PROCURA DELLA REPUBBLICA PRESSO IL TRIBUNALE DI BRESCIA

MEMORIA DEL PUBBLICO MINISTERO MASSIMO MERONI

(STRAGE DI PIAZZA DELLA LOGGIA)

 

Proc. Pen. n.03/08 Corte Assise di Brescia 

 

 

CAPITOLO 2.8

 

2.8 - IL RUOLO SVOLTO DA DIGILIO PER CONTO DELLA C.I.A. O DI ALTRA STRUTTURA INFORMATIVA AMERICANA ED I RAPPORTI CON LA DESTRA ED ORDINE NUOVO

DIGILIO ha dichiarato di aver iniziato a svolgere il ruolo di fiduciario della C.I.A. nel Veneto nel 1967, subentrando al padre Michelangelo, deceduto l’anno precedente.

Per essere precisi, il padre di Carlo DIGILIO, secondo quanto riferito da quest’ultimo, aveva lavorato per conto dell’OSS (Office of Strategic Services), divenuto negli anni CIA (Central Intelligence Agency), e il figlio ne aveva sostanzialmente proseguito l’incarico.

La struttura di cui faceva parte Carlo DIGILIO, certamente operante sin dal primo dopoguerra, faceva capo alla Base FTASE di Verona (sita in Via Roma, nel centro della città) con diramazioni in tutto il Triveneto.

In effetti, fermo restando che entrambi i DIGILIO, padre e figlio, avrebbero lavorato per conto degli Stati Uniti, e che Carlo si definisce più volte e senza incertezze informatore della C.I.A., si tratta probabilmente di una definizione impropria e cioè tale struttura era probabilmente un servizio di sicurezza prettamente militare (con sede, appunto, nelle Basi e non nelle Ambasciate), probabile prosecuzione e sviluppo del C.I.C. (Counter Intelligence Corp) dell’Esercito Americano, operante in Italia già durante la risalita lungo la Penisola delle forze anglo-americane e incaricato in tale frangente soprattutto di individuare e neutralizzare gli agenti nemici attivi nelle zone già liberate dagli Alleati.

 

 

 

 

2.8.1 - La collocazione di DIGILIO nell’ambito della destra radicale

Quest’attività di “intelligence” di DIGILIO si sarebbe protratta fino al 1978, anno in cui diventò segretario amministrativo e direttore del Poligono di tiro di Venezia.

Come si può notare, si tratta di un periodo estremamente significativo, in quanto ricomprende la maggior parte degli eventi di natura golpistica o eversiva che hanno interessato la Repubblica (dagli attentati ai treni dell’8 agosto 69, alla strage di Piazza Fontana, al tentato Golpe Borghese, alle stragi alla Questura di Milano, di Brescia, alla strage sul treno Italicus…) , e che sono stati attribuiti , sia storicamente, che da provvedimenti giurisdizionali, alla destra eversiva.

DIGILIO era contemporaneamente ben inserito nella struttura ordinovista del Veneto.

Stretti sono stati i suoi rapporti con MAGGI, ZORZI, VENTURA, RAHO, BATTISTON, MALCANGI; il predetto ha altresì avuto rapporti significativi o quantomeno di conoscenza anche con SPIAZZI, BESUTTI, MONTAVOCI, BOFFELLI, BRESSAN, NEAMI, DELLE CHIAIE, ROGNONI, CONCUTELLI e molti altri personaggi di spicco, inseriti in particolare in O.N., anche se DIGILIO ha sempre spiegato tali rapporti come una conseguenza dell’attività di infiltrazione compiuta per conto del servizio americano.

Appare comunque pacifico che DIGILIO , prima ancora dell’inizio della sua attività informativa, fosse un personaggio ben inserito nella destra, come si desume anche dalle seguenti dichiarazioni rilasciate il 6.4.94 al G.I. di Milano:

“A Venezia , nella seconda metà degli anni 60, io gravitavo più in un ambiente di destra generico in cui vi erano diversi esponenti dell’allora FRONTE NAZIONALE del principe BORGHESE e quindi si trattava di un ambiente meno radicale e più portato agli agganci con i militari”

DIGILIO , arrestato il 10.6.1982 a seguito di indagini su un traffico di armi e posto in libertà provvisoria il 21.6.1982, si è dato alla latitanza, trascorrendo il primo periodo della stessa dapprima a Verona, ospite di Marcello SOFFIATI, e quindi , insieme a Ettore MALCANGI, in una casa di Villa d’Adda.

Nel 1985 è partito clandestinamente per Santo Domingo, ricostruendosi una vita, sposando una cittadina dominicana dalla quale ha avuto una figlia.

Nel frattempo è stato condannato in relazione al traffico d’armi a 5 anni e 1 mese di reclusione con sentenza 20.6.90 della Corte d’Appello di Milano e quindi dalla Corte di Assise d’Appello di Venezia dell’8.11.1991 per ricostituzione del partito fascista ( in concorso anche con MAGGI).

Espulso da Santo Domingo per l’Italia nel 1992, ha deciso di collaborare chiarendo, a decorrere dal 25.6.1993, data di inizio dei suoi interrogatori davanti all’A.G. di Milano, che in realtà non era un vero militante di Ordine Nuovo Veneto, ma che si era infiltrato nella suddetta organizzazione proprio al fine di riferire ai servizi stranieri per i quali lavorava, quali fossero le attività di tale area.

In effetti questa sua presunta estraneità ad Ordine Nuovo non ha mai avuto un reale riconoscimento da parte dell’A.G.: è ormai definitiva la già menzionata sentenza con la quale la Corte d’Assise di Venezia ha condannato lo stesso DIGILIO, unitamente ad altri, tra i quali MAGGI e SOFFIATI, in relazione al tentativo di ricostituzione in Veneto del Gruppo di Ordine Nuovo tra il 1978 e il 1980; il predetto è stato prosciolto per prescrizione (previa concessione delle attenuanti generiche), davanti alla Corte di Assise di Milano, con riferimento alla strage del 12.12.69.

In effetti, dalle dichiarazioni rilasciate nel corso degli anni da DIGILIO nell’ambito della sua straordinaria attività di collaborazione, non emerge affatto una incompatibilità tra le finalità della struttura di intelligence americana e gli ordinovisti veneti nei quali DIGILIO si era infiltrato, fino al punto che, come si vedrà, la stessa strage di Brescia sarebbe stata realizzata anche al fine di “dimostrare agli americani...che la destra...era organizzata ed era in grado di effettuare degli attentati ed era in grado di spaventare la sinistra” (trascriz. verbale interrog. P.M. Brescia 15.5.96).

Quanto sopra ovviamente nel concorde intendimento di bloccare l’avanzata delle sinistre in Italia.

Pertanto il ruolo di ordinovista di DIGILIO, e la sua eventuale responsabilità per fatti che si riconnettono alla suddetta struttura, è perfettamente conciliabile con la sua presunta, contestuale, attività informativa.

Del resto lo stesso MAGGI (int. 13.10.1994) dà a DIGILIO una collocazione in Ordine Nuovo che in qualche modo ha origine in un periodo antecedente rispetto all’inizio della sua attività informativa per conto della C.I.A.:

“...Carlo DIGILIO , faceva parte del primo nucleo del Centro Studi Ordine Nuovo all’Università di Venezia fino all’inizio degli anni 60.....in seguito ha lavorato per qualche tempo in Germania e in Spagna e quando è tornato è diventato segretario del tiro a segno con un regolare stipendio. Rispetto a Ordine Nuovo , in tempi più recenti, ha avuto una militanza marginale”.

 

 

 

 

 

2.8.2 - Il ruolo di DIGILIO quale informatore

Tornando al ruolo di DIGILIO quale informatore della struttura di intelligence americana, si segnala che, a suo dire, uno dei referenti era tale MINETTO Sergio, ex marinaio della R.S.I., caporete per il Triveneto, presentatogli da Marcello SOFFIATI. I suoi superiori di nazionalità statunitense inseriti all’interno delle basi NATO sarebbero stati il Capitano David CARRET, di stanza dal 1966 al 1974 presso la base FTASE di Verona, ed il Capitano Tehodore RICHARDS, di stanza dal 1974 al 1978 presso la base SETAF di Vicenza. Entrambi gli ufficiali avrebbero fatto parte della Marina Militare Statunitense.

Fu appunto il capitano CARRET a reclutarlo nel 1967, presentandosi a lui dopo la morte del padre ad offrirgli l’opportunità di svolgere detta attività informativa .

DIGILIO ha riferito di dipendere informativamente dal Capitano CARRET ( si incontravano ogni 15 giorni in Piazza San Marco) ma che, per le sue conoscenze nel campo delle armi, veniva episodicamente sottratto alla Sezione Informativa diretta dal CARRET , che nulla aveva a che vedere con aspetti politici, ma che era destinata a questioni di mera sicurezza militare, per essere impiegato nella sezione ove era inserito Marcello SOFFIATI. Sarebbe stato proprio il CARRET ad addestrare DIGILIO all’esecuzione dei pedinamenti con esercitazioni per strada utilizzando degli estranei sia a Verona che a Venezia.

L’attività di DIGILIO si alternò fra l’infiltrazione in Ordine Nuovo (in realtà, come si è visto, DIGILIO in qualche modo era inserito nel movimento) della quale riferiva al MINETTO e le sue missioni info-operative in Italia e all’estero, di cui riferiva al SOFFIATI e a tale Franco LINO.

 

 

 

 

 

2.8.3 - Valutazioni preventive in ordine alle dichiarazioni di Carlo

DIGILIO sulla rete americana

Prima ancora di entrare più nel cuore delle dichiarazioni di Carlo DIGILIO sulla rete italo-americana con la quale avrebbe collaborato, si ritiene di evidenziare il punto di vista di questo ufficio per fornirne una chiave di lettura: certamente si tratta di un argomento che può avere la sua valenza anche in tema di attendibilità del dichiarante, ma si tratta altrettanto certamente di un fattore non decisivo sotto questo profilo. Se facciamo scomparire le dichiarazioni di DIGILIO sul suo inserimento nella rete di intelligence, nulla viene pregiudicato del suo racconto circa i tre eventi che costituiscono il punto centrale del suo dichiarato, e cioè, come si vedrà più avanti, la riunione di Rovigo, la cena di Colognola, e il trasporto dell’ordigno destinato a Brescia da parte di SOFFIATI. Il suo inserimento in Ordine Nuovo, nonché l’accertata (e mai messa in discussione) esistenza di consolidati rapporti con MAGGI, SOFFIATI, ZORZI, PERSIC, MINETTO, infatti, nonché la comunanza di ideologia, rende plausibili i fatti che descrive, senza che occorra scomodare il suo presunto inserimento nella rete di intelligence. Anche quanto al primo dei tre eventi (cena di Rovigo del marzo o aprile 74, in occasione della quale si sarebbe deciso di affidare a ZORZI ed ai mestrini l’esecuzione di un attentato), la presenza di Marcello SOFFIATI può essere giustificata dal suo essere un ordinovista. In sostanza quella della rete è di una cornice importante, ma abbastanza periferica rispetto ai fatti che più da vicino ci interessano. E’ certo che la maggior parte dei soggetti che DIGILIO indica come facenti parte di queste rete, è raggiunta da elementi confermativi in tal senso, che sono stati in parte illustrati dal Col. GIRAUDO nel corso della sua escussione dibattimentale, corredata da idonei elementi documentali.

Per taluni di questi soggetti si tratta di elementi certi di appartenenza ad apparati di intelligence (vedi ad es. LUONGO e PAGNOTTA) , per altri si tratta di comprovate attività di collaborazione con i servizi (BERTONI), per altri si tratta di elementi soltanto indiziari , ma è evidente che la riferibilità di tale circostanza a tutti i soggetti non può essere frutto del caso. E’ mai possibile che per mera combinazione tutti questi soggetti indicati da DIGILIO facessero parte o avessero rapporti con strutture SETAF, o fossero attenzionati dai servizi, o disponessero di particolari tessere…? E’ evidente che non può essere una semplice coincidenza. Vi è inoltre un quadro testimoniale che accredita comportamenti di DIGILIO e di SOFFIATI tali da rappresentare quanto meno, già da allora, la loro volontà di apparire come soggetti in rapporti con i servizi statunitensi. Si sarà trattato di millanterie? Occorre tener conto che questi comportamenti, ivi comprese le presunte “millanterie”, risalgono agli anni ’70, e cioè all’epoca dei fatti, e quindi non potevano fondarsi sull’intenzione di fornire vent’anni dopo un risultato processuale. All’epoca DIGILIO avrebbe potuto coltivare la finalità di potersi vantare, sentirsi importante e considerato dagli altri. Sembra un po’ poco, però, per giustificare una millanteria del genere. Si vedrà che DIGILIO era effettivamente figlio di un militare che svolgeva un lavoro di intelligence. Anche questa non può essere una coincidenza. Altrettanto vale per il suo amico SOFFIATI, da alcuni definito “L’americano”, tanto frequentemente faceva riferimento da tali presunti rapporti.

Certo è possibile che DIGILIO e SOFFIATI, anziché far parte in modo costante di una struttura, abbiano semplicemente svolto alcuni incarichi di intelligence, sia pure sotto il controllo e le direttive di qualche superiore. Lo stesso DIGILIO, come emerge dalla registrazione del colloquio con MAGGI del 2.2.1995, riferisce di essere stato impiegato in incarichi saltuari, e il concetto viene ribadito più volte. Incarico saltuario vuol dire semplicemente che la struttura di intelligence poteva contare su di lui per assolvimento di incarichi specifici, tali da poter essere svolti alla luce delle sue capacità. Non necessariamente doveva trattarsi di incarichi che richiedessero straordinarie doti di intelligence: ben poteva trattarsi di raccogliere elenchi, o di censire soggetti appartenenti alla sinistra, magari in ambito universitario. E’ possibile che DIGILIO abbia sopravalutato l’importanza di queste sue attività, ma occorre tener conto che il predetto svolgeva anche una parziale attività lavorativa. Del resto lo stesso MAGGI ha riferito a Milano che SOFFIATI gli riferì di un’ingiustificata disponibilità di denaro che fece loro pensare che avesse a che fare con i servizi. DIGILIO non ha mai parlato troppo volentieri di questi incarichi, ma certamente vi è qualche parziale riscontro. Basti pensare a come sia pacifico, ad esempio, che il predetto sia stato in Spagna gravitando attorno all’Ing. POMAR, che avrebbe fabbricato una sorta di mitra, circostanza che rende plausibile che effettivamente abbia ricevuto, nell’ambito delle sue funzioni di soggetto collaborante con la struttura di intelligence, l’incarico di controllare il predetto, che si temeva potesse passare “dall’altra parte della barricata”. Si tratta di un fatto che trova riscontro nelle dichiarazioni di numerosi testi (Benvenuto, Concutelli, Novella, Zaffoni), nella conoscenza da parte di MAGGI, evidenziata nel corso del colloquio del 2.2.1995, e che è stato ritenuto rilevante anche dalla stessa Corte d’Assise d’appello di Milano, che pur ha assolto MAGGI e ZORZI, condannati in primo grado. Certo è difficile pensare che sia possibile ricostruire a posteriori, a lustri di distanza, chi abbia partecipato ad operazioni che dovevano rivestire il massimo della segretezza, e trovare riscontri.

Il punto più delicato è quello dei referenti. Anche qui, tuttavia, è evidente che non possiamo desumere elementi per poter concludere per l’inesisenza dei noti David CARRET e Teddy RICHARDS soltanto sulla base dell’inesistenza di riscontri circa il fatto che siano esistiti dei personaggi con quel nome che abbiano svolto effettivamente le funzioni che loro attribuisce DIGILIO. Non basta che Charlie SMITH fornisca alcune indicazioni circa i suoi percorsi e i suoi ruoli, in contrasto con i percorsi e i ruoli che DIGILIO attribuisce a CARRET, per poter escludere che abbia effettivamente avuto a che fare con i servizi. E’ una materia coperta dal massimo della segretezza e della riservatezza e non si vede per quale motivo in un contesto di indagini difensive svolte dai difensori di ZORZI negli USA il predetto Charlie SMITH sia stato stimolato, a casa sua, a dire la verità. Chi mai gli avrebbe potuto rivolgere contestazioni qualora avesse indicato circostanze false? E per quale motivo creare i presupposti di “seccature” quali convocazioni in Italia o rogatorie? E come non immaginare problemi con i suoi referenti, qualora veramente avesse fatto parte della struttura, e si fosse dichiarato disposto a fare luce sul suo passato?

In ogni caso, come meglio esposto nel capitolo relativo alle presunte pressioni su DIGILIO, il riconoscimento del presunto CARRET nella foto di SMITH è sempre stato molto altalenante, affermato contestualmente per alcune foto e smentito per altre riferentesi al medesimo avvenimento del matrimonio della figlia di BANDOLI. Le foto riconosciute, poi, sono abbastanza lontane dalle caratteristiche da “irlandese” che gli attribuisce DIGILIO. Se questi avesse voluto ingannare l’A.G. gli sarebbe stato comodo riconoscere CARRET in tutte le foto di SMITH, ma così non è avvenuto. Per non parlare della circostanza che lo stesso SMITH in un primo tempo non si riconosce nella foto riconosciuta da DIGILIO. L’argomento sarà successivamente esaminato nei dettagli.

Non possiamo escludere che DIGILIO abbia riconosciuto CARRET in quella foto semplicemente perché vi era qualche elemento di somiglianza e che, molto più banalmente, non fosse molto fisionomista, come ipotizza lo stesso Tribunale di Brescia, 1 Sez. penale (pag.16) quando ha rigettato il 5.1.2004 gli appelli presentati dai difensori di ZORZI in data 23 luglio e 10 settembre 2004:

“Il Collegio ritiene, viceversa, che i mancati riconoscimenti abbiano un valore del tutto marginale e, al più, diano conto del fatto che DIGILIO sia scarsamente fisionomista. Al riguardo, si deve innanzitutto osservare come emerga pacificamente dagli atti e da più fonti che DIGILIO e SOFFIATI si conoscessero e si frequentassero di talchè la circostanza che DIGILIO abbia individuato il suo volto e quello della moglie addirittura in quello dello sposo e della sposa vestiti in abito nuziale la dice lunga sulle sue capacità fisionomiche e sulla sua memoria fotografica. Che la memoria fotografica del DIGILIO lasci non poco a desiderare è dimostrato pure dal fatto che egli, sempre nel corso della richiamata udienza, negò di avere mai visto prima di allora le fotografie consegnate dal PERSIC (nn.10 e 12) sebbene risulti pacificamente dal verbale che quelle pose gli erano già state mostrate in diverse precedenti occasioni anche davanti ad altre Autorità Giudiziarie; così come risulta che DIGILIO abbia erroneamente riconosciuto CARRET nelle fotografie nn.10 e 12 e non lo abbia riconosciuto , invece, nelle fotografie del matrimonio scattate lo stesso giorno , nelle quali pure, come si è detto, è raffigurato SMITH.

Alle personali difficoltà fisionomiche del DIGILIO, deve aggiungersi che trattasi pur sempre di individuazioni effettuate su immagini risalenti a decenni prima e raffiguranti persone frequentate in quegli anni di modo che è senz’altro plausibile un errore di persona: in proposito non si può non evidenziare che lo stesso SMITH Charles, chiamato a riconoscersi nella fotografia n.12, non è stato in grado di farlo con certezza, dopo essersi riconosciuto nella fotografia n.10 dalla quale l’ingrandimento n.12 era stato estrapolato. Se a tutto ciò si aggiunge che non solo DIGILIO, ma anche lo stesso PERSIC, nel mettere a disposizione degli inquirenti l’immagine di cui si discute, scambiò la persona ivi raffigurata per David CARRET (laddove sul retro della fotografia la moglie di PERSIC ebbe ad indicare che si trattava di SMITH), si deve giungere alla conclusione che fra i due personaggi evidentemente esisteva una somiglianza. Nè tale conclusione viene smentita dal fatto che fra SMITH e CARRET vi era una certa differenza di età, posto che se è vero che CARRET nel dicembre 1972 doveva avere circa cinquanta anni (avendo fatto la seconda guerra mondiale come sommergibilista, è altrettanto vero che SMITH a quella data aveva 36 anni e che la sua immagine fotografica è senz’altro compatibile con quella di un ultra quarantenne, sicchè appare tutt’altro che impossibile che DIGILIO e PERSIC si siano fatti trarre in inganno dalle fotografie loro esibite”.

Pertanto è plausibile che la foto di SMITH possa ritrarre persona che assomiglia a CARRET, e ciò spiegherebbe anche le dichiarazioni di PERSIC.

 

Da tener conto che dette valutazioni del Tribunale sono passate attraverso il vaglio positivo della Corte di Cassazione, a seguito del conseguente ricorso dei difensori di ZORZI.

 

 

 

 

 

2.8.4 - L’impegno di DIGILIO di non riferire notizie sulla rete

Vi è, poi, un altro particolare di cui non si può non tenere conto: DIGILIO non ama parlare più di tanto di CARRET, ed esercita nei suoi confronti una sorta di funzione protettiva. Basti pensare a quando esclude con forza che questi possa aver partecipato alla nota riunione di Rovigo (almeno in incidente probatorio), quasi temendo un suo possibile coinvolgimento processuale. Si citano a questo punto:

A) un passo del verbale del 6.4.94 davanti al G.I. di Milano:

“Ho difficoltà ad indicare altri italiani perché, pur non essendone certo, posso ritenere che qualcuno di essi sia ancora in servizio presso tale struttura e quando io mi dimisi formalmente, nel 1978, ebbi la consegna di mantenere il silenzio sulla rete di informazione di cui ero a conoscenza”.

 

B) alcuni passi dell’incidente probatorio in cui si estrinseca tale atteggiamento che può aver indotto, per ragioni di segretezza, e di ossequio ad un vincolo che considerava ancora esistente al momento delle sue escussioni, ad attestarsi sulla prima, comoda, opportunità di identificazione che gli veniva offerta dagli inquirenti:

 

 

 

 

 

2.8.4.1 - ud. Incid. Prob.15.5.2002:

DOMANDA - Carret, dopo che lei è andato a fare il segretario del poligono di tiro, l'ha più rivisto?

RISPOSTA - Guardi, non dico rivisto, ma ci siamo sentiti perchè siamo esseri umani, quindi ci siamo scritti, mandati gli auguri, telefonato qualche volta. Abbiamo tenuto umanamente dei contatti. Eravamo stati insieme per molto tempo ed anche in momenti rischiosi. Quindi era giusto anche sentirsi, telefonarsi, scriversi. Normale.

DOMANDA - Ma David Carret, che lei sappia, da quando lei andò al poligono di tiro, divenne segretario del poligono di tiro, continuò ad operare in territorio italiano? O operò su altri scenari, diciamo così? In altri Paesi? Rimase in Italia o andò via?

RISPOSTA - Guardi, questo è coperto dal segreto d'ufficio.

DOMANDA - Signor Digilio, abbia pazienza, io non credo francamente.

 

DOMANDE DEL G.I.P.

DOMANDA - Cioè? E' coperto dal segreto d'ufficio nel senso che lei lo sa e non intende dirlo? Oppure è coperto dal segreto d'ufficio nel senso che lei non lo ha più saputo?

RISPOSTA - No, no, è coperto dal segreto d'ufficio per cui io non so se posso dirvelo. Perchè ho giurato fedeltà e segretezza.

DOMANDA - Lei si è reso conto di averci raccontato tanti particolari della attività sua, di Carret, di queste funzioni, della Cia, degli interventi in Italia. Per cui mi sembra assolutamente fuori luogo che lei faccia una affermazione di questo genere di fronte ad una richiesta del difensore che, tutto sommato, non aggiunge molto rispetto a quello che lei ha detto. Non le sto a fare la questione giuridica sul fatto che lei non può avvalersi del segreto d'ufficio, che va da sè. Ma anche di fatto, mi sembra un po' assurda questa sua posizione, perché ci ha riferito tanti di quei particolari per cui non si capisce perchè se lo sa, non debba rispondere a questa domanda. Avvocato Berbesti, provi a spiegargli la situazione.

 

INTERVENTO DELL'AVVOCATO DIFENSORE - BERBESTI: Gli è già stato spiegato, signor Giudice.

 

DOMANDE DEL G.I.P.

DOMANDA - Quindi, un conto è se lei mi dice: "Io non so più nulla di David Carret, perché non essendo più nell'organizzazione".

 

INTERVENTO DELL'AVVOCATO DIFENSORE: No, ha detto che lo sa.

 

DOMANDE DEL G.I.P.

DOMANDA - "Non lo veniva certo a raccontare a me, perchè lui era vincolato dai suoi segreti d'ufficio". Un altro conto è che lei mi dica: "Sì, io lo so benissimo, ma non lo voglio riferire perchè mi sento vincolato da questo obbligo" che lei in effetti non ha, anzi, ha l'obbligo di dire la verità a noi.

RISPOSTA - Guardi Giudice, per dimostrare la mia buona volontà posso dirvi quanto segue: esattamente in un paesino a nord di Trieste, c'era un pezzo grosso della Cia che si chiamava "Breneche" (BRENNEKE – ndPMBS). David Carret andò a trovarlo. Dove sia finito poi, non lo so. Certo è che insomma è finito in poche parole nella Venezia Giulia.

 

 

 

Non si può escludere, infine, in estrema analisi, che CARRET e RICHARDS rappresentino per DIGILIO ciò che ALBERTO rappresentava per TRAMONTE, e cioè una sorta di ombrello protettivo, tale da riferire alla sua attività informativa per conto dei predetti, ogni sua presenza altrimenti imbarazzante. (dott. Meroni)

 

 

 

 

 

 

2.8.5 - DIGILIO Michelangelo – la sua attivita’ informativa per conto degli alleati

A) INDAGINI PRELIMINARI

Dell’attività informativa del padre vi è un importante accenno nel verbale del 5.3.94antecedente all’ictus:

Mio padre del resto, nella sua qualità di tenente della Guardia di Finanza, nel periodo della Liberazione, rientrando dalla Grecia, aveva collaborato con formazioni di partigiani "bianchi" ed era un componente del direttivo composto da sei persone del Comitato di Liberazione, Nazionale di Venezia. Essendo militare il suo nominativo era rimasto sempre riservato e anche dopo la guerra si è cercato di fare in modo che rimanesse tale. Mio padre aveva partecipato alla liberazione di Venezia e al disarmo e alla cattura della guarnigione tedesca a Venezia. Inoltre, oltre a tale attività di partigiano, durante e dopo la guerra era stato informatore dell'O.S.S., che erano i servizi di sicurezza militari americani con il nome in codice di Erodoto". Mio padre aveva i suoi referenti a Verona presso la base della Ftase. Alla sua morte, per le ragioni che ho già accennato, mi fu chiesto se anch'io intendevo collaborare come aveva fatto lui. Ovviamente non era un'attività a tempo pieno, ma ciò comportava singole attività di informazione.

 

Dell’attività del padre durante la guerra, Carlo DIGILIO parla in particolare nel verbale del 19.4.96:

Prendo atto che l'Ufficio ha rinvenuto presso la Guardia di Finanza il fascicolo personale di mio padre Michelangelo, che era stato Ufficiale del Corpo appunto durante la guerra. Prendo atto che dal fascicolo risulta che mio padre aveva finto di aderire alla Repubblica Sociale Italiana in realtà operando dall'interno del Corpo in favore dei partigiani bianchi e degli americani. Ciò conferma quanto ho già dichiarato in merito all’attività di mio padre nel corso dell'interrogatorio in data 5.3.1994 e cioè che mio padre aveva iniziato attività di collaborazione che fu poi origine della mia stessa collaborazione con gli americani.

Durante la guerra era stato di stanza ad Atene e già in quel periodo aveva preso contatto con agenti Alleati, in particolare nel periodo dell'attacco tedesco all'isola di Creta.

Già a quell'epoca mio padre aveva fatto in modo, tramite agenti greci, che fosse aiutato il transito senza danni dei sommergibili americani che a Creta dovevano salvare la resistenza inglese.

Tornato in Italia, arrivò in n primo momento a Bolzano dove finse di aderire alla R.S.I. e poi operò a Trieste e a Venezia attivandosi in realtà per gli angloamericani e per i partigiani bianchi.

Alla fine della guerra questo suo ruolo fu riconosciuto.

Poiché l'Ufficio mi fa il nome della Brigata BIANCOTTO, posso confermare che questo è il nome della Brigata con la quale collaborava e che aveva una sede clandestina nella zona di Piazzale Roma a Venezia.

Unitamente a questa Brigata partigiana, mio padre e i suoi uomini catturarono il reparto tedesco che a Venezia era di stanza alla Punta della Salute e che si era barricato presso i Magazzini Generali al momento dell'insurrezione finale.

Dopo la guerra mio padre rimase in contatto con gli americani continuando a svolgere tale attività con il nome di copertura "ERODOTO" che lui stesso si era scelto al tempo della sua permanenza in Grecia.

 

B) INCIDENTE PROBATORIO

 

Analizziamo alcuni passi di dichiarazioni rese da DIGILIO in sede di incidente probatorio, peraltro in fase di controesame dei difensori. Come si può notare le stesse non contrastano con quelle rese prima della grave malattia.

 

 

 

 

 

2.8.5.1 - Ud. Incid. Prob. 5.12.01

Mio padre era informatore della C.I.A., col nome di Erodoto.

DOMANDA - Quindi, non aveva un'attività lavorativa regolare, ufficiale, faceva solo quello?

RISPOSTA - No, guardi, a essere sinceri, nei ritagli di tempo, io mi preoccupavo di aiutare una persona che aveva un ristorante e aveva anche una serie di amici e io gli tenevo la contabilità, sia a lui che ai suoi amici, e mi dava la possibilità di raggranellare un po' di denaro e di poter andare avanti. Questo finché non trovai l'offerta che mi ha fatto poi l'ufficiale della C.I.A., che era amico di mio padre, il quale mi disse: "Senti, io capisco che te la stai passando male, voglio aiutarti", disse. "Tu potresti cercare di riprendere più o meno l'attività informativa che faceva tuo papà e, pertanto, con questo, ti darò la possibilità di andare avanti".

Omissis

...avevo bisogno di aiuto e, per questo, non mi sono tirato indietro, gli ho detto subito di sì.

DOMANDA - In quale anno ci fu questa proposta da parte degli americani?

RISPOSTA - Questa proposta da parte degli americani ci fu nel 1968, circa.

 

 

 

 

 

 

2.8.5.2 - 20.3.2002

DOMANDA - Possiamo anche, a questo punto, passare a un altro argomento. Signor Digilio, parliamo un po' della sua collaborazione con i servizi segreti. Lei ha collaborato con dei servizi segreti?

RISPOSTA - Certamente e lo sanno tutti.

DOMANDA - Con quali?

RISPOSTA - Con quelli americani, in particolare, coloro che controllavano il pericolo di eventuali azioni da parte dei comunisti in Alta Italia.

DOMANDA - Lei ha collaborato con la C.I.A.?

RISPOSTA - Sì, signore. David Carret, mio superiore, era un ufficiale della C.I.A.

DOMANDA - Era un ufficiale della C.I.A.?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Signor Digilio, io non ho grande contezza come lei di servizi segreti, ma la C.I.A. non è un'organizzazione civile?

RISPOSTA - No.

DOMANDA - La C.I.A. è un'organizzazione militare?

RISPOSTA - Sì, signore. Se andate a vedere come la C.I.A. è stata riorganizzata a fine guerra, vedrete benissimo che durante la guerra aveva un nome, finita la guerra le hanno dato il nome di C.I.A., ma era nient'altro che un'organizzazione militare messa insieme appositamente per poter impedire che, specialmente nel '44 - '45, i comunisti se ne potessero approfittare. Appena mi verrà in mente il nome di questa organizzazione, glielo dirò.

DOMANDA - O.S.S.?

RISPOSTA - Sì, l'O.S.S.

DOMANDA - Quindi, se ho ben capito, secondo lei, la C.I.A. fu costituita dopo la seconda guerra mondiale, è un organismo militare e aveva o ha, questo non lo so, come sua precipua funzione quella di combattere la avanzata del comunismo? E' questo che lei ci ha detto?

RISPOSTA - Sì, signore.

DOMANDA - Suo padre, Michelangelo, mi pare di ricordare, collaborava con dei servizi informativi, se lei lo sa?

RISPOSTA - Certamente e l'ho detto anche. Mio padre aveva i contatti con l'O.S.S. sin dal 1944 e aveva il nome di battaglia di "Erodoto". Fu praticamente aggregato dagli americani non solo perché era un ufficiale, era un ufficiale della Guardia di Finanza, ma perché aveva salvato la vita agli appartenenti a un sommergibile americano nel Canale di Corinto. La cosa l'ho raccontata in maniera dettagliata.

 

 

 

 

 

2.8.5.3 - Ud.Inc.Prob. 27.3.2002

DOMANDA - Lei ci ha detto che alla morte di suo padre sostanzialmente prese il suo posto e aveva un nome in codice che era "Erodoto beta" e le fu dato anche un tesserino della CIA che, se ben ricordo, aveva il numero 22.305. E' esatto?

RISPOSTA - Sì. Esatto.

DOMANDA - Lei quando comincia a collaborare con la CIA, a questo punto, perché visto che ha il tesserino?

RISPOSTA - Dopo la morte di mio padre che avvenne il 6 di Gennaio del 1968, pertanto nella primavera del 1968.

 

 

 

 

 

2.8.6 - Le dichiarazioni del Col. GIRAUDO su Michelangelo DIGILIO

L’ufficiale ha trattato la figura di Michelangelo DIGILIO a partire da pag.21 della trascriz. dell’ud.dib. del 18.3.2010. Michelangelo DIGILIO apparteneva alla G.D.F. e ne è stato rinvenuto il fascicolo. Una prima constatazione (22) è che si legge al suo interno che “pur avendo prestato giuramento alla Repubblica Sociale Italiana, ha svolto attività patriottica nel periodo cospirativo” (e cioè quello successivo al settembre 1943) . Si tratta già di una conferma alle dichiarazioni del figlio Carlo. All’interno del fascicolo c’è la relazione di LORENZI Erminio, partigiano veneziano, diretta al suo comandante della Piazza di Venezia, che attesta che Michelangelo DIGILIO si era messo in contatto con lui e aveva chiesto di poter lavorare con i partigiani e che “nonostante difficoltà inaudite e pericoli continui per la sua particolare situazione militare (se scoperto, rischiava la fucilazione) egli compì magnifiche opere di sabotaggio in tutti gli uffici in cui poteva operare ed in particolare modo nel suo specifico quale comandante di reparto” (22). Si dice, poi che DIGILIO gli “ha sempre fornito instancabilmente importanti ragguagli sul movimento tedesco”: è evidente, quindi, che Michelangelo DIGILIO svolgeva attività di natura informativa (23), anzi, controinformativa, visto che formalmente era un militare della Repubblica sociale.

Pertanto, pur sottoposto al “gudizio di discriminazione” per aver appartenuto alla Repubblica sociale, in realtà non lo è stato perché in concreto aveva lavorato con i Partigiani. Michelangelo DIGILIO risulta poi aver fornito ingenti quantità di armi e munizioni che occultò e mise a disposizione nelle giornate dell’insurrezione di Venezia, assumendo egli stesso il comando di qella parte della Brgata BIANCOTTO composta da membri che appartenevano alla G.D.F. (24). Nel suo fascicolo vi è, poi, una tessera di riconoscimento nr.00251, rilasciata il 28.4.1945 dal Comitato di Liberazione Nazionale, firmata dal Comandante ABE, che è il vero Comandante della Brigata BIANCOTTO. Sul retro della tessera si legge la scritt PWB che corrisponde a PSYCHOLOGICAL WARFARE BOARD, cioè l’ufficio, organismo di intelligence all’interno dell’Ottava Armata, che si occupa di guerra psicologica. Il titolare della tessera , e cioè DIGILIO, è impiegato nella Sezione Notizie (News). Il Col. GIRAUDO ha poi spiegato come tutto questo s’inquadri nell’utilizzazione, da parte degli americani e degli inglesi, di quelle reti che facevano capo alla Repubblica Sociale ed alla GESTAPO, che erano sopravvissute alla guerra. In sostanza dalla documentazione descritta si desume che Michelangelo DIGILIO, alla fine della guerra, “assolse compiti informativi per gli alleati” (26).

 

L’OSS è “l’antesignano della CIA, è la CIA di quegli anni, cioè del 1945…formato con i bombardamenti di Pearl Harbor” per l’esigenza di prevenire le attività nemiche sul solo americano e quindi di costituire un organismo di controspionaggio”. Il Col. GIRAUDO ha poi confermato che dal foglio matricolare emerge altresì che Michelangelo DIGILIO ha prestato servizio in Grecia dal 17.9.1941 al 23 luglio 1943.

Quanto appena esposto è di rilievo non soltanto in quanto conferma quanto Carlo DIGILIO riferisce del padre, ma soprattutto perchè rende plausibile che il primo possa aver proseguito nell’attività informativa svolta dal padre. Del resto, come Michelangelo DIGILIO poteva riferire agli USA degli ambienti della Repubblica Sociale nella quale era inserito come militare, e alle cui reti spionistiche erano interessati, altrettanto era in condizione di fare il figlio Carlo, con riferimento all’ambiente della destra radicale e di Ordine Nuovo, ambiente la cui attività i servizi USA intendevano strumentalizzare.

 

 

 

 

 

 

2.8.7 - Il ruolo svolto da Marcello SOFFIATI per gli americani

Della figura di Marcello SOFFIATI si parlerà con maggiori dettagli più avanti, in apposito capitolo.

Anche SOFFIATI, come DIGILIO, conosciuto da quest’ultimo occasionalmente al Lido di Venezia poco prima dell’inizio della sua attività informativa ( e poi rivisto casualmente a Verona, negli stessi uffici ai quali entrambi facevano riferimento) conciliava quest’ultima, svolta in posizione di subordine nei confronti del MINETTO per conto della medesima struttura, con il suo ruolo di militante ancora più ben inserito in Ordine Nuovo, con rapporti molto stretti con Carlo Maria MAGGI e Delfo ZORZI .

Anzi, il ruolo del SOFFIATI era ancora più complesso, considerati i suoi contestuali rapporti con personaggi gravitanti in altre analoghe strutture, come il Col. Amos SPIAZZI, e il rapporto confidenziale svolto con la Questura di Verona, e in particolare con il Commissario Lelio DI STASIO.

Vediamo come lo stesso DIGILIO abbia commentato la posizione di SOFFIATI, in realtà differenziandola dalla sua, nel corso degli interrogatori del 9.10.93 e 6.4.94 davanti al G.I. di Milano:

“Ribadisco con assoluta sicurezza che SOFFIATI lavorava per la C.I.A. e per gli americani di stanza in Veneto.....”

“..la posizione di Marcello SOFFIATI , che ha svolto la mia medesima attività di informazione, era peraltro diversa dalla mia. Infatti egli era in effetti un membro di ORDINE NUOVO di Verona e quindi la sua attività e quindi la sua ideologia politica non coincideva sempre con l’attività che aveva accettato di svolgere essendo un conflitto fra i suoi ideali radicali e l’impegno di carattere atlantico. Per quanto mi concerneva , io non vivevo questo conflitto non essendo di idee ordinoviste”.

 

DIGILIO precisava che SOFFIATI faceva riferimento specificamente agli uffici della F.T.A.S.E. (“Force Treaty Atlantic south Europe”) , in pratica la centrale operativa e logistica del Patto Atlantico per il Sud Europa, che era di stanza a Verona.

Il predetto aveva un sottufficiale americano cui egli faceva riferimento per tale attività, indicato nel sergente Giovanni BANDOLI.

La posizione di BANDOLI verrà trattata in seguito.

Fu SOFFIATI a presentare a DIGILIO attorno al 1967 il noto BESUTTI.

Come vedremo , il ruolo di informatore del SOFFIATI non ha per nulla intralciato la sua attività di estremista di destra nell’ambito di Ordine Nuovo di Verona: il predetto, deceduto, è stato coinvolto da DIGILIO sia nell’operazione degli attentati ai treni, che nella strage di Piazza della Loggia.

 

 

 

 

 

2.8.8 - La conoscenza di MAGGI

La conoscenza di MAGGI da parte di DIGILIO avvenne, invece, in modo autonomo, nell’ambiente universitario della destra a Venezia, dove DIGILIO è stato iscritto alla Facoltà di Economia e Commercio.

Risulta pacifico un rapporto di frequentazione con MAGGI da parte di DIGILIO, che così si esprime nell’interrogatorio del 16.4.94 davanti al G.I. di Milano: “come già ho avuto modo di spiegare nel corso degli anni 70 io ho frequentato la casa del dr. MAGGI saltuariamente ma con una certa continuità per incontri a carattere amicale che sfociavano spesso con una cena o una partita a carte. Le persone che vi incontravo erano sempre le stesse e cioè MONTAVOCI, BOFFELLI, ogni tanto Marcello SOFFIATI con il quale a volte vi era Claudio BRESSAN entrambi che venivano da Verona....”.

 

 

Naturalmente si citano le precedenti frasi di DIGILIO per dimostrare come tra lui e MAGGI, oltre ad un rapporto che finirà per investire profili di natura eversiva (un po’ alla volta DIGILIO lo accuserà più o meno direttamente degli attentati ai treni, della strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, della strage alla Questura di Milano e della strage di Brescia) , sussisteva anche un rapporto di natura amicale.

 

 

 

 

 

2.8.9 - I referenti americani di DIGILIO

2.8.9.1 - David CARRET

Sarebbe stato proprio David CARRET ad offrire a DIGILIO, attorno al 1967, l’offerta di proseguire nell’attività informativa del padre. DIGILIO aveva accettato, anche in relazione alla sua situazione di bisogno, e il rapporto sarebbe proseguito fino al 1978, epoca in cui diventò segretario del Poligono di tiro di Venezia.

Limitandoci a quanto emerge nell’incidente probatorio, (ud.21.12.2001), si sarebbe trattato di un collaborazione di natura informativa. Lui e CARRET si sarebbero visti ogni 15 giorni. all’ingresso della porta principale del Palazzo Ducale di Piazza San Marco a Venezia. CARRET sarebbe stato un “contrammiraglio” della Marina militare degli USA e avrebbe frequentato le basi di Verona e di Vicenza. CARRET faceva riferimento ad un ammiraglio molto importante, che si chiamava GRAHAM.

CARRET lo aveva addestrato nel ricercare e nel pedinare delle persone importanti, in particolare se provenienti dall’altra parte della cortina. In pratica gli veniva dato un foglio di carta con delle notizie base da cui partire, arrangiandosi poi, da solo, per svilupparle. Questa attività si svolgeva a Trieste, Vicenza e Verona, e Venezia, tutti punti strategici per la NATO. Gli dissero chiaramente che avrebbe lavorato per i servizi speciali americani. Il suo lavoro aveva anche a che fare con la NATO (si ricordi che le basi FTASE sono basi NATO), le cui basi erano particolarmente indifese in Italia, trovandosi in zone molto popolari tra i comunisti, che le potevano facilmente sabotare. Ciò richiedeva un’attività di controspionaggio.

 

 

 

 

 

2.8.9.2 - Teddy RICHARDS

RICHARDS venne gli presentato a Verona da CARRET nonchè da BESUTTI e MASSAGRANDE. Sulla durata della sua collaborazione col predetto, DIGILIO è stato incerto. In un primo tempo ha riferito, in incidente probatorio, che il rapporto in sostanza non avrebbe avuto corso, in quanto DIGILIO avrebbe rifiutato di aderire alla richiesta dello stesso RICHARDS di andare a fare un corso in Libano o in Turchia. La conoscenza sarebbe avvenuta nel 1976. RICHARDS dipendeva in un primo momento dalla base americana di Verona (a VR c’era la base “NATO” SETAF, poi trasferita a Vicenza: nota PM), poi era passato a quella di Vicenza. Poi DIGILIO, in un secondo tempo, adeguandosi ai precedenti verbali, ha riferito che conobbe RICHARDS attorno al 1974: questi sostituì CARRET per circa un anno, forse attorno al 1976-1977.

 

 

 

 

 

2.8.10 - Operazioni particolari compiute da DIGILIO su incarico dei referenti

DIGILIO ricorda, tra le operazioni più impegnative, di essere andato assieme a Marcello SOFFIATI per due mesi a Camp Derby, base americana caratterizzata da numerosi missili e lanciamissili. Unitamente anche al BANDOLI la visitarono sia all’interno che all’esterno e utilizzarono degli strumenti per vedere anche di notte estranei che si avvicinassero alla base.

Ricorda l’operazione marittima DELFINO SVEGLIO, che serviva per controllare la capacità di reazione della difesa italiana nel Mediterraneo.

Altre due operazioni si ricollegano al recupero di barre di uranio: in un caso si trattava di barre di uranio provenienti dalla Germania, in quanto sottratte da un reattore. DIGILIO e SOFFIATI riuscirono ad intercettare nei pressi del Lago di Garda il furgone che le trasportava, ed alcuni specialisti della FTASE si preoccuparono di portare a termine l’operazione. In un altro episodio l’uranio era stato sottratto in Congo Belga, entrato nella disponibilità di un commerciante di Milano.

In località Bosco Chiesanuova, sopra Verona, venne rubata ad una ditta che sbancava rocce un quantitativo di circa una tonnellata di dinamite e gli Americani erano interessati a sapere dove fosse finita. L’incarico, dato da CARRET, fu quello di accertare dove fosse finito l’esplosivo. L’operazione fu portata a termine da DIGILIO e SOFFIATI.

L’esplosivo era stato, poi, acquistato dai Greci.

DIGILIO si recò in Spagna, nel periodo attorno alla morte di FRANCO, per incontrarsi con l’ingegnere Eliodoro (e non Teodoro) POMAR. Questi stava fabbricando una mitraglietta che in precedenza era stata progettata da Amos SPIAZZI. Era giunta infatti agli Americani la notizia che POMAR frequentasse a Madrid un circolo di persone che provenivano dalla Cecoslovacchia.

 

 

 

 

 

2.8.11 - l’identificazione di David CARRET. Il riconoscimento fotografico

2.8.11.1 - Le dichiarazioni rese da PERSIC Dario

PERSIC, il camionista amico di SOFFIATI, assiduo frequentatore delle cene di Colognola ai Colli, è l’unica persona a parlare, unitamente a DIGILIO, dell’esistenza di un ufficiale americano di nome CARRET.

Il 9.2.1996 PERSIC Dario fornisce a s.i.t. (peraltro non presenti né il Cap. GIRAUDO, né il M.llo BOTTICELLI) indicazioni sugli ufficiali americani che frequentavano lui, DIGILIO, SOFFIATI e viene fatto da lui il nome di CARRET, che viene anche descritto:

“Un altro particolare che mi è venuto in mente è la conoscenza che ho avuto di un altro americano. Si tratta di un certo CARRET David e di sua moglie. Quest’uomo mi venne presentato da BANDOLI Giovanni nel 1974 circa, presso la sua abitazione. Ricordo che erano presenti anche mia moglie e la donna che viveva con il BANDOLI, una ragazza di Trento. La moglie del CARRET era sicuramente straniera in quanto parlava l’italiano in modo molto scorretto, penso americana. CARRET era un uomo alto circa mt. 1,80-82 sui trentacinque anni, capelli di colore castano scuro, non grasso, ma ben piazzato. Mi venne presentato come ufficiale americano, forse capitano, che lavorava con il BANDOLI presso la base SETAF di Vicenza. Ricordo che durante questo incontro io e mia moglie scattavamo delle fotografie, delle quali penso di avere ancora qualche copia. Successivamente, usciti dalla casa del BANDOLI a Montorio, ci recammo a cena in un ristorante della zona di Colognola e lì incontrammo il SOFFIATI Marcello con il quale ci eravamo accordati preventivamente. Il BANDOLI in quella occasione presentò il capitano CARRET al SOFFIATI Marcello. Non ho mai saputo se DIGILIO o MINETTO conoscessero il CARRET, ma vista l’amicizia che avevano entrambi con il SOFFIATI, non posso certo escluderlo. Ricordo che io CARRET mi fece l’impressione di un tipo molto <duro> , sia per il suo fisico possente e per la sua espressione seria e guardinga. Per farvi capire il tipo ricordo una battuta che fece al SOFFIATI quando questi, per spavalderia , gli mostrò una pistola cecoslovacca che aveva con sé. IL CARRET gli disse senza battere ciglio: <Marcello, vedi di prenderne una più piccola perché se trovi qualcuno che te la fa mangiare, questa è difficile digerirla!...>. Riguardo alle conoscenze di personaggi statunitensi posso aggiungere che lo SMITH di cui ho detto ieri si chiamava CHARLIE ed aveva la disponibilità di una FIAT 125 colore bleu targata A.F.I.. Questi aveva una buona confidenza con tutto il gruppo ed in particolare con il BANDOLI ed il SOFFIATI. Lo SMITH aveva sposato una donna italiana di Verona che aveva anche, a sua insaputa, dei rapporti sessuali con il BANDOLI quando questi si trovava fuori per lavoro. Mi dissero infatti che per un certo periodo si trovò a combattere in Vietnam. Non ricordo il grado rivestito dallo SMITH ma penso che si trattasse di un ufficiale. Lo SMITH era un gran bevitore e si intratteneva per lunghe ore a bere presso il ristorante del SOFFIATI. Era buon amico anche del SOFFIATI Bruno e non escludo che conoscesse anche il MINETTO ed il DIGILIO. Lo SMITH era un uomo sui 45 anni, con capelli scuri brizzolati, stempiato, con baffi ben curati, alto circa mt. 1,85, di corporatura asciutta e ben curato. Non ricordo di averlo mai visto in uniforme.”

 

omissis

 

In precedenza, l’8.2.96, lo stesso PERSIC aveva dichiarato al R.O.S.:

“Tra i personaggi americani che frequentavano il ristorante del SOFFIATI vi erano: un tale Terry, militare americano di stanza a Vicenza presentatomi dal SOFFIATI Marcello, un certo SMITH che sposò una donna italiana dalla quale ebbe tre figlie…”

Il 6. 2. 1996 davanti al ROS PERSIC ha dichiarato:

“IL BANDOLI utilizzava chiamare tutti gli americani Charlie SMITH. Quindi il nome che vi ho indicato potrebbe essere falso. Vi preciso che il Charlie SMITH di cui ho fornito la foto (nr.1) non è Charlie SMITH che era in Vietnam, marito della Ivana, quest’ultima amante del BANDOLI (In realtà sta parlando di un altro americano: OVI).

Anzi vi aggiungo che il Charlie SMITH della foto era venuto da poco dalla Germania e venne appellato dal BANDOLI CARRET o GARRET”.

Il PERSIC ha dichiarato il 18.4.97 davanti al G.I.MI:

“…per quanto concerne gli ufficiali americani che ho conosciuto e che erano in contatto con il gruppo di Colognola, possso dire che ne ricordo distintamente due. Uno l’ufficiale robusto e con i capelli corti che compare a fianco di una donna in una delle fotografie che ho prodotto e cioè quella scattata nel tinello di casa BANDOLI e dove compaio anch’io con mia moglie. Si tratta di un incontro avvenuto nel dicembre 1972 pochi giorni prima della nascita di mio figlio.

Quando parlava con BANDOLI si riferiva a lui con il cognome CARRET o GARRETDai discorsi che ho sentito, era stato di stanza a Verona poi trasferito a Francoforte ed era tornato in Italia per le ferie, almeno così lui diceva. Io l’ho visto solo in quell’occasione a casa di BANDOLI, nel dicembre del 1972 e in quei giorni in un bar a Verona insieme anche a Marcello SOFFIATI e a Enzo VIGNOLA. In quell’occasione eravamo al bar Boomerang di Verona quello gestito da Leo ARCANGELI, amico di BANDOLI e il Benito ROSSI e cioè quel LEO che aveva gestito lo spaccio alla caserma Passalacqua negli anni precedenti e poi un club nella zona di Bardolino.

Il secondo americano che ricordo che frequentava molto spesso la trattoria di Colognola, era chiamato da BANDOLI Charlie SMITH, ma questo era un modo di dire perché in pubblico chiamava tutti gli americani Charlie SMITH.

Credo che il vero nome di questo americano fosse TEDDY o TERRY, era sposato con una donna di nome Ivana di Verona ed aveva avuto tre figlie, abitavano nella zona di S.Massimo Veronese. Una delle figlie era in procinto di sposarsi con il portiere della squadra giovanile di calcio di Verona che morì in un incidente stradale.

Io avevo conosciuto IVANA nel 1971 come si desume del resto dalla fotografia che ho prodotto e IVANA era sola con le figlie perché suo marito e cioè questo TERRY o TEDDY era in Vietnam. Quindi conobbi l’ufficiale americano solo quando è rientrato dal Vietnam nel 1975- 1976. Ricordo che me lo presentò BANDOLI un giorno in cui entrambi tornavamo dalla base di Vicenza e tutti andammo a bere nella trattoria di SOFFIATI il quale, se non sbaglio in quel periodo era in semi- libertà e rientrava in carcere la sera.

L’ufficiale, marito di Ivana, era alto un metro e ottanta- un metro e ottantadue, non grosso di corporatura ma piuttosto asciutto e atletico, aveva i baffi e i capelli corti e brizzolati, beveva molto come tanti americani. Quando io l’ho conosciuto dimostrava poco più di 40 anni, ricordo che era un po’ stempiato. Faccio presente che nel periodo in cui era in Vietnam, sua moglie Ivana e BANDOLI intrattenevano una relazione.

 

A questo punto prendo visione delle fotografie che ho prodotto ingrandite e raccolte in un album approntato dal CIS dei Carabinieri.

 

Nella fotografia ingrandita contrassegnata con il numero 3, c’è a sinistra mia moglie e a destra una certa Luigina di Trento che divenne la ragazza di BANDOLI dopo che BANDOLI si separò dalla moglie. Omissis

Nella fotografia ingrandita e contrassegnata con il numero 6 ci sono da sinistra la signora Ivana BANDOLI, io, mia moglie e dietro c’è Enzo VIGNOLA.

Nella fotografia ingrandita e contrassegnata con il numero 9 c’è Marcello SOFFIATI, Enzo VIGNOLA, io e mia moglie a casa di Ivana come risulta dalla scritta a mano di mia moglie vergata all’epoca sul retro della foto in cui essa è stata scattata.

Nella fotografia n. 10 (sul retro c’è scritto “ 23.12.72 Ciarly Smit e la moglie a casa di Giovanni” ndr) e cioè quella ingrandita, si vede da sinistra il CARRET, la donna che ci presentò come sua moglie e che vidi solo in quei giorni e poi mia moglie ed io a casa di BANDOLI. Anche qui l’indicazione sul retro della fotografia fu scritta da mia moglie all’epoca.

La moglie di CARRET non parlava italiano ed era sicuramente straniera, col marito parlava in inglese.

Nella fotografia ingrandita e contrassegnata con il numero 15, a destra ci sono due ragazzi di Fossalon vicino a Grado dove stavamo facendo un campeggio, invece a sinistra si intravvede sullo sfondo IVANA, poi in primo piano ci siamo io e mia moglie.

Dietro si intravede la Wolkswagen di BANDOLI.

La foto ingrandita n.18, a sinistra BANDOLI, io sono al centro e a destra c’è SOFFIATI Marcello.

La foto ingrandita n.21, a sinistra c’è MINETTO, mia moglie, Enzo VIGNOLA e il fratello BANDOLI, Luigi.

Eravamo al matrimonio della figlia di BANDOLI.

La foto ingrandita n.24, a sinistra c’è MINETTO Sergio, BASSAN Anna, SOFFIATI Marcello e io.

Prendo atto che Enzo VIGNOLA, nel corso della sua deposizione in data 11.4.1996, ha confermato di aver visto l’Ufficiale americano che ha riconosciuto nella stessa fotografia in cui io ho riconosciuto CARRET presso il bar Boomerang di Leo ARCANGELI ed ha affermato anche in tale occasione l’americano aveva una vettura Buick con targa A.F.I.. Posso dire che in tale occasione CARRET aveva effettivamente una Buick ma non ricordo avesse targa AFI. Omissis

 

 

Il lungo capitolo relativo all’identificazione di David CARRET, referente americano di DIGILIO, prosegue il 13.4.96, occasione in cui, come documentato da una relazione del ROS, peraltro non utilizzabile quanto alle dichiarazioni di DIGILIO, vengono mostrate a quest’ultimo delle foto, peraltro richiamate nelle dichiarazioni del Col. GIRAUDO.

Questi, escusso in dibattimento, ha dichiarato:

di aver effettivamente sottoposto a DIGILIO una foto ritraente il presunto CARRET, in quanto dichiarata tale da altri testi. Detta foto gli è stata sottoposta sia il 10 che l’11 aprile 1996. GIRAUDO non è stato interrogato su quanto dichiarato da DIGILIO nelle occasioni in cui gli sono state mostrate le foto perché vietato: del resto lo stesso DIGILIO potrebbe essere stato spinto a dichiarazioni che non avrebbe reso in un contesto formale e garantistico, e pertanto qualunque tentativo di far riaffiorare il contenuto della relazione appare superfluo. Rimane il fatto storico costituito dalla presa visione delle fotografie del “presunto CARRET” da parte di DIGILIO.

In ogni caso bisogna premettere che, prima di mostrare le foto del presunto CARRET a DIGILIO, la situazione era la seguente: PERSIC come si è visto, riferendo degli ufficiali che frequentavano Colognola, in un primo tempo aveva parlato di un Charlie SMITH al quale aveva attribuito caratteristiche (la moglie Ivana, la relazione con BANDOLI, le figlie etc.) corrispondenti a quelle dell’altro “americano” Charles OVI. Poi aveva parlato di un Charlie SMITH , proveniente dalla Germania, chiamato CARRET o GARRET da BANDOLI. Su queste dichiarazioni si erano sovrapposte quelle di VIGNOLA che aveva riconosciuto nella nota foto nr.12 Charlie SMITH, pur non avendo mai sentito (come ha confermato in dibattimento) parlare di CARRET. Unendo le due cose il ROS era giunto alla conclusione che CARRET fosse quello della foto 12 e questa era la situazione del momento in cui foto vennero informalmente prima e formalmente dopo, mostrate a DIGILIO.

 

 

 

 

 

2.8.11.2 - Le foto mostrate a DIGILIO

Le foto del presunto David CARRET, mostrate nel tempo a DIGILIO, hanno una doppia origine e riconducono ad un unico evento: trattasi del matrimonio celebrato il 23.12.1972 tra Roberto LAI e Rossana BANDOLI, figlia del noto John, o Giovanni BANDOLI. Uno dei testimoni di nozze è SMITH Charles, nato a Kansas City il 2.4.1936, militare residente in Vicenza. Si veda la di cui nota del ROS 28.1.2002 e la documentazione in GA 67-4. Allegate alla suddetta nota, con la dizione “fotografie sequestrate in data 11.12.2001 presso l’abitazione di BANDOLI Rossana e di LAI Roberto”, 12 fotografie, la maggior parte delle quali riferentesi al matrimonio. Sono state mostrate a DIGILIO, sia in occasione del verbale parzialmente nullo del 25.9.2002, sia in incidente probatorio.

 

 

 

 

 

2.8.11.3 - Vediamo quanto emerge dal verbale del 19.4.96 davanti al G.I. di MI:

DAVID CARRET

L'Ufficio mostra a DIGILIO un album contenente una serie di fotografie comunicandogli che si tratta di fotografie prodotte da Dario PERSIC, camionista e amico di Marcello SOFFIATI. Digilio dichiara: Si tratta di fotografie appunto del gruppo di persone che frequentavo e noto una fotografia di quattro persone ad un tavolo, in una casa, in cui compaiono Dario il camionista, sua moglie vicino a lui, un donna moglie di un altro americano poi David CARRET.

CARRET quello che compare nel fotogramma ingrandito n.12, dove lo si vede chiaramente.

Prendo visione anche della fotografia originale a colori e confermo i quattro riconoscimenti.

Mi sembra, in ragione della stanza e dei mobili che si vedono, che la casa possa essere quella di Dario a Verona, in cui sono stato una volta per assistere ad una partita di calcio.

Del resto la casa era proprio vicina allo stadio di Verona.

Dario aveva una casa a Colognola e una a Verona e mi sono ricordato ora di essere stato anche in quest'ultima.

 

 

 

 

 

2.8.11.4 - 5.5.97 GI MI

Prendo visione dell'album approntato dal C.I.S. Carabinieri in cui sono contenute e ingrandite le fotografie che l'Ufficio mi comunica essere state prodotte da Dario PERSIC.

Nella fotografia n. 3 riconosco a destra una ragazza legata sentimentalmente a John BANDOLI che aveva un nome come un diminutivo che adesso non ricordo; a sinistra c’è invece la moglie di PERSIC.

Nella fotografia n. 12 confermo il riconoscimento del cap. CARRET che nella fotografia piccola n. 10 compare insieme ai coniugi PERSIC.

Nella fotografia sembra che egli abbia i capelli neri, ma in realtà tale effetto credo sia dovuto alla fotografia in bianco e nero in quanto il capitano CARRET aveva i capelli sul castano/rossiccio che potevano far ricordare un irlandese.

Certo le foto 10 e 12 non sembra che riproducano le sembianze di una persona con i capelli castano/rossicci, che ricordava un irlandese. Lo stesso DIGILIO, peraltro, parla di una fotografia non troppo convincente, perché ingannevole. Peraltro non bisogna dimenticare le anomalie visive di DIGILIO, evidenziate dai periti. Pertanto la certezza di questo riconoscimento è piuttosto vacillante, e nulla esclude che CARRET sia tutt’altra persona.

 

 

 

 

 

2.8.11.5 - Ud.Incid. Prob. 18.12.2002

Come si vedrà, DIGILIO riconoscerà nuovamente CARRET nelle consuete foto scattate a casa di PERSIC (in bianco e nero), già sottopostegli. Quando, tuttavia, gli saranno sottoposte le altre foto a colori, (quelle da 1 a 5 raffiguranti sempre il matrimonio della figlia di BANDOLI) già sottopostegli a Milano e nel verbale (inutilizzabile?) del 25.9.2002, non riconoscerà assolutamente CARRET nella foto, peraltro assai più chiara, scattatagli nel medesimo contesto. Ciò rende evidente che sul primo riconoscimento ha influito quello già precedentemente avvenuto, nell’ambito del quale le foto sono in bianco e nero, e conferiscono alla stessa persona riconosciuta in CARRET un aspetto piuttosto scuro, come se fosse scuro di capelli e di barba, caratteristiche che non coincidono affatto con l’aspetto da “irlandese” , di cui il collaboratore parla il 5.5.97.

L’impressione è che DIGILIO, non appena gli vengono mostrate quelle foto con le quattro persone attorno al tavolo, contesto molto particolare, quasi automaticamente riconosca CARRET (che poi, nella specie, è Charlie SMITH). Quando poi gli vengono mostrate foto che ritraggono lo stesso SMITH in contesti diversi, o che lui non ricorda più, ecco che il riconoscimento è negativo.

 

 

 

 

 

2.8.11.6 - Passiamo al discorso delle fotografie.

Si dà atto che il cancelliere apre la busta contenente le fotografie.

 

RIPRENDE L'ESAME DEL PUBBLICO MINISTERO - DOTT. DI MARTINO

DOMANDA - Prima facciamo vedere aprire come si era detto, quelle in bianco e nero. Sono solo due.

 

 

INTERVENTO DEL PUBBLICO MINISTERO - DOTT. PIANTONI: Sono due foto avanti e retro e l'avanti della terza. Sono tre fotogrammi, ma sono due foto.

 

DOMANDE DEL G.I.P.

DOMANDA - Digilio, lei ha davanti a sé delle fotografie in bianco e nero?

RISPOSTA - Sì.

 

 

RIPRENDE L'ESAME DEL PUBBLICO MINISTERO - DOTT. DI MARTINO

DOMANDA - La domanda è se conosce le persone raffigurate nella foto n. 10? Dovrebbe esserci una foto contraddistinta con il n. 10, con quattro persone sedute ad un tavolo.

RISPOSTA - Dunque, una mi pare che sia il camionista, Persic

 

 

DOMANDE DEL G.I.P.

DOMANDA - Chi è il camionista? Dei due uomini chi è?

RISPOSTA - Persic Dario.

DOMANDA - Ma chi è? Quello seduto a capotavola o l'altro?

RISPOSTA - Quello a sì, a capotavola.

DOMANDA - Con la barba?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Poi?     

RISPOSTA - C'è la moglie di Persic.

DOMANDA - Che immagino sia quella che Persic sta abbracciando?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Gli altri due?

RISPOSTA - Dopodiché, gli altri due sono il Carret, con una sua amica.

DOMANDA - Nella fotografia n. 12?

RISPOSTA - La fotografia n. 12, questa è la foto di Carret.

 

 

INTERVENTO DEL G.I.P.: Possiamo chiedere se è la prima volta che lei vede queste fotografie?

 

 

INTERVENTO DEL PUBBLICO MINISTERO - DOTT. DI MARTINO: Sì, direi di sì.

 

 

DOMANDE DEL G.I.P.

DOMANDA - E` la prima volta che le vengono mostrate queste foto e lei le ha già viste?

RISPOSTA - No, no, a me non mi risulta di averle mai viste. Per me è la prima volta che le vedo.

 

 

RIPRENDE L'ESAME DEL PUBBLICO MINISTERO - DOTT. DI MARTINO

DOMANDA - Vorrei fare rilevare che queste foto le sono state mostrate in diverse occasioni, in particolare, in occasione dell'interrogatorio davanti al G.I.P. di Milano, il 19 Aprile 1996 (19.04.96); in quello sempre davanti al G.I.P. di Milano del 5 Maggio 1997.

 

 

INTERVENTO DEL PUBBLICO MINISTERO - DOTT. PIANTONI: Per la precisione il 19 Aprile 1996 vennero mostrati gli originali. Si parla anche di una foto a colori che noi non abbiamo. Le foto quelle ingrandite dal CIS dei Carabinieri, si dà atto nel verbale del 5 Maggio del 1998 (ndPM BS - 1997) del Giudice Salvini che gli vennero, appunto, mostrate. Quindi, queste qua che sono gli ingrandimenti dei Carabinieri del Cis dovrebbero corrispondere con quelli mostrati il 5 Maggio del 1997 (05.05.97).

 

 

RIPRENDE L'ESAME DEL PUBBLICO MINISTERO - DOTT. DI MARTINO

DOMANDA - Poi sono state mostrate in occasione dell'udienza dibattimentale, del processo di Piazza Fontana del 14 Luglio 2000 (14.07.00).

 

 

DOMANDE DEL G.I.P.

DOMANDA - Ha sentito Digilio?

 

 

INTERVENTO DELL'AVVOCATO DIFENSORE - RONCO: Anche nell'incidente probatorio.

 

 

DOMANDE DEL G.I.P.

DOMANDA - Il Pubblico Ministero dice che queste fotografie le sono già state mostrate in diverse occasioni, alcune volte dal Dott. Salvini, poi, in Corte d'Assise a Milano e dal G.I.P. di Milano non nel corso dell'incidente probatorio. Si ricorda?

RISPOSTA - No, io non ricordo quanto lei mi sta dicendo.

 

 

RIPRENDE L'ESAME DEL PUBBLICO MINISTERO - DOTT. DI MARTINO

DOMANDA - Allora, lei vedrà delle foto numerate da 1 a 5?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Prendiamo la foto n. 1. Lei conosce?

 

 

INTERVENTO DELL'AVVOCATO DIFENSORE - BEZICHERI: Sempre ai fini dell'attendibilità del Digilio, vorrei che guardando le foto, dicesse se si ricorda prima di tutto. Se si ricorda di averle mai viste.

 

 

INTERVENTO DEL G.I.P.: Queste a colori? Chiediamoglielo!

 

DOMANDE DEL G.I.P.

DOMANDA - Ha mai visto le foto a colori che le vengono mostrate adesso?

RISPOSTA - Mai.

 

omissis

 

DOMANDA - Senta, chi sono le persone raffigurate? Lei conosce le persone raffigurate nella foto n. 1 e dica, in particolare, se conosce qualcuno. Sono foto, io credo che non ci siano problemi se le presentiamo come quelle che già....

 

DOMANDE DEL G.I.P.

DOMANDA - No, facciamo la domanda. Allora, lui dice che non le ha mai viste. Allora gli chiediamo se queste foto gli dicono qualche cosa e se riconosce qualcuno dei personaggi effigiati nelle foto?

RISPOSTA - E` passato molto tempo, io faccio fatica.

DOMANDA - Non è questione del fatto che è passato molto tempo Digilio. Lei si guardi queste fotografie che lei dice di non avere mai visto prima d'ora. Vede le persone che ci sono raffigurate? Riconosce qualcuna di queste persone, sì o no?

RISPOSTA - Qualcuna.

DOMANDA - Ci può dire chi?

RISPOSTA - Riconosco l'Anna Bassan, moglie di Marcello Soffiati.

DOMANDA - E chi è fra le signore che ci sono in questa foto?

RISPOSTA - Quella con l'abito bianco naturalmente .

DOMANDA - La sposa?

RISPOSTA - La sposa.

DOMANDA - Scusi non ho capito bene, è la sposa?

RISPOSTA - La sposa.

DOMANDA - Ascolti e lo sposo è Marcello Soffiati?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Chi è quello magro o quello più grasso?

RISPOSTA - Quello magro.

DOMANDA - Con la camicia rosa e il gessato?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - La persona, invece, che si trova alla sinistra della sposa la conosce. L'uomo che si trova alla sinistra della sposa?

RISPOSTA - Quello che si trova a sinistra della sposa, mi sembra il referente di Soffiati, il Gianni Bandoli.

DOMANDA - Allora, l'uomo un po' più grasso con gli occhiali fumé che si trova alla sinistra della sposa le sembra Bandoli?

RISPOSTA - Mi sembra quello.

DOMANDA - Guardi la fotografia n. 4. Quel signore che tiene sotto braccio la sposa in centro alla fotografia chi è?

RISPOSTA - Ma, a me sembra un parente della sposa.

 

 

 

RIPRENDE IL CONTROESAME DEL PUBBLICO MINISTERO - DOTT. DI MARTINO

DOMANDA - Ecco, io gli chiederei se vede presenti in alcune di queste fotografie persone già rappresentate nelle fotografie in bianco e nero che gli sono state mostrate prima?

 

 

INTERVENTO DEL G.I.P.: No, non gliela faccio la domanda. Non l'ha detto neanche vagamente. No.

 

DOMANDE DEL G.I.P.

DOMANDA - Senta un altra cosa Digilio: la persona che lei, prima, ha indicato come probabile Bandoli, nella foto n. 4 è quella effigiata per ultimo a destra rispetto a chi guarda?

RISPOSTA - Mi pare proprio di sì. Quello robusto.

DOMANDA - Quindi?

RISPOSTA - Quello robusto.

DOMANDA - Quindi lei me lo dice giustamente, la persona che si trova sempre a destra di chi guarda nelle fotografie, secondo lei, è quello che somiglia a Bandoli, la sposa sarebbe Anna Bassan la moglie di Soffiati e il tipo magro con la camicia rosa e il gessato che è alla destra dalla sposa, cioè, a sinistra di chi guarda, secondo lei sarebbe? Soffiati ha detto. Prima ha detto Soffiati e, poi, un parente della sposa.

 

 

INTERVENTO DEL PUBBLICO MINISTERO - DOTT. DI MARTINO: non ho capito bene se quella vestita di bianco è la moglie di Soffiati?

 

INTERVENTO DEL G.I.P.: Sì, Anna Bassan.

 

 

INTERVENTO DEL PUBBLICO MINISTERO - DOTT. DI MARTINO: Ma, Soffiati non lo vede in queste foto?

 

INTERVENTO DEL G.I.P.: Sì, perché nella prima risposta ha detto che lo sposo, secondo lui, era Soffiati, cioè il signore seduto alla destra della sposa, cioè a sinistra rispetto a chi guarda e sull'individuo a sinistra della sposa, a destra rispetto a chi guarda sempre detto che, secondo lui, è Bandoli. La domanda se le aveva viste prima d'ora gliel'abbiamo fatta e lui ha risposto di no. Vogliamo contestargli che le ha già viste?

 

INTERVENTO DEL PUBBLICO MINISTERO - DOTT. DI MARTINO: Non so, adesso, se posso contestargliele, visto che si ritiene non utilizzabile quel verbale.

 

INTERVENTO DEL G.I.P.: Però è un fatto storico. Cioè, non sarà utilizzabile, ma, se gliele avete già mostrate!

 

 

RIPRENDE L'ESAME DEL PUBBLICO MINISTERO - DOTT. DI MARTINO

DOMANDA - Cos'é, 25 Settembre. Dunque queste fotografie, in realtà le sono state già mostrate in occasione di un interrogatorio eseguito da me, mi sembra, il 25 Settembre di quest'anno (25.09.02).

 

INTERVENTO DELL'AVVOCATO DIFENSORE - TEBALDI: Si eccepisce l'inutilizzabilità di quell'interrogatorio.

 

INTERVENTO DEL G.I.P.: Nessuno ha mai pensato di acquisirlo, semplicemente c'è il fatto che il Pubblico Ministero gliele ha già mostrate.

 

 

DOMANDE DEL G.I.P.

DOMANDA - Ha capito Digilio?

RISPOSTA - No.

DOMANDA - Il Pubblico Ministero sostiene di averle già mostrato anche queste fotografie a colori, lui personalmente, credo proprio il Dott. Di Martino, in un interrogatorio che non è utilizzabile da noi, ma comunque, si è verificato il 25 Settembre di quest'anno? Lei si ricorda adesso?

RISPOSTA - No, io non ricordo questo fatto.

 

 

 

 

 

2.8.11.7 - Le indagini difensive

Charlie SMITH, nato il 2.4.1936, sentito dai difensori di ZORZI il 24.2.2001 nel Kansas, coniugato con Dolores L. SMITH , con due figli, ha affermato di aver fatto parte dell’esercito degli USA e di essere stato mandato in Italia nel 1965-68. Di essere stato di stanza a Verona, alla Caserma Passalacqua e di aver abitato a Chievo. Quando arrivò in Italia avrebbe fatto parte dei “servizi speciali” e si sarebbe occupato della ricreazione dei soldati con la pallacanestro e di aver lavorato anche in una specie di spaccio. La Passalacqua di Verona stava chiudendo nel 1966 ed allora sarebbe stato trasferito a Vicenza a gestire il NCO Club Passalacqua (North Commisioner Officer), sembra di capire nel 1967 (nel verbale c’è scritto 1977). Ha ammesso l’amicizia con BANDOLI, (da lui chiamato John) definito un autista, col quale avrebbe avuto contatti fino al 1975. Sarebbe stato trasferito in Germania nel marzo 1971, tornando in Italia ogni sei mesi circa a far visita ad alcuni suoi amici. BANDOLI sarebbe venuto anche a trovarlo a Monaco nel 1972, l’ultimo dell’anno. Vi è una foto sulla quale c’è la data del gennaio 1973, che SMITH attribuisce (come datazione) ad un errore. Ha ammesso di aver fatto da testimone al matrimnio di Rosanna BANDOLI. Nella foto 10 riconosce se stesso e Dolores, ma non ricorda PERSIC. Nella foto 12, che altro non è se non un ingrandimento del volto del presunto CARRET della foto nr.10, esprime molti dubbi circa il fatto che si tratti della stessa persona: “Più guardo questa foto…non lo so…Sono la stessa persona, ma non si assomigliano…devo cambiare parere, non sono io perché non ho mai avuto una barba così”. Alla domanda di verifica: “Allora, ritiene di essere lei in questa fotografia?”- risponde “No…guardandola da vicino, non sono io”

SMITH dichiara che il nome Carlo DIGILIO non gli dice nulla, così come quello David CARRET. Soltanto attraverso un forzoso e tormentato percorso e un discorso in merito al numero di volte in cui ogni giorno si sarebbe fatta la barba (2,3,fino a 5) conclude nel senso di ritenere di essere la persona della foto. Si rinvia al relativo verbale.

 

 

 

 

 

2.8.11.8 - Conclusioni sul riconoscimento ed identificazione di CARRET

Sussistono certamente dei punti fermi:

al matrimonio di Rossana BANDOLI c’era come testimone di nozze certo Charlie SMITH e si tratta della persona che appare sia nelle foto 10 e 12 (ingrandimento) consegnate da PERSIC il 13.2.1996, sia nelle foto a colori da 1 a 5 che ritraggono il medesimo evento e sono state sequestrate a BANDOLI. La stessa indicazione sul retro della foto, che fa riferimento a “Ciarly Smit” fuga ogni dubbio. Si tratta certamente anche della persona che è stata sentita dai difensori negli USA. Occorre tuttavia notare che nel primo gruppo di foto lo SMITH non porta occhiali da sole, che indossa, invece, durante la cerimonia. Occorre altresì notare che la prima foto (10 ingrandita nella 12) , non si sa bene se per qualità dell’esecuzione o dello sviluppo, evidenzia una sorta di barba incolta che non sembra trasparire nelle foto precedenti, pur trattandosi del medesimo evento. A dimostrazione di ciò più testi sono stati in difficoltà di fronte ad un quesito che potrebbe sembrare semplice: si tratta, o meno, della stessa persona? (che si tratti della medesima persona, e cioè di Charlie SMITH è in realtà pacifico).

In dibattimento PERSIC a lungo distingue tra un John SMITH (così chiamato in un primo tempo) effettivamente presentatogli da BANDOLI, e che sembrerebbe essere quello della foto 12, e uno che doveva venire dalla Germania, dove lavorava ad una base americana, che sarebbe appunto CARRET. Addirittura ha avuto il ricordo di Charlie SMITH e BANDOLI che avrebbero discusso tra loro proprio circa la venuta di questo CARRET, escludendo, quindi, che il primo sia la stessa persona del terzo.

BANDOLI gli avrebbe detto, dopo aver parlato con Charlie SMITH: “Deve arrivare” il suo collega, non so se il suo superiore o inferiore- “Deve venire giù a trovarci la settimana prossima” – e quindi avrebbe fatto il nome di CARRET. Mostrategli le foto consegnate da PERSIC e quelle a colori sequestrate a BANDOLI, comunque riferentesi al matrimonio della figlia di quest’ultimo, afferma che le due persone gli sembrano diverse. Sembra distinguere quello con la moglie al matrimonio, che sarebbe CARRET, mentre l’altro (quello delle foto a colori) sarebbe Charlie SMITH.

La cosa più straordinaria è, tuttavia, che lo stesso Charlie SMITH, quando è stato sentito in indagini difensive negli USA, dopo essersi riconosciuto nella foto 10. esclude di essere quello della foto ingrandita 12, perché caratterizato da una barba molto folta. Soltanto verso la fine del verbale, dopo alcune sofferte riflessioni sul fatto che si sarebbe fatto la barba parecchie volte al giorno, è giunto alla conclusione di essere la persona nella foto.

La sofferenza e difficoltà del riconoscimento non può, tuttavia, essere ignorata. Da notare che il mancato iniziale riconoscimento della foto ingrandita porterebbe ad escludere l’esattezza del riconoscimento della foto originale, piuttosto che viceversa. Da tener presente che la presenza della moglie nella foto non può non aver influenzato il riconoscimento.

Con questo non si vuol concludere che la persona ritratta nella foto 10 e nell’ingrandimento 12 non sia Charlie SMITH. Si vuole solo rappresentare che la foto in bianco e nero (10 e 12), che è quella in cui DIGILIO ha riconosciuto CARRET è una foto abbastanza infelice, fino al punto da mettere in difficoltà la stessa persona alla quale si riferirebbe.

Se consideriamo che lo stesso DIGILIO il 5.5.97, pur confermando il riconoscimento, esprime delle evidenti riserve, come se la persona da lui conosciuta come CARRET avesse delle caratteristiche fisiche piuttosto diverse da quelle della persona – Charlie SMITH - ritratta nella foto (“Nella fotografia sembra che egli abbia i capelli neri, ma in realtà tale effetto credo sia dovuto alla fotografia in bianco e nero in quanto il capitano CARRET aveva i capelli sul castano/rossiccio che potevano far ricordare un irlandese.)- e non riconosce CARRET nelle foto a colori del matrimonio, raffiguranti SMITH, ecco che viene il forte dubbio che DIGILIO si sia adagiato per comodità, probabilmente già in occasione della circostanza della relazione, sul riconoscimento della foto di Charlie SMITH, confermandolo anche in seguito, trattandosi di una foto molto caratteristica (SMITH sembra fortemente caratterizzato da una barba scura) e facilmente riconoscibile, ma escludendo che si trattasse di CARRET quando gli sono state mostrate le foto a colori, sempre dello SMITH, riferentesi al matrimonio.

Che DIGILIO dica il vero lo si desume dal fatto che anche PERSIC ha riferito, sia in indagini, che in dibattimento, di CARRET, e quindi non si può trattare di un’invenzione, a meno che non sia d’accordo col medesimo DIGILIO, ma i riconoscimenti e le foto si riferiscono addirittura a periodo che segue l’ictus, al di là di tutte le difficoltà collegate con la detenzione e la qualità di collaboratore. Del resto PERSIC è colui che nega di essere stato presente, sia pure ai margini, alla nota cena di Colognola, e pertanto non si può concludere che si tratti di teste allineato sulle posizioni di DIGILIO e quindi compiacente.

Pertanto, se PERSIC non dice il falso, CARRET esiste, e potrebbe trattarsi di persona diversa da Charlie SMITH, coinvolto suo malgrado in tutta questa vicenda. Quanto sopra a prescindere dai riconoscimenti effettuati da DIGILIO.

Naturalmente non possiamo neanche escludere al 100% che Charlie SMITH abbia qualcosa a che fare con CARRET: stiamo parlando di attività di intelligence condotta per conto degli U.S.A.. Non si vede per quale motivo Charlie SMITH debba dire necessariamente la verità sulla sua attività pregressa svolta in Italia.

 

 

 

 

 

2.8.11.9 - L’identificazione di Teddy RICHARDS

Anche per il secondo referente americano di DIGILIO sussistono problemi di identificazione. DIGILIO finisce per identificarlo nell’omonimo coinvolto in un traffico d’armi e di esplosivo che ha interessato quali indagati SOFFIATI, MASSAGRANDE e BESUTTI. Sarebbe stato RICHARDS a fornire la collezione di armi che venne sequestrata. Della vicenda si riferisce nel capitolo relativo a SOFFIATI.

Le perquisizioni furono del maggio 1966. Il relativo fascicolo processuale risulta già nel 1985 misteriosamente non presente presso gli uffici giudiziari. DIGILIO ha affermato che, proprio in quanto era stato Teddy RICHARDS a fornire le armi sequestrate, fu lui che fece sparire il fascicolo processuale dal tribunale di Verona. SOFFIATI, in un interrogatorio del 10.12.1974, che attorno al 1966, poi arretrando al 1964, aveva notato strani movimenti attorno alle persone che s’incontravano nella villa di Ted RICHARDS, dove sarebbero stati occultati 400 esemplari di armi. In particolare ex partigiani, Carabinieri in borghese, forze di polizia. In sostanza ingredienti che ben si combinano con una possibile appartenenza del RICHARDS ai servizi. Il problema è che, se si tratta di quel RICHARDS, che peraltro ha un grado si sergente di prima classe, lo stesso, secondo un documento reperito dal S.I.S.Mi, sarebbe stato rimpatriato nel 1964. Come conclude il Col. GIRAUDO, non si può escludere che il predetto sia in un secondo tempo tornato in Italia per svolgere attività di intelligence, ma non esiste prova al riguardo.

 

 

 

 

 

2.9 - I COMPONENTI DELLA RETE SECONDO DIGILIO

2.9.1 - Sergio MINETTO

Sergio MINETTO, deceduto, è un personaggio centrale con riferimento alla strage del 28.5.74, perchè lo ritroviamo presente anche in occasione della famosa cena di Colognola, durante la quale ci fu, secondo DIGILIO, quella sorta di avvertimento da parte di MAGGI circa un grosso attentato, poi rivelatosi quello di Brescia, che sarebbe stato realizzato nel giro di pochi giorni. Inoltre DIGILIO colloca MINETTO a Brescia nei giorni immediatamente successivi alla strage per acquisire notizie da un suo referente presso la base aeronautica militare di Ghedi. MINETTO, tuttavia, nasce dalle indagini di Milano, quale referente di Marcello SOFFIATI. MINETTO è il referente di SOFFIATI nella struttura, ma è anche suo padrino di battesimo. MINETTO è comunque uno dei vari personaggi che ruota spesso attorno alla tratoria di Colognola a Colli.

Di MINETTO DIGILIO parla per esteso in occasione del verbale del 7.3.95, nell’ambito del quale emerge anche la figura di LINO FRANCO, altro componente della rete.

Nell’occasione il discorso di DIGILIO è solo una premessa agli episodi che concernono le sue visite al casolare di PAESE, e che costituiscono a loro volta la premessa la narrazione dei fatti del 12.12.69. Si tratta del verbale dove la figura del MINETTO viene meglio definita con riferimento al suo inserimento nella struttura di intelligence.

A.D.R.: Conosco Sergio MINETTO a cavallo tra il 1966 ed il 1967 unitamente al noto Marcello SOFFIATI che me lo presento' come il suo capo.

A.D.R.: L'incontro ebbe luogo a Verona in Piazza BRA' ed il MINETTO si presentò con il suo nome. Ricordo che in quell'occasione fu molto affabile e che il SOFFIATI lo chiamava per nome. Credo che tale rapporto molto stretto tra i due derivasse da una stretta conoscenza del MINETTO con il Bruno SOFFIATI e probabilmente questa familiarità scaturiva dall'essere stato forse compare di cresima del figlio.

A.D.R.: Preciso che fino all'incontro con il MINETTO il mio rapporto con le strutture di intelligence statunitensi in queste questioni politiche passavano attraverso il SOFFIATI, il quale mi aveva detto di fare riferimento oltre al MINETTO, anche al noto John BANDOLI.

A.D.R.: La conoscenza con il MINETTO, o meglio la necessità che io lo conoscessi, scaturì dall'esigenza di non esporre il SOFFIATI, in quanto personaggio noto per le sue simpatie di destra, in una operazione di contatto estremamente delicata con persona il cui credo politico era dubbio. Scendendo nel concreto fu lo stesso SOFFIATI a chiedermi di sostituirlo in una operazione di valutazione e classificazione di un'insieme di armi che inizialmente mi vennero qualificate come collezione del noto Giovanni VENTURA, ma che successivamente, come già verbalizzato avevano ben altra finalità. In sostanza tale prima operazione piuttosto complessa ebbe anche lo scopo di mettermi alla prova e quindi, nel dubbio, la vicenda fu minimizzata e presentata con un aspetto diverso da quello reale. Volendo ulteriormente approfondire io avrei dovuto sostituire il SOFFIATI, che avrebbe dovuto ricevere l'incarico dal prof. FRANCO nella valutazione delle armi del VENTURA che in quel periodo stava incominciando quell’opera di costruzione di una immagine politica che dal nazismo stava transitando al nazimaoismo. L’essere avvicinato ed il suo frequentare una persona di note e palesi idee di estrema destra avrebbe potuto compromettere la transizione dell'immagine politica pubblica. Il in quel periodo stava incominciando quell'opera di costruzione di una sua immagine politica che dal nazismo stava transitando al nazimaoismo. L'essere avvicinato ed il suo frequentare una persona di note e palesi idee SOFFIATI, evidentemente consigliatosi con il MINETTO sull'incarico avuto dal FRANCO optò per un mio coinvolgimento a fronte anche di un ottimo bagaglio culturale nel campo delle armi.

A.D.R. Non ho alcun elemento per indicare una subordinazione del FRANCO rispetto al MINETTO o viceversa, anzi sono propenso a ritenere che si trattasse di persone allo stesso livello, in contatto fra loro che si appoggiavano reciprocamente per supporti personali e logistici. Caratterialmente devo però far osservare che il FRANCO appariva certamente più spigliato.

A.D.R.: Si la mia conoscenza del FRANCO fu successiva a quella del MINETTO.

A.D.R.: Nel corso dell'incontro il MINETTO accennò in maniera molto generica alla valutazione di una non specificata collezione di armi, sarà soltanto il FRANCO, circa venti giorni dopo presentatomi sempre dal SOFFIATI ad approfondire il compito cui ero stato destinato e di cui ho già fatto riferimento nei verbali in cui si menzionano gli accessi al casolare di Paese.

A.D.R.: Il primo incontro con il prof. FRANCO avvenne a Vittorio Veneto ove mi recai unitamente al SOFFIATI, in treno, e alla stessa stazione ferroviaria furono fatte le presentazioni.

A.D.R.: Poiché attraverso il SOFFIATI era stata stabilita una certa elastica familiarità il MINETTO non mi interpellò mai con il mio nome in codice di "ERODOTO".

A.D.R.: Non è possibile quantificare il numero delle volte in cui ho incontrato il MINETTO, ciò perché il livello di familiarità era tale per cui raramente si discuteva esclusivamente di lavoro, ma si univano sempre anche argomenti conviviali, comunque certamente ci siamo visti moltissime volte..

omissis

A.D.R.: Vi sono state delle volte, agli inizi degli anni ‘70 in cui ho incontrato il MINETTO senza la presenza del SOFFIATI. Gli incontri comunque avvenivano quasi sempre dietro avviso di quest'ultimo ed avevano luogo vicino a Piazza San Marco alla trattoria “LA RIVETTA”.

omissis

A.D.R.: Non ricevetti mai soldi dal MINETTO bensì dal Marcello SOFFIATI, all'epoca avevo un compenso forfettario e non fisso che mi veniva sempre dato in contanti ed in valuta italiana che al massimo raggiunse le 250mila lire.

omissis

A.D.R.: Mi risulta che il MINETTO si recasse periodicamente presso base FTASE di Verona e ci andasse o a piedi o in bicicletta anche per la difficoltà a parcheggiare l'autovettura. Dico mi risulta in quanto spesso veniva ribadito che solo le persone a ciò titolate potevano accedere alla base NATO e quindi il MINETTO ed il SOFFIATI.

omissis

A.D.R.: Si sono entrato all'interno della base NATO di Verona esattamente in un lasso di tempo ricompreso tra il primo incontro con il MINETTO ed il primo incontro con il FRANCO. Ci recammo nella base militare per avere la risposta definitiva sul cambio di incarico tra il SOFFIATI e me, per la questione del VENTURA. Il MINETTO si trovava già all'interno della base, io mi trovavo con il SOFFIATI, una persona di cui non ricordo il nome ed il BANDOLI che fu colui che ci permise di accedere. Proprio questa fu una delle occasioni in cui MINETTO disse che essendo io un saltuario non era il caso mi facessi vedere in quel luogo, tant’è che incontrato MINETTO uscimmo subito dalla base per recarci in piazza BRA’.

omissis

A.D.R.: Si, il MINETTO era massone, non ricordo la loggia, ma condivideva le idee di Bruno SOFFIATI riconducibile a Palazzo Giustiniani.

omissis

A.D.R.: So per certo che il MINETTO ed il MAGGI si conoscevano. Quest'ultimo frequentava il MINETTO per le sue idee politiche ma non sono in grado di dire se conosceva il ruolo da questi rivestito.

 

 

 

 

 

2.9.2 - La figura di MINETTO come emergente dall’incidente probatorio di Brescia

Nel corso dell’incidente probatorio MINETTO è risultato sempre molto presente, ma non ci sono verbali di udienza che definiscano la sua figura in modo completo e generale come nei verbali istruttori già esaminati. La sua posizione viene affrontata dando per scontato i suo ruolo, già definito nei verbali istruttori, e vengono esaminate sue specifiche competenze, conoscenze, rapporti e comportamenti.

 

 

 

 

 

2.9.2.1 - Ud.17.1.201

In questo verbale emerge come MINETTO, che dipendeva dalla FTASE di Verona, a dire di DIGILIO, pretendesse per il suo ruolo di essere informato di tutti i movimenti di esplosivo riferibili ad Ordine Nuovo.

RISPOSTA - Come ho precedentemente chiarito, io ho avuto notizia di una riunione in quel di Rovigo e, in più, ho partecipato a una riunione a casa di Marcello Soffiati e del padre Bruno, alla presenza di Minetto, alla presenza del dottor Maggi. Dunque, c'ero io, Marcello Soffiati, il dottor Maggi.

Omissis

RISPOSTA - Sì. Il motivo di questa riunione consisteva nel fatto che era previsto un movimento di esplosivo, per cui già l'anno precedente il MINETTO aveva, chiamiamola così, passato "una circolare", cioè, passato voce a tutti i giovani, a tutti gli aderenti a Ordine Nuovo, sia di Verona, sia del paese di Minetto, anche a quelli di Venezia, che nessuno, senza l'autorizzazione di Sergio Minetto, avrebbe potuto spostare armi o esplosivo. (Incomprensibile) spiegarlo chiaramente (incomprensibile).

Omissis

RISPOSTA - Avvenne, dopo questo pranzo a Colognola ai Colli, il 28 Maggio avvenne l'attentato di cui parlarono tutti i giornali e la radio e, parlando con il Marcello Soffiati, seppi che il MINETTO, per esempio, lasciò Verona per recarsi fino a Brescia (incomprensibile), cercando informazioni. Le informazioni erano le seguenti: il Minetto aveva un referente, un ufficiale Americano, a Ghedi, presso l'Areoporto di Ghedi (incomprensibile). Il Minetto, pertanto, (incomprensibile) informazioni su come (incomprensibile), in quanto che l'opinione pubblica era stata particolarmente scossa. Queste sono le notizie che mi ha dato Marcello. Il capo della rete americana alla quale faceva capo il Minetto era un ufficiale Americano di nome "Jeames HOOVER", (incomprensibile) vicino all'Areoporto di Ghedi.

Omissis

 

 

 

 

 

2.9.2.2 - Ud.31.1.2001

RISPOSTA - Da quello che mi disse Marcello, fra i presenti al gruppo della cena che scelsero lo Zorzi,(nota P.M.: parla della riunione di Rovigo) fu il Dottor MAGGI, mentre il MINETTO non si può dire niente di lui, in quanto lui non aveva partecipato e, poi, tra l'altro lui era irritato perché, prima di fare queste cose, voleva essere avvisato. E' il discorso che ho fatto diverse udienze fa. Il Minetto era come un controllore, si era dato il diritto di censire qualsiasi attività degli iscritti a Ordine Nuovo e, questo, dopo il fattaccio che saltò fuori con il Professor Lino FRANCO di Vittorio Veneto, che aveva preso contatti all'estero, addirittura con Cipro, per fare un traffico di armi. E la cosa, tra l'altro, ebbe un effetto negativo e il Minetto disse chiaramente che dovevamo stare attenti, perché i Servizi Segreti stavano puntando dritti su di noi i loro occhi e dovevamo prima consigliarci con lui, cioè, consigliarci con il Minetto, ecco.

DOMANDA - Minetto a che titolo, in che veste aveva dato queste disposizioni, queste direttive, questo invito ad informarlo preventivamente?

RISPOSTA - Il MINETTO praticamente dipendeva dalla F.T.A.S.E. di Verona e, quindi, doveva fare delle relazioni ai suoi superiori e, se per caso queste relazioni non fossero state complete, lui non voleva farci brutta figura.

 

 

 

 

 

2.9.2.3 - Ud.7.2.2001

ESAME DEL PUBBLICO MINISTERO - DOTT. DI MARTINO

DOMANDA - Digilio, prima di passare ad un altro argomento, quello relativo alla famosa valigetta, avrei bisogno di alcune delucidazioni su frasi da lei pronunciate in occasione della scorsa udienza. Avrei bisogno che mi spiegasse una frase che risulta dalla trascrizione. Come si legge a pagina 7 della trascrizione della scorsa udienza, nell'ambito del discorso relativo a Minetto che intendeva essere informato preventivamente di tutti i trasporti di armi e di esplosivi da parte di Ordine Nuovo e relativamente al discorso del traffico di armi con Cipro fra lei e il Professor "Lino" Franco, etc., lei ha detto questa frase: "Minetto disse chiaramente che dovevamo stare attenti, perché i Servizi Segreti stavano puntando dritti su di noi i loro occhi e dovevamo prima consigliarci con il Minetto".

Io le chiedo se può spiegare, eventualmente in relazione ad altre frasi pronunciate da Minetto in quel contesto, che cosa vuol dire questa frase, cioè, a quali Servizi si riferiva, a Servizi Italiani, Americani, e perché questi Servizi avevano gli occhi su Ordine Nuovo.

RISPOSTA - Il Minetto si riferiva ai Servizi Italiani che ci puntavano e, comunque, lui intendeva dire che, essendo molto informato dagli Americani, lui poteva essere utile per noi, se noi avessimo sempre tenuto con lui una linea diretta e, cioè, di dirgli tutto.

omissis

DOMANDA - Lei ha parlato la volta scorsa di questa partecipazione di Militari Americani alla riunione in Rovigo o, comunque, ha detto di aver avuto notizie di analoghe, ulteriori partecipazioni dei medesimi ad altre riunioni. Ora, io le chiedo, sempre per rimanere sul discorso Minetto, Minetto si è mai espresso, ha mai detto qualcosa circa l'opportunità o meno che questi Militari Americani partecipassero a queste riunioni di Ordine Nuovo? Ricorda se disse qualche cosa a riguardo, se manifestava una certa sua idea, se era favorevole o contrario alla presenza di questi Militari?

RISPOSTA - Ma il Minetto non diceva nulla, lui sentiva che c'erano delle riunioni e ci andava. Caso mai, poi, tornava indietro e traeva le sue conclusioni, ci dava come un'apertura mentale, un racconto. Diceva: "Ecco, gli Americani non è che ci fregano poi tutto. Loro sono sempre pronti e dobbiamo essere sempre pronti anche noi e dimostrare che abbiamo un valore" e, così, avanti.

DOMANDA - Io le leggo quello che disse al riguardo al nostro Ufficio, il 15 Maggio 1996 (15.05.96), a pagina 9. E' una frase che è più completa rispetto a quello che ha detto un momento fa. Lei sta parlando di Carret. Abbiamo già visto la scorsa udienza che lei ha detto che Carret non era presente alla riunione di Rovigo. Comunque, in occasione di questo verbale, lei ha detto: "Costui", stiamo parlando di Carret, "era sempre presente alle riunioni di Militari Italiani, in particolare perché veniva sollecitato da tale Minetto Sergio, che diceva: <<Per dare lustro alle riunioni, abbiamo bisogno di voi, delle vostre divise, dobbiamo sentirci spalleggiati. Fatevi vedere. Voi chiedete a noi di Destra di fare dei fatti importanti, perché vi diano la certezza che noi siamo gente decisa, ma se voi non ci appoggiate, noi non possiamo certamente darvi queste dimostrazioni>>". E' giusto questo?

RISPOSTA - Dottore, mi scusi, che cosa vuole aggiungere a questo? Più chiaro di così! Mi pare di essere stato esplicito.

DOMANDA - Quello che le ho appena letto lei lo conferma, è vero?

RISPOSTA - Certo, lo confermo.

 

 

 

 

 

2.9.2.4 - Ud.1.2.2001

RISPOSTA - Esattamente, andò a Ghedi alla ricerca di un suo referente, un ufficiale della F.T.A.S.E.

DOMANDA - Andò a Ghedi alla ricerca di un suo referente, un ufficiale della F.T.A.S.E.?

RISPOSTA - Sì, con il quale chiarire e informarsi che atteggiamento tenere nel suo primo futuro, cioè, prossimamente.

DOMANDA - Per capire che atteggiamento tenere nel suo?

RISPOSTA - Nel suo futuro, nel suo primo futuro, cioè prossimo mese.

DOMANDA - Ecco, ci spieghi bene. Quindi, ricorda il nome, l'ha già fatto alla prima udienza, di questo ufficiale? Lo ricorda?

RISPOSTA - Sì, si chiama James HOOVER.

DOMANDA - Ci spieghi bene, quindi, che cosa andò a fare da questo ufficiale.

RISPOSTA - Andò a chiedere che comportamento avrebbe dovuto tenere la Destra o, perlomeno, gli uomini che lui aveva sottomano nel periodo immediatamente futuro, in base anche a tutto quello che accadde nell'ambiente e che mise in una bruttissima immagine la Destra. Pertanto, voleva praticamente la formula per salvare la faccia alla Destra nell'Alta Italia e sapere che cosa avrebbe dovuto fare.

 

Omissis

 

 

 

 

 

2.9.2.5 - Ud.21.2.2001

DOMANDA - La domanda che le pongo è questa: questa venuta a Brescia da parte di Minetto aveva anche altre finalità oltre a prendere i contatti con questo ufficiale di nome Hoover?

RISPOSTA - Non lo so.

DOMANDA - Ecco, le leggo quanto da lei dichiarato sul punto il 15 Maggio del 1996 (15.05.96) al Pubblico Ministero di Brescia. Le era stato chiesto: "Lei sa qualcosa di una presenza a Brescia di Minetto?". Risponde: "Ne ho sentito parlare". Poi le si domanda: "Con riferimento all'attentato, alla strage, sentito parlare da chi?". E lei risponde: "Sì, dallo stesso Marcello che mi disse che il Minetto era... andò a fare una... una... come un... dice un giro d'ispezione, andava a sentire tutte le sue antenne. Il Minetto aveva molta gente che gli passava molte" informazioni... è scritto, è letterale comunque, è trascrizione letterale, "Evidentemente aveva bisogno di avere delle informazioni, andò in giro, non lo so, insomma so che andò a Brescia". E qualche riga più in là dice: "Molto probabilmente aveva una relazione da presentare agli americani". Questo secondo scopo, diciamo così, della venuta a Brescia di Mineto è anche ripreso nel verbale del 20 Gennaio 1997 (20.01.97), sempre al Pubblico Ministero di Brescia, nell'occasione in cui le erano state contestate le dichiarazioni di Persic sul punto della presenza a Brescia del Minetto. Lei dice: "Non posso che ribadire di aver appreso soltanto da Soffiati, a Colognola, che il Minetto avrebbe effettuato a Brescia, nei giorni successivi alla strage, una sorta di sopralluogo per verificare quali erano state le reazioni di commenti suscitati dall'episodio delittuoso e quali erano stati gli atteggiamenti delle persone nei confronti dello stesso e nei confronti della Destra, in modo da poterne fare una relazione alla Cia”

omissis

DOMANDA - Il 6 Ottobre del 1997 (06.10.97) al Pubblico Ministero di Brescia lei dice:

"Quando Hoover gli forniva queste informazioni dava delle direttive di ordine politico e strategico al Minetto. Queste istruzioni si riflettevano poi sui movimenti delle Cellule di Ordine Nuovo. Minetto naturalmente riferiva queste istruzioni al Maggi con il quale era in stretto contatto, Maggi, a sua volta, riferiva a Roma in particolare a Rauti". Questo flusso quindi lo dobbiamo intendere come un qualcosa... dica lei, insomma? Cioè, è vero o non è vero che c'era questa catena, diciamo così?

RISPOSTA - Sì, c'era una... una certa... una certa squadra, diciamo, non dico "sincerità" ma una... c'era un rapporto diretto tra MINETTO e MAGGI che poi non so come si articolasse lungo la penisola.

 

Omissis

 

 

 

 

 

2.9.2.5 - Ud.7.3.2001

Durante detta udienza si fa riferimento al verbale di incidente probatorio 10.3.98 davanti all’A.G di Milano e DIGILIO conferma che, recandosi a Verona per incontrare MINETTO, per compiti inerenti la rete, ebbe modo di incontrare con lui lo stesso SOFFIATI, constatando che faceva il suo stesso lavoro. E’ emerso che comunque i rapporti tra MINETTO e SOFFIATI non si limitavano al lavoro di intelligence, ma addirittura il primo era il padrino del secondo, particolare che peraltro DIGILIO aveva appreso in occasione di diverse riunioni conviviali a Colognola ai Colli alle quali aveva partecipato unitamente ai SOFFIATI e al MINETTO.

RISPOSTA - Marcello Soffiati mi spiegò che il MINETTO era l'uomo che lo aveva battezzato, era il suo padrino, quindi non mi meravigliò proprio nulla.

DOMANDA - Glielo aveva già detto questo?

RISPOSTA - Prego?

DOMANDA - Prima dell'incontro a Verona, lei già aveva saputo da Marcello Soffiati che Minetto era il suo padrino?

RISPOSTA - Mah, guardi, abbiamo fatto anche diverse cene a Colognola ai Colli, il Minetto, quindi, ebbe modo di farsi notare, presentarsi, ebbi maniera di conoscerlo. Quindi, chiaramente, il vecchio Bruno Soffiati, padre di Marcello, mi disse: "Ecco Minetto, il padrino di mio figlio".

DOMANDA - Ma questo era già avvenuto, quando c'è stato questo incontro a Verona? Questa frequentazione con Minetto precede l'incontro di Verona in cui rivede Soffiati oppure no?

RISPOSTA - Sì, sì, precede, precede.

 

 

 

 

 

2.9.2.6 - Durante l’escussione viene definito l’esatto rapporto di MINETTO rispetto a SOFFIATI nell’ambito della rete:

DOMANDA - Abbiamo stabilito, abbiamo messo alle nostre spalle il concetto che Soffiati faceva anche lui parte di questa rete. Ora, qual era la posizione di Minetto rispetto a Soffiati nell'ambito della rete?

RISPOSTA - Superiore.

DOMANDA - "Superiore", questo, da un punto di vista concreto, che cosa vuol dire?

RISPOSTA - Superiore in linea diretta.

DOMANDA - Come?

RISPOSTA - Cosa vuol dire? Uno che ti comanda. Superiore in linea diretta è uno che ti comanda.

DOMANDA - Cosa vuol dire? Che Minetto comandava e Soffiati eseguiva, in questo senso?

RISPOSTA - Sì, signore.

DOMANDA - Minetto, oltre a far parte di questa struttura di Intelligence, militava, era esponente di un qualche altro movimento?

RISPOSTA - Sì, signore.

 

omissis

 

DOMANDA - E` un esponente di qualche movimento?

RISPOSTA - Sì. Posso rispondere adesso?

DOMANDA - Certo!

RISPOSTA - Allora, bisogna tener presente che Minetto, come molti della sua stessa età, combatté nell'ultima guerra mondiale e combatté con i Tedeschi, a Cassino, esattamente, con dei reparti della Decima Mas di Borghese e, poi, anche assieme a elementi della Guardia Nazionale Repubblicana, cose di cui si era sempre vantato e ne faceva menzione, quindi noi tutti lo sapevamo. Quando lui si sedeva a tavola e ricordava il suo passato, ricordava anche il suo passato di combattente e nessuno aveva il coraggio...

DOMANDA - Abbiamo capito che ha fatto la guerra, ha fatto parte della Decima Mas, va bene, è tutto giusto e ha fatto bene a dirlo, ma, in sostanza, in che movimento militava? Può dire nome di questo movimento del quale era esponente?

 

omissis

 

RISPOSTA - Quando l'ho conosciuto io, era praticamente assieme al Dottor Maggi, era in ORDINE NUOVO. Mi sono spiegato?

DOMANDA - Sì, ci siamo spiegati.

 

omissis

 

DOMANDA - Qui c'è una cosa un po' diversa, perché, come si legge a pagina 34 e 35 della trascrizione dell'incidente probatorio del 10 Marzo 1998 (10.03.98), il Pubblico Ministero le chiede appunto: "Ricorda chi era il referente di Soffiati nell'ambito della struttura", lei risponde: "Nell'ambito della struttura, era questo Sergio Minetto, il quale non solo lo gestiva come struttura d'Intelligence, ma lo seguiva e lo manovrava anche sotto l'aspetto politico, come attivista di ORDINE NUOVO e come, molto più seriamente, come attivista del FRONTE NAZIONALE. Sergio Minetto era un esponente del FRONTE NAZIONALE Borghese, prestigioso ed autorevole". Io mi riferivo a questo. Conferma che è vero che Sergio Minetto faceva parte del Fronte Nazionale di Borghese e che era un elemento di spicco?

RISPOSTA - Sì, sì, lo confermo senz'altro. E' scritto chiaramente, lo confermo.

DOMANDA - Andando avanti, Minetto, oltre a Marcello Soffiati, ne conosceva il padre?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Bruno Soffiati?

RISPOSTA - Sì.

DOMANDA - Minetto e Bruno Soffiati avevano qualche cosa in comune come appartenenza ad associazioni o cose del genere?

RISPOSTA - Sì, la Massoneria, erano Massoni.

DOMANDA - Questo lo ha saputo da chi?

RISPOSTA - Direttamente proprio dal Bruno Soffiati e dal Marcello, il quale Marcello era orgoglioso di suo padre, in quanto il grado di Bruno Soffiati era uno dei più alti che ci fosse nella Massoneria, era il grado 33, il quale, nell'esercito, corrisponde praticamente a quello di generale.

DOMANDA - Questo, Bruno Soffiati?

RISPOSTA - Sì, signore.

DOMANDA - E, invece, Minetto non sa a che grado fosse?

RISPOSTA - Il Minetto era, credo, da quello che posso sapere, di poco inferiore. Certo, il Minetto amava tenere il grado che aveva avuto quando aveva combattuto a Cassino, che era quello di ufficiale. Era tenente e, poi, in seguito, fu promosso a quello di capitano.

 

Omissis

 

 

 

 

 

2.9.2.7 - Ud. 14.3.2001

DIGILIO chiarisce che l’incontro pogrammato a Verona con MINETTO, occasione in cui lo incontrò con SOFFIATI, era proprio finalizzato ad affidagli l’incarico (di cui si parlerà), in un primo tempo conferito al medesimo SOFFIATI, relativo all’esame della collezione di armi di VENTURA, che si trovava a Paese. Si apprende anche che MINETTO aveva un rapporto di superiorità gerarchica ni confronti di SOFFIATI non soltanto nell’ambito dell’attività di intelligence, ma addirittura nell’ambito di ORDINE NUOVO e del FRONTE NAZIONALE. (dott. Meroni)

 

 

GERARCHIA TRA MINETTO E SOFFIATI

DOMANDA - Lei ha parlato di una sorta di rapporto di gerarchia tra Soffiati e Minettoin occasione della scorsa udienza. Ha detto che Minetto era superiore rispetto a Soffiati.

In occasione della scorsa udienza, lei ha riferito che?

RISPOSTA - C'era quasi un rapporto di parentela.

DOMANDA - Era padrino di battesimo, l'ha già detto, mi lasci finire la domanda. Io le chiedo se il rapporto tra Minetto e Soffiati, questo rapporto fra superiore e inferiore cui ha fatto riferimento la volta scorsa, si limitava alla struttura americana, insomma, a questa struttura di Intelligence, o si estendeva a qualche altra cosa.

RISPOSTA - Esattamente, alla struttura d'Intelligence.

DOMANDA - Vorrei ricordarle il passo di alcune sue dichiarazioni, che si possono leggere, questo per la Difesa, a pagina 34 della trascrizione dell'incidente probatorio di Milano, l'udienza del 10 Marzo 1998 (10.03.98), frase che, peraltro, ho già letto, però con riferimento ad un altro aspetto. Le era stato chiesto nell'occasione: "Lei ricorda chi era il superiore o il referente di Soffiati nell'ambito della struttura" e lei aveva risposto: "Nell'ambito della struttura era questo Sergio Minetto, il quale non solo lo gestiva come struttura di Intelligence, ma lo seguiva e lo manovrava anche sotto l'aspetto politico, come attivista di Ordine Nuovo o, molto più seriamente, come attivista del Fronte Nazionale". Quindi, la mia contestazione era nel senso che, dalla lettura di questa frase, sembra dedursi che il rapporto di gerarchia e di superiorità tra Minetto e Soffiati non si limitasse alla struttura di Intelligence americana, ma si estendesse addirittura all'appartenenza ad Ordine Nuovo. Questo volevo dire, che cosa può dire al riguardo? Ha capito la domanda?

RISPOSTA - Esattamente né più e né meno di quello che ho detto.

 

omissis

 

DOMANDA - Ha capito la domanda?

RISPOSTA - Sì. Io ho detto che Marcello era subordinato al Minetto per quanto riguarda ORDINE NUOVO ed è giustissimo. Il fatto che poi si sia aggiunta anche la questione del Fronte Nazionale è che spesso il Minetto parlava del suo passato di combattente nel Fronte Nazionale e il Marcello condivideva perfettamente le sue idee. Intendo dire, da un lato, come superiore, per quanto riguarda l'appartenenza alla rete di Intelligence, era superiore. Per quanto riguarda la questione politica, era una questione che si articolava naturalmente in tutto un passato storico che aveva vissuto sia il Minetto che il padre di Marcello Soffiati, che era Bruno. Quindi, il padre di Marcello, il signor Bruno Soffiati, aveva chiaramente spiegato chi era, a Marcello, il Sergio Minetto. Naturalmente, oltre a onorarlo come superiore, il Marcello venne dal Bruno Soffiati quasi, direi, richiamato a onorarlo anche quasi come parente e come padrino, etc. Quindi, sia sul lato del lavoro sia sul lato della politica.

 

Omissis

 

CONTRASTO DI MINETTO AL TERRORISMO ALTOATESINO

DOMANDA - Ricorda se MINETTO abbia avuto un qualche ruolo nel contrasto del terrorismo di una certa zona?

RISPOSTA - Intende parlare del terrorismo in ALTO ADIGE?

DOMANDA - Sì, intendo riferirmi al terrorismo altoatesino.

RISPOSTA - Bene, signori. Per quanto riguarda il terrorismo altoatesino e le risposte da parte delle forze di estrema Destra in Italia, il MINETTO aveva organizzato, con gli elementi che aveva su in Alto Adige, tra cui il ben noto ROSSI, amico di Marcello Soffiati, dei corsi di addestramento per poter fare capire agli Austriaci che, se non smettevano di disturbare la vita italiana, gli Italiani avrebbero ben saputo come rendere la vita impossibile anche agli Austriaci, tale e quale.

 

omissis

 

DOMANDA - Abbia pazienza, finiamo questa frase, così facciamo i cinque minuti di sospensione. Le leggo solo quello che disse allora (20.01.96): "All'inizio degli anni Settanta, Sergio MINETTO e Marcello SOFFIATI", ecco perché della domanda, "raccolsero una serie di elementi, soprattutto ex repubblichini ed ex ufficiali dei paracadutisti, che servivano ad attività di contrasto al terrorismo altoatesino, che metteva in pericolo la sovranità del nostro Paese. Furono scelti i soggetti più abili e decisi e, fra questi, MASSAGRADE e BESUTTI". E' esatto quello che le ho appena letto?

RISPOSTA - Sì, certo (incomprensibile).

 

omissis

 

DOMANDA - Quindi, questo per quello che riguarda il primo discorso e per quello che riguarda i rapporti di Maggi e Minetto, le cose che le ho appena letto da chi le ha apprese? Questo rapporto di Maggi con la struttura non consiste nel fare parte di una struttura, ma, in qualche modo, nello svolgere queste funzioni di raccordo, di connessione con l'ambiente esterno, sono cose che sa perché? Chi gliele ha dette? Maggi, Minetto, Soffiati?

RISPOSTA - Esattamente, Soffiati.

DOMANDA - Soffiati?

RISPOSTA - Soffiati e Bandoli che era uno dei referenti del Soffiati, quindi la cosa era confermata, era convalidata. Il discorso di Bandoli: Bandoli era un combattente, era un uomo che, quando diceva una cosa, parlava sul sicuro, sempre.

DOMANDA - Sempre nell'ambito di questi rapporti tra Maggi e la struttura americanalei ha detto anche qualche cosa di più, in occasione di un verbale del 14 Dicembre del 1996 (14.12.96), sempre al davanti al Giudice di Milano.

RISPOSTA - Cioè? (Incomprensibile).

DOMANDA - "Per quanto concerne la figura del Dottor Maggi, sia Bruno che Marcello Soffiati sia Minetto mi dissero che questi aveva cercato di farsi accettare organicamente nella struttura americana, ma non era stato accettato in quanto, ormai, il gruppo di Ordine Nuovo era gravato da troppe magagne per quello che aveva commesso e, inoltre, egli si era fatto avanti troppo tardi. Infatti, tale tentativo di Maggi risale all'inizio degli anni Settanta, mentre il grosso reclutamento di elementi sicuri era avvenuto in tempi molto precedenti e si era ormai concluso. Minetto, comunque, ne fu dispiaciuto, perché aveva grande stima del Dottor Maggi ed era legato a lui da una grande amicizia". Lo ricorda questo discorso di questo tentativo di Maggi di essere accolto?

RISPOSTA - Certo, confermo. Lo confermo, sì signore.

DOMANDA - Conferma di averlo appreso dalle persone che ha indicato, cioè, Soffiati e Minetto?

RISPOSTA - Sì, sì.

DOMANDA - Al di là di questi discorsi che abbiamo appena fatto, le chiedo se c'era anche una frequentazione, un rapporto amicale, di frequentazione tra Maggi e Minetto?

RISPOSTA - Sì, era continuo, si trovavano a Colognola in continuazione, ogni giornata festiva, praticamente.

DOMANDA - Si trovavano in continuazione a Colognola, ma Minetto veniva anche a Venezia?

RISPOSTA - Il Minetto? Certo! Ma ho dato delle notizie specifiche su questo.

DOMANDA - Può ripeterle?

RISPOSTA - Ho infatti raccontato che un giorno, mentre passavo davanti all'Arsenale, lo vidi uscire dalla porta dove era ubicato l'ufficio dell'Associazione Marinai d'Italia; poi lo vidi altre volte, numerosamente, passare per i canali di Venezia con i suoi frigoriferi. Lui passava ad aggiustare i frigoriferi e l'ho visto numerosissime volte.

DOMANDA - Lei sa se Minetto era iscritto a qualche partito politico?

RISPOSTA - No. Io so che si era iscritto al Partito Social Democratico in un primo tempo e ne parlò anche sorridendo e specificandone i motivi, quasi fosse riuscito a gabbare i Carabinieri o gli uomini dei Servizi Segreti.

DOMANDA - Abbiamo parlato per ora di attività politica di Minetto. In sostanza, come viveva Minetto, che lavoro faceva?

RISPOSTA - La cosa era complessa. Il Minetto non solo viveva del suo in quanto, praticamente, negli ultimi tempi era pensionato, perché riceveva la pensione direttamente dalla Germania.

DOMANDA - Perché dalla Germania?

RISPOSTA - Perché, per un certo periodo, aveva lavorato in Germania, negli anni di collaborazionismo con i Tedeschi. Allora, il Minetto bisogna calcolare che aveva un'attività sua personale, che era quella di riparare e rimettere a nuovo frigoriferi. Oltre a questo, aveva anche un'altra ditta e questa l'aveva messa in piedi grazie agli aiuti degli Americani e si trovava a Monfalcone. Fabbricava pezzi di ricambi da spedire negli Stati Uniti, disegnati perfettamente su alcuni (incomprensibile in quanto viene meno il segnale audio) degli elicotteri "Bell", americani, utilizzati nella guerra del Vietnam e, su questo, guadagnava non poco.

DOMANDA - Nell'ambito di questa attività relativa alla fabbricazione di queste lamiere, aveva dei soci?

RISPOSTA - Sì, aveva un socio di nome SIRACUSA, che era un ex mafioso, comunque un uomo pieno di soldi da quello che avevo potuto sapere dal padre di Marcello.

 

Omissis

 

RAPPORTI DI MINETTO CON JOSEPH PAGNOTTA, ALTRO COMPONENTE DELLA RETE

DOMANDA - In occasione dell'udienza dibattimentale di Milano del 22 Giugno (22.06.00), come si legge a pagina 11, a metà, ma come ha detto anche in altre circostanze, per dir la verità, le venne chiesto di tale PAGNOTTA. Le chiesero: "PAGNOTTA, si ricorda chi era?" e lei rispose: "Per parlare di Pagnotta bisogna tirare in campo tutta l'attività del Sergio Minetto, perché Pagnotta era uno dei finanziatori del famoso capannone che Sergio Minetto teneva a Monfalcone". Ricorda la circostanza? Quindi, indica anche Pagnotta come coinvolto in questa attività?

RISPOSTA - Sì, certo, mi era un attimo sfuggito. Anche il Pagnotta era un uomo che girava cercando investimenti facili e che aveva molto denaro per le mani, così almeno mi

disse il padre, Bruno, di Marcello Soffiati.

DOMANDA - Poi parleremo meglio, in un altro momento, di Pagnotta. Le risulta che

Minetto abbia seguito qualche esercitazione?

RISPOSTA - Il MINETTO faceva parte del gruppo comandato dall'allora Colonnello

SPIAZZI e senz'altro doveva rispondere alle chiamate. Quindi, ha senz'altro partecipato

a tutte le esercitazioni dei NUCLEI DI DIFESA DELLO STATO, di cui faceva parte.

Omissis

2.9.2.8 - Ud.21.3.2001

Omissis

2.9.2.9 - Ud.8.4.2001

omissis

DOMANDA - Un'altra cosa, DiGilio, sulla collocazione temporale, perché, qua, prima ancora della collocazione temporale e della conoscenza, la collocazione temporale di questi nuclei. Nel corso dell'udienza del 14 Marzo 2001 (14.03.01) di questo incidente probatorio, le è stata data lettura di un passo delle dichiarazioni da lei rese al Giudice Istruttore di Milano il 19 Aprile 1996 (19.04.96), passo che, peraltro, lei ha confermato il 14 Marzo 2001 e lo rileggo: "I rapporti fra Minetto e Maggi erano molti stretti e caratterizzati dalla dipendenza di Maggi, il quale si era reso disponibile a rispettare certe direttive. Mi spiego meglio. Quando nel 1963 vi fu la direttiva del Generale Westmoreland di fermare ad ogni costo il comunismo, soprattutto in Italia e, fra l'altro, poco tempo dopo furono formate le Legioni di cui ho già parlato, la scelta strategica fu quella di contattare e avvicinare ad opera della rete informativa americana tutti gli elementi di Destra che fossero in qualche modo disponibili a questa lotta e a coordinarli". Poi, si va avanti, etc. Lei, il 14 Marzo, ha confermato questo passo delle dichiarazioni del 19 Aprile 1996.

RISPOSTA - Che io ancora confermo.

 

Omissis

 

2.9.3 - Rapporti MINETTO MAGGI

DIGILIO ne parla in particolare nel verbale del 19.4.96:

I rapporti fra MINETTO e MAGGI erano molto stretti e caratterizzati dalla dipendenza di MAGGI, il quale si era reso disponibile a rispettare certe direttive. Mi spiego meglio: quando, nel 1963, vi fu la direttiva del Generale WESTMORELAND di fermare ad ogni costo il comunismo, soprattutto in Italia, e fra l'altro poco tempo dopo furono formate le LEGIONI di cui ho già parlato, la scelta strategica fu quella di contattare e avvicinare ad opera della rete informativa americana tutti gli elementi di destra che fossero in qualche modo disponibili a questa lotta e coordinarli. Persone come il dr. MAGGI, quindi, pur non entrando certo a far parte direttamente della struttura americana, ne costituivano la connessione con l'ambiente esterno.

La direttiva era di non tralasciare di informare gli americani di qualsiasi situazione, come movimenti di armi ed esplosivi o attentati, che in qualsiasi modo avesse rilevanza.

Un esempio di ciò è l'episodio, di cui ho detto ampiamente, relativo al trasporto di armi a Cipro in occasione del quale il prof. LINO FRANCO fu invitato a non prendere più iniziative autonome.

Tale attività di controllo era svolta personalmente da MINETTO che era un personaggio di alto livello sul piano organizzativo.

MINETTO e MAGGI si incontravano molto spesso sia a Colognola ai Colli, in trattoria o a casa di Bruno SOFFIATI, sia a Verona, nell'appartamento di Marcello in Via Stella 13, sia a Venezia.

Ricordo, ad esempio, che una volta dalla sponda di un canale vidi per caso un'imbarcazione con a bordo il MINETTO che mi disse stava andando a trovare il dr. MAGGI. Del resto MINETTO aveva abbastanza frequentemente l'occasione di recarsi a Venezia sfruttando la sua attività di riparatore di frigoriferi che era una buona copertura. Io ho visto MAGGI e MINETTO insieme almeno una decina di volte, qualche volta mangiavano anche in una pizzeria di Via Mazzini, a Verona, non molto distante da Via Stella.

 

 

 

 

2.9.4 - Riscontri su Sergio MINETTO

Di Sergio MINETTO (anche se lo chiama Sergio MINETTI) parla anche TARTAGLIA nel verbale del 17.1.1995 davanti al R.O.S.:

“…effettivamente ho conosciuto un ex appartenente alla X MAS che si chiamava Sergio MINETTI. Detta persona l’ho conosciuta nel marzo del 1974 o del 1977; in quell’occasione MINETTI mi disse di lavorare presso la base NATO di Verona, città nella quale era residente. In quest’occasione MINETTI mi portò in regalo due bottiglie di liquore che lo stesso affermò aver comprato presso la suddetta base. Il MINETTI l’ho rivisto una seconda volta a Peschiera del Garda nel cortile dell’Albergo MILANO in occasione dell’assemblea dell’associazione Combattenti X Flottiglia MAS, avvenuta il primo sabato del mese di maggio 90”.

Che si tratti di Sergio MINETTO, e non “Sergio MINETTI” non vi è dubbio, come si desume sia dalla localizzazione, sia dall’appartenenza alla X MAS.

Si tratta di affermazioni molto significative, in quanto confermano l’inserimento di MINETTO nella struttura della Base NATO di Verona, circostanza negata e da molti irrisa e fonte di presunto screditamento di DIGILIO. Confermano, altresì, un contatto di MINETTO con persone di Brescia, località dove, secondo DIGILIO e PERSIC, si sarebbe recato il giorno della strage. Di rilievo anche la circostanza che MINETTO abbia rapporti non con una persona qualunque, ma con TARTAGLIA, golpista e legato al FUMAGALLI.

Di MINETTO ha riferito il Col. GIRAUDO all’udienza del 18.3.2010 in particolare da pag.30 e segg., e più in particolare da pag.39 e segg. della trascrizione. Dal foglio matricolare risulta che l‘8 settembre 43 aderì alla Repubblica Sociale, arruolandosi nella Marina Repubblicana. Ufficialmente svolgeva il lavoro di frigoriferista.

Dalla documentazione dei servizi militari emerge un MINETTO che avrebbe operato in appoggio agli alleati in funzione antinazista, all’interno di una rete partigiana in contatto con gli Americani, denominata Rete Dube, ma non vi è certezza che si tratti proprio di Sergio MINETTO, anche se il fatto è probabile.

Una volta arrestato, come strategia difensiva, Sergio MINETTO sceglieva di confermare le frequentazioni N.A.T.O., giustificandole con la prestazione della sua opera artigiana quale frigoriferista. In sostanza si sarebbe recato presso le basi in ragioni del suo lavoro artigiano.

Il ROS, presupponendo che qualunque accesso in sito N.A.T.O. fosse accompagnato da debita azione informativa ai fini della sicurezza ed avutane conferma, richiedeva al Comando Forze Terrestri Alleate Sud Europa - Chief of Counter Intelligence Branch, le informazioni assunte sulla ditta individuale MINETTO Sergio, specificando di precisare chi fosse delegato all'assunzione di tale tipo di informazioni. Il Comando citato comunicava che le ricerche sugli atti riferibili alla ditta MINETTO avevano avuto esito negativo anche perché i ristretti tempi di eliminazione dei documenti previsti dalla normativa N.A.T.O. non consentivano di risalire a periodi antecedenti al Gennaio 1992.

Il Comando precisava altresì che le informazioni su ditte ed individui vengono delegate ai competenti organi territoriali dell'Arma dei Carabinieri. Poiché, non solo presso i CC della base FTASE di Verona, ma anche presso i Comandi Provinciali dei Carabinieri di Verona e Vicenza non è mai stato impiantato alcun fascicolo a carico del MINETTO Sergio, se ne deduce che nessun Comando N.A.T.O. ha mai ufficialmente richiesto le informazioni di prammatica. Da ciò ne deriva che, poiché il MINETTO, per sua stessa ammissione accedeva alle basi N.A.T.O., questi doveva essere conosciuto oppure accompagnato da persone che garantivano per lui. Il teste GIRAUDO è stato molto chiaro sul punto anche in relazione alle osservazioni che tendevano a giustificare l’assenza di dati sul MINETTO persona fisica, poiché invece raccolte sulla ditta individuale. L’Ufficiale ha categoricamente escluso che per il modus operandi e la cultura d’intelligence e della sicurezza, un qualunque cittadino potesse accedere alle basi NATO, i cui controlli di sicurezza all’accesso sono istituzionalmente devoluti all’Arma dei Carabinieri, senza essere stato fatto oggetto di accurato vaglio informativo, sia sotto forma di persona fisica che giuridica, del quale non poteva non rimanere traccia permanente agli atti dell’Arma anche solo, evidentemente per la estrema delicatezza dovuta alle incombenze di intelligence, sotto forma di appunto informale come si è verificato con il GLISENTI. Quindi le affermazioni del MINETTO circa gli accessi alle basi non costituiscono altro che un grossolano tentativo di giustificare contatti che celavano rapporti di ben altra natura che quella artigianale.

L’elemento più concreto (40) è che nella sua rete relazionale appaiono, come evidenziato a seguito dell’attività di controllo e di pedinamento, Giancarlo GLISENTI e Guido KESSLER . All’interno del fascicolo permanente del primo veniva rinvenuto un appunto dattiloscritto contenente informazioni “ai fini della sicurezza” del GLISENTI. Si tratta di un’espressione che equivale a quella “ai fini di un suo impiego”. A questo appunto è attaccata un’annotazone manoscritta dicente “appunto consegnato in data 26 aprile del 1965 al comando CC FTASE”. L’attività di pedinamento risale al 1996. IL KESSLER apparteneva alla Loggia P2 e nel suo fascicolo permanente presso il Comando Provinciale dei CC di Verona evidenzia una richiesta di informazioni riservate sul suo conto proveniente , sia nel 1968, che nel 1969, dall’Ufficio Sicurezza Patto Atlantico del SID. E’ quindi la NATO ad occuparsi di KESSLER nel 68 e nel 69. Il soggetto è stato interrogato, ma ha collocato un suo impiego in ambito NATO in epoca molto antecedente.

Pertanto possiamo concludere che MINETTO aveva rapporti con soggetti ai quali erano interessate le basi FTASE o NATO, circostanza che non può essere circoscritta nei termini della casualità.

Altre conferme alle dichiarazioni del DIGILIO sul MINETTO Sergio provengono da quanto affermato da PERSIC Dario. Quest’uomo, rintracciato grazie ad alcune dichiarazioni del DIGILIO, frequentò per circa 15 anni l’ambiente ordinovista di Colognola ai Colli e, pur senza dedicarsi alla politica attiva, riuscì ad accattivarsi le simpatie dei SOFFIATI che gli permisero di venire a conoscenza di fatti piuttosto gravi e riservati. Sul conto del MINETTO, PERSIC ha affermato di averlo conosciuto personalmente e di averlo visto in ottima amicizia con il MAGGI Carlo Maria, il DIGILIO Carlo, i due SOFFIATI, il BRESSAN Claudio, il Brigadiere VERELLI allora Comandante della Stazione CC di Colognola ai Colli, il BANDOLI Giovanni ed il Colonnello SPIAZZI Amos. Il PERSIC ricordava che fu proprio il Marcello SOFFIATI a presentare il MINETTO al Dottor MAGGI presso la sua abitazione, alla presenza del DIGILIO, del SOFFIATI Bruno e di NOVELLA Gastone ed inoltre di averli personalmente sentiti parlare di “rivoluzione” e di accadimenti che dovevano avvenire con l’appoggio degli “americani”. Il NOVELLA confermava i rapporti fra MINETTO, SOFFIATI, MAGGI e DIGILIO, ma smentiva di aver mai partecipato a riunioni presso l’abitazione del PERSIC Dario.

Un altro particolare molto interessante sul MINETTO riferito dal PERSIC è quello relativo alla Strage di Piazza della Loggia. Il PERSIC nel 1974 lavorava come autotrasportatore e si trovava spesso fuori Verona. Il giorno della strage era appena rientrato da Milano e si trovava presso l’abitazione del Bruno SOFFIATI quando giunse il MINETTO dicendo di essere giustappunto ritornato da Brescia e di aver trovato tutte le strade intasate per dei posti di blocco delle Forze dell’Ordine attuati a seguito dell’attentato. Da ciò il PERSIC dedusse che il MINETTO, proveniendo da Brescia, non era sicuramente passato per l’autostrada in quanto la stessa era stata da lui percorsa più o meno alla stessa ora , verso le 12.00 provenendo da Milano, e non aveva notato alcunchè di anormale nè alcun rallentamento del traffico. Il giorno successivo alla strage il PERSIC, unitamente al MINETTO ed ai due SOFFIATI era intento a guardare il telegiornale; non appena la tv riportò la notizia dell’attentato il SOFFIATI Marcello affermò:”...finalmente si comincia a fare sul serio...”.

Sul punto BONAZZI Edgardo ha potuto riferire di aver sentito parlare, dal FUMAGALLI, della presenza a Brescia di un referente C.I.A. ma di non averlo mai conosciuto.

 

 

 

 

 

2.9.5 - Primo incarico di MINETTO a DIGILIO- casolare di paese

Degli incarichi ricevuti da DIGILIO da parte dei referenti americani si è già detto in precedenza. Occorre rilevare che tuttavia, il primo incarico che ebbe DIGILIO passò attraverso Sergio MINETTO e Marcello SOFFIATI. Si tratta di una vicenda che merita qualche attenzione in più, perché dalla stessa emerge prepotentemente il ruolo di Delfo ZORZI nell’ambito degli attentati dinamitardi.

Fu proprio attraverso SOFFIATI che DIGILIO, nel 1967, ebbe quel primo incarico, formalmente ricevuto dal MINETTO, che gli consentì di conoscere VENTURA, quindi Delfo ZORZI e poi di seguire direttamente quell’attività di progressivo perfezionamento tecnico degli ordigni esplosivi che secondo le sue indicazioni condusse, nel 1969, prima agli attentati ai treni del mese di agosto e quindi alla strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura del 12 dicembre di quell’anno.

Si tratta di fatti che interessavano più direttamente il processo per la strage di Piazza Fontana, ma che comunque hanno qui ugualmente rilievo in quanto consentono di comprendere come avrebbe fatto DIGILIO ad introdursi così profondamente nell’attività eversiva di Ordine Nuovo veneto, apprendendo particolari che certamente non erano alla portata di tutti i militanti.

Come ha ribadito in occasione dell’incidente probatorio davanti all’A.G. di Milano, SOFFIATI (siamo nel 1969) fece presente a DIGILIO che, pur non essendo un esperto in materia, lo volevano utilizzare per catalogare una collezione di armi che faceva capo a Giovanni VENTURA. Si trattava di un periodo in cui VENTURA aveva cominciato ad “intrufolarsi” anche in un ambienti di sinistra e pertanto era “tenuto d’occhio”. Lo stesso SOFFIATI non era la persona più adatta per quell’incarico, in quanto era troppo conosciuto ed esposto politicamente . Pertanto, anche su richiesta dello stesso SOFFIATI, l’incarico venne dirottato su DIGILIO, che era anche esperto di armi.

La decisione venne presa da Sergio MINETTO, referente del SOFFIATI, che mandò DIGILIO da tale Prof .Lino FRANCO, già combattente della R.S.I., anche lui appartenente alla rete, e in contatto con VENTURA.

L’argomento è stato ripreso più volte nel corso dell’incidente probatorio a Brescia:

 

 

 

 

 

2.9.5.1 - Ud.Incid. prob.16.5.2001:

RISPOSTA - Ero stato avvisato, avevo avuto un abboccamento con Marcello Soffiati prima, quindi era chiaro che Soffiati, poiché non se la sentiva di fare quel lavoro, veniva a chiedermi, per cortesia, che glielo facessi io e, naturalmente, dovette spiegarmi perché dovevo muovermi.

DOMANDA - Soffiati le spiegò perché non se la sentiva di fare lui quel lavoro?

RISPOSTA - Sì, fu chiarissimo e, cioè, siccome lui era troppo conosciuto come elemento di Destra, rischiava di essere scoperto e, quindi, di poter correre dei pericoli, in quanto il Giovanni VENTURA, in quel periodo, aveva cessato di frequentare gli ambienti di Destra, ma frequentava ambienti nazzi...

 

Omissis

 

RISPOSTA - Guardi, ormai già incominciavamo a ragionare come si ragionava all'interno di un'organizzazione di Intelligence: quando si riceve un ordine, si va. Io non stetti lì tanto a chiedere al Soffiati cosa, come e quando, invece presi per buono l'ordine del Minetto, il quale mi disse: "Devi andare a prendere contatto con il Professore di Vittorio Vento, Lino, il quale ti dirà quello che serve e, poi, dovrai andare con un'altra persona" e, questa, era il Giovanni Ventura. E io andai.

DOMANDA - Quindi, la sostituzione la decise Minetto, se ho capito bene?

RISPOSTA - Sì, esattamente.

DOMANDA - E la decise direttamente in occasione di quell'incontro di Verona o in un'altra occasione?

RISPOSTA - No, in quell'incontro di Verona.

 

Omissis

 

2.9.5.2 - La conoscenza col prof. Lino FRANCO

(sempre ud.16.5.2001)

RISPOSTA - Il Ventura si rivolse al Professor Lino, FRANCO Lino, Comandante del Gruppo Sigfried di Vittorio Veneto, e gli disse, per cortesia, di trovargli una persona che se ne intendesse di armi, perché aveva bisogno di far classificare una collezione che lui aveva comperato. Il Professore si rivolse a me.

DOMANDA - Ho capito.

RISPOSTA - Il Professore l'avevo conosciuto a Venezia, in occasione di uno dei tanti raduni che si tenevano il 4 Novembre, Festa delle Forze Armate. Pertanto, andai a trovarlo e mi disse: "Senti, i problemi di Ventura sono questi e questi. Fa una cortesia, vallo a trovare, poi fammi sapere qualcosa". Ecco perché Franco Lino era curiosissimo di sapere quali erano i problemi di Ventura. Lui aveva piacere di mandarmi dal Ventura, perché, mandandomi là, lui avrebbe saputo tutto quello che c'era sotto. In effetti, fu così.

 

Omissis

 

DOMANDA - Rimaniamo un momento solo ancora sul Professor Franco.

RISPOSTA - Bene.

DOMANDA - L'altra volta, forse una domanda è rimasta un po' appesa, nel senso come risposta. Io le avevo chiesto che cosa aveva a che fare Franco con la struttura americana e lei rispose: "Sì, ha a che fare con la struttura americana". Ma ne faceva parte oppure no? Era integrato in questa struttura di Intelligence oppure no il Professor Franco?

RISPOSTA - Sì, il Professor Franco era completamente arruolato, diciamo.

DOMANDA - Quindi, era nella stessa struttura per la quale lavorava lei, per capirci?

RISPOSTA - Sì, signore.

 

omissis

 

DOMANDA - Le chiedo si tratta o meno della stessa struttura per la quale lavorava lei?

RISPOSTA - Per me lavoravamo nella stessa struttura, in quanto il Minetto aveva filo diretto con il Lino, oltre che con me, quindi praticamente parlavamo tutti lo stesso linguaggio, ci si capiva subito. Quando mi mandò io obbedii immediatamente ed andai a cercare questo.

 

omissis

 

RISPOSTA - Io già l'avevo conosciuto il Professore Lino Franco. In seguito, quando lui mi mandò dal Giovanni Ventura, chiaramente poi, andando anche a Paese, eccetera, ci siamo frequentati perché io ho dovuto fargli la relazione di quello che avevo visto da Ventura, eccetera. Quindi, a furia di vederci, insomma ci si conosce di più.

 

omissis

 

DOMANDA - Allora, Digilio, quindi ci racconti come è andata? Che cosa ha fatto in relazione a questo incarico ricevuto per ordine di Minetto, se ho capito bene? Cioè, dove e da chi si è recato in primo luogo?

 

omissis.

 

RISPOSTA - Allora, io sono stato mandato dal Minetto dal Professor Lino Franco a Vittorio Veneto. A Vittorio Veneto ho ricevuto dal Lino Franco tutte le notizie necessarie, lui mi ha dato l'indirizzo della libreria di Giovanni Ventura, a Treviso, e mi ha detto di andarlo a trovare perché aveva bisogno di una persona che gli facesse una catalogazione di una collezione di armi che aveva comperato. Mi pregò inoltre di essere così gentile e di farne un'altra copia e di fargliela avere a lui. Io promisi al Professore Lino Franco che gliel'avrei fatta avere.

 

 

 

 

 

2.9.6 - Primo accesso con VENTURA al casolare di paese

Conoscenza di ZORZI - Gli esplosivi

DIGILIO si recò a Treviso presso la libreria di VENTURA, che conobbe nell’occasione. Successivamente si recò accompagnato da quest’ultimo presso un casolare sito in PAESE (TV), dove ebbe modo di conoscere Delfo ZORZI. In un secondo tempo DIGILIO ha riferito che era presente anche Marco POZZAN. Nell'occasione, oltre ad esaminare , sistemare e catalogare le armi, tra le quali anche una mitragliatrice (un quarantina tra armi lunghe e corte) , si rese conto della presenza di svariati chili di presunto esplosivo costituito da una sostanza a scaglie di color rosaceo (all’apparenza concime chimico), nonché mine anticarro e candelotti di tritolo. (testo dr. Meroni)

 

 

 

 

 

2.9.7 - Spostamento dei discorsi di VENTURA sugli ordigni esplosivi

In seguito, un po’ alla volta il discorso si spostò dalle armi agli esplosivi: VENTURA , che ebbe peraltro occasione di incontrare alcune volte presso la sua libreria di Treviso, cominciò a chiedergli se se ne intendesse di esplosivi, di accensioni, di detonazione; gli chiese in sostanza di aiutarlo a risolvere alcuni problemi tecnici circa il modo di far deflagrare gli esplosivi : “i suoi problemi erano relativi a come accendere un quantitativo di polvere da un fiamifero o altro , che potessero dare una scossa, potesse dare l’esplosione a un detonatore, e poi questo si trasmettesse a una carica. Però relativamente al condiziona-tempo, del fattore tempo. Infatti non sapeva come regolare il tempo, come fare. Un giorno mi fece vedere degli orologi che aveva comprato a poco prezzo…” (trascriz. incid. Probatorio di MI)

 

 

 

 

 

2.9.8 - Secondo accesso al casolare di paese

Vi fu quindi un secondo accesso al Casolare di PAESE, con la scusa di una pistola da esaminare. Era presente ancora una volta Delfo ZORZI. Nell’occasione oltre alla pistola, che costituiva un pretesto, gli fecero vedere un vero e proprio congegno esplosivo: “Nella loro versione c’era una semplice pila appoggiata lì sul tavolo. Questo pezzo di filo che però non era affatto duttile perché seguitava a spezzarsi, aveva le estremità collegate ai poli della pila, e un’altra parte era collegata a uno di quegli orologi che mi aveva fatto vedere a suo tempo VENTURA , che aveva una variazione. L’orologio era stato praticamente forato sul vetro, e via. Era stata messa una vite , e ci attaccavano questo filo, poi muovendo naturalmente le lancette facendole scorrere provocavano il contatto. Quando avveniva il contatto però non succedeva niente perché il filo già era spezzato perché non era di nessun valore…”

Sono state riportate letteralmente queste frasi in quanto, come si è visto, l’ordigno visionato da DIGILIO nel maggio 1974, presumibilmente poi utilizzato per la strage di Piazza della Loggia, non costituisce che una versione più progredita di quelli visionati a PAESE anni prima.

In sostanza nell’occasione sarebbe stato lo stesso Prof. FRANCO a consigliare di risolvere il problema della scarsa duttilità del filo rivolgendosi ad un elettricista, e quindi di sostituire il fiammifero comune con un fiammifero antivento.

 

 

 

 

 

2.9.9 - Terzo accesso al casolare di Paese

Il confezionamento degli ordigni - Gli attentati ai treni - Coinvolgimento di MAGGI, ZORZI e SOFFIATI.

Il terzo accesso di DIGILIO al Casolare di PAESE, avvenuto poco prima dell’agosto ’69, rappresenta una tappa decisiva proprio in vista della realizzazione degli attentati ai treni, consumati subito dopo.

Secondo il racconto del collaboratore, col decorso del tempo il progetto sulla realizzazione dell’ordigno a tempo si era ulteriormente evoluto fino a quando, in occasione di una terza visita al casolare di PAESE, sempre presenti VENTURA e ZORZI, DIGILIO ebbe modo di vedere delle scatolette di legno di 20 cm per 15, all’interno delle quali vi erano dei congegni che dovevano servire , a dire dei presenti, per realizzare finalità dimostrative (pag. 71 trascriz.11.3.98): il congegno era simile a quello visto in occasione della precedente visita, però era stato utilizzato finalmente un filo idoneo. Ogni scatoletta doveva essere chiusa, incartata e confezionata. Nelle scatole vi erano anche i candelotti di tritolo da circa un etto, che, se troppo grandi, erano stati segati in due. DIGILIO dette una mano per aiutare a chiudere le scatolette. Vennero fuori una ventina di pacchetti che vennero divisi tra VENTURA e ZORZI, nelle rispettive borse. (f.74 trascriz. incid.prob.11.3.98). Era presente anche POZZAN.

In precedenza VENTURA gli aveva fatto vedere delle vere scatole da sigari, e aveva ipotizzato di utilizzare contenitori del genere, ma l’idea, poi, era stata scartata sia per motivi economici, sia per motivi di sicurezza in quanto il tabaccaio avrebbe potuto magari raccontare tutto alla Polizia.(f.77 trascriz.).

Non diversamente in occasione dell’interrogatorio del 22.6.96 davanti al G.I. di Milano DIGILIO aveva dichiarato, chiarendo, tra l’altro, ciò che in precedenza era sembrato più frutto delle sue intuizioni che un fatto riferitogli dai responsabili, e cioè che quegli ordigni erano serviti per gli attentati ai treni consumati l’8 agosto 1969, peraltro coinvolgendo in modo esplicito negli attentati medesimi Carlo Maria MAGGI:

“poichè l’ufficio mi chiede se io abbia appreso notizie in merito ai dieci attentati ai convogli ferroviari che avvennero nell’agosto 1969, ricordo che effettivamente qualche commento in ambiente ristretto ci fu. Circa un mese dopo , nel settembre 1969, durante un incontro a Colognola ai Colli, in trattoria, presenti io, MAGGI e SOFFIATI, quest’ultimo affrontò il discorso , chiedendo a MAGGI chi oltre a lui era stato usato per tale campagna di attentati. SOFFIATI voleva sapere quali erano state le potenzialità utilizzate per un numero di attentati contemporanei così ampio e quanti uomini erano stati messi alla prova. MAGGI gli disse che Delfo ZORZI aveva messo insieme per tale operazione gli uomini di tutte le cellule delle varie città e cioè non solo Mestre, ma anche Trieste, Rovigo, Vicenza, Verona cercando di utilizzare tutte le persone potenzialmente utilizzabili.

Il senso della campagna, che metteva così alla prova gli uomini, era che questa fosse una tappa del programma del gruppo anche per dare una dimostrazione agli americani della capacità di agire in modo diffuso e coordinato.”

 

In occasione dell’interrogatorio del 16.5.1997 davanti al G.I. di Milano, DIGILIO è stato ancora più preciso, vediamo come DIGILIO si esprime nel corso dell’atto :

“ Mi convocò VENTURA per telefono utilizzando una frase in codice concordata e cioè dicendomi che erano arrivati “altri libri nuovi e che bisognava impacchettarli” con ciò riferendosi alle scatolette da preparare per gli attentati ..... mi diede appuntamento alla stazione di Treviso.....raggiungemmo rapidamente Paese e lì trovammo ZORZI e POZZAN. Sul tavolo della prima stanza c’erano le scatolette ormai finite , parecchi fogli di carta per impacchettarle, i pezzetti di tritolo tratti dall’esplosivo che avevo già visto al casolare e cioè le mine anticarro pescate dai lahetti, le pile, gli orologi con il perno già fissato sul quadrante e filo elettrico. Io e ZORZI assemblammo rapidamente i vari componenti inserendoli nelle cassette e ad un certo momento a ZORZI, che era molto nervoso, subentrò VENTURA. Nel frattempo POZZAN, nell’altra stanza, stava finendo di costruire le ultime cassette.

Faccio presente che la quantità di esplosivo che sistemavamo nelle cassette era abbastanza modesta e cioè tra i 50 e i 100 grammi perchè gli attentati dovevano essere solo dimostrativi. Lavorammo di buona lena per un paio d’ore ....e alla fine avevamo approntato circa due dozzine di cassette. Ciascuna venne poi impacchettata con la carta bloccata da uno scotch leggero che consentisse di aprirle con una certa facilità. Infatti ZORZI aveva preparato parecchi foglietti con uno schizzo illustrativo destinato a ciascuno di coloro che avrebbero poi deposto l’ordigno che doveva essere innescato.

C’era il disegno dell’interno della scatoletta e la spiegazione scritta delle operazioni da compiere e in particolare : agganciare il filo al perno sul quadrante e dare la carica all’orologio. La lancetta era già posta a 45 minuti dal contatto. Tale operazione , secondo il programma , andava fatta nella toilette del treno. Verso sera, ZORZI mise in un borsone buona parte delle cassette, mentre VENTURA ne prese qualcuna che mise nella sua borsa di vilpelle nera. POZZAN rimase al casolare e VENTURA accompagnò me e ZORZI alla stazione di Treviso...

Sapevo che gli attentati sui treni sarebbero avvenuti da lì a pochissimi giorni.

Nel giro di uno o due giorni mi misi in contatto con MAGGI, gli relazionai su quello che avevamo fatto ed egli , con il suo solito modo ironico, disse: “se sono rose fioriranno”. Comunque ZORZI mi aveva già detto che avrebbe contattato MAGGI per la messa a disposizione di tutti gli uomini anche perchè MAGGI doveva aggiungere alcuni elementi a quelli di cui ZORZI già disponeva. MAGGI effettivamente aggiunse al nucleo di ZORZI alcune persone e ciè, oltre a SOFFIATI, un ragazzo della Giudecca...

SOFFIATI, incaricato da MAGGI per l’operazione sui treni, aveva a sua volta cooptato due persone di Verona a lui vicine.”

 

 

 

In occasione dell’incidente probatorio, in data 26.3.98 (pag.4-5 trascriz.) DIGILIOrispondendo alla domanda sul ruolo di SOFFIATI negli attentati ai treni dell’agosto 69, ha precisato: Disse che anche lui aveva partecipato a questo... abbandonando un pacchetto su un treno in direzione Milano. Non ricordo più che treno fosse.. da quello che mi dice lui doveva essere salito a Venezia... fece delle illazioni a maniera sua, dicendo che erano stati utilizzati tutti gli uomini disponibili o conosciuti nell’ambito del Veneto...Secondo quello che mi disse SOFFIATI lui l’aveva appreso a Venezia, credo dal Dottor MAGGI....disse appunto che...di aver saputo a Venezia.....dal Dottor MAGGI, che erano state impegnati tutte le forze disponibili, anche su pressioni fatte da parte di Delfo ZORZI ....stufo di utilizzare i suoi uomini...”

 

 

 

 

 

2.9.10 - Gli attentati ai treni dell’8 e 9 agosto 1969

Nella notte tra l’8 e il 9.8.1969 vennero collocati su dieci treni in varie località italiane dieci ordigni esplosivi. Otto di questi deflagrarono regolarmente (alle 2,10 alla stazione di Chiari (BS) sul treno Milano-Venezia-Udine; alle 1,30 alla stazione di Grisignano di Zocco (VC) sul treno Venezia-Milano; attorno alle 2,45 e alle 3,20 alla stazione di Caserta sul treno Roma-Lecce; alle 2,10 alla stazione di Alviano sul treno Roma-Venezia; alle 1,45 a Pescara sul treno Pescara-Roma; alle 2,50 alla stazione di pescina (AQ) sul treno Roma-Pescara; alle 1,18 alla stazione di mira (VE) sul treno Trieste-Milano-Parigi; ) ; due ordigni sono stati rinvenuti inesplosi, rispettivamente alla stazione centrale di Milano alle 23 sul treno Trieste-Milano-parigi e alla stazione di Venezia S.Lucia sul treno Bari-Bologna-Venezia.

L’esame dei due ordigni inesplosi e del materiale repertato ha reso possibile concludere che gli ordigni stessi erano identici, caratterizzati da un contenitore costituito da una scatola di legno di circa cm. 15X14X3 , con all’interno due batterie collegate mediante fili elettrici all’innesco , costituito da un fiammifero “controvento”, rivestito da un filamento metallico a spirale funzionante da resistenza, collegato con un detonatore; l’esplosivo era costituito da circa 50 gr. di tritolo.

Ebbene, nel racconto fatto da DIGILIO con riferimento all’incarico che gli venne conferito dalla C.I.A. in sostituzione di SOFFIATI, si delinea a poco a poco , in particolare attraverso le sue successive visite al casolare di PAESE, una località del Trevigiano, quale è stata la genesi e la fase preparatoria di questi attentati attribuibili ancora una volta ad Ordine Nuovo Veneto, e che avrebbero costituito quasi una prova generale dei più gravi fatti del 12.12.69.

 

 

Anche Maurizio TRAMONTE aveva autonomamente coinvolto ZORZI ( e in misura molto più sfumata MAGGI) in quei numerosissimi attentati ai treni che vennero realizzati l’8 e 9 agosto 1969. Si tratta, tuttavia, di dichiarazioni che, pur avendo ammesso di averle rilasciate, sono state ritrattate.

Occorre tener presente che i due predetti ( a differenza di FREDA e VENTURA) non sono mai stati inquisiti in ordine ai suddetti fatti in quanto sia le dichiarazioni di DIGILIO che quelle di TRAMONTE sono intervenute dopo il decorso della prescrizione ( inquadrando gli stessi come danneggiamento).

In realtà si tratta di fatti di notevole allarme sociale, trattandosi di ordigni esplosivi collocati su treni in periodo estivo e quindi di massimo affollamento.

 

 

 

 

 

2.9.11 - L’agenda di Giovanni VENTURA

Nel corso delle ricerche effettuate dalla Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione è stata acquisita l’agenda relativa all’anno 1969 di Giovanni VENTURA. L’agenda, secondo quanto è stato ricostruito era stata smarrita da VENTURA e poi consegnata dal difensore di VENTURA al Giudice Istruttore di Milano il 20 dicembre 1972. Le annotazioni contenute nell’agenda – così come ha riferito in aula l’Ispettore Cacioppo - forniscono – e non solo - un eccezionale riscontro alle dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Carlo DIGILIO sui rapporti con il VENTURA, in quanto attestano la conoscenza tra i due, che, invece, era stata negata il 2 novembre 1992 da Giovanni VENTURA allorché venne ascoltato come testimone dal Giudice Felice CASSON.

 

Dall’agenda il nominativo di Carlo DIGILIO ricorre in ben 7 circostanze:

9 gennaio: “17: Digilio”; 16 gennaio: “Digilio”; 6 febbraio: “Banca Cattolica: sconto

Digilio telefonata Swich”; 22 aprile: “ore 14: telefonare Digilio”- “ore 20,30 Mestre

Hotel Sirio”; 6 maggio: “Digilio (£. 15.000); 21 maggio: “13: Digilio Mestre Stazione”;

3 giugno: “ore 13: Carlo Digilio” -“ore 17: Loredan”.

 

Nel leggere le date di questi incontri, saltano subito all’occhio quelle del 22 aprile e del 6 maggio. La prima,quella del 22 aprile, di pochi giorni anteriore agli attentati che si verificarono a Milano il 25 aprile 1969 (Fiera campionaria e Ufficio Cambi), mentre la seconda, quella del 6 maggio, anch’essa di pochi giorni anteriore agli attentati del 12 maggio 1969 (Palazzi di Giustizia di Torino e Roma).

Ma le annotazioni rilevate dall’agenda di VENTURA forniscono anche ulteriori riferimenti di interesse, come quelli relative al Dr. FRANCO apposte alle date del 20 e 23 febbraio che quest’ufficio ipotizza poter essere il noto Lino FRANCO di cui ha parlato diffusamente il collaboratore DIGILIO. Si sono trovati anche riferimenti alla località di PAESE, anche se il tempo trascorso e l’indisponibilità ad essere sentito da parte di VENTURA, non hanno consentito di verificare le motivazioni di questi appunti. Rimane comunque il fatto che VENTURA nella sua agenda annota la località accanto al nome dell’avv. SBAIZ.

 

Si tratta di elementi che superano alcune valutazioni della Corte D’Assise d’Appello di Milano sull’attendibilità di Carlo DIGILIO.

 

Ulteriori riferimenti a DIGILIO sono stati riscontrati nelle rubriche telefoniche di Giovanni VENTURA, sequestrate dall’A.G. di Milano. Nella rubrica telefonica sequestrata presso la sua agenzia libraria nell'aprile del 1971 risulta riportato il nome di Carlo Digilio con l'indirizzo di “Calle Locchi 2 Sant 'Elena "(VE) 041/460485”.

Altra indicazione a Carlo DIGILIO con l’indirizzo sempre di “Calle Locchi 2 Sant'Elena (VE) – 89008 -460785” si rileva in altra rubrica telefonica sequestrata al fratello Luigi macertamente di pertinenza a Giovanni VENTURA, così come, tra l’altro, attestato dallo stesso ai Giudici di Milano.

 

 

 

 

 

2.10 - GIOVANNI BANDOLI

Secondo DIGILIO si trattava del referente della CIA di Marcello SOFFIATI. Fu quest’ultimo a presentarglielo. Il nome reale era Gianni, ma si faceva chiamare Johnnie. DIGILIO riteneva, infatti, che si trattasse di un italo-americano di origine italiana. (27.11.93 GI MI). SOFFIATI (GI MI 16.12.96) aveva detto a DIGILIO di far riferimento, oltre che al MINETTO, anche al BANDOLI. Pur non essendo il suo vero referente, infatti, in un’occasione BANDOLI lo invitò quando un gruppo appartenente ai Nuclei di Difesa dello Stato (strutture esistenti in diverse regioni, costituite da ex sottufficiali, ex Carabinieri, ex combattenti che si addestravano con finalità di difesa del territorio e compiti anti insurrezionali- Il Nucleo più importante, quello di Verona, era comandato dallo SPIAZZI) fece un’esercitazione al Poligono di Avesa alla quale parteciparono SOFFIATI, BESUTTI, MASSAGRANDE, SPIAZZI, RICHARDS. Lui e BANDOLI verificarono la serietà e l’affidabilità del gruppo, per riferire al Comando di Verona. In un’occasione lui e SOFFIATI fecero accesso alla Base NATO di Verona proprio per mezzo del BANDOLI (7.3.95 GI MI). SOFFIATI era pagato in dollari, che riceveva da BANDOLI. SOFFIATI (2.12.96) accompagnò BANDOLI presso la base americana di Livorno di CAMP DARBY, perché questi doveva seguire un corso di aggiornamento in materia d lanci con paracadute, trasmissioni, topografia ed armi. DIGILIO ricorda che tale spostamento ebbe luogo attorno al ‘70/’71.

 

DIGILIO ha parlato di BANDOLI il 14.3.2001, nel corso dell’incidente probatorio: tra SOFFIATI e BANDOLI c’era anche cameratismo ed amicizia. Il BANDOLI aveva la responsabilità di un certo numero di depositi e di materiale militare di Verona. Il suo grado era quello di sergente, tanto è vero che un giorno lo vide in divisa da sergente dei marines degli USA.

In occasione dell’udienza del 5.6.2002, DIGILIO ha ricordato di aver collaborato con SOFFIATI e con BANDOLI anche in occasione del sequestro DOZIER: avevano girato assieme , usando un pulmino, nei pressi dei caselli ferroviari disabitati e di casupole di contadini. Ciò era accaduto in un periodo in cui DIGILIO non faceva più parte della rete.

 

 

 

 

 

2.10.1 - I riscontri su BANDOLI

BANDOLI, come ha riferito il Col. GIRAUDO all’udienza del 18.3.2010 (da pag.70) era un tecnico audiovisivo della base NATO SETAF. Era un cittadino italiano e non era un militare. Mai avrebbe potuto vestire l’uniforme americana perché non poteva esercitare alcuna attività per l’esercito americano. Non aveva neanche la doppia cittadinanza. Ciò nonostante è stato visto non solo da DIGILIO, ma da vari testi, indossare l’uniforme americana.

Il predetto, negando di aver mai svolto qualsivoglia attività informativa, ha negato altresì che anche i SOFFIATI ne abbiano mai svolta, e addirittura che se ne siano mai vantati, circostanza, quest’ultima, che a differenza delle prime non può non sorprendere.

Numerosissimi sono infatti i testi che hanno riferito del continuo riferimento di Marcello SOFFIATI alla sua collaborazione con i servizi americani.

Pur nell’ambito di questo atteggiamento, ha finito comunque per fornire conferma a tutta una serie di circostanze emergenti dalle dichiarazioni di DIGILIO di SOFFIATI e dell’esistenza attorno ai predetti di un panorama che comunque molto attingeva da strutture militari americane.

I suoi verbali sono stati acquisiti. Il predetto ha dichiarato di aver lavorato per moltissimi anni prima al Comando SETAF di Verona e poi a quello di Vicenza (i comandi SETAF sono basi americane), svolgendo le funzioni di istruttore di audiovisivi, con una qualifica “civile” corrispondente al grado di capitano. Le sue funzioni sarebbero state civili, ed ha escluso di aver mai indossato la divisa americana; anzi, ha dichiarato di non essere stato neanche autorizzato a farlo. In realtà Sergio MINETTO, che lo ha riconosciuto in fotografia, e che lui ha ammesso di aver conosciuto, in un verbale del 22.5.95, lo ha ricordato in divisa americana, fino al punto che il suo soprannome era, non a caso, il seguente: “L’americano”, e veniva chiamato, piuttosto che Giovanni, “John BANDOLI”.

 

Peraltro lo ha chiamato così anche Charlie SMITH, quando è stato sentito negli USA, nel corso delle indagini difensive. Ecco che, quindi, questo ruolo civile” di BANDOLI lascia qualche perplessità. Tantopiù che anche il VIGNOLA lo vide in divisa americana. BANDOLI ha ammesso di essersi spostato “innumerevoli volte” su vetture targate AFI. Ha ammesso di aver conosciuto anche Sergio MINETTO, già attorno al 60-61, nel ristorante o presso l’abitazione di Bruno SOFFIATI. Dopo Bruno SOFFIATI, BANDOLI ha ammesso di aver conosciuto anche Marcello, anche quest’ultimo ricollegato alla trattoria. A casa di SOFFIATI conobbe, già nei primi anni 60, anche Carlo Maria MAGGI, medico in Venezia, assiduo frequentatore del ristorante di Colognola ai Colli.

Ha conosciuto anche Dario PERSIC, la cui trattoria ebbe pure a frequentare. Ha riconosciuto nella nota foto del 72, nr. 10 , il sottufficiale americano Charly SMITH, da lui indicato come responsabile del circolo sottufficiali prima alla Caserma PASSALACQUA di Verona e poi al Comando SETAF di Vicenza, e la moglie Dolores.

Del gruppo seduto ad un tavolo ha riconosciuto anche PERSIC e la moglie. Ha ammesso di essersi recato anche due volte all’anno alla base americana di Camp Derby.

SOFFIATI venne a trovarlo in un’occasione in cui lui insegnava e si tratteneva alcune settimane. Oltre a Charly SMITH ha intrattenuto rapporti di amicizia anche con un altro americano, Charles OVI, sposato ad un’italiana. Peraltro i due predetti americani frequentavano la trattoria dei SOFFIATI di Colognola ai Colli sia con lui, sia autonomamente. BANDOLI ha ammesso di aver conosciuto Amos SPIAZZI e, pur non avendolo frequentato, ha comunque avuto rapporti tali da poterlo definire “una persona molto a posto”.

 

Vi è un significativo elemento che depone per un’appartenenza di BANDOLI ai servizi americani, così come ha affermato DIGILIO: a seguito di perquisizioni operate nel maggio del ’95 presso l’abitazione di BANDOLI, è stata rinvenuto non solo un tesserino di un’associazione militare americana a lui intestato, ma anche un documento, datato 16.8.1950, che attesta l’appartenenza di BANDOLI al TRUST EXCHANGE SERVICE di Trieste, a firma John HALL. Attraverso il S.I.S.Mi è stato possibile accertare che John Luis HALL, cittadino statunitense, è noto come agente dei servizi informativi americani. Ovviamente si tratta di un agente americano “non ufficiale”, che svolge, quindi, un’attività per organi informativi clandestina. HALL era Presidente della Società AVIPA (American Sales and Import Agency). Si tratta di una società che aveva sede in Trieste che agli atti del S.I.S.Mi risulta essere stata oggetto di interesse, in quanto indicata per attività di coperture informative statunitensi.

 

Peraltro alla società AVIPA era interessato anche Joseph PAGNOTTA, che è altro soggetto indicato da DIGILIO come facente parte della rete americana. Nel corso della perquisizione è stato anche trovato un biglietto da visita che fa riferimento ad un’agenzia di viaggi denominata “THE PROFESSIONAL TRAVEL AGENT SERVING THE PROFESSIONAL PERSON”. Il biglietto da visita era di Bob Johns, identificato in Robert Edward Johns, che avrebbe prestato servizio presso la base SETAF di Vicenza.

Analoga agenzia operante nel territorio libero di Trieste era coinvolta in attività informative statunitensi.

 

 

 

 

 

2.10.2 - La lettera di Bruno TURRINI – Le tessere di BANDOLI – BANDOLI spia degli americani. (pag.21 consulenza, pag.173 dib.)

L’attività di intelligence di BANDOLI trova peraltro conferma in un altro documento.

 

Nel 1998 presso la DCPP è stata rinvenuta una lettera manoscritta, databile 1971 (si vedano nella consulenza le ragioni di tale datazione), sequestrata presso l’abitazione di Marcello SOFFIATI nel 1982, a firma di tale Bruno TURRINI. Questi, che fa anche riferimento a problemi di natura presumibilmente giudiziaria, legati alle vicende del GOLPE BORGHESE, riferisce di una “tessera americana firmata Sam FISH” che è stata data, e poi “presa” allo stesso TURRINI e a Bruno SOFFIATI .

Sembra arguirsi che di detta tessera disponesse anche Marcello SOFFIATI. Si parla di Giovanni BANDOLI come “una sorta di spione, di quinta colonna degli Americani”. Uno che poi riferiva agli americani quanto veniva a sapere del suo ambiente, ed al quale, quindi, il tesserino è stato lasciato. (174 trascriz.).

I consulenti così commentano la lettera:

“Mette in luce in modo inequivocabile il rapporto tra alcuni elementi della destra eversiva, le basi NATO nel nostro paese (i personaggi citati frequentavano quelle di Verona e Camp Derby) e l’ambasciata USA a Roma. Un rapporto dialettico, anche condito da reciproci sospetti. Il TURRINI evidenzia, in particolare, il rapporto stabilitosi tra gli americani e Giovanni BANDOLI. Quest’ultimo , a differenza dei SOFFIATI, è considerato elemento di fiducia, e non gli è stata tolta la tessera (molto probabilmente quella che consentiva l’accesso alle basi NATO). BANDOLI però ha le mani legate, è completamente subalterno a Sam FISH, ha perso, secondo TURRINI, ogni autonomia.

E’ diventato una sorta di “spia” degli americani, ai quali è “costretto” a riferire ogni cosa. Di qui la necessità di tenere il BANDOLI all’oscuro di tutto.

 

Il BANDOLI ha dichiarato, a proposito di detti tesserini: di avere rilasciato patentini di abilitazione all’uso di proiettori cinematografici soltanto a Bruno TURRINI ed a Bruno SOFFIATI; che fino a circa dieci anni prima, i patentini portavano anche la firma di SAM FISH che era il suo diretto superiore; che questi patentini abilitavano ad usare apparecchiature audiovisive SETAF; ha prodotto in effetti un patentino, ma naturalmente (a parere di questo Ufficio) è possibile che non abbia nulla a che fare con il documento di cui parla il TURRINI.

Dopo aver ricevuto lettura delle ultime righe del documento sequestrato a SOFFIATI redatto da TURRINI, ha dichiarato di “cadere dalle nuvole”; che TURRINI da “una decina di anni a questa parte ha iniziato a dare segni di turbamento psichico, vaneggia sempre, fa sempre discorsi stupidi; prima era una persona valida”;

Si osserva che anche una tessera del genere, se consentiva accessi alle basi SETAF, avrebbe costituito comunque un documento di ausilio per attività collaborative e di supporto di intelligence, non potendosi certo ritenere che esistessero dei tesserini recanti sopra in modo esplicito l’appartenenza alla CIA o ad organizzazioni di intelligence.

Pertanto, anche nell’ottica riduttiva prospettata da BANDOLI nella sua versione difensiva, i tesserini in questione continuano ad avere un rilievo.

 

BANDOLI ha riferito anche che suo padre svolse l’attività lavorativa di interprete per un alto comando Germanico di stanza a Verona durante il secondo conflitto e che lui svolse l’attività di barbiere nel Territorio Libero di Trieste. Successivamente presentò domanda alla Prefettura di Vicenza e fu assunto presso la N.A.T.O. grazie anche al fatto di aver già lavorato nel T.L.T. per gli americani. Il ROS faceva notare l’assonanza tra l’assunzione del BANDOLI alla N.A.T.O. tramite la Prefettura e documento S.I.O.S. del 17.03.1954 ove si parla di un implemento dell’apparato informativo statunitense in funzione atlantica anticomunista con l’impiego anche di civili e militari, nella “riserva”, selezionati in base ad informazioni fornite dalle Questure, che svolgerebbero, più o meno, attività informativa al soldo degli Americani. Alla stesura del documento erano già attivi i centri di Milano, Bolzano e Napoli e, in via di costituzione, quelli di Venezia, Trieste e Roma.

 

Sul BANDOLI, il PERSIC Dario ed il ROSSI Benito hanno riferito circostanze analoghe a quelle narrate dal DIGILIO.

L’assenza di evidenze informative sul BANDOLI da parte del Centro C.S. di Trieste, pur attivissimo all’epoca nell’individuare penetrazioni informative anche da parte alleata, può essere spiegata con l’atto nr.15963 del 21.11.1954 di quel Centro, esibito dal S.I.S.Mi, nel quale il capocentro fa presente che, qualche giorno prima del trapasso dei poteri all’Amministrazione Italiana, gli uffici informativi U.S.A. trasferirono gli archivi relativi agli informatori a Livorno. Inoltre, all’atto del licenziamento di quest’ultimi, l’organismo U.S.A. avrebbe fatto loro firmare una dichiarazione che li impegnava a non rivelare l’attività svolta con il Servizio Americano e a non legarsi, in futuro, con nessun altro servizio informativo.

 

L’acquisizione del fascicolo personale del BANDOLI Giovanni, effettuata presso il casellario del Comando Provinciale Carabinieri di Verona, non ha permesso di rinvenire documenti significativi, tranne per quanto riguarda un atto del Gruppo Carabinieri di Verona del 28.12.1974 con il quale, a seguito di una telefonata anonima che segnalava la presenza di armi presso l’abitazione del BANDOLI, veniva richiesto un decreto di perquisizione del soggetto. La richiesta veniva però respinta dall’A.G. di Verona.

 

Secondo alcune testimonianze, compresa quella del MINETTO, il BANDOLI vestiva l’uniforme militare statunitense anche a diporto, comportamento non compatibile con l’unica cittadinanza, italiana, da lui posseduta e, difatti, negato, ed era stato visto girare su autovetture targate AFI. Elementi che ben si attagliano al tesserino di un’associazione militare americana, rinvenuto durante la perquisizione, che riconosceva l’esercito statunitense come il miglior posto in cui vivere.

 

Il nominativo del BANDOLI ed il suo numero di telefono sono stati rinvenuti appuntati nell’agenda del SOFFIATI Marcello relativa all’anno 1975 sequestratagli a seguito di perquisizione il 25 ottobre 1982, ove difatti si rileva l’annotazione: “BANDOLI Gianni 524877”.

 

Ma la conoscenza tra il BANDOLI ed il SOFFIATI deve essere retrocessa a ben prima delle dichiarazioni del DIGILIO, che, quindi, sul punto sono solo confermative, difatti, a seguito di precedente perquisizione operata nei confronti del SOFFIATI e del conseguente rinvenimento del nominativo del BANDOLI in appunto relativo a Camp Derby, nel gennaio 1975 l’Ufficio Politico di Verona effettuava alcuni accertamenti dai quali emerse che BANDOLI risultava lavorare dal 1965 presso il Comando SETAF di Vicenza, dove godeva di molta fiducia, quale istruttore di mezzi audiovisivi, proiettori cinematografici e fotografici; risiedeva a Verona e viaggiava molto per motivi di lavoro: conduceva un tenore di vita molto alto (aveva cambiato tre autovetture); era molto amico di SOFFIATI; entrambi erano molto amici di Dario PERSIC.

 

BANDOLI sentito dal G.I. di Bologna il 3.12.1982 affermava: di essere istruttore presso la caserma “Ederle” della SETAF di Verona, tenendo corsi sull’uso di mezzi audiovisivi e proiettori; di svolgere la sua attività anche in Grecia ed in Turchia; di conoscere Bruno SOFFIATI da circa diciotto anni, presentatogli da tale Arcangeli Leale, ex direttore di un circolo interno alla SETAF; di non sapere che Bruno SOFFIATI fosse di “Ordine Nuovo”, mentre sul figlio Marcello aveva sentito dire che aveva fatto parte di Ordine Nuovo; che introdusse Marcello SOFFIATI, per una sola volta, all’interno della base SETAF di Verona, circa tredici anni prima; di riconoscere come proprio lo schizzo recante indicazioni per raggiungere una località prossima a Tirrenia, ove svolgeva l’attività di istruttore a Camp Derby, precisando che SOFFIATI venne a trascorrere qualche giorno a Tirreniache SOFFIATI non entrò con lui a Camp Derby; che non gli risultava l’attività di informatore di SOFFIATI per la SETAF; di escludere che all’interno della base di Tirrenia si svolgessero corsi di tecniche investigative, uso di armi ed altro.

 

Interessante il riferimento di BANDOLI ad ARCANGELI Leale per il cui tramite conobbe Bruno SOFFIATI. Sul conto dell’ARCANGELI riferisce il teste VIGNOLA Enzo che nell’esame testimoniale reso al R.O.S. dei CC il 10 aprile 1996, affermava quanto segue:

“L'ufficio dà atto che viene mostrata la fotografia nr. 12 (David CARRETT) del fascicolo fotografico del C.C.I.S. nr.6521.T.96 composto da nr. 24 fotografie ed il teste ritiene possibile di aver visto il volto riprodotto. A richiesta del teste l'ufficio fa presente trattarsi di cittadino statunitense. Il teste chiede se il cittadino si chiamasse Charlie. Avuta risposta affermativa (alias del nome vero) lo stesso precisa di averlo visto assieme al BANDOLI nel bar Boomerang che stava in via Cristoforo Colombo di Verona gestito da ARCANGELI Leale, amico del BANDOLI che lavorava alla EDERLE prima di andare in pensione, oggi deceduto. ARCANGELI e BANDOLI in mia presenza parlavano in lingua inglese ed io non capivo. Preciso di aver visto Charlie solo una volta, lo stesso aveva una Buik con targa AFI.”

 

La conoscenza tra ARCANGELI e BANDOLI potrebbe essere nata alla fine dell’ultimo conflitto, in quanto entrambi lavoravano per gli alleati.

 

Infine vanno ricordate le dichiarazioni rese da SOFFIATI sul conto di BANDOLI nel corso dell’interrogatorio reso al G.I. e P.M. di Bologna in data 2 dicembre 1982, in cui, tra l’altro, gli viene contestato il biglietto con lo schizzo relativo a Camp Derby di Livorno. Alla contestazione, dopo aver dichiarato di non aver mai avuto rapporti con organizzazioni spionistiche americane né aver mai partecipato a corsi organizzati dalla C.I.A., risponde:

 

“Prendo visione dello schizzo della località prossima a Tirrenia che mi è stato sequestrato nel 1975. Ricordo che si riferiva alle indicazioni fornitemi per trovare l’albergo dove intendevo trascorrere alcuni giorni di vacanza. Là si trovava già un mio conoscente di Verona, tale BANDOLI Giovanni, il cui nome compare sullo schizzo che mi viene esibito. Il BANDOLI lavora alla caserma Carlo EDER[LE] di Vicenza. Non so quale qualifica rivesta, comunque l’ho visto talvolta indossare una divisa americana. Il BANDOLI svolge l’attività di preparatore cinematografico o meglio di istruttore[…] La questione si riferisce al ’69-’70. Era estate e passai alcuni giorni, precisamente o 2 o 3, nel giardino dell’albergo dove alloggiava il BANDOLI, dormendo in una tenda canadese. In quei giorni frequentai un tale SMITH che ritengo ora lavori al Dipartimento di Stato, era un graduato della base di Tirrenia. Questo SMITH era un amico di BANDOLI che veniva dalla Germania, ove era di stanza. Escludo di avere seguito corsi di nessun genere presso basi Nato. Prendo atto che una persona che Ella, per ragioni di sicurezza, non intende nominare, sostiene che avrei frequentato un corso a Camp Derby. Prendo atto che oggetto di tale corso sarebbe stato l’uso delle armi, tecnica investigativa ed altro. Nego nel modo più assoluto di aver frequentato corsi simili. Non avevo accesso alla base NATO di Vicenza, dove comunque sono stato due volte per salutare il BANDOLI…”.

 

Per maggiori dettagli si rinvia alle dichiarazioni del Col. GIRAUDO su BANDOLI (ud. 18.3.2010 DA PAG.70).

 

 

 

 

 

2.11 - LEO JOSEPH PAGNOTTA E JOSEPH LUONGO

PAGNOTTA e LUONGO frequentavano con una certa assiduità Colognola ai Colli, ancora negli anni ’70. PAGNOTTA disponeva a Monfalcone di una ditta di importazione di frigoriferi di nome DETROIT, frequentata anche dal prof. Lino FRANCO e da Sergio MINETTO e il cui stabilimento serviva anche come copertura dello studio , in favore degli americani, di particolari leghe metalliche ed altro materiale di interesse militare (5.4.96; 5.5.96). DIGILIO ha dichiarato il 13.7.96 : “Di queste due persone di cui ho parlato nel corso degli ultimi interrogatori posso confermare che erano in stabile contatto con MINETTO e facevano parte della rete americana da moltissimo tempo.

 

La circostanza è stata confermata in incidente probatorio all’udienza del 21.3.2001.

 

DIGILIO ha confermato il verbale del ’96 anche con riferimento al seguente punto:

“Parlando con MINETTO e con SOFFIATI , sentii che tra i compiti di queste due persone vi era stato quello di infiltrarsi nelle reti degli ex combattenti tedeschi e di reclutarli alla causa americana” .Ha aggiunto che quello era il piano degli Americani a fine guerra, e cioè di recuperare il maggior numero possibile di combattenti da utilizzare in funzione anticomunista, secondo le disposizioni del generale Americano WESTMORELAND, circostanze apprese da MINETTO e SOFFIATI, e confermate anche dal referente CARRET.

 

Il 5.10.96 DIGILIO affermò di aver visto PAGNOTTA a qualche cena a Colognola, dove si recava con una vettura americana di colore scuro, “tipica delle persone che gravitano nell’ambiente F.T.A.S.E.” – altra circostanza confermata, come quella che i due predetti appartenevano anche alla Massoneria.

 

 

 

 

 

2.11.1 - I riscontri su Joseph Peter LUONGO

Il Col. GIRAUDO ne riferisce in particolare il 18.3.2010 a pag. 48 e segg.. Erano ampiamente noti al nostro servizio segreto militare in quanto ufficialmente appartenenti ai servizi segreti militari americani, all’epoca il CIC. Trattasi del Counter Intelligence Corp, che ha mantenuto tale denominazione fino alla metà degli anni ’70, corrispondente all’epoca ai nostri SIOS.

Vi sono numerosi atti che evidenziano l’appartenenza del LUONGO al CIC. Nel 1948 il Centro Csdi Verona segnala l’ingresso in Italia del cittadino austriaco STEINER Rodolfo, agente informatore del servizio americano in Austria, alle dipendenze del capitano LUONGO, già capo del CIC di Bolzano. Lo STEINER è stato identificato nel noto criminale nazista Karl HASS. Come è noto gli americani e gli inglesi si sono serviti delle preesistenti reti informative dei gerarchi nazisti. LUONGO gestisce la fonte Karl HASS ed ha numerosi incontri in Italia con funzionari del Ministero dell’Interno (51). Nel 1949 lo STEINER, alias Karl HASS, si presenta alla Questura di Bolzano accompagnato dall’allora capitano LUONGO, già capo del CIC di Bolzano, ma all’epoca capo del CIC in Austria.

 

Nel 1949 l’allora Maggiore americano LUONGO cura la compilazione di una lista di comunisti altoatesini, distinta tra “pericolosissimi” , che devono essere eliminati e dei “pericolosi”, che devono essere internati. Si pensi alle liste che TRAMONTE avrebbe compilato per conto di ufficiali americani, nonché alle liste compilate da SOFFIATI. LUONGO, come poi confermerà lo stesso HASS, si avvale dei FAR, fasci di azione rivoluzionaria, come HASS confermerà.

 

LUONGO ha contatti con altissimi funzionari del Ministero dell’Interno, quali Ulderico CAPUTO e Gesualdo BARLETTA, con i qali collabora.

 

Il LUONGO cerca di prendere il controllo di una rete spionistica gestita dal nostro servizio. Dagli atti emerge che il LUONGO, che viene indicato quale elemento del servizio segreto collegato americano in Italia nel 1962, nel 1968 è rientrato negli USA per intervento del Gen. DE LORENZO, che non approvava l’attività volta dal LUONGO in Italia. Nello stesso 1968 l’Ufficio R (Ricerca) del servizio militare italiano richiede notizie sul conto del LUONGO, che dovrebbe tornare in Italia per disimpegnare incarichi di natura informativa per conto della C.I.A. (54-55). Tali mansioni dovrebbero essere svolte unitamente a personale italiano. Il LUONGO effettivamente rientra. Dovrebbe coordinare assieme al servizio italiano un’operazione di penetrazione nel Ministero della difesa ungherese.

 

Sempre nel 1968 l’Ufficio USETA (ufficio che si occupa di una valutazione della minaccia in Europa, con particolare riferimento alla minaccia comunista) richiede il gradimento del nostro servizio per l’assegnazione del LUONGO a CAMP EDERLE, la base SETAF di Vicenza. Trattasi di una delle rare occasioni in cui le attività informative alleate e americane in Italia sono precedute da una richiesta di gradimento. Vi è quindi un atto del 1972 nel quale l’Ufficio R indica il LUONGO come elemento del servizio collegato USAREUR (United States Army in Europa), e cioè forze armate americane in Europa. E’ di servizio a Monaco, ma dovrebbe recarsi a breve termine a Roma. Il LUONGO è ritenuto talmente spregiudicato che il servizio italiano dispone nei suoi confronti un pedinamento.

 

Ha spiegato il Col. GIRAUDO che finchè esiste il territorio libero di Trieste il nostro servizio segreto militare esercita un’azione di vigilanza sugli americani. Una volta risoltasi la situazione di Trieste, gli americani sono soltanto i nostri alleati, e ciò incide anche sull’azione di controllo, che non è più un obiettivo. Accade, tuttavia, che nel 1984 il Centro C.S. di Verona segnala una ”premura” del LUONGO nei confronti di due membri della C.I.A.. C’è un’operazione da fare su un soggetto e LUONGO si muove per accreditare e garantire il lavoro di due americani. LUONGO è ancora in zona, in quanto si è rivolto al Questore di Bolzano.

 

E’ stato chiesto al Col. GIRAUDO che possibilità avesse un normale cittadino, estraneo ai”servizi” (come sarebbe stato, secondo l’impostazione delle difese, DIGILIO) , ad essere a conoscenza di questa attività di “intelligence” da parte del LUONGO. La risposta è stata: “Assolutamente nessuna, non doveva sapere…l’identità di queste persone, quella reale, quella fittizia, la retribuzione, il rapporto di lavoro, sono in ogni paese del mondo tutelate dal segreto, è la condizione “sine qua” per esercitare un’atitvità di intelligence, soprattutto quando, come in questo caso, è esecitata all’estero”…”

 

 

 

 

 

2.11.2 - I riscontri su Joseph PAGNOTTA

L’esistenza del soggetto viene appresa dal DIGILIO in occasione di una cena a Colognola, all’inizio degli anni ’70, con Marcello e Bruno SOFFIATI. Il nominativo si evidenziò a seguito di un rimbrotto di Bruno al figlio Marcello che stava esponendo i suoi progetti, ricordandogli che, a differenza del MINETTO, non c’era una persona come PAGNOTTA che lo aiutava. Il DIGILIO ricordava chiaramente questo nome in quanto particolare. Sempre nella stessa occasione il DIGILIO ebbe modo di apprendere che l’americano era quello che dirigeva le attività di Monfalcone (GO) e che stava alle spalle del MINETTO. I capannoni di Monfalcone (GO), per quanto sentì il DIGILIO dai SOFFIATI e dal MINETTO, svolgevano ufficialmente un’attività nel campo degli elettrodomestici, mentre in realtà si occupavano della lavorazione di leghe metalliche d’interesse militare. L’azienda che aveva sede in questi capannoni si chiamava Detroit.

Il DIGILIO aveva precisato, illustrando la figura del FRANCO, che costui, avvalendosi dell’aiuto del MINETTO, aveva clandestinamente lavorato a delle leghe metalliche per gli americani al fine di un loro impiego aeronautico, in capannoni industriali siti a Trieste e Monfalcone.

 

Il DIGILIO, sulla particolare attività, precisava che l’impresa commerciale del PAGNOTTA serviva anche a sostenere finanziariamente la struttura cui faceva capo il MINETTO, ma, soprattutto, nei capannoni venivano migliorati alcuni aspetti di elicotteri e di aerei americani che dovevano essere utilizzati nelle zone teatro di operazioni belliche. Nello specifico il PAGNOTTA si occupava dell’allestimento di piastre di acciaio molto resistenti che dovevano servire per la protezione, in particolare, di elicotteri da combattimento o di aerei che operavano a bassa quota. Il DIGILIO sosteneva che il PAGNOTTA avesse utilizzato quelle tecniche speciali per la fabbricazione di piastre di acciaio molto resistenti carpite grazie ad agenti ustascia dalle fabbriche di Brno in Cecoslovacchia. I mezzi, così migliorati, erano destinati al Medio Oriente ed al Sud-Est asiatico.

 

L’americano veniva identificato in Joseph Leo PAGNOTTA, nato a Brokton (USA) il 29-01-1915, gravitante in Veneto (Padova e Venezia) sin dal 1957, che tra il 1947 ed il 1964 aveva intrattenuto rapporti di natura commerciale con un piccolo imprenditore di Monfalcone, DI PROSPERO, di cui sposò la nipote, promuovendo la creazione di un’azienda per l’importazione di frigoriferi ed elettrodomestici in genere, coniandone la denominazione “DETROIT”.

In dibattimento il Col. GIRAUDO ha riferito che anche PAGNOTTA apparteneva alla rete americana del C.I.C., così come LUONGO, circostanza che era emersa chiaramente dagli atti del SISMI.

 

 

 

 

 

2.11.3 - Le dichiarazioni di TRAMONTE su PAGNOTTA

Occorre rilevare che TRAMONTE (che ha ritrattato il tutto in dibattimento) ha attribuito ad una persona, poi riconosciuta nella foto del PAGNOTTA , un ruolo perfettamente corrispondente a quello attribuitogli dal DIGILIO.

 

Riportiamo il passo del verbale del TRAMONTE:

“ La persona di cui alle foto contrassegnate dal n. 59, ed in particolare quella di cui alla lettera B) raffigura un soggetto che ho avuto modo di vedere in occasione di una riunione tenutasi in prossimità di Padova presso la sala privata di una trattoria, si trattava di una sala posta al primo piano; la riunione si è tenuta di sabato pomeriggio, era stata organizzata dal FACHINI non ricordo se per annunciare la sua entrata nel MSI (avvenuta nel 1970, subito dopo lo “scioglimento” di ORDINE NUOVO, pochi mesi dopo l’ingresso nel partito di Pino RAUTI) o la sua uscita dal partito (avvenuta intorno al1972). Nell’occasione la persona di cui alla foto indicata si accompagnava al FACHINI. Presenti alla riunione, tra gli altri (saremo stati complessivamente in 25/30 persone) c’erano Dario ZAGOLIN, Ariosto e Fiorenzo ZANCHETTA. La persona in questione ci venne presentata come quella di una personalità americana che avrebbe potuto dare una mano alla nostra organizzazione. Siccome non sono in grado di dire se la riunione fosse relativa all’ingresso di FACHINI nel partito o alla sua uscita dallo stesso, mi trovo nell’impossibilità di riferire se l’organizzazione che avrebbe potuto beneficiare dell’aiuto della personalità americana fosse il partito stesso (ed in particolare il gruppo che avrebbe fatto capo al FACHINI) o, come ritengo più probabile, la struttura di ORDINE NUOVO.

 

A dire di FACHINI la personalità americana faceva parte di una non meglio precisata “agenzia” americana. Ricordo che la personalità non parlava bene l’italiano. All’epoca FACHINI era molto unito a ZAGOLIN e, per quanto ho potuto capire, l’americano era amico di entrambi.

Si dà atto che viene allegata al presente verbale fotocopia delle foto contrassegnate con il n. 59 del vol. 4 dell’album sopra indicato e si dà altresì atto che il soggetto di cui alle foto si identifica in Leo PAGNOTTA.”

 

 

 

 

 

2.12 - ROSSI BENITO

Del predetto parla DIGILIO in particolare nel verbale del 19.4.96:

Questo nome che l'Ufficio mi fa corrisponde nel mio ricordo ad una persona vicina a Marcello SOFFIATI, che ho visto a Colognola e che credo fosse della zona di Bolzano. Non ne ricordo con precisione le fattezze fisiche, ma mi sembra comunque che fosse una persona un po' più giovane di Marcello.

Faceva parte di quella rete operante in Trentino Alto Adige e controllata da MINETTO, il quale inviava sul posto appunto Marcello SOFFIATI per le attività informative e di verifica degli avvenimenti sul territorio.

Nell'ambiente si sapeva che in Trentino SOFFIATI aveva commesso attentati dimostrativi contro edifici pubblici al fine di creare confusione e ciò su disposizione e direttive di MAGGI.

Del resto Marcello SOFFIATI, seppur non molto prestante sul piano fisico, era sempre stato un elemento decisamente operativo.

 

 

 

 

 

2.12.1 - ROSSI Benito. Le dichiarazioni del col. GIRAUDO. (pag.94 ud.18.3.2010) La documentazione

Benito ROSSI è stato indicato dal DIGILIO come uno degli elementi della rete informativa statunitense. Fu il PERSIC a fare per primo il nome del ROSSI, indicandolo come amico del Bruno SOFFIATI, residente in Val di Non, che affermava di essere in contatto con agenti della N.A.T.O.. Il DIGILIO poi confermava che si trattava di una persona vicina a Marcello SOFFIATI, da lui notata a Colognola ai Colli, ma originaria della zona di Bolzano. Il DIGILIO affermava che il ROSSI faceva parte “...di quella rete operante in Trentino Alto Adige e controllata dal MINETTO, il quale inviava sul posto appunto Marcello SOFFIATI per le attività informative e di verifica degli avvenimenti sul territorio. Nell’ambiente si sapeva che in Trentino SOFFIATI aveva commesso attentati dimostrativi contro edifici pubblici al fine di creare confusione e ciò su disposizione e direttive del MAGGI...”. Il Benito ROSSI, dice il DIGILIO, aveva il compito di segnalare al MINETTO tutto quanto di interessante avveniva in Alto Adige. Il suo mestiere, a dire del DIGILIO, era quello di rappresentante di prodotti vinicoli.

 

In data 30.5.96 l’abitazione del ROSSI Benito veniva perquisita da personale del ROS e veniva rinvenuta della documentazione che attestava l’appartenenza del ROSSI alla R.S.I., nonché la sua conoscenza di PERSIC Dario e SPIAZZI Amos. Particolarmente interessante era un biglietto da visita della ditta PATRYS di Parigi, il cui indirizzo era molto simile a quello fornito a suo tempo da Carlo Maria MAGGI a Martino SICILIANO relativo al posto ove questi avrebbe potuto ricevere aiuto in caso di bisogno in Francia.

Non veniva rinvenuto materiale che confermasse la sua appartenenza a rete informativa statunitense.

 

 

Lo stesso giorno il ROSSI affermava a verbale di aver effettivamente aderito alla R.S.I. e di essere successivamente transitato nella Divisione SS italiana; confermava di aver conosciuto SOFFIATI Marcello e MINETTO Sergio mentre negava di aver conosciuto DIGILIO Carlo. Successivamente all’audizione del ROSSI, il collaboratore DIGILIO ha riferito:

 

“... Come ho già accennato, in Trentino Alto Adige MINETTO disponeva di una piccola rete che costituiva l’antenna informativa per tale zona. Ne facevano parte SOFFIATI, in quanto vi si recava spesso e quindi era l’elemento di collegamento, Benito ROSSIGiulio MALPEZZI, che era di Ordine Nuovo, e altre quattro o cinque persone. Ricordo che erano quasi tutti commercianti o rappresentanti, attività che, secondo un’indicazione dello stesso MINETTO, consentivano di muoversi ed incontrarsi con facilità senza dare nell’occhio…”.

 

E ancora: “...uno dei ruoli per cui era molto utile era quello dell’accompagnatore di persone che dovessero recarsi in Austria attraverso i valichi dell’Alto Adige in forma clandestina. Marcello SOFFIATI mi disse che Benito ROSSI era stato utile in tale senso quando erano passati in Austria, negli anni ’60, coloro che avevano collocato bombe in Austria a scopo di intimidire e contenere i terroristi altoatesini che minacciavano l’integrità del nostro paese. Si trattava di persone di ambiente veronese.”.

 

Successivamente il ROSSI Benito, alla luce dei nuovi elementi emersi sul suo conto, affermava di:

 aver viaggiato molto in Francia e Spagna a causa del suo lavoro di rappresentante;

 aver conosciuto il SOFFIATI Marcello, nel 72-73, commerciando vino e di ricordare che la moglie di questi era di origine ebraica. Si vantava di appartenere ai servizi segreti americani nei quali era stato introdotto dal padre SOFFIATI Bruno.

ricordare un certo MINETTO Sergio, frigoriferista di Verona che lavorava per i servizi segreti americani;

 ricordare di aver conosciuto, perché presentatogli dal SOFFIATI Marcello, un uomo di Verona che aveva un negozio di fiori che, a dire del SOFFIATI, era un appartenente ai Servizi Segreti.

 

Al ROSSI venivano anche chieste delucidazioni su due indirizzi francesi rinvenuti nella sua agenda ma questi dichiarava di non ricordare a chi corrispondessero. Tuttavia Martino SICILIANO aveva spontaneamente consegnato all’A.G. un biglietto manoscritto con un indirizzo parigino intestato a “LAZZARIS FRANCO RUE DU CHEMIN VERT, 25 11° PARIGI” . In quella occasione il SICILIANO non ricordava in quale modo tale indirizzo si ricollegasse al fatti oggetto del procedimento, ma successivamente, nell’ottobre del ‘95, il SICILIANO dichiarava a verbale che tale indirizzo gli venne fornito dal noto MAGGI Carlo Maria come un domicilio cui fare riferimento in caso di necessità. Il biglietto sequestrato presso l’abitazione del ROSSI Benito riportava il seguente indirizzo “RUE DU CHEMIN VERT 27, PARIS XI” .

Infine va ricordato che il nominativo di Benito ROSSI ed il suo numero telefonico è stato rilevato – come ci ha detto l’Ispettore Cacioppo in aula – in un’agenda con annessa rubrica telefonica sequestrata a Marcello SOFFIATI il 25 ottobre 1982 nell’ambito del procedimento penale c.d. “Tiro a Segno di Venezia”11.

 

 

 

 

 

2.13 - LINO FRANCO

FRANCO Lino (del quale si è già accennato con riferimento ai fatti di Paese) è stato indicato dal DIGILIO quale uno dei fiduciari statunitensi nell’ambito della rete informativa da lui descritta. Il DIGILIO lo indica come un informatore della C.I.A. attribuendogli anche il ruolo di appartenente al cosiddetto “Gruppo Sigfried”.

 

Arruolatosi nelle file della R.S.I. dopo l’8 Settembre del ‘43, venne inquadrato, a dire della moglie, nel Battaglione "BARBARIGO" della Divisione "Decima M.A.S.", il primo ad entrare in combattimento contro gli Alleati. Partecipò quindi sul fronte meridionale alle battaglie di Anzio e Nettuno fino a quando il suo Reparto non venne travolto dagli Angloamericani e lui si trovò sbandato. Riuscì a rientrare in Veneto ma a Padova venne fatto prigioniero dagli Americani. Da questo punto la sua storia si fa nebulosa al punto che nemmeno la moglie è riuscita a ricostruire precisamente le sue vicende. Secondo DIGILIO il FRANCO combattè la battaglia di Cassino a fianco dell’Alleato Germanico giungendo persino, a soli 17 anni, a dare consigli sulle modifiche da apportare ad una mitragliatrice aeronautica di fabbricazione tedesca convertita per l’impiego terrestre con l’adozione di calciolo e bipiede, la MASCHINEGEWEHR.

 

15. Per tale abilità nel maneggio e nella costruzione delle armi, venne immediatamente notato dagli Americani quando lo fecero prigioniero. Questi non si fecero scappare l’occasione di cooptare l’uomo giungendo, sempre secondo il DIGILIO, ad arruolarlo quale fiduciario affidandogli il compito di lavorare leghe metalliche per elicotteri ed aerei all’interno di un capannone industriale sito nei pressi di Monfalcone (GO) ed in altro nei pressi di Trieste. In questo compito venne coadiuvato anche dal MINETTO Sergio, a quel tempo già fiduciario C.I.A., che grazie alla sua attività in proprio poteva spostarsi facilmente ed occuparsi del trasporto dei pezzi lavorati dal FRANCO. Tutto ciò avvenne, secondo il DIGILIO, a partire dalla seconda metà degli anni ‘50. Si è avuto soltanto qualche parziale riscontro a tale fase della vita del FRANCO. Sua moglie riferisce gli avvenimenti in modo diverso dal DIGILIO, ma, per certi versi, coincidente.

 

Infatti, parlandogli delle sue vicende antecedenti alla loro conoscenza, il FRANCO confermò alla moglie di aver combattuto nelle già citate battaglie inquadrato nelle fila della Decima M.A.S., di essere stato fatto prigioniero a Padova, di aver lavorato per conto degli Inglesi e dei Polacchi, prima come barista, e poi come sminatore nella zona di Imperia. Da notare che anche lui ebbe una sorte analoga ad altri repubblichini nel primo dopoguerra; infatti nei primi anni ‘50 emigrò per l’Argentina, rientrando in Italia dopo circa due anni, come fecero altri due elementi della rete indicata dal DIGILIO: il MINETTO Sergio ed il GUNNELLA Pietro. Il FRANCO aiutava il cognato, DE POLI Francesco, in una ditta per la distribuzione di giochi ed intrattenimenti da bar (flipper, slot-machine, juke-box, etc.), ma svolgeva anche l’attività di insegnante di educazione fisica nelle scuole medie inferiori e superiori. Da una perquisizione operata presso l’abitazione della moglie del FRANCO sono emersi elementi che contribuiscono a qualificarlo quale simpatizzante del Movimento Politico ORDINE NUOVO.

 

Infatti sono stati rinvenuti i cosiddetti “quaderni di Ordine Nuovo”, degli opuscoli periodici relativi alle attività del Movimento, con articoli ideologicamente orientati, in sintonia con le affermazioni del DIGILIO circa la conoscenza tra il FRANCO ed il MAGGI, per cui quest’ultimo, anche se in ritardo rispetto alla richiesta, aveva procurato al primo l’abbonamento alla rivista del Movimento. Nel corso della perquisizione sono anche stati sequestrati dei volantini inneggianti alla campagna per la scheda bianca condotta nella seconda metà degli anni ‘60 da ORDINE NUOVO e, soprattutto, il noto volumetto dal titolo “Le mani rosse sulle Forze Armate”, il cui autore, che si celava dietro lo pseudonimo di Flavio MESSALLA, fu il noto Pino RAUTI coadiuvato dal GIANNETTINI. Il possesso di tale pubblicazione potrebbe sembrare a prima vista normale per un simpatizzante di destra, ma si deve considerare la rarità di tale documento diffuso a suo tempo soltanto fra gli “addetti ai lavori”, cioè i militanti Ordinovisti, e coloro che si ritenevano cooptabili all’ideologia sottesa.

 

Secondo il DIGILIO, il Sergio MINETTO aveva fatto vari viaggi in Grecia, intorno al 1970, per i suoi contatti politici. In quell’epoca infatti era al potere, in Grecia, il regime detto “dei Colonnelli”. In occasione di questi viaggi aveva saputo che il Prof. FRANCO Lino aveva inviato, tramite il Porto di Venezia, armi al generale GRIVAS, comandante dei camerati ciprioti dell’EOKA, avversario dell’arcivescovo MAKARIOS, ed il MINETTO lo aveva quindi ammonito a stare molto attento ad operazioni del genere e ad attenersi comunque alle disposizioni. Le armi che FRANCO aveva mandato a Cipro erano quelle che il “Gruppo Siegfried” ancora conservava nei depositi di Pian del Cansiglio ove dei reparti scelti della Decima MAS avevano fermato il Corpo d’Armata titino che minacciava l’Italia.

 

L’affermazione del DIGILIO trovava sorprendente conferma in una nota dell’Ufficio Affari Riservati del 19.5.1964 ove viene rappresentato che il Prof. Lino FRANCO di Vittorio Veneto (TV) aveva intenzione di organizzare dei corsi di sabotaggio ai quali avrebbero dovuto partecipare elementi neofascisti militanti nelle formazioni giovanili del M.S.I., e che disponeva di un cospicuo deposito di armi e munizioni (circa un centinaio di fucili e mitra con relativo munizionamento).

 

 

Riguardo alla sua attività nell’ambito della rete clandestina, al FRANCO venne affidato, dai suoi superiori, il delicato incarico di tenere sotto controllo i movimenti e le iniziative del noto Giovanni VENTURA. Il FRANCO, a dire di DIGILIO, pensó inizialmente di affidare la missione di infiltrazione al SOFFIATI Marcello, ma poi, per non esporlo, visto che era noto per le sue simpatie di destra, in una operazione di contatto con una persona il cui credo politico in pubblico era dubbio, scelse proprio il DIGILIO. Il VENTURA stava cercando di realizzare un congegno di accensione a tempo servendosi di una sveglia, di alcune batterie, di filo al nichel cromo e, dietro suggerimento proprio del FRANCO, di fiammiferi antivento. Che costui avesse una competenza esplosivistica è peraltro confermato dalla già menzionata nota degli Affari Riservati del Viminale del Maggio 1964 ove viene anche specificato che nella precedente ricorrenza del 25 Aprile di quell’anno, aveva in animo di compiere un attentato dinamitardo contro la Camera del Lavoro di Milano con un ordigno rudimentale da lui stesso realizzato, essendo ritenuto uno specialista in materia.

 

 

Il DIGILIO ha affermato di aver raccolto il maggior numero di informazioni possibili e poi di aver relazionato al professor FRANCO.

 

 

Un eccezionale riscontro ai rapporti tra VENTURA e tale “Dott. FRANCO – che quest’Ufficio ipotizza trattarsi proprio di Lino FRANCO - si rilevano dall’agenda di VENTURA relativa all’anno 1969 alle date del 20 e 23 febbraio. Tali annotazioni risultano apposte a febbraio, pertanto in un periodo di tempo in cui il FRANCO era ancora in vita; lo stesso morirà il 15 luglio successivo.

 

 

Del già citato “Gruppo Sigfried”, avrebbe fatto parte anche un sottufficiale dell’Arma dei Carabinieri, giá Comandante della Stazione Carabinieri di Vittorio Veneto. Questo particolare non discende da una cognizione diretta del DIGILIO, ma venne a questi riferito dal FRANCO Lino. Il DIGILIO non descrive con esattezza la funzione del sottufficiale, anche perché il FRANCO, a suo dire, era un vero professionista in questo campo, e raramente si lasciava andare a confidenze, ma specificó due punti fondamentali relativi all’impiego del citato sottufficiale: “...questi costituiva un punto di riferimento logistico per l’approvvigionamento di armi in caso di imprevisto ed immediato allarme.”.

 

Il DIGILIO precisó che...la parola imprevisto andava intesa nel senso che il FRANCO, quando non pressato da esigenze temporali, poteva autonomamente approvvigionarsi, con le sue conoscenza, del materiale logistico di cui necessitava.

Il secondo punto fondamentale era la possibilitá di segnalare e reclutare direttamente che aveva il sottufficiale, che gli discendeva dalla profonda conoscenza che aveva del territorio su cui aveva giurisdizione, visti anche il prestigio e l’autoritá di cui godevano in passato gli appartenenti all’Arma dei Carabinieri ed in particolare i Comandanti di Stazione.”.

 

Non è stato possibile identificare con certezza il sottufficiale poichè, in quel periodo, numerosi militari si succedettero nel Comando di tale Stazione, ma un riscontro alle dichiarazioni del DIGILIO viene dalle affermazioni di POLI Pietro, un sottufficiale dell’Arma in congedo, già Comandante della Stazione Carabinieri di Vittorio Veneto.

Questi ha narrato che il Maresciallo MARZOLI Giuseppe, suo predecessore, conosceva bene il FRANCO, ma che, tuttavia, non era costui il sottufficiale dell’Arma più vicino al professore. Vi era infatti il Maresciallo MIELE Benedetto, già Comandante della stazione CC di Serravalle (TV) che era in ottimi rapporti con il FRANCO e che una volta si recò in Francia con quest’ultimo. Tale figura, prima di apprenderne la morte, aveva destato interesse poiché nativo di Cassino e padre di una figlia nata a Pola a cui pose nome Benita. Anche la vedova ha testimoniato di visite del Comandante della Stazione Carabinieri di Vittorio Veneto presso la loro casa.

 

 

 

 

 

2.13.1 - Le dichiarazioni di Gianpaolo STIMAMIGLIO su Lino FRANCO

Gianpaolo STIMAMIGLIO ha dichiarato (pag.125), all’udienza dibattimentale dell’8.4.2009, di aver appreso, in particolare da Giovanni VENTURA, poi deceduto, che LINO FRANCO era un esponente della Repubblica Sociale italiana che poì aderì al programma atlantico, e che lavorava per i servizi.

Altri elementi che confermano non solo l’inquadramento del LINO FRANCO nei Servizi, ma anche quei fatti che ruotano attorno alla nota vicenda di Paese, sono i seguenti: STIMAMIGLIO ha notizia del fatto che Giovanni ed Angelo VENTURA andavano spesso a PAESE, e si davano appuntamento in quella zona. In prossimità di Paese anche STIMAMIGLIO dice di aver avuto appuntamenti da VENTURA. Ciò sarebbe avvenuto in particolare attorno al giugno- settembre 69, e cioè proprio al periodo in cui DIGILIO colloca le sue tre visite a Paese in relazione alla catalogazione della collezione di armi di VENTURA, poi divenuto il luogo di confezionamento degli ordigni destinati agli attentati ai treni dell’agosto 1969.

 

 

 

 

 

2.13.2 - Le dichiarazioni del Col. GIRAUDO su Lino FRANCO. (pag.95 ud.18.3.2010)

Era un professore di educazione fisica. Gli unici elementi documentali sono quelli acquisiti mediante la perquisizione: quaderni di Ordine Nuovo, Volantini inneggianti alla campagna per la scheda bianca, fatto da ON negli ani 60, nonché una copia delle “Mani rosse sulle Forze Armate”, che certamente attesta un particolare interesse da parte di chi lo possiede. Morì il 15 luglio 1969 a Belluno a seguito di una malattia del sangue.

 

 

 

 

 

2.13.3 - Le dichiarazioni di MAGGI su Lino FRANCO

Che Lino Franco sia un personaggio di un certo rilievo e che il ruolo che gli attribuisce DIGILIO non sia pura fantasia, lo si desume anche dalle dichiarazioni rese in dibattimento da MAGGI a Milano il 12.3.2001 (pag.74). MAGGI afferma di averlo conosciuto e di essere anche andato a trovarlo, perchè sembrava che si avvicinasse ad Ordine Nuovo. Questo suo atteggiamento – dice MAGGI – gli era stato segnalato da ROMANI, o comunque da qualcuno di Ordine Nuovo. FRANCO viene indicato da MAGGI anche come a capo di un gruppetto di persone di destra. E’ significativo che MAGGI ricordi di un suo decesso nel 1968 o 1969. Ricordiamo che DIGILIO attribuisce al predetto un ruolo negli incontri di Paese dell’autunno 69, in epoca che non si discosta troppo da quella della sua morte.

Il ricordo di MAGGI, che naturalmente lo proietta, in piena attività, in un periodo non lontano da quello in cui il predetto era deceduto, ci porta comunque a ritenere che questi avesse comunque svolto la sua attività politica fino a poco prima della morte, a parziale riscontro delle dichiarazioni di DIGILIO.

 

 

 

 

 

2.13.4 - Il colloquio tra MAGGI e DIGILIO DEL 2.2.1995

DIGILIO parla spesso con MAGGI, durante il colloquio del 2.2.1995, di LINO FRANCO, anche se il suo è un “cercare di far ricordare”, e non emerge alcuna particolare pressione. MAGGI lo conosce anche troppo bene e non sembra particolarmente scandalizzato di quanto l’amico gli sta riferendo. E’ evidente che tutti e due hanno ben presente che LINO FRANCO è morto poco prima della strage di Piazza Fontana.

 

Pertanto non è possibile che gli abbia attribuito ruoli riferibili ad un periodo in cui era deceduto. Analizziamo la sintesi dei punti della trascrizione in cui si parla di LINO FRANCO:

 

DIGILIO dice a MAGGI che ha conosciuto VENTURA e che questi aveva un casolare vicino a Treviso (il famoso casolare di PAESE) e che era sotto il controllo di un professore di ginnastica famoso, che aveva la “TB” e la toxoplasmosi. MAGGI capisce subito di chi si tratta e dimostra di conoscerlo bene, visto che è lui a farne il nome:

 

“FRANCO LINO”. DIGILIO conferma. DIGILIO gli ripete che FRANCO LINO teneva sotto controllo VENTURA, che a quel tempo era con i maoisti, e che voleva un esperto di armi (per l’analisi della sua collezione di armi, poi risultata collocata nel Casolare di Paese).

 

DIGILIO parla dei vari “OTTO” che ci sarebbero stati, e, sembra capirsi, che lo stesso professore LINO FRANCO si sarebbe fatto chiamare così. DIGILIO ricorda a MAGGI che LINO FRANCO era il capo del gruppo SIGFRID, ma MAGGI non raccoglie, nonostante che nelle intercettazioni casalinghe dimostri di essere perfettamente a conoscenza dell’esistenza del gruppo.

 

Si comprende che sia MAGGI che DIGILIO hanno ben presente che LINO FRANCO è morto.

In quel casolare (PAESE) VENTURA e “coso” (ZORZI) avevano una specie di congegno (100), che dovevano mostrare al Prof. FRANCO, che, era un uomo della CIA, e lavorava con lui.

Riprende il discorso su LINO FRANCO, che MAGGI ribadisce di conoscere e che DIGILIO ribadisce che si faceva chiamare OTTO. DIGILIO rappresenta che anche Francesco POLI , cognato che LINO FRANCO portava a Mestre, è morto. DIGILIO tenta nuovamente di stimolare MAGGI sul gruppo SIGFRID : “Vedi se ti ricordi qualcosa del gruppo SIGFRID dei Carabinieri.

 

Il discorso torna su LINO FRANCO, che aveva assistito nella creazione dei congegni. Nel 1973 ZORZI prende ordini da Roma perché deve far scappare VENTURA. DIGILIO aveva visto ZORZI due volte, col VENTURA prima e poi col professor Lino. VENTURA non era capace di fare i “congegni” (gli ordigni esplosivi), finchè non avevano trovato un elettricista. Anche Lino FRANCO aveva dato dei consigli, ma poi era morto, e quindi DIGILIO era rimasto l’unico testimone vivente.

DIGILIO ribadisce che ha visto fare i congegni alla presenza di LINO FRANCO, appartenente alla CIA.

“…bisognava creare dei disordini e impedire che gli Americani se ne andassero, ma che stessero sempre lì”

 

DIGILIO ritiene che LINO FRANCO sia morto alla fine del ’69-70. MAGGI ricorda che LINO FRANCO era “uno della Decima” (la Decima MAS).

DIGILIO ricorda ancora che LINO FRANCO è morto a fine 69, prima di Piazza Fontana.

 

 

 

 

 

2.13.5 - Le dichiarazioni di Martino SICILIANO

Anche Martino SICILIANO conferma i rapporti tra il Prof. FRANCO ed Ordine Nuovo:

2.13.5.1 - 15.03.95 GI MI (Salvini)

Ho visto una volta tale professor Lino FRANCO di Vittorio Veneto.

Era un insegnante di ginnastica e, nel 1966/1967, ci recammo da lui io, MAGGI, ROMANI e ZORZI per discutere la costituzione di un gruppo di ORDINE NUOVO a Vittorio Veneto.

Mi sembra che ci incontrammo a Treviso e non a Vittorio Veneto dove il professore abitava.

Lo riconosco nella fotografia che l'Ufficio mi mostra e che viene allegata in copia al presente verbale.

A domanda dell'Ufficio, quando ci recammo dal prof. FRANCO, il dr. MAGGI lo conosceva già.

Non sono in grado di fornire altri particolari sulla persona di Lino FRANCO che vidi solo in quella circostanza.

Per quanto mi consta non si riuscì a formare alcun gruppo di O.N. a Vittorio Veneto.

 

 

 

 

 

2.13.5.2 - 28.07.97 GI MI (Salvini)

L'Ufficio chiede a Martino SICILIANO se nel corso della sua militanza abbia frequentato Pian del Cansiglio, zona limitrofa a dove allora abitava il prof. Lino FRANCO.

 

In merito posso dire che ci recammo varie volte nella zona di Pian del Cansiglio dove c'era il c.d. "bus della Luna", una fenditura carsica ove, alla fine della seconda guerra mondiale, i partigiani avevano gettato molti fascisti o presunti tali. In quella località si svolgeva una commemorazione organizzata dal M.S.I. e da gruppi di ex-combattenti. Mi recai sul posto varie volte con i soliti elementi mestrini e veneziani. Effettivamente correva voce che anche in quella zona, peraltro non distante dal Montello, disponevamo di depositi di armi residuati della seconda guerra mondiale gestiti da persone fidate.

 

 

 

 

 

2.13.5.3 - 05.09.96 GI MI (Salvini)

Ricevo lettura di quanto dichiarato in data 30.8.1986 da Carlo DIGILIO in relazione ad alcuni incontri finalizzati all'esame di armi provenienti da Vittorio Veneto ad uno dei quali sarebbe stato presente il fratello di Delfo ZORZI ed in occasione dei quali sarebbe stata presente anche la sua autovettura. Non ricordo di che autovettura disponesse Rudi all'epoca, anche se egli, a differenza di Delfo, disponeva della patente e certamente di un'autovettura.

 

La descrizione che DIGILIO fornisce di Rudi è dunque esatta in quanto egli è un ragazzo elegante, di bello aspetto e biondo, che a differenza di Delfo ha i capelli scuri.

 

Gli incontri per l'esame di armi provenienti da Vittorio Veneto, cui io non ho partecipato, si collocano verosimilmente dopo le visite dal prof. Lino FRANCO a Vittorio Veneto con MAGGI, ROMANI e ZORZI, di cui io ho parlato in data 15.3.1995.

Ricordo che la casa del professor FRANCO a Vittorio Veneto era modesta e c'erano parecchi cimeli del periodo della Repubblica Sociale, quali ad esempio teste di Benito MUSSOLINI e varie distintivi dell'epoca.

 

 

 

 

 

2.14 - BERTONI GIANCARLO

Il BERTONI Giancarlo viene indicato dal DIGILIO Carlo come persona in contatto con strutture di intelligence italiane e statunitensi nonché in buoni rapporti con SOFFIATI Marcello. Dei primi riscontri sono emersi dalle evidenze fornite dal S.I.S.Mi., anche se molto sommarie, in quanto la documentazione del Centro C.S. di Verona riguardante il BERTONI è stata distrutta, con sorprendente rapidità, atteso che il soggetto afferma di avervi lavorato sino ai primi anni ’80 del Novecento.

Da queste evidenze scaturisce che effettivamente il BERTONI è stato collaboratore del Centro C.S. di Verona “...sino al 197...e non è dato conoscere l’ultima cifra, ma comunque ciò conforta circa una collaborazione del BERTONI anche in anni cruciali della strategia della tensione, pur non prolungata nel tempo come da lui sostenuto. Altre evidenze del Servizio annotano alcuni viaggi compiuti dal BERTONI in Cecoslovacchia che hanno comportato il contatto fra questi e cittadini Cechi.

A seguito della perquisizione operata a suo carico in data 17.5.95, si sono avuti buoni riscontri di quanto dichiarato dal DIGILIO. Infatti è stata rinvenuta una premura in originale indirizzata al Capo del personale civile della F.T.A.S.E. di Verona e due domande di assunzione presentate da ex-carabinieri che avevano prestato servizio presso la suddetta base N.A.T.O.. E’ stato inoltre sequestrato un articolo di giornale relativo alla scomparsa di una docente greca in Italia, con spillata lettera in greco e traduzione in italiano, in cui il BERTONI afferma di aver fatto il possibile, ufficialmente, con la Polizia Italiana e l’Interpol e di aver fatto fare, in modo riservatissimo, indagini alla Polizia Militare Italiana, facendogli controllare l’operato dell’Interpol. Il BERTONI specifica nel testo di usare questa dizione (Polizia Militare) per non poter nominare l’ufficio da lui interessato e, quindi, non sembra che il BERTONI possa alludere ad altri se non al Servizio segreto militare, per il quale pure lavorava come fonte.

Specifica, di seguito, di aver interessato, tramite un Comando Militare Alleato, l’Ambasciata Americana a Roma per ulteriori indagini tramite la “...loro organizzazione...”. Il BERTONI precisava che l’ambasciata USA a Roma era a conoscenza dell’episodio in quanto informata da quella di Atene. La lettera doveva essere spedita alla famiglia della scomparsa, ad Atene. Anche in questo caso le parole del BERTONI non lasciano adito a dubbi: il Comando Militare Alleato è la N.A.T.O. e l’organizzazione americana cui allude, la CIA.

Interrogato in data 19.5.95 dal GI di Milano, il BERTONI confermava di aver collaborato con i servizi segreti italiani dagli anni '50 fino ai primi anni '80; negava pero' di aver mai servito strutture di intelligence straniere. Il BERTONI negava altresì di aver conosciuto il MINETTO, il KESSLER, il BANDOLI ed il DIGILIO, ma ammetteva di essere entrato in contatto con il GLISENTI Giancarlo, evidentemente avendone appreso il decesso, nell'ambito di una attività informativa da svolgersi in Cecoslovacchia per conto del S.I.S.Mi.. Posto davanti ad altre domande tendenti ad approfondire il suo ruolo nell'ambito della struttura di intelligence ed ai suoi rapporti con i Servizi di sicurezza Italiani, il BERTONI si trincerava dietro la facoltà di avvalersi del segreto di Stato. Si tratta dell’unico elemento della rete che ha optato per questa scelta tra quelli indicati dal DIGILIO, ma è anche vero che è pure l’unico tra costoro ad avere intrattenuto una collaborazione di intelligence ufficiale e, quindi, ne è discesa la possibilità di appellarsi formalmente al massimo segreto.

 

Anche il ROSSI parla del BERTONI, presentatogli dal SOFFIATI come fiorista, salvo poi specificargli: “… che apparteneva anche lui ai servizi segreti.”.

 

 

 

 

 

2.15 - SOGGETTI NON INDICATI DA DIGILIO, MA EMERSI IN RAPPORTO CON SERGIO MINETTO

 

2.15.1 - 1) KESSLER Guido

Il nome di KESSLER Guido emerge nel corso delle attività svolte nei confronti del MINETTO e di GLISENTI Giancarlo, quale conoscente e frequentatore di quest'ultimo.

Informazioni ed attività esperite sul suo conto dal ROS consentivano di accertare che si trattava di un imprenditore, ex-dirigente della “Montedison S.p.A.” negli anni '60, e già appartenente al Battaglione San Marco della Marina Militare Italiana. Un approfondito esame del suo fascicolo permanente, esistente presso il Comando Provinciale Carabinieri di Verona, consentiva di rinvenire una richiesta di informazioni riservate sul suo conto originata dall'Ufficio Sicurezza Patto Atlantico del S.I.D. nel 1968. Tale tipo di informazioni veniva nuovamente richiesto nel 1969.

Altro dato interessante rilevato dal fascicolo del Kessler e' quello relativo alla sua appartenenza alla nota Loggia Massonica denominata “Propaganda 2”. Il suo nominativo era infatti inserito negli elenchi della citata Loggia rinvenuti durante la celebre perquisizione a Castiglion Fibocchi presso la villa di GELLI Licio.

In data 15.6.95, il KESSLER, sentito a verbale, spiegava l’appartenenza a consorterie massoniche attribuendola ad una tradizione di famiglia e a motivi storico sentimentali, essendo stato il nonno a sua volta un alto esponente della massoneria negli anni ‘20. Da rilevare inoltre che il KESSLER ha negato ogni sua conoscenza con gli altri personaggi coinvolti nella rete, tranne per quanto riguardava il GLISENTI con il quale ha dichiarato di aver avuto un rapporto di semplice amicizia. Il KESSLER dichiarava poi di essersi recato una volta in Bruxelles (B) presso la base N.A.T.O - S.H.A.P.E. durante il quinquennio 1966-71 ma di non ricordare i motivi che ce lo avevano condotto.

Un particolare che, secondo il KESSLER, potrebbe giustificare le richieste di informazioni é il fatto di aver lavorato nell’ambito di un importante programma nucleare tra il '63 ed il '65 in quanto rappresentante della “MONTEDISON” nel consorzio internazionale con la “G3A” francese e la “INTERATOM” tedesca (tale programma era relativo al progetto ed alla costruzione di una centrale nucleare ad Ispra), ma la data di richiesta delle informazioni è di diversi anni posteriore. Anzi meraviglia il fatto che, sulla base delle osservazioni fatte dal teste GIRAUDO, in occasione della sua partecipazione al progetto di Ispra, peraltro di notevole importanza, non venne richiesta alcuna informazione né alcuna conferma di quelle precedentemente ottenute.

Quando venne mostrato al PERSIC Dario un album fotografico contenente le effigi dei numerosi personaggi emersi dalle indagini, questi riconobbe nella foto del KESSLER Guido, una persona che vide a Colognola ai Colli nella prima metà degli anni ‘70 senza peraltro ricordare il suo nome. Quando gli venne riferito chi fosse, il nominativo del KESSLER non gli ricordò alcunché, ma è significativo che, nonostante l’affermazione del KESSLER di conoscere solo il GLISENTI, la sua persona sia stata vista nella trattoria dei SOFFIATI.

 

 

 

 

 

2.15.2 - GLISENTI Giancarlo22

GLISENTI Giancarlo emerge dall’attività di osservazione, controllo e pedinamento e dalle intercettazioni operate nei confronti del MINETTO Sergio. Quest'ultimo infatti veniva notato recarsi giornalmente presso l'abitazione del GLISENTI e, nel contempo, chiamarlo assiduamente al telefono; questo testimoniava che fra i due vi era uno stretto vincolo di amicizia. Indagini più approfondite hanno permesso di appurare che la madre del MINETTO Sergio aveva fatto da balia al GLISENTI Giancarlo e che i due avevano trascorso insieme, sotto lo stesso tetto in Colognola ai Colli (VR), la loro infanzia. Da notare che il padre del GLISENTI Giancarlo, Giovanni, era stato il Podestà di Colognola ai Colli durante il ventennio fascista e che Giancarlo viene descritto da una sua sorella, GLISENTI Angela, come uomo dotato di “...una viscerale avversione per il comunismo in genere...”. La stessa sorella affermava di aver sentito dire dal MINETTO che con il Giancarlo vi era un rapporto così profondo che lui era a conoscenza di alcuni particolari della vita di Giancarlo che i fratelli non potevano nemmeno lontanamente immaginare. All'interno del fascicolo permanente esistente presso il Comando Provinciale Carabinieri di Verona veniva rinvenuto un appunto dattiloscritto contenente informazioni ai fini della sicurezza sul conto di GLISENTI Giancarlo con una annotazione manoscritta del seguente tenore: appunto consegnato in data 26.4.65 al Comando CC FTASE. Tale episodio e' certamente sintomo di una attività volta ad accertare, riservatamente, poiché la procedura e' piuttosto inusuale, il grado di affidabilità del GLISENTI. A questo punto le ipotesi possono essere due: chi chiese le informazioni a CC FTASE si proponeva o di verificare la figura di un conoscente del MINETTO, allo scopo di controllare le frequentazioni del medesimo, oppure di meglio valutare una proposta di reclutamento avanzata dallo stesso MINETTO. Se infatti si dà per scontato che il MINETTO fosse il referente C.I.A. per il Triveneto dai primi anni '60 e' verosimile che nel 1965 fosse già in grado di reclutare fiduciari e fonti.

D’altra parte come ha illustrato il teste GIRAUDO i Comandi Carabinieri presso le basi NATO sono ufficialmente deputati a poter richiedere informazioni agli omologhi “territoriali”. Una richiesta informale evidenzia la non ufficialità dell’impiego delle notizie fornite, coerente con caratteristiche di clandestinità del rapporto tra la NATO ed il GLISENTI.

 

Il giorno successivo alla morte del GLISENTI, sull’utenza in uso al MINETTO Sergio, venne intercettata una interessante conversazione tra la moglie del MINETTO e sua sorella. Le due donne dialogavano sulla morte del GLISENTI e, ad un certo punto, la MILANI Giovanna riferiva all’altra che “l’americano” l’aveva chiamata da circa un’ora chiedendo di lei. La MILANI Giovanna aveva riferito all’uomo di aver saputo della morte di GLISENTI poiché Sergio (MINETTO) si trovava all’ospedale. L’uomo di cui si parla nella telefonata potrebbe identificarsi nel BANDOLI che veniva solitamente chiamato l’Americano.

 

Il PERSIC Dario, che è l’unica persona, unitamente alla sorella del GLISENTI a riferire di un grosso legame fra questi ed il MINETTO, ha affermato di aver conosciuto il GLISENTI soltanto di fama poiché personaggio molto importante a Colognola ai Colli e di non essersi mai spiegato precisamente quale fosse il rapporto che legava il GLISENTI al MINETTO.Fra i personaggi emersi in stretto contatto con il GLISENTI, presenza significativa è

KESSLER Guido, già iscritto alla Loggia Massonica Propaganda 2, sul quale, agli atti dell’Arma, venne rinvenuta una richiesta di informazioni riservate sul suo conto, originata dall’Ufficio Sicurezza Patto Atlantico26 del S.I.D. nel 1968. Tale tipo di informazione veniva nuovamente richiesta nel 1969.

 

Ne consegue, così, che nel ristretto novero delle amicizie del MINETTO vi sono due soggetti legati anch’essi alla NATO.

Il 20 Luglio 1995, nel corso della perquisizione operata in Colognola ai Colli, presso Villa GLISENTI, già di proprietà del defunto, all’interno di uno specchio antico, tra il vetro ed il fondo, erano posti due ritagli di giornale, molto vecchi, attribuiti alla pag. 15 del quotidiano Il Gazzettino del 01-10-1967, sulla cui prima pagina era riportato, tra gli altri, il seguente articolo: “Bomba di terroristi sull’Alpen Express – Morti due agenti della Polfer che avevano prelevato la valigia sospetta e portata fuori dal treno.”.

Cioè i due articoli di giornale erano stati pubblicati sul quotidiano immediatamente successivo al 30 Settembre 1967, quando due poliziotti, il brigadiere FOTI Filippo e la Guardia MARTINI Edoardo, prelevarono una valigetta, segnalatagli da alcuni passeggeri, da uno scompartimento del treno Alpen-Express, fermo alla stazione di Trento, proveniente da Monaco, diretto a Roma, e, allontanatisi prudentemente dal convoglio tentarono di aprirla saltando in aria con essa.

L’individuazione del quotidiano era obiettivo che i militari del ROS si erano posti per comprendere la ragione dell’occultamento dei ritagli. A fronte delle affermazioni del Digilio circa l’esistenza di una articolazione informativa dipendente dal MINETTO in Trentino Alto Adige; dell’asserito coinvolgimento dello stesso in attentati che ivi si verificarono; dello stretto rapporto esistente fra il GLISENTI ed il MINETTO; della data dell’appunto che fa ritenere che il reclutamento atlantico del GLISENTI sia avvenuto nel 1965: non deve essere sottovalutata l’ipotesi che gli annunci presenti sui due ritagli costituissero una forma di comunicazione concordata tipica del mondo dell’intelligence, e per tale motivo occultata e conservata, effettuata proprio il giorno successivo a gravissimo attentato, i cui autori, seppur mai individuati, possono ragionevolmente ritenersi ideologicamente di destra. Peraltro, proprio a Verona, alla stazione ferroviaria, il 28-08-1970 venne fortunosamente evitata strage che gli ignoti attentatori avevano tentato di eseguire con modalità analoghe a quelle del 1967.

Un forte riscontro al coinvolgimento del GLISENTI in attività di intelligence proviene dal BERTONI, il quale ammesso di esservi entrato in contatto per un’attività informativa da svolgere in Cecoslovacchia per conto del SISMi. Giova ricordare che il materiale sequestrato durante la perquisizione al BERTONI ne comprova il tessuto relazionale atlantico.

Infine, il solo anonimo casato GLISENTI compare annotato sull’agenda di Giovanni Ventura relativa all’anno 1969, alla data del 13 Febbraio.

 

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