

8.9 - IL RECLUTAMENTO DI DELFO ZORZI DA PARTE DELL’UFFICIO AFFARI RISERVATI – LE DICHIARAZIONI DI VINCIGUERRA.

E’ Vincenzo VINCIGUERRA, in particolare nel corso del verbale del 3.3.93 davanti al G.I. di Milano, a riferire dell’arruolamento di Delfo ZORZI da parte di Elvio CATENACCI , come appreso da Cesare TURCO:

ZORZI, su richiesta di un amico (che potrebbe essere lo stesso MARIGA) detenne a Mestre per una notte, a casa sua, un certo quantitativo di esplosivo. Poi subì una perquisizione e venne arrestato (il 17.11.1968). Successivamente ZORZI venne convocato dal Questore CATENACCI, che gli illustrò “l’attività anticomunista svolta dall’Apparato del Ministero dell’Interno e la necessità, per coloro che avevano a cuore la difesa dei valori dell’Occidente, di aderirvi. CATENACCI gli spiegò quindi che il suo arresto era dovuto ad un’azione preordinata da parte della Polizia per dimostrare allo stesso ZORZI l’onnipotenza della medesima, che poteva decidere, ove lo avesse voluto, il destino di una persona. CATENACCI chiese quindi a ZORZI di scegliere se aderire a questa battaglia anticomunista alle dipendenze di un apparato dello Stato oppure no. Dagli avvenimenti successivi è ovvio constatare che Delfo ZORZI, pur restando ufficialmente un militante neonazista, si inserì nell’apparato informativo del Ministero dell’Interno”.

 

Come si è visto CAMPANER ha riferito di aver conosciuto TURCO nel 71-72 proprio in un’occasione in cui si recò a Roma a trovare ZORZI. La circostanza rende plausibile che TURCO possa essere stato spettatore di rapporti che ZORZI avrebbe avuto a Roma. Del resto VINCIGUERA riferisce di aver appreso la circostanza da TURCO, del quale era amico da anni, tra la fine del 72 e l’inizio del 74, quindi in epoca posteriore rispetto a questi contatti tra ZORZI e TURCO, così come riferiti da CAMPANER.

 

VINCIGUERRA evidenzia come “l’arruolamento di soggetti come ZORZI e TURCO è stato certamente facilitato dal fatto che per ragioni di lavoro e per ragioni politiche i loro padri avevano in precedenza lavorato per i Servizi Informativi dello Stato. In particolare, il padre di ZORZI era geologo e come tale nella posizione migliore per fornire informazioni sul territorio mentre il padre di TURCO ha svolto attività informativa nei ranghi dell’organizzazione “O”, operante in Friuli dell’immediato dopoguerra fino al 1955, organizzazione che poi passò in blocco alla struttura GLADIO.”

 

Inoltre VINCIGUERRA ha ricordato la conoscenza di ZORZI con il vice prefetto SAMPAOLI e il ricordo di lui che ha dimostrato di possedere il Prefetto Federico D’AMATO.

 

Questo argomento dei rapporti di Delfo ZORZI con la Polizia, peraltro, è una costante dei verbali di VINCIGUERRA:

Il 19.7.84 davanti al G.I. di Bologna, VINCIGUERRA, dopo aver espresso la sua convinzione che MAGGI avesse rapporti di natura personale con funzionari di Polizia, specifica non solo che il collegamento tra il medesimo MAGGI ed il gruppo di Padova era mantenuto da Delfo ZORZI, ma anche di sapere per certo che ZORZI “era perfettamente integrato nella struttura di Polizia”.

IL 14.8.84, davanti al G.I. di Venezia, VINCIGUERRA, dopo aver riferito della proposta di ZORZI e MAGGI, nella tarda estate del 71, di contribuire all’eliminazione fisica di Mariano RUMOR, nell’ambito di un progetto destabilizzante, così si esprime:

 

“…seppi dopo questo episodio che Delfo ZORZI era inserito nella struttura della Polizia dalla fine del 1969 o dai primi mesi del 1970. Tra l’altro ZORZI era andato ad addestrarsi al poligono di tiro della Polizia in Sardegna assieme al secondo”Celere” di Padova. Nei primi mesi del 1974, presso la sua abitazione di Padova, anzi di Mestre, alla presenza di TURCO Cesare, ormai già consapevolmente inserito anche nelle strutture della Polizia, Cesare mi disse indicandomi Delfo, che assentì, che il medesimo era amico intimo di un “altissimo funzionario” del Ministro degli Interni”

 

Il 22.2.1985, davanti al G.I. di Reggio Calabria, VINCIGUERRA ha spontaneamente dichiarato: “Delfo ZORZI e Carlo Maria MAGGI fanno parte di una struttura occulta sotto la facciata di Ordine Nuovo. Di tale struttura fa parte anche Pino RAUTI. Mi risulta che lo ZORZI e il MAGGI fanno parte dei servizi di sicurezza civili, dipendenti dal Ministero degli Interni.”

 

Il 21.2.95 davanti al G.I. di Roma, VINCIGUERRA, riferendo di soggetti inseriti nel Ministero degli Interni “di maggiore interesse per individuare eventuali collegamenti con gli apparati di guerra non ortodossa”, indica, tra gli altri, il Prefetto Antonio SAMPAOLI PIGNOCCHI, capo dell’Ufficio stampa del Ministero medesimo “ e che fu indicato dal Prefetto Umberto Federico D’AMATO come il funzionario in contatto con Delfo ZORZI”. VINCIGUERRA aggiunge: “Appresi da Cesare TURCO che era stato ingaggiato negli anni 1967/68 da Elvio CATENACCI allora Questore di Venezia. Il meccanismo fu il seguente: una persona di cui non so il nome pregò Delfo di custodire dell’esplosivo; egli si rifiutò, ma la persona insistette, affermando che si sarebbe trattato di una sola notte. Durante la notte però la Polizia perquisì l’appartamento e sequestrò l’esplosivo. ZORZI fu quindi arrestato e il giorno stesso gli fu spiegato che si trattava di una manifestazione “di potenza” e gli venne richiesto di entrare a far parte di una struttura informativa. ZORZI accettò e il procedimento - che si tenne – finì nel nulla”… “Non ho elementi diretti e concreti per affermarlo, ma credo che anche il padre di ZORZI ed il fratello abbiano avuto rapporti con i Servizi di informazione”.

 

Il 30.10.97 davanti al P.M. di Milano, VINCIGUERRA narra ancora una volta quanto appreso dal TURCO, ma aggiungendo una conferma implicita della circostanza da parte di ZORZI e ulteriori particolari che rendono plausibile l’acquisizione dell’informazione e precisano ulteriormente i rapporti di ZORZI con gli apparati dello Stato:

 

 

“Per quanto riguarda i rapporti tra ZORZI e gli apparati dello Stato, io ho acquisito le seguenti notizie da Cesare TURCO: in un’occasione questi mi disse che l’arresto di ZORZI del 1968, era stato predisposto dall’allora Questore di Venezia CATENACCI al fine di agganciarlo ed indurlo ad accettare di entrare a far parte della rete informativa di una struttura facente capo al Ministero degli Interni; credo in un momento successivo, sempre TURCO mi disse, alla presenza di ZORZI, che questi era in contatto con un altissimo funzionario del Ministero degli Interni; in quell’occasione ZORZI non negò la circostanza ed io risposi <sono contento per lui>;  io intesi questa rivelazione come una indiretta proposta nei miei confronti ad entrare anch’io in rapporti con il Ministero.

 

Io vidi TURCO casualmente, per l’ultima volta, nel periodo compreso tra marzo e giugno 1976, quando mi trovavo a Roma; o vidi TURCO davanti a Palazzo dei Marescialli, dal Palazzo uscì, mi sembra BONIFACIO, o comunque un personaggio politico di rilievo, il quale salì su una tipica auto bleu ministeriale ; sulla medesima auto prese posto davanti, accanto all’autista, Cesare TURCO; in quell’occasione anch’io ero in auto e TURCO si avvide della mia presenza, tanto che l’auto fece un breve giro e partì a grande velocità come per accertarsi che io non li seguissi.

 

Sempre nel medesimo periodo, cioè tra il 1973 ed il 1974, TURCO mi disse anche che ZORZI, grazie alla sua amicizia con un Capitano della II Brig. CELERE di Padova, si recava in Sardegna a svolgere esercitazioni insieme con i Poliziotti del Battaglione.

Io ho avuto l’impressione , in un periodo successivo, che tutte le informazioni suddette mi erano state date per prepararmi ad accettare una proposta di svolgere attività informativa per il Ministero, in vista della mia prossima latitanza”.

 

 

La circostanza delle esercitazioni in Sardegna è stata confermata e sviluppata in Assise il 6.7.2000 da pag.18.

Diciamo subito che le circostanze dell’arresto di Delfo ZORZI il 17.11.1968 da parte del Commissariato di P.S. di Mestre, presentano dei connotati molto particolari:

l’arresto avviene a seguito di perquisizione domiciliare, ed è preceduto da, e collegato con l’arresto, da parte della Polizia Stradale di Padova, di Giampiero MARIGA, avvenuto il 16 novembre. Qust’ultimo, trovato nella disponibilità di un mitra, aveva indirizzato le indagini verso lo ZORZI. In effetti, il rapporto in data 17 novembre del Comissariato di Mestre, è a carico di entrambi gli indagati. Il MARIGA era stato interrogato dal dirigente dell’Ufficio Politico della Questura di Venezia, dott. PENSATO, e dal defunto appuntato del medesimo ufficio, LA ROSA Giuseppe.

ZORZI è stato trovato in possesso di tre pistole, definite armi da guerra, e di sacchetti di minipotassa, altrimenti definita “polvere nera”, che altro non è se non esplosivo.

Al di là del fatto in se stesso, che dimostra ancora una volta la dimestichezza di ZORZI con gli esplosivi, vi sono due ulteriori circostanze di rilievo:

l’arresto e la perquisizione di ZORZI avvenne anche con la partecipazione del Commissario di Marghera, dott. DIAMARE, che è la stessa persona che sei anni dopo dispose il lavaggio di Piazza della Loggia il 28 maggio 74 e che fu spostato da Brescia, unitamente al Dr. PURIFICATO.

 

Il verbale di perquisizione attesta che quanto sequestrato come rinvenuto presso l’abitazione di ZORZI, sita in Via Radaelli 13 di Marghera. Il Dott. PENSATO ha peraltro escluso che siano stati interessati luoghi diversi da quelli indicati.

 

In realtà l’appuntato ZAMBON Eros, altro collaboratore del PENSATO, e il cui verbale è stato acquisito in quanto deceduto, afferma che in un primo tempo l’attività si svolse presso la suddetta abitazione, in cui ZORZI non venne rinvenuto.

Successivamente la Polizia si spostò in Via Mestrina, presso quello che ZAMBON indica come lo “studio del Dr. MAGGI”, sito in Via Mestrina di Mestre. Ricorda il teste addirittura il cartello recante il nome di MAGGI, nonché il riferimento alla sua specializzazione di “endocrinologo”. E’ evidente che lo ZAMBON non può che riferirsi ai noti locali che, come si è visto, costituivano sostanzialmente la sede di O.N. di Mestrina, ed è facile pensare che la specializzazione del “tricologo” (Nilo GOTTARDI) sia stata confusa con quella di “endocrinologo” indicata. Proprio presso lo studio di MAGGI si sarebbe trovato lo ZORZI.

 

Non esclude che ZORZI sia stato trovato in Via Mestrina, e poi portato presso la sua abitazione.

 

In ogni caso il teste ricorda in termini di certezza la perquisizione nello studio di MAGGI (non ricordando, invece, il transito dall’abitazione di ZORZI) e il rinvenimento in detti locali della polvere nera. I particolari ricordati dallo ZAMBON coincidono con le altre risultanze, che vedono MAGGI utilizzare in un primo periodo lo studio del GOTTARDI come suo studio, e la loro abbondanza e precisione, accompagnata dalla mancanza di dubbi, alimentano forti dubbi su quanto possa essere accaduto, su eventuali falsità ideologiche dell’atto, sul possibile mancato arresto del MAGGI, su possibili collusioni con quest’ultimo. Anche i totali vuoti di memoria del pur attempato dirigente sembrano eccessivi rispetto alla levatura dei personaggi coinvolti, in particolare del dottor MAGGI, più volte presente nelle informative trasmesse al Ministero.

 

 

Da tener presente che un eventuale rapporto di ZORZI con l’Ufficio Affari Riservati ha un certo rilievo in quanto vi è la certezza dei rapporti tra detto Ufficio e l’AGINTER PRESSE. Inoltre DELLE CHIAIE, i cui rapporti con gli AFFARI RISERVATI sono certi, durante la sua permanenza in Spagna, aveva strettissimi rapporti con il Direttore dell’Agenzia, Ives GUERIN SERAC. Pertanto, se veramente c’è stato una sorta di arruolamento di Delfo ZORZI da parte dell’Ufficio Affari Riservati, ciò renderebbe plausibile uno suo contestuale rapporto con l’AGINTER PRESSE, quale quello che gli attribuisce TRAMONTE.

 

 

 

 

 

8.10 - LA FONTE ONDI DEGLI AFFARI RISERVATI

Si fa presente che, per quanto SAMPAOLI PIGOCCHI fosse capo dell’Ufficio Stampa del Ministero, secondo quanto emerso dalle dichiarazioni di Giuseppe MANGO, curava la fonte ONDI, produttiva di appunti . Pertanto non si può escludere che ZORZI fosse l’informatore di SAMPAOLI PIGNOCCHI, si trattasse, o meno, della Fonte ONDI.

 

 

 

 

 

8.11 - ULTERIORI RAPPORTI DI ZORZI COL MINISTERO DELL’INTERNO

Si è già detto del presunto “reclutamento” di Delfo ZORZI da parte di CATENACCI. Vediamo che a conferma dei suddetti rapporti del predetto con soggetti inquadrati nel Ministero dell’Interno, D’AMATO ha dichiarato il 15.10.1984 davanti al G.I. di Venezia:

 

Delfo ZORZI era in rapporti , non so di che genere, con il dott. SANPAOLI , negli anni 70, capo Ufficio stampa del Ministero degli Interni. Era un Vice prefetto.”

La circostanza, di enorme rilievo, è stata oggetto di approfondimento in occasione del dibattimento davanti alla Corte di Assise di Venezia , nell’ambito del procedimento relativo alla “Strage di Peteano”.

In detta occasione D’AMATO ha dichiarato, tra l’altro:

“Mi ricordo che ad una domanda del G.I. che mi aveva chiesto se ZORZI fosse stato in qualche modo in contatto o avesse avuto rapporti di tipo informativo col mio ufficio, io gli precisai che una volta ero andato nell’ufficio di SANPAOLI (vice prefetto capo dell’ufficio Stampa della Direzione Generale di polizia) e questi mi presentò un signore , che era nel suo ufficio, relativamente giovane, come amico di origine veneziana, e me lo presentò come ZORZI.

Poi successivamente a quest’incontro mi ricordai che esisteva nella mia memoria questo nome collegato ad una qualche attività ideologica di destra e per accertarmi della mia esatta collocazione chiesi se ci fosse qualche fascicolo a nome ZORZI , e debbo aver trovato qualche conferma di una attività che all’epoca era allo stato iniziale. Colloco l’incontro al Ministero nel 71 o primi anni 70.

 

Dagli atti risultava che lo ZORZI avrebbe fatto parte di O.N..

 

Preciso che SANPAOLI non ha mai avuto un rapporto funzionale e di collaborazione col mio ufficio. Escludo però che fino a quando io fui capo dell’IGSI lo ZORZI abbia potuto svolgere una qualche attività informativa in favore del mio ufficio. Quando poi io fui interrogato dal GI e mi fu chiesto se mi ricordassi di un qualche tipo di rapporto che ci fosse stato tra ZORZI e il Ministero io gli riferii l’episodio di cui ho già detto.

Poi chiesi notizie ai miei ex colleghi e appresi che lo ZORZI era latitante ed emigrato all’estero.

Date le funzioni che SANPAOLI allora svolgeva (capo ufficio stampa) il suo ufficio era “un salotto culturale” frequentato da giornalisti, scrittori , intellettuali, e SANPAOLI era, appunto, un uomo di particolare cultura.

SANPAOLI e ZORZI parlavano di qualche cosa di carattere culturale e in quella occasione appresi , mi sembra, che ZORZI studiava a Napoli. Quindi escluderei che tra ZORZI e SANPAOLI ci potesse essere un rapporto che fosse di natura diversa da quella culturale.

Io ignoravo quale fosse all’epoca l’attività dello ZORZI.

Preciso che quell’incontro durò pochi minuti e più di quanto ho riferito non posso ricordare.

SANPAOLI era capo ufficio stampa e non aveva funzioni , compiti di natura informativa.

Avevo appreso che lo ZORZI apparteneva a O.N. ma non sono in grado di precisare se al Centro Studi O.N. o al Movimento Politico O.N…………….

Non ricordo se dopo aver consultato quel fascicolo io abbia avuto o meno occasione di riparlare di ZORZI col SANPAOLI……………………………...

Era proprio l’ufficio stampa cui era preposto il SANPAOLI a provvedere alla raccolta di tutti i ritagli di giornale e che poi smistava ai vari uffici che riteneva competenti in relazione alle singole notizie, previa un’occhiata del capo della polizia”.

 

 

Le dichiarazioni di D’AMATO , di cui sopra, sono stupefacenti:

appare quanto meno sconcertante che D’AMATO, una volta accortosi di quella frequentazione non proprio ortodossa da parte del vice prefetto SANPAOLI, non abbia preso alcuna iniziativa, pur avendo consultato il fascicolo dal quale era possibile dedurre chi fosse veramente Delfo ZORZI . Nè certamente poteva costituire ragione di minor apprensione la circostanza che il discorso tra i due predetti sarebbe stato di presunto contenuto culturale.

 

 

 

 

 

8.12 - ULTERIORI ACCUSE DI VINCIGUERRA A ZORZI

VINCIGUERRA non si è limitato ad attribuire a Delfo ZORZI i suddetti rapporti con il Ministero degli Interni, ma ha riferito a lui una buona parte dei fatti che già qualificano MAGGI per la sua visione stragistica:

 

 

 

 

 

8.12.1 - La proposta di attentato RUMOR

VINCIGUERRA ha più volte riferito nei sui verbali delle varie proposte, formulategli da MAGGI e ZORZI, di commettere un attentato ai danni del Ministro RUMOR.

Da ultimo ne ha riferito in assise il 6.7.2000 (da pag.12):

nel luglio del 1971 MAGGI venne da lui unitamente a ZORZI. Si incontrarono ad un ristorante. MAGGI riferì che “era in preparazione una serie di attentati ad esponenti politici di primo piano, però mi fece in maniera specifica il nome di RUMOR. Mi disse che c’erano tutte e quante le indicazioni per poter compiere questo attentato, e aggiunse che non avrei avuto problemi con la scorta”.

 

La proposta venne reiterata nel novembre 1971 e a fine febbraio o fine marzo 1972.

 

Fu proprio il riferimento alla mancanza di problemi con la scorta che indusse VINCIGUERRA a ritenere che MAGGI avesse contatti ad altissimo livello.

VINCIGUERRA ha aggiunto che “da lì infatti nacquero i miei primi dubbi sulla purezza rivoluzionaria di Ordine Nuovo di Pino RAUTI e di MAGGI”. Del resto VINCIGUERRA era già al corrente dei contatti di ZORZI con altissimi funzionari del Ministero degli Interni. Sempre in Assise (da pag.14) VINCIGUERRA ha nuovamente riferito delle indicazioni fornitegli da TURCO sui suddetti contatti.

 

 

 

 

 

8.12.2 - L’attentato a Grumolo delle Abbadesse e il ruolo di ZORZI

Si premette che il 21 marzo 1971, sulla linea ferroviaria Vicenza-Milano, venne compiuto un attentato.

In occasione dell’interrogatorio del 17.11.1984 davanti al G.I. di Roma, VINCIGUERRA aveva riferito di aver commesso alcuni attentati dimostrativi, in particolare due alle linee ferroviarie Trieste-Venezia e Tarvisio-Venezia, in occasione della visita di TITO in Italia. Nel marzo 71, dopo questi attentati, si era incontrato a Mestre, nella sede di Ordine Nuovo, con ZORZI, MAGGI, PORTOLAN, e forse NEAMI. Nell’occasione ZORZI e PORTOLAN gli dissero di aver commesso unitamente a NEAMI, un attentato alla linea ferroviaria sita nei pressi di Vercelli, collocando sui binari quattro cariche di candelotti di esplosivo, che poi avevano provocato il taglio del binario. Si era trattato di un attentato non dimostrativo, in quanto la finalità era quella del deragliamento del treno. L’argomento è stato ripreso il 6.7.2000 in Assise , occasione in cui VINCIGUERRA ha chiarito che era giunto alla conclusione che si era trattato (pag.59) non di Vercelli, ma di Vicenzae che pertanto quanto sopra era da intendersi riferito all’attentato a Grumolo delle Abbadesse.

VINCIGUERRA ha ricordato (pag.26) la riunione a Mestre in cui si discusse sia dei due attentati ai treni, da lui commessi in Friuli, sia dell’attentato di Grumolo delle Abbadesse: venne avanzata dai presenti un critica , in quanto gli attentati del Friuli (quelli commessi da VINCIGUERRA) furono attentati dimostrativi, laddove quello riferibile a “loro” aveva “ben altra caratura”.

 

Si ricordi che MAGGI, in occasione del colloquio con DIGILIO del 2.2.1995, ammette di sapere del coinvolgimento di Delfo ZORZI nel suddetto attentato.

Si ricordi, infine, che DIGILIO ritiene che il giudizio negativo di SOFFIATI su dove gli “Americani” stessero portando Ordine Nuovo, era da intendersi riferito non solo alla strage di Piazza della Loggia, ma anche all’attentato di Grumolo delle Abbadesse.

 

 

 

 

 

8.12.3 - I rapporti di ZORZI col gruppo di Padova – La progettata evasione di FREDA

VINCIGUERRA ha sempre confermato l’esistenza di rapporti tra Delfo ZORZI e il Gruppo di Padova. In particolare in Assise il 6.7.2000 ha dichiarato (pag.17):

 

“Si, i rapporti c’erano, in particolare un episodio sintomatico avvenne nel luglio del ’73, fine luglio ’73, quando ZORZI venne a casa mia ad Udine e mi propose di…mi chiese di trovare un passo montano, non molto impervio, per portare fuori dalla nazione Giorgio FREDA dopo che sarebbe avvenuta la sua evasione …io individuai nel passo Ceromondo in Carnia il luogo adatto…la proposta non venne più rifatta…”

 

A pag.21 di detto verbale VINCIGUERRA conferma quanto peraltro già dichiarato al G.I. Le Donne il 5.10.84, e cioè gli stretti legami di ZORZI con Massimiliano FACHINI.

 

 

 

 

 

8.12.4 - I trasporti di esplosivi, armi e munizioni da parte di ZORZI

Dell’argomento VINCIGUERRA ha riferito in vari verbali. Già il 2.7.85 davanti al G.I. di Brescia, così si è espresso: “…devo chiarire che in quegli anni (70,71, ma anche 72,73 e 74, e cioè fino a quando me ne andai dall’Italia) vi era un flusso costante di armi, munizioni ed esplosivi, che transitando per Venezia veniva portato fino a Roma. Uno dei corrieri era certamente Delfo ZORZI, che trasportava i materiali in grosse valige. Dico questo perché almeno in un’occasione vidi lo ZORZI con due grosse valige, di cui mi rivelò il contenuto rappresentato da proiettili per mitragliatrice MG-42.”

 

Da ultimo l’argomento è stato ripreso in Assise il 6.7.2000 (pag.35), occasione in cui ha specificato che questo flusso continuo di armi e munizioni, in particolare anche pallottole di MG42 – che è una mitragliatrice pesante – era diretto a Roma a Paolo SIGNORELLI. Dette valige venivano trasportate in treno.

 

 

 

 

 

8.12.5 - Azioni provocatorie di ZORZI

VINCIGUERRA (Ass.6.7.2000 pag.30) ha riferito di un episodio in cui apprese che TURCO doveva collocare, d’accordo con ZORZI, FACHINI e SIGNORELLI, degli oggetti compromettenti, esplosivo, armi, nelle macchine di persone di estrema sinistra in Svizzera, per provocarne l’arresto alla frontiera. Si tratta di un “modus operandi” che collima perfettamente con la collocazione dell’ordigno di Brescia laddove si sistemavano i Carabinieri, per attribuire l’attentato alla sinistra estrema.

 

(continua alla Seconda Parte)

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