PROCURA DELLA REPUBBLICA PRESSO IL TRIBUNALE DI BRESCIA

MEMORIA DEL PUBBLICO MINISTERO MASSIMO MERONI

(STRAGE DI PIAZZA DELLA LOGGIA)

 

Proc. Pen. n.03/08 Corte Assise di Brescia 

 

 

CAPITOLO 2.6

 

2.6 - LA PERIZIA BALISTICA

Rinviandosi all’elaborato e alla trascrizione delle escussioni dibattimentali dei Periti, verranno qui presi in considerazione soltanto i punti salienti, i nodi centrali, soprattutto in rapporto alle contrastanti risultanze rispetto alle conclusioni della perizia eseguita all’epoca. Si rinvia in particolare a tali atti per quanto riguarda sia il mancato rilevamento di ulteriori elementi attraverso l’esame dei vecchi reperti (già esistenti all’epoca o acquisiti all’odierno dibattimento), sia per quanto riguarda il raffronto tra esplosivi utilizzati in occasione di altri fatti delittuosi e quelli utilizzati in Piazza della Loggia.

I “Nuovi” Periti hanno ripercorso le prove effettuate dai precedenti, rilevando quanto segue:

 

 

 

 

2.6.1 - Tracce rilevate dai primi periti

I primi Periti avevano rilevato, a seguito delle prove strumentali e colorimetriche eseguite sui reperti, le seguenti tracce (pag.74 nuova perizia):

1) sui frammenti di pietra della colonna danneggiata: assenza di tracce di esplosivo;

2) sul terriccio e sui minuti frammenti di pietra raccolti alla base della colonna: presenza di residui incombusti di tritolo; presenza di ione ammonio, ione nitroso/nitrico;

3) sui tamponi di ovatta utilizzati per detergere le parti annerite della colonna: assenza di tracce di sostanze esplosive incombuste; presenza di ione ammonio, ione nitroso/nitrico;

4) sui frammenti metallici riconducibili al cestino esploso: presenza di tritolo, ione ammonio e ione nitroso/nitrico;

5) sulle schegge estratte dai corpi delle vittime e dei feriti: assenza di residui di esplosivo, tracce di ammonio in alcune soluzioni esaminate;

6) sugli oggetti ne materiali vari repertati in Piazza della Loggia: assenza di tracce di esplosivo; presenza di ione ammonio e ione nitroso/nitrico.

 

 

 

 

 

2.6.2 - PRIMA PERIZIA. prove di esplosione del 17 maggio 1975 in localita’ Forte Valle DRANE (pag.131 vecchia perizia – pag.75 nuova perizia)

I “primi Periti” avevano effettuato quattro simulazioni di scoppio (700 gr. Di Anfo; 550 gr. di tritolo puro; 3 candelotti di gelignite da 110 gr. ciascuno + 3 candelotti di gel b per 550 gr.; 450 gr.ANFO addizionato con 50 gr. TNT).

I vecchi Periti avevano descritto le prove e così concluso, raffrontando gli effetti rilevati in occasione delle simulazioni:

 

1) ANFO

(pag.140 vecchia perizia)

“L’esplosione non è stata particolarmente violenta …la frammentazione tuttavia non presentava caratteri di particolare similitudine con quelli repertati in occasione dell’esplosione del 28/5/74…”

(pag.184 vecchia perizia)

“Gli scriventi Periti ritengono che questa prima esplosione abbia avuto una efficacia inferiore a quella dell’esplosione verificatasi il 28/5/74 in P.zza della Loggia. Tale constatazione può essere attribuibile più che al quantitativo, al tipo di esplosivo impiegato. L’ANFO non ha infatti all’aria libera dirompenza molto elevata, se confrontato col tritolo e con le dinamiti…”

 

2) TRITOLO

(pag.147 vecchia perizia)

“L’esplosione è stata violenta ed accompagnata da grande sviluppo di fiamma e fumo decisamente nero apprezzato come tale da tutti i presenti L’esplosione ha lasciato abbondanti tracce di affumicatura anche nei muri circostanti...

(Pag.150 vecchia perizia)

“La particolare forma delle schegge ed in particolare il foro nella parete posteriore del cestello, la quantità di fumo e delle affumicature trovate nonché il colore nero del fumo stesso fanno ritenere poco probabile che nell’ordigno detonato il 28/5/74 in P.zza della Loggia fosse stato impiegato esplosivo tipo tritolo”

(pag.187 vecchia perizia)

“Le schegge si presentano morfologicamente diverse da quelle repertate in P.zza della Loggia. In particolare la parte posteriore del cestello è rimasta intera con un foro di diametro corrispondente a quello del cratere del muro. Il cestino in definitiva con il suo modesto spessore e stante la velocità di detonazione dell’esplosivo non ha creato sufficiente resistenza e intasamento”.

“La particolare forma delle schegge ed in particolare il foro nella parete posteriore del cestello, misti all’entità del fumo e delle affumicature trovate, il colore del fumo stesso fanno ritenere poco probabile l’uso da solo di esplosivo tritolo o altro esplosivo”

 

3) GELIGNITE+ GEL B

(Pag.153 e segg. vecchia perizia)

“L’esplosione ha prodotto fumo grigio chiaro. Nelle immediate adiacenze dell’epicentro di esplosione sono state rilevate tracce di nero fumo….L frammentazione del cestino portarifiuti si presenta di aspetto decisamente diverso da quella delle precedenti esplosioni…le schegge appalesano una pezzatura medio piccola che per dimensioni e forma sono quelle che mostrano, rispetto alle schegge prodottesi nelle due precedenti esplosioni, maggior somiglianza con quelle prodottesi a seguito dell’esplosione del 28.5.1974…”

“Gli effetti sul cestino, le prove di esplosione di cui al par.5.8. effettuate il 19/7/74 in Capriolo con l’impiego di gelignite (l’esplosivo Gel B ha caratteristiche simili alla gelignite), l’esame delle tracce di combustione rilevate ad esplosione avvenuta inducono il Collegio scrivente a ritenere con sufficiente attendibilità che nell’ordigno esploso il 28/5/74 in P.zza della Loggia possa essere stato usato un esplosivo del tipo impiegato in questa terza esplosione di prova: /esplosivo di pari caratteristiche e nella quantità pari o comunque con leggero scarto a quella impiegata dai periti. Tra l’altro, con sei candelotti di esplosivo gelatinizzato infatti si crea un ordigno di dimensioni e forma tali da poter essere facilmente introdotto nella cassetta portarifiuti del tipo impiegato…”

 

4) ANFO+ TRITOLO

“Il cestello si è frammentato in maniera analoga al precedente anche se l’esplosione è stata apprezzata come meno violenta…”

Le vecchie analisi chimiche sulle tracce delle soprindicate 4 prove di esplosione, sono esposte da pag.164 della vecchia perizia).

Come sottolineano i nuovi Periti, la presenza di tritolo era stata rilevata nella prima, nella seconda e nella quarta prova, ma non nella terza (quella con la gelignite). E’ fondamentale rilevare che (pag.79 nuova perizia) i vecchi Periti NON IDENTIFICANO TRACCE DI TRINITROGLICEROGLICOLE (miscela di Nitroglicerina ed Etilenglicoldinitrato) abbondantemente presente negli esplosivi gelatinati impiegati nella terza prova.

I primi periti, rilevata con certezza la presenza di tritolo, non erano in grado di precisare se lo stesso facesse parte della formulazione originale del tipo di esplosivo o fosse stato aggiunto artigianalmente come potenziante.

Secondo i Primi Periti , oltre al TNT dovevano esserci anche altri elementi fra cui il NITRATO DI AMMONIO. L’esplosivo usato era identificabile o in un esplosivo da mina a base di nitrato ammonico e tritolo o in un miscuglio di nitrato ammonico e nitroderivati aromatici (DNT, TNT).

 

 

 

 

 

2.6.3 - Le conclusioni dei nuovi periti in tema di natura dell’esplosivo usato il 28 maggio 74

Secondo i nuovi Periti (84) la ipotizzata presenza di tracce di Nitrato di Ammonio e di residui certi di tritolo non poteva essere considerata esclusiva di esplosivi civili, come ritenuto, invece, dai primi Periti, in quanto sia il tritolo che il nitrato di ammonio sono costituenti essenziali anche di numerosi esplosivi militari. A pag.85 della nuova perizia sono elencati questi esplosivi militari. I nuovi Periti ritengono di “non poter escludere che in Piazza della Loggia possa essere stato utilizzato un esplosivo di impiego militare”.

Inoltre l’evidente annerimento della superficie della colonna danneggiata, emergente dalle fotografie e da una relazione dell’epoca dell’Ing. POLIZZI ( che parla di fumo nero sino ad un’altezza di m.1,3) appare più compatibile con una detonazione di esplosivo a base di TRITOLO, di una carica contenente TRITOLO e NITRATO di AMMONIO, come l’AMATOLO, o con la detonazione di una carica contenente TRITOLO e NITRATO DI AMMONIO , tipo CAVA, V.E.4, esplosivi polvurenti per impieghi civili – piuttosto che con la detonazione (individuata dai primi Periti) di un esplosivo gelatinato tipo GELIGNITE , contenente TRITOLO in percentuali inferiori al 9%.

 

Infatti gli esplosivi sopra citati, secondo i nuovi periti, sono caratterizzati da un bilancio di ossigeno negativo e, a seguito di esplosione, generano fumi nerastri riconducibili a residui carboniosi (86). Evidenziano, peraltro, come i primi periti non rilevarono tracce di TRITOLO proprio in occasione della terza esplosione, che fu caratterizzata da un mix GELIGNITE/GEL B, a dimostrazione del fatto che è “estremamente difficile individuare, dopo un’esplosione , tracce di una specie esplosiva presente in un miscuglio in percentuali così modeste”

 

In sostanza il discorso dei nuovi periti è il seguente: le uniche tracce certe sono quelle che si riferiscono alla presenza di tritolo. Non c’è traccia che riconduca alla nitroglicerina.

Quando il tritolo è presente in quantitativi minimi, come in occasione della seconda prova sperimentale, difficilmente viene rilevato. Ciò induce a ritenere che si trattasse di uno degli esplosivi militari elencati, prevalentemente a base di tritolo. La circostanza sarebbe confermata dall’annerimento constatato nelle fotografie.

 

 

 

 

 

2.6.4 - Le dichiarazioni dibattimentali dei periti

Il Periti in primo luogo hanno evidenziato (16) che l’operazione di lavaggio della piazza è stata determinante, provocando sia l’asportazione di residui di sostanza esplosiva, sia l’asportazione di reperti fondamentali.

I Periti sono partiti, quindi, dall’unico dato certo (18): la presenza di tritolo in forma incombusta rinvenuto nel terriccio e sui frammenti metallici del cestino esploso. La presenza, invece, di tracce di nitrato d’ammonio, trattandosi di composto abbondantemente presente in natura, non poteva essere ricondotta con sicurezza all’esplosivo utilizzato (18).

In occasione del terzo esperimento dei primi periti, il quantitativo complessivo di gelignite e gel B usato è stato in realtà di 880 grammi e non di 700 gr., come indicato dai primi periti.

I nuovi periti si sono chiesti come mai, se veramente è stata usata gelignite, o simile, come sostengono i primi periti, sia stato rilevato in Piazza della Loggia tritolo, se la sua percentuale in una dinamite è solo del 6%. Ritengono, quindi (21) che in Piazza della Loggia sia stato utilizzato TNT “in percentuale decisamente superiore”. La nitroglicerina non è stata rilevata e pertanto sembra strano che l’esplosivo impiegato sia riconducibile ad una dinamite commerciale.

L’ANFO, invece, è costituito da nitrato d’ammonio al 95% e gasolio al 5% circa ed ha una velocità di detonazione inferiore alla gelignite e al tritolo, che più o meno si equivalgono.

I Periti hanno confermato la singolarità del fatto che non siano stati considerati gli esplosivi militari che contengono tritolo e nitrato d’ammonio.

I Periti sono quindi passati alla descrizione delle caratteristiche del tritolo e della gelignite. I candelotti di quest’ultima hanno un contenuto gelatinoso color beige, con dei granuli all’interno, costituiti da nitrato d’ammonio.

Dopo aver spiegato che il TNT, quando detona, così come i plastici (31), ha un bilancio di ossigeno negativo, e sviluppa anche carbone, e cioè nerofumo. Nella seconda prova di scoppio, quando hanno utilizzato il tritolo, i primi periti hanno apprezzato sui reperti abbondanti annerimenti. I nuovi Periti apprezzano un abbondante annerimento anche in Piazza della Loggia. Dalle foto si desume, secondo i nuovi Periti, che la colonna danneggiata è fortemente annerita (32).

Il Perito EGIDI ha testualmente dichiarato (32-33) : “Innanzitutto questa esplosione di una carica così costituita, chiaramente sprigiona del fumo nero, quindi le persone presenti nella piazza, se hanno visto la detonazione di questa carica, dovrebbero aver apprezzato del fumo di colore nero..immediatamente dopo lo scoppio per qualche secondo apprezziamo questa fumata nera, è chiaro che poi dopo scompare.” Il fumo bianco notato dai testi dovrebbe essere compatibile con la sbrecciatura, con la demolizione della colonna marmorea.

Il quantitativo di esplosivo utilizzato poteva aggirarsi attorno al chilo. Quanto ai danni, i Periti hanno evidenziato che:

“…non è che si apprezzano dei danneggiamenti così evidenti in Piazza della Loggia, devastazioni, scenari terribili dal punto di vista dei danni alle strutture, l’ordigno era mirato, era realizzato per favorire, per sfruttare la rottura, la decomposizione, la frammentazione del cestino, quindi una carica non di grossissime dimensioni, altrimenti si sarebbero apprezzati danneggiamenti consistenti alle strutture, ai palazzi, alla Loggia stessa. La Loggia, Presidente, risulta sbrecciata per circa un metro all’interno nel pilastro interno per circa un metro di altezza e sulla parte esterna, quindi verso la piazza, per circa 87 centimetri, cioè non è un danneggiamento, secondo noi, di grandissima entità, di grandissime dimensioni.”

 

 

 

 

 

2.6.5 - Osservazioni

La nuova perizia presenta alcuni punti deboli, in parte dovuti anche ad una lettura piuttosto sbrigativa della prima perizia e delle risultanze della medesima..

Un elemento clamoroso, peraltro in parte evidenziato, sia pure con altre finalità, dagli stessi nuovi periti a pag.79, è che i vecchi Periti non rilevano tracce di nitrogliceroglicole neanche in occasione dell’esperimento in cui usano candelotti di gelignite e di Gel B.

Ma come? – ci si chiede – hanno usato la gelignite e non si rinvengono le tracce tipiche della medesima?

La circostanza diventa ancora più clamorosa laddove si consideri un aspetto che è stato trascurato dai nuovi Periti: prima ancora di effettuare le simulazioni del 17 maggio 1975, il 19 luglio 1974 i predetti procedono in Capriolo (pag.108 prima perizia) ad alcune esplosioni di confronto con piccole quantità di esplosivi e miscele. Le quattro prove interessano:

 

1) 1 candelotto di gelignite S.A.

2) ANFO + TNT e polvere da lancio (per un totale di circa il 3%) per gr. 100;

3) ANFO per 100 gr.;

4) ANFO per 80 gr.+ TNT per gr.50.

 

Ebbene, in occasione della prima esplosione con la gelignite, vengono rinvenute tracce di TNT, ione nitrato e ione ammonio, ma nulla che riconduca alla nitroglicerina.

Quindi ben due esperimenti dei primi periti con uso certo di gelignite non hanno evidenziato tracce di nitroglicerina! Come possiamo escludere che anche in Piazza della Loggia non ci fossero tracce di nitroglicerina!

A questo punto (si vedano anche le osservazioni del consulente COPPE) è evidente che, sempre che non si tratti in tutte e due le occasioni di un errore, la metodologia utilizzata dai primi periti non consentiva di rilevare tracce di nitroglicerina. Si tratta di una constatazione che porta a non escludere che le tracce di nitroglicerina, peraltro tenendo anche conto che le stesse sono ben più solubili rispetto a quelle di tritolo, e che la piazza è stata lavata prima dell’acquisizione dei reperti e dei campioni, ci fossero, ma non sia stato possibile rilevarle.

 

 

Di fronte alla relativa contestazione (p.79) i Periti non sono stati in grado di spiegare il mancato rilevamento:

“…nella terza prova sembrerebbe quasi come se avessero dei problemi con gli strumenti che hanno in dotazione, a potere rilevare la nitroglicerina abbondantemente presente in sei candelotti di dinamite… E’ un dato strano, la nitroglicerina si sarebbe dovuta trovare. E’ presente per oltre il 30 per cento, o l’EGDN o l’GN si sarebbero dovute…dovevano trovare queste tracce di un po’ di tutti questi prodotti che ho elencato poc’anzi.”

 

Peraltro, in occasione dell’esperimento del 19 luglio 74, con l’utilizzo di gelignite (alla quale è ovviamente addizionata una piccola percentuale di tritolo) si rinvengono tracce di tritolo.

Pertanto non è vero quanto assumono i nuovi periti, e cioè che il tritolo non lascia tracce se utilizzato in quantitativi modesti.

I Periti hanno risposto in modo non troppo scientifico (74): hanno avuto la fortuna che le molecole incombuste, facenti parte di questo 6 per cento, 7 per cento di TNT che è presente nella gelignite sono state repertate, si sono fissate su una particolare superficie…”

 

Altro elemento che i Nuovi Periti non hanno considerato, è il seguente: in occasioni degli esperimenti i primi periti hanno prestato attenzione al colore del fumo. Non si trattava di spettatori distratti dalle parole dell’oratore, ma di tecnici in attesa dell’esplosione. Ebbene, come emerge a pag. 147 della prima perizia, il nero fumo è stato apprezzato da tutti (quindi forse non è stato presente soltanto un secondo, come afferma COPPE), e le sue conseguenze sono state esuberanti, accompagnate da fiamme e tracce di affumicatura anche nei muri circostanti, quindi non soltanto quello dove era collocato il cestino. Occorre rilevare che i primi periti, che hanno escluso si trattasse di solo tritolo, lo hanno escluso anche attraverso un raffronto tra il nerofumo sviluppato in occasione dell’esperimento e quello rilevato in Piazza della Loggia (evidentemente ritenute troppo modeste dai primi Periti perché si potesse parlare di tritolo), e cioè sulla base dello “esame delle tracce di combustione”.

In parole povere, proprio la modestia delle tracce di nerofumo rilevate sulla colonna hanno portato i primi Periti ad escludere che si trattasse di tritoloNon dimentichiamo che i primi periti hanno avuto davanti la colonna subito dopo l’esplosione, mentre i nuovi periti hanno avuto a disposizione delle foto in bianco e nero, peraltro di pessima qualità.

Si noti, tra l’altro, che i Nuovi Periti hanno parzialmente stravolto in senso riduttivo, si spera per ragioni di fretta, una delle frasi riportate dai primi periti, quando hanno descritto l’esperimento compiuto con il tritolo:

 

“L’esplosione è stata violenta ed accompagnata da grande sviluppo di fiamma e fumo decisamente nero apprezzato come tale da tutti i presenti. L’esplosione ha lasciato abbondanti tracce di affumicatura anche nei muri circostanti” (pag.147 prima perizia) si è trasformata in “esplosione violenta accompagnata da sviluppo di fiamma e fumo nero con tracce abbondanti di affumicatura sui reperti e sui muri circostanti” – dove si sono persi per strada tutti gli aggettivi che davano un’idea dell’esuberanza del fumo, il fatto che la cosa fosse stata notata da tutti (quindi anche tutti i presenti in piazza dovevano notare il fumo nero), e un “anche”, che ha il significato di un “perfino”, e che era senz’atro da intendersi nel senso che il propagarsi del nerofumo “anche” agli altri muri era qualcosa che non era accaduto in occasione della strage, e che pertanto era per i primi Periti una delle ragioni per escludere il tritolo.

I Nuovi Periti, inoltre, hanno sorvolato anche sul fatto che i primi periti hanno rilevato (pag.153) le tracce di nerofumo nelle immediate adiacenze dell’epicentro anche in occasione dell’esperimento con la gelignite. Solo in fase dibattimentale (91) hanno sostenuto che “difficilmente la dinamite può produrre striature, strisciature, annerimenti come quello che abbiamo apprezzato su quelle pareti lì”. Hanno comunque ammesso che

“c’è comunque una combustione…sul punto di scoppio, quindi sulla superficie dove è appoggiato l’esplosivo è chiaro che lì l’annerimento lo apprezzi”. Se andiamo ad osservare le fotografie, constatiamo che molte evidenziano, per la loro scadente qualità, colori scuri che interessano non solo la colonna, ma l’intero teatro dell’esplosione. Molte foto, tuttavia, danno l’idea di un annerimento della colonna abbastanza modesto, contenuto in alcune decine di centimetri al di sopra di dove era collocato il cestino.

Tanto per citarne alcune, le foto alle pagg. digitali 29, 33, 69, 147, 166, 225, 242, 255, 267, 269, 273, 300, 386, 580, 620, 721 dell’allegato alla perizia, rendono questa impressione, e si ha la sensazione che i Periti si siano fatti influenzare dalla cattiva qualità di alcune foto in bianco e nero, dove il contrasto tra il bianco della colonna e l’oscurità del vicolo possono aver evidenziato toni oscuri che in realtà erano inesistenti. Soprattutto se consideriamo che i primi periti hanno escluso il tritolo proprio anche alla luce delle tracce di nerofumo, evidentemente troppo modeste.

 

Ma non è tutto:

il tritolo rinvenuto nel terriccio e nei frammenti alla base della colonna (pag.116 prima perizia) non è dosabile; sul cestino la presenza di tritolo è al livello del limite di sensibilità della metodologia adottata. A pag. 118 si ribadisce che l’analisi oscillopolarografica non ha fornito risultati quantitativi per il tritolo perché la quantità presente nella soluzione da analizzare, a causa di altre sostanze in essa disciolte era inferiore al limite di sensibilità…l’analisi gas-cromatografica non ha rilevato tracce di tritolo, probabilmente a causa della degradazione dello stesso prima del momento in cui l’analisi fu eseguita.

Ne dobbiamo concludere che le tracce di tritolo, pur presenti, non erano comunque per nulla espressive di una particolare esuberanza del quantitativo. In sostanza, nonostante che il tritolo sia scarsamente solubile, e quindi resistente all’intervento degli idranti, ce n’erano tracce così modeste da far ritenere che lo stesso non potesse essere la componente principale dell’esplosivo, come concluso dai nuovi Periti.

Quanto ai diversi effetti, rispetto a quelli constatati in occasione della strage, del tritolo sul cestino ed ai frammenti ottenuti, nonché alla circostanza che, secondo i primi Periti, il tritolo per prima cosa avrebbe provocato la troncatura del palo di sostegno, i Periti se la cavano sostenendo che se il tritolo, invece che da 550 grammi, fosse stato costituito da un chilo circa, come da loro ipotizzato, diversa sarebbe stata la frammentazione (pag.98)

 

 

 

 

 

2.6.6 - Le osservazioni dei testi

Il Perito EGIDI è stato meno drastico del consulente COPPE in ordine all’entità del tempo durante il quale sarebbe stato possibile percepire da parte dei testi il fumo nero. Il predetto infatti, lo si è già detto, ha dichiarato:

“Innanzitutto questa esplosione di una carica così costituita, chiaramente sprigiona del fumo nero, quindi le persone presenti nella piazza, se hanno visto la detonazione di questa carica, dovrebbero aver apprezzato del fumo di colore nero..immediatamente dopo lo scoppio per qualche secondo apprezziamo questa fumata nera, è chiaro che poi dopo scompare.”

Si tratta di una frase che non mette in dubbio che fosse naturale che, per almeno per qualche secondo (e non un solo secondo – come afferma COPPE), questo fumo nero dovesse essere percepito.

Il dato ci sembra contrastare troppo con le dichiarazioni testimoniali. Siamo in presenza di decine e decine di dichiarazioni testimoniali non di semplici presenti, ma di persone che sono state ferite, che parlano di gradazioni del fumo che va dal bianco al grigio a fronte di una persona che ha riferito di fumo nero.

E’ vero che è da valutare l’effetto dei detriti provenienti dalla colonna, ma lo stesso non poteva essere così imponente da nascondere immediatamente la visione del nerofumo. Si pensi che peraltro come si è visto gli stessi Periti hanno minimizzato l’entità dei danneggiamenti, pur a fronte di tante persone uccise o ferite. Al di là della colonna, infatti, peraltro ad un’altezza piuttosto contenuta, non ci sono stati crolli, rilevanti cedimenti e sgretolamenti, tali da assorbire, neutralizzare con la polvere dei detriti, l’ondata di fumo nero.

 

 

 

 

 

 

2.6.7 - Le valutazioni del consulente Danilo COPPE

Il consulente di parte si è attestato su posizioni non lontane da quelle dei Periti: facendo un discorso “probabilistico statistico” (68) è da ritenere che sia stato utilizzato tritolo. Il tritolo ha effettivamente questo nucleo di fumo nero, “che poi lascia anche la cosiddetta affumicatura intorno”. Il colore del fumo dipende dal tempo in cui uno lo guarda, perché alla fine tutti gli esplosivi fanno del fumo bianco, perché sviluppano vapore acqueo. Se ci fosse stato nitrato d’ammonio, che riconduce all’ANFO, sarebbe stato notato un fumo giallo. La stessa circostanza che il nitrato sia stato trovato su pilastri non interessati dall’esplosione, dimostra la scarsa valenza del dato. Peraltro l’ammonio è un prodotto di degradazione di tante sostanze organiche, quali urine di animali, e quindi se il tampone è stato effettuato alla base dei pilastri, sarebbe stato normale trovare ioni nitrici o ioni ammonio. L’esplosione del tritolo è immediatamente accompagnata da un’aura nera intorno, che tuttavia si schiarisce sempre di più perché si mescolano prodotti di derivazione dell’esplosione e vapore acqueo. Quindi in un secondo si passa dal nero al grigio e al bianco. Anche la gelignite fa fumo nero (43), ma in misura molto minore rispetto al tritolo. E’ escluso che si potesse trattare di VITEZIT, perché non sono state rilevate tracce di dinitrotoluene (DNT), né di nitroglicerina. L’unico dato certo è costituito dalla presenza del tritolo, mentre sul pilastro non è stata trovata nitroglicerina.

Pertanto il discorso si sposta verso il tritolo puro, eventualmente anche a candelotti.

Il tritolo non è plastico, perché è durissimo, mentre la gelignite è plastica. Ha un aspetto gommoso. La gelignite può essere più o meno dura, a seconda della temperatura. Il tritolo può presentarsi a scaglie di formaggio.

Tutto questo discorso, pieno di certezze sull’uso del tritolo, non dissimili da quelle dei Periti, vacilla nel momento in cui (pag,57) è stato chiesto al consulente come mai i vecchi periti, quando hanno cercato di riprodurre l’esplosione di piazza della Loggia usando la gelignite, non hanno trovato tracce di nitroglicerina (così come in occasione dei rilievi sulla vera esplosione del 28 maggio) e se è possibile che, incorrendo negli stessi errori dell’esperimento, ciò sia la causa della mancata rilevazione della nitroglicerina in Piazza della Loggia.

 

 

Il consulente ha dovuto ammettere che dal 1974 , quanto alla tecnica di rilevamento delle tracce delle esplosioni “è cambiato tutto” (56), in particolare “i principi di funzionamento della strumentazione”. I Periti dell’epoca non hanno indicato le soglie di sensibilità degli strumenti utilizzati. Attualmente si percepiscono “parti su milione”, mentre negli anni ’70 parte su migliaia. “E’ cambiata di tre zeri la sensibilità”. Pertanto, se i vecchi Periti hanno trovato tritolo, il tritolo c’era. Tuttavia il mancato ritrovamento della nitroglicerina all’esito dell’esperimento, riproducente l’esplosione di Pazza della Loggia, nel quale è stata certamente usata la gelignite, “mette in dubbio anche le analisi fatte in Piazza della Loggia. Perché se hai usato un metro che si è rivelato fallimentare in una simulazione, chi mi dice che fosse corretto…dobbiamo essere indulgenti con i periti dell’epoca dal punto di vista strumentale perché eravamo veramente nella preistoria…si era veramente in uno stato preistorico per cui il fatto che non le abbiano trovate può volere dire nel peggiore dei casi che la strumentazione era inadeguata. Nel migliore dei casi che abbiano sbagliato a fare il repertamento dopo”.

Di conseguenza il consulente ha affermato che scientificamente non possiamo escludere che i Periti di allora non abbiano trovato tracce di nitroglicerina per gli stessi eventuali errori in base ai quali non hanno trovato tracce di nitroglicerina in occasione dell’esperimento.

Quanto all’argomento del colore dei candelotti e della riconoscibilità da parte delle persone, il consulente è stato molto più approfondito dei Periti:

all’epoca il colore con cui i fabbricanti personalizzavano con coloranti gli esplosivi era molto vario:

si passa da una dinamite bianca, a quella bianca e a quella rossa. Il tritolo (non rivestito) ha il colore del legno. “i militari in una certa fase, ovviamente, l’hanno colorato di verde scuro” perché doveva servire per operazioni di sabotaggio e non poteva avere un oggetto chiaro, visibile da lontano. “per cui hanno fatto anche del tritolo color lavagna scuro. Cioè un misto tra un verde scuro, scuro, scuro o un grigio scuro, ovviamente come effetto mimetico” (31). Come si può notare, è, grosso modo, il colore indicato da DIGILIO. Come poi ha spiegato il consulente (53) l’ooperazione di colorazione consiste in una verniciatura del candelotto. Tutti gli altri esplosivi avevano “infinite colorazioni”. Ha aggiunto: “…si poteva avere la dinamite con la carta bianca, rosa, rossa, verde, marrone a seconda di come frullava nella testa”. Ciò comportava estrema difficoltà nel riconoscere l’esplosivo da lontano, e senza andare a leggere l’eventuale scritta. A meno di non essere un utilizzatore costante di questi prodotti (31). Il tritolo (32) poteva essere a panetti, a cilindri e anche a candelotti.

A domanda del difensore di ZORZI (70) ha specificato che il tritolo poteva essere caratterizzato da un involucro esterno di carta senza che fosse stampato niente perché “i militari se ne fregavano di scriverci sopra:tritolo”. La carta avrebbe avuto una funzione “protettiva di contenimento” perché il tritolo si può scheggiare. Nel settore civile, invece, sulla confezione era obbligatorio indicare il contenuto.

Affrontato più specificamente (38) il tema della capacità di Carlo DIGILIO di individuare il tipo di esplosivo rispetto all’aspetto esterno, il consulente ha dichiarato (39):

“ Ho difficoltà a valutare la sua preparazione. Se mi devo basare solo sulle dichiarazioni dico: uno che ne ha visti ma non più di tanti, insomma...io stesso cioè se mi appoggiate lì sul tavolo dei candelotti cioè rischierei di dire un prodotto per un altro oppure potrei dire: ma potrebbe essere questo, questo o quello, creando una gamma di possibilità. Non riuscirei mai a colpo sicuro nonostante mi reputo uno che ne ha utilizzato tanto di esplosivo e di tante marche diverse, di tante tipologie diverse negli ultimi 25 anni. Io stesso avrei difficoltà a riconoscere quale esplosivo. Potrei dire: mah, potrebbe essere questo o quello, ma più di così…”

Naturalmente, se detto esplosivo fosse scartato, sarebbe stato più facile riconoscerlo.

L’esperto, sollevando il candelotto può percepire un peso maggiore, e quindi un peso specifico maggiore, che può aiutarlo a riconoscerne il contenuto. Se, tastandolo è rigido, è tritolo: “se è plastico invece si aprono diversi scenari”.

Interrogato dal difensore di ZORZI, il consulente ha confermato in sostanza che DIGILIO può aver dato quella descrizione avendo visto del tritolo (68).

Il tritolo è molto poco solubile (60) – ricorda tritolo risalente alla guerra, trovato a Bologna in una falda acquifera – e il fatto che le tracce siano state trovate tracce non tanto sulla colonna, ma ai suoi piedi, nei detriti, può anche essere spiegato dall’operazione di lavaggio.

E’ corretto (44), a distanza di tempo non trovare tracce di nitroglicerina mentre invece è corretto trovare tracce di tritolo.

Osserva, comunque, il Perito che difficilmente ci può essere stato un lavaggio così approfondito, finalizzato a far sparire tutto ciò che è solubile alla lunga con effetto idromeccanico, tale da consentire il rinvenimento di solo tritolo.

Il consulente ha anche affrontato il tema del possibile congelamento, e quindi grave instabilità, della nitroglicerina contenuta negli eventuali candelotti di gelignite, considerato che, quanto al tritolo, il problema del congelamento non si pone. Si ricorderà, infatti, che DIGILIO afferma di aver collocato in frigorifero i candelotti prelevati dall’ordigno che gli aveva esibito SOFFIATI. Il consulente ha esposto che molto dipende anche dalla durata dell’esposizione alla temperatura bassa, nonché dalla effettiva composizione del candelotto: alcune dinamiti, infatti, venivano additivate con sostanze che abbassavano di molto la temperatura di congelamento. Il congelamento è un fenomeno fisico che consiste nella cristallizzazione della sostanza. Se cristallizza, diventa pericolosa. L’indurimento inizia a meno 5-7 gradi sotto zero (36). Il congelamento si verifica (37) a meno venti gradi, al raggiungimento della massima cristallizzazione.

Pertanto è un errore (38) parlare di una temperatura di congelamento della nitroglicerina a 7-8 gradi sopra lo zero. Se i fabbricanti indicano come valori 7-8 gradi sotto zero, si tratta di un fatto prudenziale (40) perché “se tu sai che congela a meno 20, tu devi dare un’indicazione che è almeno il doppio del prudenziale in modo che ti metti al sicuro” .

Il consulente ha anche descritto l’ordigno che “andava in auge in quegli anni”, e senza entrare in particolari, si tratta di una descrizione compatibile con quella fornita da DIGILIO. Premesso che in materia si parla di “vetro”, anche se la copertura esterna della sveglia e dell’orologio è in plastica (28) – circostanza che sgombra il campo da una prima contestazione dei Periti -, e che spesso si usa promiscuamente, anche dagli esperti, l’indicazione “quadrante” per far riferimento sia alla parte esterna in plastica, che al piano ove alloggiano le lancette – altra circostanza che nuovamente neutralizza una delle critiche dei Periti a DIGILIO – l’opportunità di svitare la vite, operazione che DIGILIO ha più volte descritto, ha un senso “se il quadrante è in metallo” (51).

L’utilizzo di un timer era possibile e statisticamente anche più probabile all’epoca di un telecomando. Il fatto di usare un timer con una sveglia o con un orologio da polso era una realtà di uso comune (32). L’uso di un orologio determina la certezza di eliminazione di ogni traccia.

Per quanto tecnicamente fosse la stessa cosa utilizzare un orologio da polso od una sveglia (56), ovviamente “lavorare sul piccolo è più difficile che lavorare in scala macroscopica”. Per l’utilizzo della sveglia occorre una minore manualità, “con l’orologio devi cominciare a scegliere dei fili sottili, devi cominciare ad avere una certa capacità di miniaturista…”

Da tener presente che il consulente ha indicato (54) come un’operazione corretta quella che DIGILIO ha riferito di aver effettuato su un quantitativo di gelignite che trasudava, e cioè utilizzare della segatura, che assorba questo trasudamento.

 

 

 

 

 

 

2.6.8 - Le osservazioni del consulente della difesa di ZORZI

Quanto alle osservazioni del consulente BERRY circa le difficoltà di utilizzo di un fiammifero antivento, le stesse si scontrano con tutta la letteratura in tema di esplosivi, che vede il frequente utilizzo dei medesimi. Le caratteristiche dell’enorme e vetusta sveglia che il consulente ha portato con sé, non possono essere estese automaticamente alla sveglia descritta da DIGILIO, peraltro dotata di una cupola esterna di plastica, e non di un vetro, come quella del consulente. L’uso della sveglia, e non solo dell’orologio, non costituisce certo una novità. E’ una sveglia quella dell’attentato sul treno Torino-Roma, nel corso del quale si ferì AZZI nel 1973. E’ una sveglia quella dell’Italicus dell’agosto 74. E’ una sveglia quella utilizzata in occasione di uno dei due attentati alla Scuola Slovena e al Cippo di Gorizia, nei quali è coinvolto anche Delfo ZORZI. E’ una sveglia quella dell’ordigno che provocò la morte di Silvio Ferrari il 19.5.74. Secondo il teste NAPOLI (pag.89-90 escussione dibattimentale) MELIOLI, quindi il presunto (secondo TRAMONTE) autore materiale della strage di Brescia, aveva modificato delle sveglie per farne degli ordigni. Appare, quindi, difficile poter sostenere che si tratti di un mezzo scarsamente idoneo per attentati come quello oggetto del presente procedimento.

Quanto alle ulteriori osservazioni del consulente, le stesse ripercorrono le stesse vie praticate dai Periti, e pertanto valgono le stesse osservazioni già formulate. Peraltro non si comprende come il consulente, in sede di valutazione degli effetti dell’attentato abbia visionato, secondo il suo ricordo, soltanto poche fotografie della colonna interessata dall’esplosione, laddove le foto fornite ai periti si aggirano sul centinaio. Appare, quindi, improbabile che abbia avuto una visione completa delle tracce dello scoppio.

 

[2.6.9 - Le dichiarazioni del consulente Danilo COPPE (errore di trascrizione della Procura - il testo è la ripetizione del 2.6.7)]

 

2.6.10 - La validita’ tecnica dei primi periti

La nuova perizia, nel valutare l’operato dei Primi Periti, contiene delle osservazioni molto pesanti, fino al punto da definire (pag.158) “singolare” la loro conclusione circa il presunto impiego, in occasione della strage, di esplosivo da mina gelatinato.

Consideriamo quello, dei Periti, che forse più degli altri si è occupato della rilevazione delle tracce sulla colonna, fino al punto che spesso appare ritratto nelle fotografie proprio nel momento in cui le acquisisce.

Il Gen. Romano SCHIAVI, utilizzato da sempre dagli Uffici Giudiziari di tutta Italia, e ritenuto come uno dei maggiori esperti italiani in tema di esplosivi, ha potuto visionare direttamente (e non attraverso pessime ed equivoche fotografie) la colonna interessata dall’esplosione. Ben difficilmente, pertanto, avrebbe potuto, data la sua esperienza specifica, incorrere nell’abbaglio colossale che gli viene attribuito, escludendo che si trattasse di tritolo proprio sulla base dell’entità delle tracce di nerofumo, residuate sulla colonna, che avrebbero dovuto convincerlo dell’esatto contrario.

Disponendo di un “curriculum” gentilmente offertoci dal Generale, iscritto all’albo degli Ingegneri, non possiamo non notare che tra le sue tante esperienze, troppo cospicue per essere qui riportate per intero (ha prestato il suo contributo per oltre 50 uffici giudiziari italiani e stranieri), rientrano le seguenti: Comandante della sez. Staccata di Artiglieria (ex Arsenale Militare di Brescia); responsabile della gestione di sette depositi di munizioni; responsabile della bonifica del territorio da mine e ordigni bellici; responsabile dell’antisabotaggio; ha condotto personalmente tutti gli interventi a Brescia e nel territorio della Legione CC di Brescia dal 1968 al 1980. Membro, dal 2000 al 2010, della Commissione Tecnica in materia di armi ed esplosivi; membro della Commissione d’esame per l’abilitazione di ingegneri o chimici direttori di fabbriche di esplosivi, fochini, minatori….; membro presso la Commissione Consultiva Centrale armi ed esplosivi presso il Ministero dell’Interno;

ha eseguito controlli e collaudi presso circa 200 fabbriche di armi e presso le due più importanti fabbriche di esplosivi esistenti in Italia;

Docente presso la scuola di polizia Giudiziaria Amministrativa investigativa in materia di armi ed esplosivi;

docente in corsi di specializzazione presso l’Università di Torino e la Tor Vergata di Roma.

Quanto sopra, limitandoci ad esperienze più specifiche con riferimento alla materia esplosivistica.

 

 

Appare quindi improbabile, per le tante “esplosioni” alle quali ha assistito nella sua carriera, che non sia stato neanche in grado di fornire valutazioni adeguate sulle tracce residuate sulla colonna, visto che, per così dire, quello “era il suo mestiere”.

 

 

 

 

 

2.6.11 - Le valutazioni dei periti balistici sull’ordigno visto da DIGILIO e sulle competenze tecniche del predetto

I Periti hanno esaminato le dichiarazioni di DIGILIO in modo piuttosto lacunoso, spesso irridendolo gratuitamente ed esprimendo nei suoi confronti valutazioni che lo descrivono come una persona non esperta nel campo degli esplosivi.

A tali conclusioni, tuttavia, sono giunti spesso non tenendo conto delle probabili imprecisioni nella verbalizzazione da parte di chi di esplosivi esperto non è (il magistrato), o da parte del trascrittore, o non avendo letto con attenzione tutte le dichiarazioni che DIGILIO ha fatto nell’ambito del medesimo verbale. Sarebbe stato, inoltre, opportuno fare riferimento, quanto ai concetti, alla trascrizioni, che sono più precise, rispetto ai verbali sintetici.

E’ evidente che se il trascrittore, non conoscendo la materie, scrive “gerignite” o “lignite” invece di “gelignite”, la colpa non è di DIGILIO. Tanto è vero che, dove c’è stata la trascrizione sintetica, gli errori sono corretti da chi verbalizza, tanto è evidente la loro origine. Se facesse fede la trascrizione, noi vedremmo che nei verbali dibattimentali di Milano c’è sempre scritto, decine e decine di volte un assurdo “Aginter interpress”, invece di “Aginter Presse”. Vedremmo che MAGGI “carteggiava” la riunione di Rovigo, anziché “caldeggiava”. Vedremo che “Westmoreland” diventa “West Morand” , che “RAHO” diventa “RAU”, etc.

Ciò che, tuttavia, appare stupefacente e che a DIGILIO, che forse non sarà stato il maggior esperto mondiale in tema di esplosivi, ma che comunque ne aveva una certa conoscenza, e che dà una descrizione dell’ordigno comprensibile a chiunque, addirittura elementare, i Periti “mettono in bocca” concetti e affermazioni assolutamente contraddette dal testo dei molteplici interrogatori che ha reso. Alcune trascrizioni, in effetti, non sono state fornite ai Periti. Vi è da osservare, tuttavia, che i verbali a loro disposizione erano comunque sufficienti per comprendere, senza troppi sforzi, che cosa intendesse descrivere DIGILIO, evitando di stravolgerne il significato in modo addirittura sistematico.

 

La descrizione dell’ordigno da parte di DIGILIO è chiarissima: dai due poli della batteria da 4,5 volt. partono due fili. Uno di questi è collegato ad una vite, o perno di metallo, che perfora la plastica esterna della sveglia (quella impropriamente definita vetro della sveglia, o ancora più impropriamente “quadrante”, ma che DIGILIO ha espressamente riferito essere di plastica, e che ha chiamato anche col termine “lunetta”), entrando in collisione, all’ora prestabilita, con le lancette. Queste ultime ruotano tra il quadrante di metallo (quello dove sono segnate le ore) e la plastica esterna. Pertanto possono essere piegate verso l’alto, in modo che, una volta in movimento, più facilmente tocchino la punta della vite all’ora prestabilita, senza passare al di sotto della medesima, evitandola.

L’altro filo della batteria è collegato con la zampetta della sveglia, o al “nottolino” delle ore, se di metallo, parte che è in collegamento con i meccanismi metallici che sono all’interno della sveglia. Quando le lancette, che sono collegate indirettamente al piedino o al nottolino attraverso gli altri meccanismi, toccano la vite, il circuito si chiude. Uno dei fili collegati alla batteria è più lungo, e fa una serpentina che passa attorno alla testa del fiammifero antivento, e il tutto è collocato all’interno di un detonatore. Il fiammifero, alla chiusura del circuito viene riscaldato dal filo, e si incendia, facendo esplodere il detonatore e l’ordigno. Il circuito si può chiudere anche senza che la sveglia cammini: infatti, se vi è compressione della plastica esterna (per esempio perché la valigetta viene posta al di sotto di altre pesanti valigie), quella dove è collocata la vite, quest’ultima può toccare il quadrante di metallo delle ore e chiudere il circuito. Proprio per evitare che la punta della vite tocchi il quadrante di metallo, e chiuda, in caso di compressione, il circuito, DIGILIO svita un po’ la vite, in modo che sia più lontana, e il contatto non avvenga inavvertitamente.

DIGILIO chiarisce che la chiusura esterna, pur chiamata impropriamente “vetro della sveglia”, è di plastica. La cosa è resa evidente anche dal fatto che, a parte le enormi difficoltà di bucare il vetro, se ci fosse una compressione il vetro si romperebbe. Invece la plastica è elastica e la vite in essa inserita, spinta dal peso si avvicina al quadrante di metallo, e lo può toccare, chiudendo il circuito. Tutto questo non richiede che conoscenze banali, non certo esplosivistiche, ma i Periti insistono, per negare anche queste a DIGILIO, o equivocando del tutto quello che il predetto afferma ed enfatizzando soltanto quelle dichiarazioni che, o sono stravolte dalla trascrizione, o sono le uniche ad avere, per fretta, un minimo di equivocità. Le dichiarazioni prive di equivoci scompaiono, invece, dal loro esame.

Vediamo come avviene questa sorta di demolizione di DIGILIO:

 

2.6.12 - Le critiche dei periti all’ordigno descritto da DIGILIO

 

 

2.6.12.1 - La chiusura del circuito descritto da digilio. la vite nella copertura esterna di plastica della sveglia

A pag.104 della perizia si legge:

“IL DIGILIO afferma che i fili erano già collegati tra la pila e la sveglia; quest’ultima aveva un perno (riteniamo metallico) posto sul quadrante e le lancette con le punte piegate in alto per facilitare il contatto (non ci risulta che esistano quadranti di vetro)….Per tranquillizzare il suo amico, DIGILIO solleva un po’ il perno dal quadrante svitandolo con grande attenzione e riducendo così il pericolo di un contatto non dovuto (non appare sicuramente questa una azione in grado di ridurre il pericolo di un contatto in quanto il perno andava eventualmente rimosso).

 

 

 

2.6.12.2 - L’equivoco dei periti

Al di là di ogni considerazione sulla valenza (per i Periti di grande rilievo, fino al punto di sottoliniare in grassetto la circostanza) che DIGILIO, soltanto evidentemente per farsi meglio capire, parla, con riferimento alla copertura trasparente della sveglia, di “vetro”, precisando subito dopo che in realtà si trattava di plastica, vi è da osservare che mai DIGILIO ha affermato che il perno era fissato al quadrante, ma soltanto al “vetro” della sveglia,e cioè alla copertura esterna di plastica . In sostanza DIGILIO ha sempre affermato che soltanto una pressione esterna alla sveglia, imprevista e non voluta, avrebbe potuto avvicinare il perno di metallo al quadrante di metallo (intendendosi per quadrante quello dove sono segnate le ore), determinando così una inattesa e prematura chiusura del circuito, che avrebbe dovuto naturalmente chiudersi soltanto quando le lancette, opportunamente ripiegate, sarebbero entrate in contatto con il perno posto sul vetro (o meglio, sulla plastica). Proprio in tal senso lo svitare parzialmente il perno avrebbe consentito di allontanarlo dal quadrante, evitando l’inconveniente di cui sopra. Pertanto i Periti sono caduti in un madornale equivoco.

Che non abbiano capito quanto detto da DIGILIO se ne ha conferma a pag. 106, ove si legge:

“La ricostruzione di come era stata adattata questa sveglia è molto confusa; prima parla della vite che una volta toccato il quadrante avrebbe causato il contatto e quindi la deflagrazione (ma la vite era stata fissata sul quadrante e quindi inevitabilmente lo toccava!!).

(In realtà non è assolutamente vero che la vite fosse fissata già al quadrante di metallo!)

E dire che ricostruzione di DIGILIO è sufficientemente chiara, e se non lo è in alcuni punti, in altri non ci sono dubbi su quale fosse il funzionamento.

 

 

 

 

2.6.12.3 - Trascrizione verbale GI SALVINI 4.5.96 (pag.817):

Era una sveglia con un contatto sul perno delle lancette e una vite al centro del vetro…non era proprio un vetro, era una copertura di plastica”

(La vite) “andando là, a toccare il quadrante, chiudeva il circuito…bastava solo che una mano afferrasse la sveglia, che quel piccolo sforzo …poteva far scendere la punta della vite e toccare il piano del quadrante e sarebbe immediatamente scattato il meccanismo” (pag.8 trascriz.)

E’ evidente che se la punta della vite può scendere e toccare il quadrante, vuol dire che la vite non è sul quadrante.

L’errore trae origine dall’inesatta verbalizzazione del G.I. d Milano rispetto alle dichiarazioni come registrate (pag.3 verb. Sintetico del 4.5.96), anche se una (doverosa) lettura di tutto il periodo successivo escludeva nel modo più assoluto che DIGILIO avesse riferito che il perno era inserito nel quadrante di metallo:

“I fili erano già collegati tra la pila e la sveglia e quest’ultima , inoltre, aveva già il perno sistemato sul quadrante e le lancette con le punte piegate in alto per facilitarne il contatto”.

Però subito dopo c’è scritto:

“Notai che il quadrante della sveglia non era di vetro, ma di plastica.”

E’ evidente, quindi, che il perno è da intendersi collocato sulla copertura in plastica della sveglia, e non sul vero quadrante!

Ancora più giù si legge l’espressione : “Quadrante di plastica” – a confermare che chi parla non si riferisce al quadrante vero e proprio, metallico, con sopra indicate le ore.

 

 

 

 

2.6.12.4 - Il concetto è ancora più chiaro nella verbalizzazione dell’interrogatorio del 15 maggio 96 davanti a questo Ufficio:

Infatti gli avevano avvitato la vite sul vetro della sveglia fino in fondo, per cui la punta andava a toccare il piano, quello dove ... dove si leggono le ore

Piantoni: - il quadrante

Digilio: - il quadrante. Pertanto i due fili, partendo dalla ... dalla batteria, toccavano da una parte l’astina delle lancette e dall’altra toccavano questa vite, pertanto bastava leggermente premere questa sveglia e la vite avrebbe toccato il quadrante, sarebbe avvenuto il contatto e quindi la deflagrazione

Piantoni: - ma il contatto sarebbe stato tra la lancetta e la vite o il quadrante? non capisco. Cioè la vite andava ad interferire sul movimento della lancetta ?

Digilio: sì

Piantoni: da qui ad un’ora predeterminata avrebbe creato il contatto

Digilio: esatto, esatto

Piantoni: così?

Digilio: sì è vero

Piantoni: allora perché c’era un problema di contatto tra la vite ed il quadrante ? forse faceva massa con ....

Digilio: faceva massa, sì signore. Faceva massa ....

Piantoni: .. dica ... dica apertamente

Barbesti: probabilmente ha spiegato meglio ... ha spiegato meglio nell’interrogatorio vecchio. Le due lancette erano curvate ....

Digilio: - verso l’alto, sì

Barbesti: - perché il contatto doveva essere fatto ….

Digilio: - avevo scoperto una cosa che le lancette quelle strette e lunghe, erano state curvate con una pinzetta, quindi girando senza dover ... sarebbero … si sarebbero impigliate e sarebbero venute a contatto. Venendo a contatto sarebbe avvenuta senz’altro l’accensione

Di Martino: - ma quindi la vite era gia' …

Piantoni: - non ho capito, cioè quindi il contatto è tra le due lancette …. (sovrapposizione di più voci) ... il contatto è tra le due lancette perché sono curve quindi c’è un punto in cui si toccano …

Digilio: - sì è vero

Piantoni: - e la vite ?

Digilio: - e l’altro è una vite. C’è una vite che tocca il bilanciere, fa massa che collega la massa che è il quadrante, si

Piantoni: - ah ecco, la vite fa massa sul quadrante perchè' il quadrante metallico ? cosi’ come tutta la … la ... la ...

Di Martino: - la lancetta tocca la vite, va a chiudersi il circuito

Digilio: sì, sì, sì

Di Martino: - la lancetta tocca la vite. La deflagrazione avviene quando ?

Digilio: - quando avvengono i contatti, si chiudono i contatti sulla pila

Di Martino: - ecco, ma le lancette come facevano a provocare quindi la ...

Piantoni: - cioè un polo della pila era legato alla vite

Digilio: - sì

Piantoni: - la vite ...

Digilio: - camminando andavano a toccare sulla vite che era infilata sul ...

Di Martino: - quindi ... su un’ora

Digilio: sì

Di Martino: - non ricorda su che ora ?

Digilio: - no, non ricordo l’ora

Piantoni: - voglio dire … la vite passava il vetro ?

Digilio: -sì, era infilata .. andava a toccare il quadrante

Piantoni: - era avvitata sul quadrante al quale era stato tolto il vetro o c’era il vetro?

Digilio: - non era vetro, era di plastica, lo spiegai al dottore

Piantoni: - ahhh, di plastica

Digilio: - non era vetro ma era una lunetta di plastica, per questo che loro hanno fatto presto ad infilare la vite

Piantoni: - quindi la vite passa ….

Digilio: - forse era una vite autofilettante forse

Piantoni: - quindi buca il ... la plastica trasparente che sostituisce il vetro

Digilio: - esatto

Piantoni: - e si infila dentro il quadrante

Digilio: - sì, va a toccare con la punta

Piantoni: - va a toccare con la punta e quindi quella è la massa

Digilio: - quella è la massa perché uno dei fili andando a toccare il nottolino delle sfere, praticamente toccava la massa dell’orologio

Piantoni: - questo è uno dei fili, l’altro cavo invece ?

Digilio: - l’altro cavo ... uno ... uno era attaccato a un polo, il polo positivo della pila, l’altro al polo negativo. Uno dei fili toccava quel cilindretto come che serve a girare le sfere

Piantoni: - quindi girare le sfere cosa significa ... girare le lancette ?

Digilio: - le lancette, sì signore

Piantoni: - sul retro della sveglia

Digilio: - sul retro della sveglia. Però se lei nell’afferrare la sveglia per mettere l’orario in cui deve farla funzionare. l’afferrasse con la mano con un certo vigore, finirebbe per schiacciare leggermente ma portare a contatto proprio la vite con la base e sarebbe pericolosissimo quel movimento

Piantoni: - perché darebbe un corto circuito

Digilio: - avrebbe un corto circuito, sì signore. Questo che io spiegai a SOFFIATI

Piantoni: - quindi la vite non era infilata fino a dentro il metallo, era infilata solo nel vetro ... nella ... nella plastica insomma

Digilio: - nella plastica andando a toccare sulla base, sul piano. Il piano era parte integrante della sveglia quindi faceva massa

Piantoni: - faceva massa

 

omissis

Piantoni: - quindi il pericolo era ... il pericolo era che la vite toccasse per … per ... per un disguido toccasse il quadrante

Digilio: - sì, sì, toccasse il quadrante

Piantoni: - in tal modo creando un corto circuito, facendo contatto. Invece il contatto voluto ...

Digilio: - era quello delle lancette

Piantoni: - attivata la vite …attivata la sveglia dandole la carica, sarebbe stato quello di creare un contatto fra la vite e le lancette

 

Omissis

Piantoni: - la piega data alle lancette aveva la finalità di rendere possibile un contatto fra le lancette e la vite o aveva un’altra finalità ?

Digilio: ma io la interpretai in due maniere: uno senz’altro per impedire che le lancette passassero sotto la vite senza toccarla

 

Si rinvia anche alle dichiarazioni del consulente Danilo COPPE, che ha riferito che anche gli esperti usano il termine vetro per riferirsi alla plastica, e come spesso il concetto di quadrante venga confuso.

 

 

 

 

2.6.13 - La testa del fiammifero nel detonatore

A pag.110 i Periti contestano un’altra presunta grave incongruenza della descrizione del contenuto della valigetta da parte di DIGILIO, emersa nel corso dell’udienza del 17 gennaio 2001, ma anche questo caso non hanno capito o non hanno letto con sufficiente cura i suoi verbali:

Fagotto di cartone contenente la pila e la sveglia e poi un batuffolo di cotone dal quale fuoriuscivano dei fili che andavano ad attaccarsi alla sveglia e poi finivano sulla batteria; in questo “fagottello” di carta e di cotone c’era un detonatore dal quale fuoriusciva la parte finale di un fiammifero controvento ( ma allora il fiammifero era posto nel detonatore al contrario ?? la parte finale, cioè quella con la capocchia incendiava fuoriusciva dal detonatore??)

 

 

 

 

 

2.6.14 - L’equivoco dei periti

A parte ogni considerazione sul fatto che la parte finale di un fiammifero può essere sia la testa, che la coda, dalle dichiarazioni di DIGILIO si deduce chiaramente che era la testa del fiammifero nel detonatore, e non viceversa, come gli fanno dire i Periti:

DOMANDA - Il detonatore in questione era al fulminato di mercurio. La parte arrotolata del filamento andava collocata dentro questo detonatore, è così, cioè, attorno alla testa del fiammifero antivento, dentro il detonatore?

RISPOSTA - Ecco, bravissimo!

DOMANDA - E' così?

RISPOSTA - Si prendeva il fiammifero, attorno alla testa del fiammifero si arrotolava il filo al nichel cromo; dopo di che il fiammifero veniva infilato in questo cilindretto, che è il detonatore. Il detonatore altro non è che un cilindro, generalmente di alluminio, dove tiene all'interno una quantità di esplosivo. Prima non si sono accontentati che io dicessi che esplosivo fosse, volevano una risposta alternativa e, allora, l'ho data. Il primo era il fulminato di mercurio ed era quello che interessa a voi.

Più avanti:

DOMANDA - La parte arrotolata del filamento elettrico era dentro il cilindretto, ossia era dentro il detonatore, o era fuori dal detonatore?

RISPOSTA - Era dentro, perché era arrotolata attorno alla testa del fiammifero.

 

 

 

 

 

2.6.15 - La natura dei candelotti visti da DIGILIO.

DIGILIO non si e’mai espresso in termini di certezza

Viene evidenziato che DIGILIO ha riferito di sei diversi tipi di esplosivo. In realtà il collaboratore non ha mai palesato certezze sul tipo di esplosivo:

 

 

 

 

 

2.6.15.1 - 4.5.96 pag.6 trascriz.

“Il Marcello fu mandato a Mestre, a ritirare una valigetta ventiquattr’ore, che conteneva una quindicina di candelotti, e non so se era dinamite o gelignite, o qualcosa del genere, e avevano un aspetto ben diverso da quelli che avevo visto…in precedenza…del ROTELLI”

 

 

 

Come si può notare, già in questa fase iniziale del 4 maggio 74, non vi è soltanto un’alternativa tra dinamite e gelignite, ma anche con “qualcosa del genere”, che apre la via ad ogni possibile ipotesi. Inoltre vi è indicata una diversità con quelli del ROTELLI, che , secondo quanto dichiarato da DIGILIO in precedenza, erano di gelignite ed avvolti in un involucro rosso. Quindi, se si trattava di gelignite, aveva comunque un aspetto esterno “ben diverso” da quella gelignite che lui conosceva. Se DIGILIO avesse voluto ingannare gli inquirenti con una descrizione fantasiosa di un ordigno mai visto, gli sarebbe stato molto più comodo attestarsi sulla descrizione dei candelotti di gelignite mostratigli da ROTELLI, che erano esternamente rossi, e che aveva visto personalmente, senza timore di essere smentito. Invece ha voluto descrivere proprio quello che ha visto, e proprio per tal motivo ha detto la verità. (dott.Meroni)

 

 

 

 

 

2.6.18 - La conoscenza di DIGILIO in tema di esplosivi  (dott. Meroni)

I Periti concludono evidenziando che DIGILIO non sarebbe una persona esperta in tema di esplosivi. Il fatto potrebbe addirittura essere positivo, sotto il profilo dell’accusa, in quanto lascerebbe ampi margini in tema di riconoscibilità della natura dei candelotti che DIGILIO avrebbe visto in mano a SOFFIATI nel maggio 74.

Certo, se DIGILIO non è un esperto di esplosivi, ben può aver confuso candelotti di tritolo con candelotti di gelignite, e soprattutto, a decenni dal fatto, può non aver ricordato l’esatta natura. Quindi, se si ritengono valide le conclusioni dei Periti, che propendono per una presenza preponderante di tritolo nell’ordigno, la sua versione resterebbe comunque valida. Questo Ufficio, per la verità, come verrà esposto in altro capitolo, ritiene che le conclusioni dei Periti non siano esenti da critiche, che non si possa in realtà escludere l’utilizzo di gelignite, che il quadro probatorio circa la natura dell’esplosivo utilizzato sia estremamente magmatico e lontano dalle quasi certezze espresse nell’elaborato. Nondimeno i Periti concludono in tal senso, e pertanto occorre comunque tenerne debito conto.

In realtà il problema è che i Periti tendono ad accreditare l’ipotesi non tanto che DIGILIO non sia esperto, ma che addirittura nulla capisca di esplosivi.

Così non è, e lo possiamo dedurre in parte dallo stesso contenuto dei suoi verbali.

Come si può notare DIGILIO ha a volte riferito all’A.G. di non essere un esperto; in altre occasioni ha riferito di aver visionato ordigni, di averli messi in sicurezza, di aver comunque detenuto, visto o appreso dell’esistenza di esplosivi. Non è solo lui, come sostiene la difesa, ad attribuirsi coinvolgimenti in vicende processuali concernenti gli esplosivi. Sono anche gli altri a parlare di questa sua competenza. Si veda, ad esempio, quanto afferma SICILIANO, con riferimento agli ordigni degli attentati al cippo di Gorizia ed alla Scuola Slovena. Si consideri quanto ha affermato di lui BATTISTON circa la modifica dei detonatori ; si consideri quanto assume PERSIC.

DIGILIO ha ben presente che la gelignite ha spesso un involucro esterno di colore rosso; ha ben presente che il tritolo ha un colore giallo; che il tritolo ha una consistenza dura; ha ben presente già nel 1993, molto prima degli interrogatori di Brescia, che gli esplosivi richiedono l’uso di un detonatore. Non gli mancano, pertanto, le nozioni fondamentali, anche se non si può escludere che le sue nozioni in tema siano limitate e non abbiano lo stesso livello di quelle attinenti le armi, che comunque costruiscono un “genere” che non è poi così lontano da quello degli esplosivi, e che si fonda per molte cose su principi analoghi.

 

 

 

 

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