PROCURA DELLA REPUBBLICA PRESSO IL TRIBUNALE DI BRESCIA
MEMORIA DEL PUBBLICO MINISTERO MASSIMO MERONI
(STRAGE DI PIAZZA DELLA LOGGIA)
Proc. Pen. n.03/08 Corte Assise di Brescia
CAPITOLO 10.00
CAPITOLO X
FRANCESCO DELFINO
10.1 - I RAPPORTI TRA FRANCESCO DELFINO E GIANNI MAIFREDI
I rapporti tra MAIFREDI e DELFINO non sono quelli che sono stati ricostruiti nell’ambito delle indagini e del procedimento sul M.A.R., e che sono stati “consegnati” alla storia processuale. La ricostruzione del ruolo di MAIFREDI quale presunto (come lo chiama la difesa di DELFINO) “agente provocatore”, vacilla in considerazione di una serie inimmaginabile di contraddizioni e di storture, di falsità documentali e di contrasti, che non possono essere frutto del caso e che portano a ritenere che si sia trattato di un rapporto diverso, caratterizzato da equilibri diversi e, alla luce delle dichiarazioni di Clara TONOLI, legato ad un comune coinvolgimento nella strage di Piazza della Loggia.
1) DELFINO e MAIFREDI affermano che i loro rapporti sono iniziati il 21 dicembre 73, ma dalle dichiarazioni della TONOLI e di SORSOLI si deduce che detti rapporti sono iniziati attorno al novembre 1972, o comunque molto prima di quanto sostiene l’ufficiale; se si vanno a valutare le dichiarazioni rese dalla TONOLI nel 1977, nel dibattimento “MAR”, contrariamente a quanto sostiene la difesa, si perviene alle medesime conclusioni.
2) MAIFREDI afferma di non essere mai stato interrogato da DELFINO presso la caserma dei CC di Brescia, ricordando soltanto interrogatori presso il giudice istruttore;
3) Il verbale del 21.12.73 viene stranamente indicato, in uno dei due esemplari, come allegato del rapporto 18.4.75, laddove detto rapporto reca la data del 18.4.1974;
4) Il Giudice Istruttore ARCAI, ammettendo un sostanziale concorso in un falso, afferma che la reale data del rapporto è 18.4.1975;
5) MAIFREDI afferma di essere giunto ai Carabinieri attraverso una sorta di presentazione da parte del PEDRONI, ex tenente dei Carabinieri, laddove DELFINO lo esclude;
6) Dalle dichiarazioni del PEDRONI, che, in contrasto con DELFINO, conferma di aver fatto da tramite, si desume con certezza, desumibile da un documento, che, se un verbale vi è stato, non può comunque essere antecedente al gennaio 1974. Pertanto il verbale è ideologicamente falso.
7) MAIFREDI afferma che DELFINO venne presso la sua abitazione; DELFINO lo esclude.
8) DELFINO e MAIFREDI (in origine) si palleggiano l’un l’altro la primitiva conoscenza del programma del MAR di sparare sulla folla con una mitragliatrice collocata su un furgone – fatto che avrebbe giustificato l’intervento dei C.C. sull’organizzazione;
9) L’intero rapporto sul MAR, che descrive anche il ruolo di MAIFREDI, reca la data 18.5.74 laddove non può essere stato depositato in tale data in quanto, se i magistrati ne avessero conosciuto il contenuto, non avrebbero richiesto indagini per identificare lo stesso MAIFREDI ed altri soggetti, anche inesistenti, la cui identificazione è nitidamente esplicitata nel rapporto . Detto rapporto, quindi, è ideologicamente falso, almeno quanto alla data.
10) Non si comprende come mai, se veramente MAIFREDI ha fatto a lungo parte di una banda armata, addestrandone gli adepti, e abbia detenuto armi da guerra in quantità, non sia stato arrestato e neppure denunciato dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Brescia. E’ evidente che in un quadro di questo genere, quando, come vedremo, la TONOLI, dopo aver descritto il rapporto simbiotico tra DELFINO e MAIFREDI, indicherà il secondo quale maneggiatore di esplosivi e di ordigni, e depositario di conoscenze che poteva avere solo una persona direttamente coinvolta nella strage, non potrà non venire in considerazione, pesante come un macigno, l’anomalia di questo rapporto. Se il rapporto tra MAIFREDI e DELFINO non è quello tra “pentito” e referente, ma addirittura un rapporto paritario, come emerge quando il primo afferma, conformemente a quanto emerge da un’intercettazione, che di comune accordo non hanno arrestato alcuni terroristi del MAR, allora risulta ancora più plausibile che tra i due ci sia stato un rapporto diverso, che, tra candelotti ed ordigni, passa attraverso la strage di Piazza della Loggia.
Alla luce delle dichiarazioni di Clara TONOLI, convivente, poi deceduta, del MAIFREDI, i cui verbali sono stati acquisiti, emergono di tutta evidenza gravissimi indizi un coinvolgimento di Francesco DELFINO e dello stesso MAIFREDI nella strage di Piazza della Loggia.
La TONOLI è una donna equilibrata e sincera, lontana da ogni calcolo, ma forse ingenua, che tuttavia viene travolta da eventi più grandi di lei, che minano le fondamenta della sua famiglia, e dai quali fatica ad emergere. ”Ero giovane, frastornata, per quello che era accaduto, ignorante in materia ed anche molto impaurita” – è questa la descrizione che la TONOLI, madre di tre figli, fa di se stessa, all’epoca del processo MAR. Ciò nonostante è ammirevole il suo tentativo di far affiorare la verità, che in occasione del dibattimento nei confronti degli appartenenti al MAR, non riesce a far emergere in tutta la sua pienezza, per l’intangibilità di chi ha condotto le indagini, il Capitano DELFINO.
La difesa di DELFINO tende a minare la sua credibilità. La TONOLI sarebbe dotata di grande fantasia perché nel verbale dell’11.6.94 davanti a questo Ufficio avrebbe visto “missili” presso la villa del TARTAGLIA. Sempre secondo la difesa di DELFINO, altrettanto incredibile sarebbe la TONOLI quando (pag.7 verb. 18.6.94) sostiene che uno degli schizzi che rinvenne sul comodino del MAIFREDI, in quella prima occasione in cui venne a trovarlo a casa sua il Capitano DELFINO, raffigurava un carro armato, schizzo che lei collegò “ad un carro armato autentico che effettivamente” aveva notato”nelle colline della villa del TARTAGLIA”.
Al difensore di DELFINO dette affermazioni appaiono fantasiose, ma non è così: è lo stesso MAIFREDI, in quel verbale del 21.12.1973 (5° foglio), a riferire non solo che il TARTAGLIA, nell’epoca in cui aveva partecipato agli addestramenti, gli aveva parlato di “armi pesanti con lunga gittata” , gli disse anche di “aver fabbricato dei tubi di metallo che potevano essere inclinati per dare una direzione ed una gittata a detti razzi antigrandine, usandoli come bombe da mortaio”. TARTAGLIA gli aveva anche detto di essere in grado di coprire la ritirata di una sua centuria con l’impiego di un piccolo carro armato che possedeva, “perfettamente efficiente ed in grado di camminare e sparare”.
TARTAGLIA asserì che erano proprio i ragazzi presenti che erano addetti alla pulizia ed alla manutenzione del carro armato, che era mimetizzato sotto del fieno di un cascinale tra i Campiani di Collebeato e la valle di Gussago. La manutenzione del carro armato avveniva di domenica, almeno tre volte al mese. Il carro armato era munito di un cannone e di una mitragliatrice ed era stato portato in zona da un amico di TARTAGLIA al termine dell’ultimo conflitto mondiale e rimesso in perfetta efficienza.
Anche SPEDINI il 23.4.2009 ha riferito di aver appreso di un carro armato dai discorsi di TARTAGLIA. Lo stesso era occultato in un fienile nella bassa bresciana.
E’ ovvio che il concetto di “missile” può essere esteso da un profano a tutto ciò che si riconnette con “razzi”, grosse ogive e strumenti analoghi. Il carro armato rappresentava, invece, un fatto reale.
Ecco che, quindi, la TONOLI è ancora più attendibile quanto è il suo coraggio di parlare di cose reali, che potrebbero essere smentite.
In parte lo si è già anticipato, in parte lo si vedrà tra poco, ma è certamente si ricavano particolari molto inquietanti sulla figura dell’ufficiale: vi è la conferma della conoscenza, da parte di DELFINO e di MAIFREDI, di fatti assai vicini alla strage; di una sua attività di inquinamento nell’ambito dell’indagine del M.A.R., da parte dell’ufficiale, che si sposano con analoga, e pesantissima attività di inquinamento nell’ambito delle indagini, anche da lui condotte, sulla strage di Piazza della Loggia ;
di rapporti poco limpidi con l’indagato MAIFREDI, soggetto dai contorni non ben definiti e problematici.
10.2 - LA FUGA DI MAIFREDI DOPO LA STRAGE DI BRESCIA
Prima ancora di delineare la figura di MAIFREDI, vi è da considerare un dato che fa comunque riflettere: il predetto, nel corso dell’interrogatorio dell’8.4.2002 (da pag.47 della trascriz.) ha riferito che la Direzione dell’IDRA, a seguito delle pressioni della commissione di fabbrica, dopo la strage gli propose di allontanarsi un po’ perché nella stessa si continuasse a lavorare tranquillamente, invito che lui accettò. Dopo qualche giorno, chiamato nuovamente dalla Direzione, fu invitato a firmare le sue dimissioni, cosa che lui fece, perché con la sua presenza si creava una situazione non tollerabile per l’azienda.
Ora, se riflettiamo, questa è la versione che ci ha proposto MAIFREDI. Il dato di fatto è che il predetto si è dimesso poco dopo la strage e non molto dopo si è addirittura imbarcato. Francamente, se ogni persona di Brescia di fede di destra, ma non per una concreta e conclamata implicazione, avesse dovuto rinunciare al posto di lavoro, il fatto sarebbe stato stupefacente. In realtà è MAIFREDI che ha preferito allontanarsi, cambiare aria, sparire dalla circolazione, e ciò sembra sintomatico di qualche cosa di più di una condotta prudenziale, tanto più che si trattava comunque di un collaboratore di un ufficiale dei Carabinieri, che dall’Arma avrebbe potuto ottenere un appoggio protettivo.
10.3 - LA FIGURA DI GIOVANNI MAIFREDI
La figura di MAIFREDI è strettamente legata a quella di DELFINO, col quale, secondo una verità processuale molto problematica e traballante, avrebbe collaborato consentendogli di sgominare nel maggio 74 l’associazione denominata M.A.R., a capo della quale era Carlo FUMAGALLI. MAIFREDI, entrato in un primo tempo nell’associazione golpistica facente capo al TARTAGLIA, con la finalità di esercitare all’uso delle armi i giovani che vi aderivano, ivi compresi i noti SPEDINI e BORROMEO, nel dicembre 1973, atterrito dai programmi sanguinari del gruppo, mirante come finalità ultima ad un colpo di stato, avrebbe preso l’iniziativa di dissociarsi, nella sostanza, dal gruppo medesimo, mettendo a disposizione dei Carabinieri sia quanto appreso circa l’organizzazione, sia fingendo di continuarne a farne parte, anche quando lo stesso sodalizio di TARTAGLIA sarebbe stato, per così dire, assorbito da quello, ancora più pericoloso, del FUMAGALLI. La sua collaborazione sarebbe culminata con la “trappola” tesa a SPEDINI e BORROMEO, arrestati il 9.3.74, e in una serie di attività operative consistenti nella registrazione di colloqui tra i personaggi dell’organizzazione.
L’arresto di SPEDINI e BORROMEO fu un sostanziale “tradimento” dei Carabinieri, o quantomeno un fatto assolutamente non atteso, per la bontà dei rapporti esistenti, e tutto ciò richiama quanto si legge nell’appunto del Col. ROMANGOLI, di cui si leggerà nella parte che si riferisce al “Capitano PALINURO”.
MAIFREDI è un personaggio enigmatico, non soltanto con riferimento ad un suo possibile coinvolgimento nella strage di Brescia, ma anche sotto il profilo della ricostruzione del suo stesso passato e dei suoi rapporti.
10.4 - LA DECORRENZA AL 1972 DEI RAPPORTI TRA DELFINO E MAIFREDI. LE DICHIARAZIONI DI CLARA TONOLI
Sia MAIFREDI che DELFINO affermano che tra di loro non ci sarebbe stato alcun rapporto fino al dicembre 1973, periodo in cui il primo si sarebbe proposto al secondo, rivelandogli le intenzioni cruente dell’organizzazione in cui si era inserito con il ruolo di addetto all’esercitazione dei giovani adepti. Entrambi escludono che MAIFREDI sia stato infiltrato nel MAR da DELFINO.
Tutto ciò contrasta ampiamente con le dichiarazioni di Clara TONOLI, che già dal dibattimento MAR, colloca la nascita dei suddetti rapporti attorno al novembre 1972.
Leggiamo alcuni passi dei verbali:
11.6.94
Il Cap. DELFINO l'ho conosciuto personalmente una sera nella quale MAIFREDI era tornato a casa lamentando dei dolori alla schiena e mi aveva invitato, fornendomi il numero di telefono, a telefonare al "Sig. DELFINO" per avvertire quest'ultimo che lui non avrebbe potuto raggiungerlo e che lo avrebbe atteso a casa. All'epoca a casa non avevamo telefono (non so per quale ragione il MAIFREDI non se lo fosse fatto installare, io l'avevo più volte sollecitato in tal senso. ma lui si è sempre rifiutato dicendomi che non serviva). Telefonai al numero che mi aveva dato e chiesi del Sig. DELFINO rendendomi conto in quel momento che si trattava di un Militare dell'Arma, ciò per le risposte che ottenni dall'interlocutore che era il centralino della caserma di P. zza T. Brusato. Di lì a poco venne a casa il Cap. DELFINO, in abiti civili, e si appartò a parlare con il MAIFREDI. Non so cosa si dissero. In questa occasione mi fu proprio chiesto esplicitamente di non presenziare, i miei due gemelli vennero addirittura fatti andare nella casa di una mia cugina acquisita nello stesso condominio dove abitavamo noi. Il Capitano si intrattenne con MAIFREDI per un tempo abbastanza lungo.
Questo incontro lo colloco nel periodo invernale tra il '72 ed il '73, forse intorno al mese di novembre del '72: dico ciò in quanto mio figlio Alberto era sicuramente molto piccolo, avrà avuto pochi mesi. Il Capitano ricordo che calzava un colbacco nero ed aveva un cappotto scuro.
Non poteva trattarsi del novembre del 1973 perchè ricordo che tra questo episodio e l'arresto di BORROMEO e SPEDINI passarono molti mesi e sicuramente vi fu un'estate di mezzo. Dopo che il capitano era uscito di casa feci a MAIFREDI molte domande per cercare di capire come mai un Capitano dell'Arma fosse venuto a casa nostra a parlare con lui, ma non mi volle dare spiegazioni e per questa ragione, il giorno dopo, con la scusa di venire in centro a fare delle spese sono venuta in caserma per chiedere al Capitano di spiegarmi cosa stesse accadendo.
Non vi furono altre ragioni per cui mi recai dal Capitano.
Ricorda qualcosa a riguardo a dei bigliettini?
Ricordo dei bigliettini di colore azzurro ma ora non ricordo nè dove li trovai nè che legame avessero con la venuta del Capitano.
Avuta lettura di quanto dichiarato da me a riguardo in occasione dell'escussione in Corte d' Assise a foglio n. 2035 retro ove si parla di bigliettini con scritte parole "Carro armato, tritolo o plastico, ragazzo che va in giro senza camicia" devo dire che se ho detto quelle cose sicuramente erano vere ma che ora ho solo un vago ricordo di bigliettini di colore azzurro.
Mi incontrai così con il Capitano il quale inizialmente mi disse che il MAIFREDI non aveva fatto nulla. Successivamente, non so se in occasione dello stesso incontro o in qualche altra occasione, a seguito della mia insistenza mi ha spiegato che MAIFREDI c'era dentro sino al collo e, pur non dicendo che lavorava espressamente per lui, mi ha detto che MAIFREDI si era trovato nella condizione di scegliere tra finire anche lui in prigione o svolgere l'attività che stava svolgendo. Ho così capito che MAIFREDI, forse perchè ricattato da DELFINO, faceva in realtà il doppio gioco con le persone del suo gruppo. A quel punto il MAIFREDI ha cominciato ad aprirsi nei miei confronti giungendo a spiegarmi che in realtà lui non era mai stato un fascista e che si era prestato a fare la parte del fascista per infiltrarsi nel gruppo del FUMAGALLI su disposizione di DELFINO. In un'occasione, però, disse anche qualcosa di contraddittorio, io inveivo contro DELFINO per la situazione nella quale ci aveva gettati e lui se ne uscì dicendo che in realtà era stato proprio lui a presentarsi spontaneamente da DELFINO, cosa alla quale non ho mai creduto. Da quel momento ho iniziato a temere molto per l'incolumità dei miei figli in quanto il MAIFREDI continuava a mantenere i contatti di cui ho detto ed ormai sapevo qual'era la sua condizione.
A seguito dei dolori alla schiena di cui sopra ho detto MAIFREDI è rimasto a casa dal lavoro per tre o quattro giorni.
E' vero che più o meno in quel periodo si sposò PIPPO GLISENTI, che pur essendo un uomo sui 36-37 anni faceva parte del gruppo dei giovani che venivano a casa nostra. MAIFREDI nell'occasione faceva da testimone al GLISENTI.
Anche le dichiarazioni rese nel 1977 dalla TONOLI nel dibattimento MAR consentono di far risalire il rapporto tra MAIFREDI e DELFINO ben prima del dicembre 1973:
la TONOLI non solo anticipa il discorso circa l’indisponibilità di MAIFREDI e la sua telefonata ad un numero che solo in quel momento apprese riferirsi alla caserma dei Carabinieri di Brescia, nonché la visita nel giro di mezz’ora di DELFINO, ma colloca questi fatti in un periodo approssimativamente coincidente con il matrimonio di Pippo GLISSENTI, che è dell’aprile 1973. Quindi, quando definisce il periodo con un “parecchio tempo prima che fossero arrestati i ragazzi del tritolo”, intende riferirsi almeno ad un anno prima. Davanti a questo Ufficio collocherà tutto presumibilmente nel novembre 1972, e cioè ancora prima, ma è indubbio che anche aprile 73 è cosa diversa da dicembre 73, e implica una conoscenza tra MAIFREDI e DELFINO molto più datata di quella desumibile dal verbale, peraltro falso, del 21.12.73.
10.5 - LE DICHIARAZIONI DI SORSOLI CHE CONSENTONO DI DATARE AL 1972 I RAPPORTI TRA MAIFREDI E DELFINO.
Anche il teste SORSOLI riferisce elementi che rendono evidente che MAIFREDI si era appositamente infiltrato nel MAR almeno da 1972, piuttosto che averne fatto parte a tutti gli effetti, per poi pentirsi e “consegnarlo” a DELFINO a partire dal dicembre ‘73, come sostiene quest’ultimo.
SORSOLI ha presenziato ad alcuni momenti qualificati della nascita del gruppo, quantomeno in seno al TARTAGLIA, dal quale FUMAGALLI ha ereditato il gruppo dei giovani che il primo stava predisponendo e preparando i vista di un colpo di stato.
In particolare ha presenziato ad una delle esercitazioni amate, occasione in cui MAIFREDI lo aveva tranquillizzato. La riprova decisiva, tuttavia, l’abbiamo quando SORSOLI assiste, in una data che certamente si colloca nel 1972, come si desume dal fatto che non era ancora nato suo figlio, ad una riunione molto qualificata, nel corso della quale emergono progetti e documenti di tutta evidenza finalizzati al colpo di stato. SORSOLI ha confermato i seguenti passi:
“MAIFREDI mi aveva ordinato di estraniarmi da questa faccenda e di non parlarne con nessuno, perché si trattava di un compito molto delicato e grave, che lui si era assunto e che doveva stare da solo”.
“Egli, cioè, si era infiltrato nella formazione di questi estremisti di destra per apprendere notizie al fini di aiutare la giustizia”. In dibattimento (pag.50) ha appunto confermato che gli rappresentò che “lavorava per la giustizia”.
E’ evidente che se nel 1972 MAIFREDI “lavorava per la giustizia” , ciò lo faceva già per conto del Capitano DELFINO, non avendo alcun senso differenziare una sorta di collaborazione con la giustizia con riferimento al gruppo di TARTAGLIA, rispetto ad una collaborazione con riferimento a coloro che già erano trasmigrati nel gruppo di FUMAGALLI, quali SPEDINI e BORROMEO, arrestati il 9.3.1974.
Pertanto SORSOLI conferma la datazione di questi rapporti fatta dalla TONOLI.
Da tener presente che lo stesso MAIFREDI, come emerge a pag. 39 della trascriz. del verbale di interrogatorio dell’8.4.2002, non ricorda più se al momento delle esercitazioni allo sparo, eseguite su incarico di TARTAGLIA, avesse già conosciuto DELFINO. Se noi consideriamo che MAIFREDI è stato contattato da TARTAGLIA proprio per effettuare dette esercitazioni, come si desume a pag.2 del noto verbale 21.12.1973, acquisito agli atti, e sostanzialmente confermato come contenuto dal predetto, risalgono a 5 anni e mezzo prima, ecco che si ha una volta ancora la dimostrazione che il rapporto con DELFINO è da collocarsi ancora più indietro nel tempo di quanto non affermi la TONOLI.
10.6 - L’ELEVATO TENORE DI VITA DI MAIFREDI
Neanche la convivente Clara TONOLI, che ha convissuto con lui tra il 1967/68 e il 1974, è riuscita a chiarire il suo passato e il suo ruolo. Costante nelle sue dichiarazioni è il riferimento al loro elevato tenore di vita, non spiegabile con il semplice ruolo svolto dal convivente di “factotum” dell’industriale PASOTTI. Si tratta do indicazioni che confermano che MAIFREDI riceveva denaro da canali diversi da quelli giustificati dalla sua attività lavorativa e che fanno pensare ad una sua parallela attività nei Servizi.
11.6.94:
Il nostro tenore di vita è stato, sin dall'inizio, molto elevato, non ho mai saputo quanto guadagnasse esattamente al mese il MAIFREDI né ho mai visto un blocchetto di assegni nelle sue mani. Avevamo una bella casa, una domestica fissa alla quale, nel tempo, si sono aggiunte altre due persone per lavori domestici.
A.D.R.: Negli otto anni della mia convivenza il nostro tenore di vita è stato uniformemente elevato. Tutti i giorni, quando usciva per andare a lavoro, mi lasciava del denaro in quantità più che sufficiente per le spese frivole. Provvedeva lui alle spese di casa.
Queste affermazioni trovano riscontro nel punto 41 degli APPUNTI PRO MEMORIA, redatti dal Giudice ARCAI, di cui poi si dirà:
“Spese annuali di famiglia M. L.33 milioni. Champagne Cuvè 65 pasteggio normale. 1 domestica fissa – 2 a ore”
Anche Kim BORROMEO, nel corso della sua escussione dibattimentale, ha fatto riferimento al suddetto tenore di vita elevato:
RISPOSTA – Mah, il tenore di vita doveva essere piuttosto alto, anche perché, va bè, mi ricordo all’epoca che,ecco, va bè, lui era un magazziniere e quindi diciamo che a livello di inquadramento poteva essere un inquadramento da impiegato abbastanza alto, ma non era neanche a livello dirigenziale. Quindi, presumo… E poi sua moglie non credo che lavorasse - non credo io, adesso non mi ricordo esattamente, ma non credo – ed all’epoca so che, insomma, a parte l’abbigliamento e tutto, aveva anche un Mercedes di un certo tipo che all’epoca, insomma, era una macchina che non tutti potevano sicuramente permettersi.
Sappiamo che i due disponevano anche di un cabinato sul quale MAIFREDI farà alla convivente, subito dopo la strage, fondamentali rivelazioni.
A questo benessere si aggiunge, poi, a partire dal novembre 1972, la protezione dell’intero nucleo familiare da parte di DELFINO.
10.7 - LA SCORTA DA PARTE DEI CARABINIERI DOPO IL 9 MARZO 74
Riferisce la TONOLI il 18.6.1994:
Dei fatti collegati con gli arresti del 9 marzo del 1974 sono a conoscenza in quanto degli stessi mi riferì direttamente il MAIFREDI. Ignoro invece che cosa abbia detto quest' ultimo in occasione del processo.
Ricordo che in quel periodo l'atmosfera sia era fatto sempre più tesa ed io mi ero resa conto di essere un vero impiccio sia per il MAIFREDI, sia per i "ragazzi", sia per lo stesso DELFINO. Ricordo che io telefonavo spesso a quest'ultimo ed il MAIFREDI mi lasciava fare, in quanto il DELFINO per me, fino a quel momento, rappresentava una presenza rassicurante. Devo dire altresì che, fino da quando ero venuta a conoscenza dei rapporti tra DELFINO e MAIFREDI, io ero costantemente scortata da un Carabiniere. In sostanza non mi potevo allontanare, neanche per esigenze strettamente personali, che un Militare della Arma in borghese mi seguiva con la sua macchina, entrando perfino nei locali dove mi recavo. Ricordo per esempio un episodio imbarazzante in cui io sono dovuta entrare in una farmacia accompagnata da un Carabiniere, pur dovendo acquistare dei generi strettamente personali. Il fatto tuttavia nella sostanza finiva per essere per me come una fonte di maggiore tranquillità. In sostanza io avevo l' impressione di essere protetta da un Capitano dei Carabinieri, che all'epoca ritenevo essere una persona corretta, e la cosa non poteva che farmi piacere.
Quella di DELFINO diventa, secondo la TONOLI, una presenza costante e rassicurante. Erano strettissimi i rapporti tra DELFINO e MAIFREDI: “non c’era attività del MAIFREDI che non venisse dallo stesso riferita al Capitano”. E’ proprio questa la chiave di lettura del comune coinvolgimento nella strage di Brescia: DELFINO e MAIFREDI agivano assieme, concordavano tutto assieme, erano sempre insieme. Tutto ciò che poneva in essere MAIFREDI avveniva sotto il diretto controllo di DELFINO, e quindi anche tutto quanto gli può essere riferito in relazione alla strage di Brescia.
10.8 - PRESUNTA APPARTENENZA DI MAIFREDI AI SERVIZI SEGRETI
Al di là del rapporto veramente singolare con l’allora Capitano DELFINO, come vedremo fondato su una posizione abbastanza “paritaria”, vi sono vari elementi che fanno ritenere che MAIFREDI appartenesse ad imprecisati servizi segreti, circostanza che spiegherebbe, almeno in parte, le tante falsità che il medesimo DELFINO ha riferito sulla tempistica e sull’origine del suddetto rapporto.
Tra coloro che affrontano l’argomento in sede dibattimentale, Giorgio SPEDINI:
RISPOSTA – Diceva di appartenere ai Servizi Segreti e di lavorare per, eh, appunto, per l’Esercito come Servizi Se…
DOMANDA – Non ho capito, scusi.
RISPOSTA – Che apparteneva ai Servizi Segreti e che lavorava per vari reparti dell’Esercito.
DOMANDA – Questo lo diceva lui?
RISPOSTA – Chiaramente, questo lo diceva lui e che quindi lui aveva estrema facilità nel poter avere armi. Quindi, questo è il motivo, diciamo il modo con cui lui si è presentato.
DOMANDA – Ecco, senta, questo discorso dei servizi segreti, se non sbaglio, non mi ricordo che lei lo abbia… potrei sbagliare, ma non… mi giunge un po’ nuovo come discorso. Era un discorso che faceva lui, insomma?
RISPOSTA – Sì. Sì, sì.
DOMANDA – Ma Servizi Segreti: militari, civili? Lo precisava?
RISPOSTA – Secondo lui militari.
Omissis
abitualmente frequentava casa Tartaglia.
DOMANDA – E Maifre… e Tartaglia cosa vi disse di Maifredi? Come ve lo presentò?
RISPOSTA – Appunto come uno che lavorava, che era nei Servizi Segreti.
DOMANDA – Ah. Quindi, era un discorso anche di Tartaglia, questo dei Servizi Segreti?
RISPOSTA – Sì.
Anche DEL GIACCO Antonio – poi si vedrà il suo ruolo - ritiene di ricordare che MAIFREDI gli avesse riferito di aver fatto parte dei servizi. Anzi, il suo ricordo si estende ad un’appartenenza dello stesso DELFINO ai servizi:
DOMANDA - Maifredi le ha mai detto di avere fatto parte o di far parte dei servizi? Di qualche servizio?
RISPOSTA - Mi pare di sì, però non me lo ricordo, mi pare di sì, non lo posso certo escludere, forse una volta mi aveva detto che era un agente sotto copertura, comunque qualcosa di simile mi ha detto, certamente sì.
DOMANDA – L’ultima volta ha semplicemente detto: “A questo punto non ricordo più se sia stato il Maifredi stesso”. Ah, no, qui è un altro discorso riferito a un’altra cosa. Quindi non se lo ricorda?
RISPOSTA – No.
DOMANDA - Ha la sensazione che l’abbia detto?
RISPOSTA – Sì, sì, che comunque dicesse che era un agente sotto copertura.
DOMANDA – Che fosse un agente, però non ha un ricordo preciso?
RISPOSTA – Io ricordo che nei suoi discorsi mi faceva capire che non aveva mai agito di sua iniziativa, ma sempre su input, su ordine di qualcuno, forse sempre di Delfino per quello che mi ricordo, so che lo nominava sempre questo Delfino.
DOMANDA - Ma Delfino nel racconto di Maifredi aveva qualche cosa a che fare con i servizi?
RISPOSTA - Credo di sì, non mi ricordo, ma per come esponeva lui i fatti mi sembra di sì, che Delfino facesse parte, cioè fosse la punta della piramide all'interno della quale Maifredi si muoveva, mi pare di capire di sì che Delfino, cioè non ne parlava come di un ufficiale dei Carabinieri, ma come un qualcuno che era infiltrato o che comunque aveva a che fare con i servizi. Per quello che mi ricordo è così.
DOMANDA - Lei disse forse qualcosa di meno: “A questo punto non mi ricordo più se sia stato il Maifredi stesso a riferirmi che il capitano Delfino lavorava per il servizio o se sia stata una mia deduzione, proprio a seguito di questi contatti così anomali con il predetto ufficiale che mi aveva descritto”.
RISPOSTA - Esattamente.
10.9 - LE ARMI E LA TELESCRIVENTE
Armi in abbondanza, addirittura fucili mitragliatori, erano custodite presso la loro abitazione. Ne parla la TONOLI, ma la circostanza emerge anche dagli atti: Il predetto risultava essere in possesso di 17 armi da fuoco di cui 6 lunghe, delle quali tre sono da considerarsi da guerra, come emerge dalla nota 57672/4-2-P in data 17.8.73 della Compagnia CC di Brescia.
Non basta certo la sua passione per le armi a giustificare la circostanza. Non è chiaro come mai quelle da guerra non gli siano state sequestrate. Tutto ciò si collega con l’impunità di MAIFREDI, nonostante abbia fatto parte di un’associazione sovversiva ed armata. E’ evidente che MAIFREDI è un protetto, una persona attorno alla quale si erge una barriera difensiva.
MAIFREDI aveva installato una telescrivente (della quale si riferisce anche negli Appunti di Arcai), particolare che, peraltro, trova conferma in un sequestro avvenuto il 23.11.94 in un casotto ubicato presso l’abitazione del figlio. Secondo il teste SORSOLI detta telescrivente sarebbe stata collegata col Ministero degli Interni. Della telescrivente, di cui riferisce anche la TONOLI, parla lo stesso MAIFREDI. Anzi il predetto, ma pur minimizzando la circostanza, a pag.107 della trascrizione del verb. dell’8.4.2002, ammette di averne posseduta più d’una, parlandone come di “materiale surplus dell’esercito americano”.
A.D.R.: Inizialmente teneva in casa una pistola della quale lui aveva giustificato il possesso spiegandomi che gli serviva per la difesa personale del PASOTTI e più in generale per il suo lavoro. Solo in tempi successivi hanno cominciato a girare per casa varie armi ed apparecchiature quali radio ricetrasmittenti ed altro. Solo dopo la nascita di mio figlio Alberto, presso la nostra abitazione, sono state custodite armi in grande quantità (vi erano pistole, fucili, fucili mitragliatori e, alla fine, anche esplosivi). Ad un certo punto ha installato in casa una telescrivente. Le armi le teneva in bella vista nel soggiorno, la telescrivente ed i vari apparati ricetrasmittenti li custodiva invece in uno studiolo che aveva fatto realizzare all'interno del locale soggiorno che era molto grande.
10.10 - GLI ESPLOSIVI
Alcune dichiarazioni della TONOLI ricollegano MAIFREDI all’uso e alla detenzione di ordigni esplosivi. Ricordiamo che MAIFREDI aveva le competenze tecniche di paracadutista-sabotatore, e pertanto sapeva tutto in materia di esplosivi. Basti pensare che nel famoso verbale del 21.12.73 a pag. 5 descrive quanto rilevato in occasione dell’attentato al BALLINI di Brescia e così si esprime: “Capii che si trattava di un’esplosione con impiego di tritolo (sono stato da militare un sabotatore, quindi ritengo d’essere competente) per il rumore secco e per l’odore caratteristico che si sparse in aria dopo pochi istanti…”.
Un primo fatto che risale ad alcuni mesi prima della strage, è quello che la TONOLI descrive a pag.4 del verbale del 18.6.94:
“…prima ancora dell’arresto di SPEDINI e BORROMEO ( 9.3.74) avevo visto il MAIFREDI che trafficava in casa nostra con una specie di scatoletta a forma di parallelepipedo allungato, delle dimensioni di circa 13x8 centimetri, per quattro centimetri d’altezza…non so dire di che materiale fosse stato l’involucro, ricordo che era di colore grigio verde. Dalla scatoletta fuoriuscivano fili elettrici. …MAIFREDI mi ha spiegato…che si trattava di plastico….In tempi ancora precedenti rispetto alla data di confezionamento dell’oggetto al plastico di cui ho appena detto, hanno cominciato a circolare per casa bombe ed esplosivo. Ricordo in particolare una cassettina di tipo militare di colore verde contenente numerosi candelotti di colore marroncino chiaro lunghi all’incirca 20 o 25 centimetri. MAIFREDI mi aveva detto che si trattava di esplosivo proveniente dalle cave di Rezzato…”
Peraltro la donna ha precisato che l’esplosivo MAIFREDI lo custodiva proprio sotto il loro letto.
10.11 - I RAPPORTI CON TAVIANI
La convivente riferisce di solidi legami con TAVIANI, e di aver appreso da MAIFREDI che avrebbe anche lavorato per conto del predetto. E’ lo stesso MAIFREDI, in ogni caso, ad ammettere la circostanza, e in particolare di aver fatto da autista al predetto. Il teste SORSOLI ha confermato quanto già dichiarato dalla TONOLI, e cioè che MAIFREDI si vantava di aver ucciso un uomo per salvare la vita a TAVIANI. MAIFREDI sosterrà questa tesi davanti al giudice istruttore, per poi ritrattarla senza giustificazione. A pag.110, con riferimento alla circostanza di aver salvato la vita di TAVIANI, dirà che si è trattato di una millanteria per acquisire la fiducia dei “ragazzi” di TARTAGLIA, dimenticando che si tratta di un fatto riferito al Giudice Istruttore, con il quale c’era poco da millantare.
DELFINO riferirà di aver addirittura effettuato un sopralluogo con MAIFREDI e il dott. ARCAI per accertare dove il fatto si sarebbe verificato.
TAVIANI non fu un ministro qualunque e anche agli atti di questo processo emergono elementi che riconducono a sue probabili conoscenze in ordine alla strage del 12.12.69.
E’ evidente che i rapporti con il Ministero e con soggetti istituzionali avvalorano l’ipotesi che effettivamente lavorasse per conto dei servizi.
Anche se consideriamo la parte più recente della vita di MAIFREDI, noi ritroviamo MAIFREDI nel 1994 a fare il volontario per la Croce Rossa di Lavagna, tranquilla località balneare ligure, ma nel contempo il predetto non ha perso l’abitudine di svolgere lavori di intelligence, come cercare assieme all’Ispettore DEL GIACCO, le armi occultate nei cimiteri. Ma nei cimiteri, nelle tombe, c’è molto metallo, c’è zinco, bronzo e allora MAIFREDI (26.9.94 ore 8,55 n.2017 pag.228) ha bisogno di un “cerca metalli” che sia in grado di distinguere il ferro delle armi, consentendo interventi mirati, e lo richiede al poliziotto. Però poi rappresenta di aver ordinato “un rivelatore di persone”, che gli sarebbe arrivato nel giro di un paio di giorni e che gli sarebbe servito da “palo”, nel senso che gli avrebbe rivelato avvicinamenti non desiderati.
Da come parla MAIFREDI nel 1994 si capisce che ha una grande professionalità, che è stimato dalla Polizia, alla quale chiede aiuto presumibilmente per il porto d’armi, e che dispone o si procura strumenti tecnicamente sofisticati, che fanno pensare ad una certa sua abitualità in certi tipi d’intervento.
Come si vedrà più avanti, MAIFREDI, forse dimenticando ciò che era emerso nel corso del dibattimento del MAR, quando descrive nel 1994 allo stesso DEL GIACCO e al Brig. QUARTUCCIO il suo ruolo nell’ambito dei rapporti dell’epoca con DELFINO, si pone con questi in una posizione pressoché paritaria, come se le decisioni fossero state prese quasi sempre di comune accordo.
10.12 - I RAPPORTI DI MAIFREDI CON SOGGETTI DI CARATURA EVERSIVA . SILVIO FERRARI, ESPOSTI, BORGHESE.
MAIFREDI ha confermato anche quanto emergente dal verbale del 21.5.74, in cui si dice, tra l’altro, che nel leggere il quotidiano Brescia oggi del 19.5.74 (evidentemente – recte – quello del 20.5.74) riconobbe nella fotografia ritraente Silvio FERRARI – appena saltato in aria – un giovane che aveva visto spesso in compagnia di NUCIFERO e del BORROMEO. Gli aveva dato l’impressione di un ragazzo timido, spesso assente dai discorsi che si facevano, talvolta addirittura appartandosi per non sentirli.
Se coniughiamo questa conoscenza, a suo dire superficiale, con Silvio FERRARI, con quanto assume la TONOLI, sorgono degli interrogativi inquietanti:
Nell’appunto che riproduce quella sorta di escussione extragiudiziale avvenuta nello studio del Dott. ARCAI, alla presenza degli Avvocati PINNA e SECCHI, al punto 15 si legge non solo che MAIFREDI avrebbe conosciuto FERRARI, ma anche che sarebbe stato a conoscenza delle cause della sua morte.
Dice la TONOLI a telefono il 24.6.94 al Cap. GIRAUDO in ordine alle presunte cause della morte di FERRARI:
Giraudo - Perché FERRARI muore?
Donna - Gliel’ho già detto. Portato su una villa, imbevuto, indrogato, infatto...
Giraudo - Eh, questo è “come”. Il motivo? Perché?
Donna - Perché... probabilmente... c’era da... in quel momento far capire che qualcuno doveva morire. Da far la rivoluzione in questa città del cavolo, che non ha capito niente. La città più ricca di... del mondo. (NdP, segue breve pausa di silenzio, 02sec).
Donna - Capitano, doveva morire. Era... una pedina. Solo che era un figlio di papà, molto malleabile, molto preso... perché doveva fare il sovvertista per forza di cose, per uscire dalla noia...dalla a scuola e da quello che era, perché non gli mancava niente. Eh... l’han fatto fuori per iniziare le loro storie.
Tutto ciò, peraltro, corrisponde al contenuto degli “APPUNTI PRO MEMORIA” , in data 29.1.1977, in quanto al punto 15 si legge: “il giorno stesso della morte di S.F. (Silvio FERRARI) , che la T.(TONOLI) ha visto più volte con M. (MAIFREDI) , costui le disse che era stato drogato sul lago, e poi fatto fuori”. Si ricorderà che più testi in dibattimento hanno fatto riferimento alle presunte, alterate condizioni psichiche di FERRARI. Si tratta di particolari che denotano una conoscenza molto approfondita, da parte di MAIFREDI, di quanto ruotava attorno a BUZZI.
Inquietanti alcuni ulteriori legami di cui riferisce la TONOLI: MAIFREDI le avrebbe confidato che conosceva Giancarlo ESPOSTI ed anche gli altri giovani coinvolti nell’episodio di Pian Del Rascino, ove il primo, esponente di spicco delle SAM , inquadrato in Avanguardia Nazionale e nel MAR, trovò la morte in un conflitto a fuoco i cui contorni sono tuttora poco chiari. MAIFREDI, secondo la convivente, dimostrò di avere una conoscenza personale di quei fatti, e si adirò moltissimo di quanto era accaduto. Altra conoscenza inquietante, che si ricava dalle dichiarazioni della TONOLI, quella del principe BORGHESE, al nome del quale è legato il tentativo di golpe dell’8.12.1970. La partecipazione tra il 1971 e il 1974 ad un pranzo sul lago di Garda, al quale avrebbe partecipato il principe BORGHESE, viene affermata anche dal teste SORSOLI Carmelo.
Si tenga conto che anche nel corso dell’interrogatorio dell’8.4.2002 (pag.100) , MAIFREDI ha confermato che l’organizzazione di TARTAGLIA aveva contatti con BORGHESE ai fini di un nuovo tentativo di colpo di stato.
MAIFREDI , come si ricava dalla nota 22.10.94 del R.O.S., risulta dagli atti del Distretto Militare di Genova aver conseguito le specializzazioni di “assaltatore, mitragliatore e sabotatore”- circostanze che rendono plausibile un suo coinvolgimento negli aspetti tecnici del confezionamento di ordigni.
10.13 - DICHIARAZIONI DI CLARA TONOLI CON RIFERIMENTO AL COINVOLGIMENTO DI DELFINO E DI MAIFREDI NELLA STRAGE DI BRESCIA.
In occasione della sua escussione testimoniale, avvenuta, da parte di questo Ufficio a decorrere dall’11.6.1994, TONOLI Clara ha evidenziato le seguenti circostanze di rilievo in ordine ad un possibile coinvolgimento di DELFINO e di MAIFREDI nell’evento del 28 maggio 74:
“Ricordo che quando era scoppiata la bomba in P.zza della Loggia lui era rientrato a casa disperato ed impaurito. Subito dopo siamo andati a prendere i bambini a scuola e presso la nostra erano venuti dei Carabinieri e forse anche dei poliziotti. I due gemelli sono portati da un militare presso l’abitazione del loro padre naturale…qualcuno ha portato il più piccolo a casa della nostra domestica Severina PERONI a Gussago. Io e MAIFREDI la prima notte successiva alla strage l’abbiamo passata presso l’appartamento di una mia amica…ed i giorni successivi, sino al funerale delle vittime, siamo andati nel nostro cabinato che tenevamo ormeggiato al West Garden, cambiando porto ogni giorno…”
Non diversa la descrizione che la teste ribadisce il 2.7.94 (pag.3):
“Ricordo che dopo circa 5 minuti che ero stata informata dal salumiere dell’esplosione, e quindi certamente prima delle 11, MAIFREDI sopraggiunse a casa, pallido come un morto, e mi chiese subito se io avessi saputo cosa era successo. Il MAIFREDI disse subito che bisognava allontanare i bambini e, anzi, che anche noi avremmo dovuto allontanarci subito.
Non dette nessuna spiegazione al riguardo. Ricordo comunque che dopo circa mezz’ora o tre quarti d’ora arrivarono due o tre carabinieri: mi pare ci fosse anche il M.llo SIDDI.
MAIFREDI mi disse che era stato proprio DELFINO a decidere che la nostra famiglia si dovesse allontanare per 3 o 4 giorni per ragioni di sicurezza…”
Da tener presente che la teste PERONI, le cui dichiarazioni sono state acquisite, ha confermato di aver ricevuto il bambino dopo la strage. Se riferisce ad un trasloco l’affidamento del bimbo, ciò può dipendere semplicemente dal fatto che MAIFREDI e la TONOLI non avevano nessuna intenzione, come è logico che sia, di riferire la circostanza a timori che si ricollegassero alla strage di Brescia appena avvenuta.
E’ difficile non riferire le cautele che hanno portato ad un allontanamento della coppia, ad un intento protettivo dei Carabinieri. Che MAIFREDI fosse l’artefice dell’operazione “Basilico” non era una circostanza nota. Si pensi agli atti in cui i magistrati in quel periodo avevano disposto accertamenti per identificare lo stesso MAIFREDI e il fantomatico “Juan” di Genova, fornitore delle armi. Pertanto la protezione di MAIFREDI , che non può essere riferita al suo semplice essere “di destra” ( visto che “di destra” a Brescia, c’erano certamente decine di persone), è di tutta evidenza connessa proprio con il suo coinvolgimento nella strage di Brescia, e quindi con l’opportunità che venisse tenuto in luogo asettico, lontano dal caos determinato dall’attentato.
10.13.1 - La bomba doveva colpire i Carabinieri e i suoi effetti sono stati più devastanti del previsto
La TONOLI riferisce che MAIFREDI, nonostante questo allontanamento, questo isolamento immediatamente successivo alla strage, si era dimostrato a conoscenza di particolari essenziali circa i reali obiettivi della strage (2.7.94 pag.5) :
“Fu nei giorni della nostra permanenza sul motoscafo, dopo la strage di Brescia, che il MAIFREDI mi spiegò che la bomba in P.zza della Loggia era destinata a colpire i Carabinieri e non i civili, e che l’ordigno aveva avuto effetti molto più devastanti di quelli programmati”. Si tratta di una circostanza (che peraltro trova conferma nell’appunto redatto sulle indicazione della TONOLI dal Dr. ARCAI, di cui tra poco si dirà) che, se corrispondente al vero, sarebbe molto inquietante. Infatti è difficile configurare una conoscenza posteriore ai fatti, e quindi incolpevole, degli effetti che avrebbe dovuto provocare l’esplosione. A meno che, immediatamente dopo la strage, DELFINO non abbia appreso da uno dei complici, evidentemente confesso, quali erano i diversi e minori effetti che gli attentatori programmavano e abbia informato in qualche modo MAIFREDI, che si trovava con la convivente sul motoscafo. Ciò, tuttavia, non risulta da alcuno degli atti. Soprattutto la presunta destinazione ai Carabinieri, piuttosto che ai civili, è un particolare di cui potevano essere a conoscenza solo persone molto vicine agli attentatori. Se poi riportiamo questa conoscenza addirittura ad un periodo antecedente la strage, è evidente che per un ufficiale dei Carabinieri, essere al corrente preventivamente di un attentato che deve aver luogo, peraltro, nella città dove svolge le sue funzioni, impone un obbligo immediato d’intervento al fine di evitarlo.
Il concetto è espresso anche nel verbale 11.6.94:
“Nel commentare quanto era successo in P.zza della Loggia, nei giorni successivi alla strage, il MAIFREDI disse che in P.zza Loggia dovevano morire dei carabinieri e che invece erano morti dei civili e se l'era presa con DELFINO dicendo che non aveva dovuto autorizzare qualcosa che invece autorizzò, non se intendesse riferirsi alla manifestazione sindacale organizzata per quel giorno in P.zza Loggia.”
Le rivelazioni di MAIFREDI trovano un perfetto riscontro al punto 19 degli appunti PRO MEMORIA del 29.1.77:
“M. e D. dicevano che una bomba così non se l’erano aspettata neppure loro…”
La TONOLI, quindi, ha sempre manifestato la convinzione che MAIFREDI e DELFINO fossero coinvolti nella strage. Tale convinzione della donna è stata esternata anche dal giudice ARCAI, che ne ha riferito a verbale.
10.13.2 DELFINO doveva intervenire, ma non e’ intervenuto
Nel verbale 2.7.94 , subito dopo aver riferito degli effetti della bomba più devastanti di quelli previsti, la TONOLI ha aggiunto:
Mi spiegò anche che in quel periodo si erano rotti determinati equilibri nell'ambito della "organizzazione" (lui però non usò questo termine). Io cercai di ottenere maggiori chiarimenti anche perchè ai miei occhi simili affermazioni dimostravano un qualche coinvolgimento del MAIFREDI nei fatti relativi alla strage, ma non ottenni spiegazioni. Nel giorni antecedenti la strage avevo sentito più volte il MAIFREDI lamentarsi del fatto che la manifestazione in P.zza Loggia era stata autorizzata. Si trattava infatti di una manifestazione organizzata dai sindacati contro i fascisti.
A.D.R.: Anche in occasione dei commenti sulla strage il MAIFREDI ha tirato in ballo il nome del Cap. DELFINO. In quel periodo, del resto, era sua abitudine farsi in qualche scudo ai miei occhi con il nome del Cap. DELFINO. Non c'era attività del MAIFREDI che non venisse dallo stesso riferita al Capitano.
Da come lui parlava sembrava che lui ed il Capitano fossero i salvatori della patria.
Ma, considerato che MAIFREDI, secondo la TONOLI riferiva ogni sua attività a DELFINO, e lo ha tirato in ballo quando ha parlato della strage, che cosa dobbiamo concludere se ha autorizzato qualcosa che non doveva autorizzare? E che cosa non doveva autorizzare?
La TONOLI parla della manifestazione di Piazza della Loggia, ma è chiaro che non è il comandante del Nucleo investigativo ad autorizzare le manifestazioni. Però, se avesse avuto anche la minima conoscenza dell’esistenza di qualche rischio, avrebbe potuto rivolgersi alle autorità e bloccarla. E’ evidente, però, che alla luce di quanto MAIFREDI si è lamentato con la TONOLI all’indirizzo di DELFINO, il comportamento di quest’ultimo richiama il suo rimanere inerte, e cioè proprio quello che gli viene contestato. DELFINO sapeva, ma non è intervenuto. Doveva intervenire su qualche cosa che era stato autorizzato, ma non lo ha fatto. In ogni caso, ciò che ne emerge è che, il rapporto tra DELFINO e MAIFREDI, come descritto dalla TONOLI, implica un tale collegamento in quel periodo che, se si riscontrano elementi a carico di MIAFREDI in ordine alla strage di Brescia, gli stessi sono riferibili anche all’ufficiale.
LA TONOLI nello stesso verbale ha fornito anche dichiarazioni su quello che sembrava essere il ruolo di DELFINO con riferimento all’organizzazione di TARTAGLIA e del MAR: e così l’ufficiale traspare come un colluso, un finanziatore, uno che tollera, ma non interviene. E questo è proprio il ruolo del carabiniere che consente all’esplosivo di transitare e che poi, all’improvviso, inaspettatamente tradisce, così come traspare dall’appunto ROMAGNOLI.
Dalle dichiarazioni della TONOLI si arguisce che DELFINO finanziava il gruppo direttamente, e non per interposta persona. Se poi DELFINO è colui che consente a MAIFREDI di recuperare l’esplosivo, ecco che ciò collima perfettamente con quanto dichiara BONAZZI, circa il fatto che il predetto sovraintendesse ai trasporti di esplosivo.
In effetti io ho sempre pensato che la ricostruzione dei fatti secondo quelle che sono state le risultanze del processo relativo al M.A.R., non corrisponda alla realtà, e che DELFINO abbia soltanto finto di infiltrare il MAIFREDI nei ranghi di tale movimento: in sostanza io penso che il Generale abbia svolta una sorta di doppio gioco, in realtà aderendo a quelli che erano i fini ultimi della suddetta organizzazione che soltanto in apparenza combatteva. A tali conclusioni sono giunta valutando gli elementi che erano a mia conoscenza: in effetti il DELFINO, ad esempio, era a conoscenza già da tempo della presenza in Rovereto dell'esplosivo che poi è stato sequestrato il 9 marzo, come ho potuto desumere dal contenuto di quel fogliettino che riproduceva dettagliatamente quel bunker dove poi ho saputo essere custodito l'esplosivo stesso, nonché dai discorsi che i "ragazzi" hanno cominciato a fare con riferimento a quell'esplosivo, ben prima del 9 marzo. Inoltre DELFINO tollerava la presenza delle armi in casa mia ed era al corrente della circostanza che i "ragazzi" si andassero ad esercitare armati: fu il MAIFREDI a riferirmi che DELFINO era perfettamente a conoscenza di detta circostanza, come pure era a conoscenza della disponibilità di armi personali da parte degli stessi; aveva fornito loro del denaro, foraggiando i medesimi (mi riferisco a quei due milioni che il MAIFREDI mi aveva detto di aver ricevuto dal DELFINO con l'incarico di consegnarli ai "ragazzi"). Per concludere, io avevo la visione di un DELFINO che era a conoscenza di ogni particolarità dell'organizzazione, e ciò nonostante non interveniva e tollerava che la stessa svolgesse i suoi programmi. Queste cose ho cercato di dirle di fronte alla Corte d'Assise, nel processo del M.A.R., ma sono stata subito bloccata energicamente dal Dott. TROVATO, che ha detto che io stavo dicendo delle sciocchezze.
10.13.3 Le telefonate di CLARA TONOLI al capitano GIRAUDO del 5.12.94
Il 5.12.1994 è stata registrata una conversazione telefonica di grande rilievo nel corso della quale la donna ha comunicato al Cap. dei C.C. del R. O. S. Massimo GIRAUDO che il MAIFREDI , in giorno collocabile 10 o 15 giorni prima della strage, comunque tra la morte di Silvio FERRARI (19 maggio 74) e quello della strage, era venuto a casa con un qualcosa che poteva assomigliare ad un ordigno, a forma di “scarponcino”, caratterizzato da fili azzurri e marroni che fuoriuscivano.
Esaminiamo alcuni passi di questa conversazione nell’ambito della quale emergono peraltro analogie tra il confezionamento dell’ordigno, così come descritto dalla donna e quello descritto da Carlo DIGILIO.
La conversazione tra la TONOLI e l’ufficiale si sviluppa in due momenti:
una prima telefonata alle 0032 del 5.12.94 appare come un improvviso riaffiorare di elementi fino a quel punto non ancora emersi dai suoi ricordi, tale da giustificare l’iniziativa notturna. La convivente di MAIFREDI ha manifestato sicurezza sul collegamento con la strage anche in ragione della data in cui avrebbe visto l’ordigno, che ha collocato in un primo tempo dieci giorni prima del 28 maggio, poi dieci-quindici giorni prima, e infine, quando l’ufficiale ha ipotizzato che potesse trattarsi dell’ordigno che aveva ucciso Silvio FERRARI, in un periodo comunque successivo rispetto a quest’ultimo evento . Un primo riferimento parla di carta, sia di giornale che da pacchi, e di fili azzurri e marroni. Poi il discorso si sposta su altri argomenti. Sembra concludere che lei non ha mai visto MAIFREDI collocare la bomba, che l’ha vista farla, e – sembra capire- che ritenga che, se l’ha fatta “non l’ha fatta pensando che era questo…” come dire che non riteneva che potesse sapere quali ne sarebbero stati gli effetti.
Donna - Comunque... questi qua sono tutti collegati sempre al ca... al caro ANDREOTTI, alla cara... bomba, alla cara tutto. (NdP, segue breve pausa di silenzio, 03sec).
Donna - Alla cara tutto.
Giraudo - Signora, io ho... io ho lavorato per arrivarci, eh, non...
Donna - E come? Senta, non mi deluda anche Lei, eh? Perché allora butto le braccia. (NdP, segue breve pausa di silenzio, 03sec).
Donna - Eh, scusi, eh? “Io ho lavorato per arrivarci”... io ci ho pagato una vita. Ma che ancora abbiamo finto di non capire... il giochetto che han fatto. Comunque, la bomba...
Giraudo - Sì.
Donna - ... la bella bomba, è stata fatta su una carta di giornale, il contenuto, quello che c’era dentro, era una carta di... sa i pacchi...?
Giraudo - Carta marrone?
Donna - Ecco. Con dei fili azzurri e marroni. Ho una vaga sensazione che si fosse ne... ci fossero anche dei... dei colori arancione, però non glielo posso giurare. Però adesso glielo posso dire. (Sospira)... Capitano, sono morta quando gli avrò detto questo.
Giraudo - Perché?
Donna - Eh, “perché...?”... Mi faccia il piacere. Non faccia l’ingenuo pure Lei.
Giraudo - Quanto tempo prima è stata fatta?
Donna - Ecco, bravo. (NdP, segue breve pausa di silenzio, 03sec).
Giraudo - Quanto tempo prima?
Donna - Una decina di giorni. (NdP, segue breve pausa di silenzio, 03sec).
Giraudo - Perché è sicura che è quella?
Donna - Perché mi è venuto in mente, Capitano, se no non La svegliavo, eh? Non... non... non sono né una ninfomane (sic), né una pazza, né niente.
Giraudo - No, lei non è né una...
Donna - Sono una persona normale, che vive normale con... quarantamila casini, però sono una persona normale.
Giraudo - Signora, sa... sa benissimo che non è né una pazza né una mitomane...
omissis
Giraudo - Signora, MAIFREDI, quando l’ha fatta, era solo?
Donna - Sì, era solo. È venuto in casa. A parte quello che era solo, che non era solo, perché MAIFREDI è se... è sempre stato appoggiato dagli industriali di Lumezzane... Sempre, in tutte le sue cose, i soldi che ha avuto non erano i 4... o i 2 milioni cretini che gli ha dato il DELFINO. Parliamoci chiaro. Che 2 milioni, per MAIFREDI, erano una cena, una... una cena.
Giraudo - Signora...
Donna - Allora...
Giraudo - La cena c’è stata?
Donna - Certo che c’è stata.
Giraudo - La cena con il Capitano DELFINO, c’è stata?
Donna - Capitano, è inutile che andiamo a giocare sulla cena, cenina... Non facciamo la DE ROSA. Perché la DE ROSA è arrivata... io no... si metta in testa che io non sono la DE ROSA.
Giraudo - No, ma Lei non è la DE ROSA...
Donna - Si metta in testa che io voglio pulizia nella mia casa, adoro i miei fi... sono innamorata dei miei figli, per cui... sono... guardi, ho qui il fiele che mi sta uscendo.
Giraudo - Perfetto, signora...
Donna - No, ho il fiele che mi sta...
Giraudo - Ho capito. Signora, non ...
Donna - ... uscendo. Ma non Le parlo di rabbia, perché Lei non si metta in testa che Le sto parlando di rabbia, Le sto dicendo che è venuto a casa con una carta di giornale, in mezzo c’era una bomba con tutti i filini, dove l’ha avvolta in una carta di pacco. Dopo, che sia quella o non sia quella... non lo so. Non mi interessa. (NdP, segue breve pausa di silenzio, 02sec).
Giraudo - Però era dieci giorni prima?
Donna - Sì, un dieci - quindici giorni prima.
Giraudo - Potrebbe essere quella di FERRARI?
Donna - Non lo so, Capitano, non lo so. No... no, no, dopo FERRARI. Dopo.
Giraudo - Mhm. (NdP, segue breve pausa di silenzio, 03sec).
Donna - No, ma Lei... io lo so già che Lei la pensa come tutti. “Sei fuori di testa”, “Parli così...”, “Fai così...”...
Giraudo - No, non la penso come tutti.
Donna - Madonna... sono avvelenata, ma non in questo senso, Capitano.
Giraudo - Signora...
Donna - Glielo giuro... glielo giuro... guardi, glielo giuro sui miei figli...
Giraudo - Signora...
Donna - ... che è la cosa più sacra che ho. Non sono avvelenata qua.
Giraudo - Mhm. Signora, il particolare è importante, la cena col Capitano DELFINO ci fu? (NdP, segue breve pausa di silenzio, 05sec).
Donna - “La cena”?
Giraudo - La cena. O il pranzo. (NdP, segue breve pausa di silenzio, 03sec).
Giraudo - Vi fu un pranzo o una cena, con il Capitano DELFINO, nel quale...?
Donna - Ma sì, ma non c’ero io. Gliel’ho già detto. (NdP, segue breve pausa di silenzio, 03sec).
Donna - “La cena”. Ascolti... aspetti, vada piano. Allora... aspetti un po’. Io, da me... Sirmione del Garda chiamavo il DELFINO. Gli chiedevo aiuto e lui mi tranquillizzava, al telefono. Però io non mi ricordo una cena fatta io e lui.
Giraudo - No, non Lei e lui. Eh...
Donna - Ma lui mi tranquillizzava. Io lo chiamavo da...
Giraudo - No, no, io parlo di prima della...
Donna - ... guardi, glielo posso anche far vedere che c’era quella cabina lì. Lo chiamavo e gli dicevo...
Giraudo - ... no, io sto parlando prima della strage. Uno o due giorni...
Donna - Ah, sì, sì, sì, sì, sì. (NdP, segue breve pausa di silenzio, 02sec).
Donna - Ah, ma non con me?
Giraudo - Con chi?
Donna - Col MAIFREDI. Sì... sì, sì. Ma non con me. Lei continua a dire v... con me. Con me, no.
Giraudo - Soli loro due?
Donna - Mah, per me c’era SORSOLI, se so la verità. Se so la verità c’era SORSOLI. Sempre quando noi eravamo là.
Giraudo - Eh.
Donna - Ma perché Lei continua a... a battere su ‘sto tasto? Sapeva che in quel periodo, il... il Capitano era a nostra disposizione.
Giraudo - Perché pe... per me è importante poter controllare se lui andò effettivamente in Sardegna o meno. Queste sono le cose con le quali si costruisce sopra, si riesce a lavorare. Lei, la veri...
Donna - Ah, Madonna...
Giraudo - ... Lei, la verità, signora, l’ha saputa da chi...? Cioè, fu... fu GIANNI a dirle: “Ho fatto una cena - o un pranzo - col...”...?
Donna - Sì, sì, sì, sì, sì, sì.
Giraudo - E gli disse: “C’era anche SORSOLI”?
Donna - C’era SORSOLI.
Giraudo - Aspetti. Adesso non confonda... non confonda quella sul Lago di Garda con il Comandante BORGHESE.
Donna - Ma gliel’ho detto che, quando parlo io, voi mi prendete tutti per pazza.
Giraudo - No... no...
Donna - Io vado da un Maurizio Costanzo Show e vi faccio vincere, a voi.
Giraudo - Signora, non quella cena con il Comandante BORGHESE...
Donna - Ho capito. “BORGHESE”... BORGHESE era due anni prima. No!
Giraudo - Eh. Io Le dico quella uno o due giorni prima della strage.
Donna - Sì. Sì.
Giraudo - Il [...]...
Donna - C’era un collegamento... c’è sempre stato un collegamento...
Giraudo - E, il DELFINO, in quella sede...?
Donna - ... eh, ascolti, Capitano... se io Le dico che sono stata nascosta a Sirmione, che, però, avevo i contatti col DELFINO fino al giorno prima... cosa Le fa pensare a Lei? Eh. Insomma, non sono mica pazza, eh?
Giraudo - Allora potremmo agire sul SORSOLI.
Donna - Mah, io penso che SORSOLI vi abbia già detto qualcosa.
Giraudo - SORSOLI ci ha conferma...
Donna - Però, io pens...
Giraudo - ... SORSOLI ci ha confermato quello che Lei ha...
Donna - Ascolti, Lei può avere le telefonate dalla Casa Rossa, di Manerba? (NdP, segue breve pausa di silenzio, 02sec).
Giraudo - ... “... dalla Casa Rossa...”...?
Donna - ... di Manerba, che è un ristorante. Dove io avevo invitato il DELFINO a venirmi a darmi una spiegazione, proprio nei giorni precedenti la strage.
Giraudo - Me lo segno. Aspetti...
Donna - Eh.
Giraudo - Aspetti un secondo... Ma è... passati un sacco d’anni, chissà se...
Donna - Mamma, ‘sta sera sono incazzata molto, sa. Sono fuori dalla grazia di Dio. Quel faccia di merda lì era... è lui, proprio lui.
Giraudo - Il ristorante si chiamava “Casa Rossa”?
Donna - Adesso si chiama “la Casa Rossa”, allora si chiamava “il Porto”.
Giraudo - Però era in... lo stabile è lo stesso?
Donna - Sì.
Giraudo - “Il Porto”... “Casa Rossa” di...
Donna - ... a Manerba del Garda...
Giraudo - Siamo sempre in provincia di...?
Donna - ... non a Manerba... aspetti... come si chiama quella... oh, mi scusi, adesso ho un’amnesia, porca puttana... È lì, vicino a Manerba, è una... una cosa di élite... (sospira)... Prima di Manerba, andando giù. Lei dica così, che glielo dicono.
Giraudo - Prima di Manerba?
Donna - Sì.
Giraudo - Siamo sempre in provincia di Brescia?
Donna - Sì, sì, sì. Lago di Garda.
Giraudo - Dunque, dal telefono...
Donna - A Moniga. A Moniga del Garda.
Giraudo - Moniga del Garda?
Donna - Sì, dove anche mio marito aveva tutte le conoscenze... industriali di Lumezzane. Dove noi passavamo tutti i weekend.
Giraudo - Moniga del Garda. Allora...
Donna - Mhm.
Giraudo - ... lì dentro c’è un telefono dal quale Lei chiamava DELFINO, in Caserma?
Donna - Ho chiamato anche da lì, DELFINO.
Giraudo - Quindi, dovrebbe ri... dovrebbero risultare le telefonate.
Donna - Ah beh, torni indietro... se risultano... o, se no, alla cabina di...Colombare di Sirmione.
omissis
Donna - Capitano, aveva tutte le armi in casa, aveva tutte le radiotrasmittenti, aveva tutto... che cazzo faceva un uomo come MAIFREDI? Chi era? (NdP, segue breve pausa di silenzio, 05sec).
Donna - Eh, mi scusi, eh? Era il Presidente della Repubblica? (NdP, segue breve pausa di silenzio, 03sec).
Donna - Gli arrivavano i test(?) e... gli arrivava l’ANSA, gli arrivava tutto... Da qualcuno avrà avuto il permesso, eh, mi scusi, eh?
Giraudo - Perché FERRARI muore?
Donna - Gliel’ho già detto. Portato su una villa, imbevuto, indrogato, infatto...
Giraudo - Eh, questo è “come”. Il motivo? Perché?
Donna - Perché... probabilmente... c’era da... in quel momento far capire che qualcuno doveva morire. Da far la rivoluzione in questa città del cavolo, che non ha capito niente. La città più ricca di... del mondo. (NdP, segue breve pausa di silenzio, 02sec).
Donna - Capitano, doveva morire. Era... una pedina. Solo che era un figlio di papà, molto malleabile, molto preso... perché doveva fare il sovvertista per forza di cose, per uscire dalla noia...dalla a scuola e da quello che era, perché non gli mancava niente. Eh... l’han fatto fuori per iniziare le loro storie.
Omissis
Giraudo - MAIFREDI, la mattina della strage...
Donna - Mhm.
Giraudo - ... Le disse di non uscire di casa?
Donna - Mah, a me, personalmente, non me lo diceva, anche perché sapeva che non... non lo facevo. Sapeva benissimo che non lo facevo. Anche perché tutto quello che mi serviva mi veniva portato a casa e quello che era l’estetista e il parrucchiere, la sarta era devoluta al pomeriggio, avendo tre bambini. Di conseguenza... io so solo che è arrivato a casa, un quarto alle dieci, che era bianco come un cencio. Questo lo dirò sempre. Però Le posso dire che quei giorni lì... certo che lui mi diceva di non uscire, di non fare e non brigare. Ormai sapevo anche la storia di SPEDINI.
omissis
Donna - Ecco. Ci sono anche delle persone che ci credono, eh...?... che esista ancora una verità. Però, se Lei vuole che io Le dica: “MAIFREDI ha messo la bomba”... Capitano, non glielo dirò mai, perché non l’ho visto. Mai. Non l’ho visto. (NdP, segue breve pausa di silenzio, 04sec).
Donna - Eh. Scusi, eh? Non l’ho visto. Sono anche troppo pigra per alzarmi e andare a vedere quello che una persona fa. Però, a parte il... questo, insomma, non penso... non penso proprio. (NdP, segue breve pausa di silenzio, 03sec).
Donna - Se anche l’ha fatta, non l’ha fatta pensando... che era questo. (NdP, segue breve pausa di silenzio, 04sec).
Donna - Io l’ho vista fare, una bomba, non Le dico di no, ma non... forse io non me ne intendo ma... porco cane, l’ha fatta davvero, Capitano. (NdP, segue breve pausa di silenzio, 04sec).
Donna - Capitano, l’ha fatta davvero.
Giraudo - Le credo. Le credo, signora.
Donna - Porco cane... io non so... il perché, ma l’ha fatta davvero.
Giraudo - Signora, io questa settimana non riesco proprio a salire sopra...
omissis
Giraudo - Dorma bene.
Donna - Buonanotte.
Giraudo - Arrivederci. Ci sentiamo domani.
Donna - Buonanotte. Buonanotte.
- Termine della telefonata -
______
Alle ore 2 di notte la donna ha ritelefonato per fornire all’ufficiale delle indicazioni più precise in merito all’aspetto di questo presunto ordigno. MAIFREDI si sarebbe trovato intento sul tavolo del soggiorno con un giornale al cui interno ci sarebbe stata la possibile bomba, dalla quale fuoriuscivano fili azzurri e marrone, il cui involucro esterno, a forma che ricordava uno scarponcino o uno stivaletto, sarebbe stato costituito da un cartone di quelli della consistenza di un wafer, con delle ondulazioni, e cioè costituito da parti un po’ vuote e un po’ piene.
Donna - A Lei gli dice qualcosa un involucro... di cartone... come un... stivaletto di scarpa? Però fatto di cartone. (NdP, segue breve pausa di silenzio, 04sec).
Donna - Mi scusi, eh...? Non riesco a dormire. Ascolti, ha presente una bomba... fatta in un giornale, con un involucro di carta di... di... come le posso dire... di pacco. Ma me... ma se... l’ha in mente, Lei, quell’involucro... dove ci sono i cartoni con... come se dentro ci fosse... ha mangiato mai un wafer?
Giraudo - Sì, certo.
Donna - Sa che tra una pellicina e l’altra c’è come... (tossisce)... come Le posso dire... tra una pellicina e l’altra in un wafer...
Giraudo - Sì.
Donna - ... c’è dentro la crema, no? Ma non è tutto... compatta, è a strati.
Giraudo - Ho capito. E gli strati erano alternati con cartone?
Donna - No... (tossisce)... Il cartone...
Giraudo - Sì.
Donna - ... fatto in due... come una foglia... Lei fa un dolce, no...?... Oddio, non so come spiegarmi...
Giraudo - Cartone tipo ondulato?
Donna - Eh, che dentro ci sono quelle cose ondulatine...
Giraudo - Ho ca...
Donna - ... che un po’ è vuoto e un po’ è pieno, un po’ è vuoto e un po’ è pieno...
Giraudo - Ho capito. Serve per attutire gli urti.
Donna - Ah. (NdP, segue breve pausa di silenzio, 03sec).
Donna - Ah. Eh. Una cosa così, fatta a scarponcino. (NdP, segue breve pausa di silenzio, 03sec).
Donna - Sono pazza?
Giraudo - No. Assolutamente.
Donna - Eh sì. Eh, Lei sta zitto e io mi sento matta.
Giraudo - No, non... io sto zitto semplicemente perché sto cercando di ricordare quello che è rimasto dell’ordigno di FERRARI e quello che è rimasto dell’ordigno di piazza della Log...
Donna - Io non lo so cosa è rimasto là, Capitano...
Giraudo - Lo so. Mi devo guardare le carte, perché non le... non... non... non so a memoria queste cose.
Donna - Mhm.
Giraudo - Vediamo se, nei resti della bomba di piazza della Loggia, è rimasto qualcosa del genere. Io ho la perizia, quindi... lo guardo.
Donna - Eh. Ha capito cosa intendo?
Giraudo - Certo.
Donna - Quei cartoncini che sono un pochino...
Giraudo - ... ondulati. Quelli che servono per attutire gli urti.
Donna - ... un po’ sono vuoti e un po’ sono pieni. Come... le cialde al riso, no...?
Giraudo - Sì, sì, ho capito perfettamente.
Donna - Eh. Eh. Eh. Eh... così, no? Però... eh, fatte a forma di uno scarponcino.
Giraudo - Mhm, mhm. “Fatto a forma di scarponcino”.
Donna - Sì... pressappoco. Non so perché mi è venuto in mente questo.
Giraudo - Lui, quando lo faceva, non diceva niente?
Donna - No, lui era sul tavolo... in soggiorno. Con questo giornale, con questa cosa dentro. I fili che mi ricordo erano azzurri e marrone.
Giraudo - Non ricorda di avere visto... eh, qualcosa tipo un orologio, un timer?
Donna - (Tossisce)... Oddio... non era una cosa semplice, senz’altro. (Bisbiglia)... S’è alzato ALBERTO. S’è alzato ALBERTO.
Giraudo - Ci sentiamo domani?
Donna - Mhm.
Giraudo - Mhm.
Donna - Eh... boh. Tenga in mente quello che gli ho detto.
Giraudo - Certo.
Donna - Eh... il... il cartoncino, là, con le ondulazioni.
Giraudo - Io faccio un controllo... sulla perizia.
Donna - Mhm. Eh... me lo dice poi?
Giraudo - Certo.
Donna - Mhm. Ah. Va bene.
Giraudo - Dorma serenamente.
Donna - Buonanotte. Buonanotte.
Giraudo - Buonanotte, signora. Grazie.
- Termine della telefonata -
Le dichiarazioni della TONOLI presentano alcune analogie con una prima descrizione che DIGILIO fa della scatola che conteneva la sveglia destinata all’ordigno che gli mostrò SOFFIATI a Verona alcuni giorni prima della strage di Brescia.
Il 15.5.1996 DIGILIO, dopo aver spiegato che la nota valigetta mostratagli da SOFFIATI presentava da un lato i candelotti e dall’altra la sveglia, si sofferma sul contenitore di quest’ultima:
“c’era una scatoletta di cartone…un cartonaccio qualsiasi ricavato alla bene e meglio…scatole da imballaggio…marroncino…c’era dentro la sveglia…sì ondulato era…era fatto come una scatoletta messa dentro lì…era la custodia di sta sveglia e alla pila…il filo che partiva dalla pila per andare alla sveglia…era leggermente…come si dice attorcigliato
Il concetto è stato ribadito nel corso dell’incidente probatorio:
7.2.2001
DOMANDA - Questo pacco, per esempio, non è stato descritto il 17. Abbiamo detto della sveglia, ma il pacco che cos'era? Come era confezionato?
RISPOSTA - Era praticamente del cartone modellato a forma di cassetta, di scatoletta.
DOMANDA - Era una scatola o era una cosa artigianale? Era una scatola di cartone assemblata con del cartone?
OMISSIS
DOMANDA - Ripartiamo da questo involucro. Diceva che la sveglia era contenuta dentro un involucro di cartone?
RISPOSTA - Sì.
DOMANDA - Finiamo di descrivere l'involucro. Com'era fatto questo involucro?
RISPOSTA - Praticamente, era stato preso del cartone e forgiato a mo' di scatoletta e, dentro in questa, fu conservata la sveglia.
DOMANDA - Che tipo di cartone era, lo ricorda?
RISPOSTA - Un cartone volgarissimo, di quelli che si trovano in commercio per la pasta, per altre cose, era molto comune non aveva nulla di particolare.
DOMANDA - Era piatto, liscio, o era di quelli antiurto, diciamo così, con la parte interna, fatti di più strati? Era quello da pacchi, da pacchi grandi?
RISPOSTA - No, era quello ondulato.
DOMANDA - Quindi, quello un po' che si schiaccia, diciamo, un po' morbido a schiacciarlo?
RISPOSTA - Sì.
RISPOSTA - Se vuole facciamo presto, mi lasci parlare. Aperta la valigetta, cosa ho visto? Ho visto questo fagotto di cartone in cui c'era la pila, c'era la sveglia. Allora, dentro questa scatola di cartone fatta artigianalmente c'era la pila da 4 volt e mezzo e penso che tutti voi abbiate visto una pila da 4 Volt e mezzo; c'era poi una sveglia e, poi, un batuffolo di cotone dal quale fuoriuscivano dei fili, che andavano ad attaccarsi alla sveglia e, poi, finivano sulla batteria. In questo fagottello di carta e di cotone, c'era un detonatore dal quale usciva la parte finale di un fiammifero, controvento.
Sul fiammifero, c'era arrotolata buona parte del filo al nichel-cromo. Io dissi a Marcello cosa doveva fare.
17 GIUGNO 2001
RISPOSTA - Dottore, è chiaro, è avevo fatto accenno che, assieme all'esplosivo, lo Zorzi si era messo in testa di trasportare anche il congegno per la deflagrazione del materiale e, infatti, era tutto racchiuso dentro una scatoletta che sembrava di cartone, era tutta ben legata con del nastro adesivo. Evidentemente, lui, non sapendo dove collocarla, ebbe la peregrina idea di tenerla dentro l'esplosivo, perché, se c'era un qualcosa che poteva saltare, non era l'esplosivo, era proprio il meccanismo con la parte detonante. Ecco, con questo...
In seguito, tuttavia, in una successiva udienza DIGILIO ha riferito di una scatola di compensato, o di cartone con l’aspetto di compensato. Il contenuto della conversazione tra la donna e l’ufficiale a prima vista parrebbe di estremo interesse. In realtà la scarsa conoscenza da parte della TONOLI della materia degli esplosivi e la mancata descrizioni di elementi, quali una sveglia o un timer, o dei candelotti, rende la stessa di valenza assai problematica.
10.14 - MAIFREDI E IL MAR . LE DICHIARAZIONI DELLA TONOLI E DI DEL GIACCO ANTONIO. L’INTERCETTAZIONE DEL 24.6.94
Troppo complesso sarebbe in questa sede esporre tutte le problematiche emerse con riferimento alla c.d. “Operazione Basilico” che ha comportato il 9.3.74 l’arresto di due esponenti del M.A.R., Giorgio SPEDINI e Kim BORROMEO, che è stato seguito dal progressivo coinvolgimento ed arresto della maggior parte degli esponenti del M.A.R. e del suo capo, Carlo FUMAGALLI.
Si tratta di un’indagine che nelle sue fasi iniziali non si è sviluppata sotto il controllo diretto della magistratura, e nell’ambito della quale DELFINO ha fatto il “bello e cattivo tempo”.
Basti pensare che lo stesso DELFINO, in occasione del dibattimento per il processo “MAR” ha ammesso: “Non ho mai detto di aver avvertito preventivamente la Procura della Repubblica…ho agito ai sensi dell’art.219 c.p.p. come ufficiale di P.G. e ai sensi delle norme per la legittima difesa della società…la Procura non sapeva nulla dell’operazione Basilico”.
Si vedrà nella parte che si riferisce al c.d. “FALSO RAPPORTO” , che vi è una prova documentale di questa enorme preponderanza delle iniziative di DELFINO rispetto a quelle dell’A.G.. I rapporti con MAIFREDI si sviluppano in questo contesto.
10.15 - MAIFREDI MODIFICA LE SUE ORIGINARIE DICHIARAZIONI CIRCA IL FATTO DI ESSERSI PRESENTATO DIRETTAMENTE A DELFINO. LE DICHIARAZIONI DEL TESTE GIOVANNI BONARDI CHE ESCLUDONO CHE L’INTERROGATORIO DI MAIFREDI POSSA RISALIRE AL DICEMBRE 1973. DELFINO ESCLUDE L’INTERVENTO DEL BONARDI
Sia nell’ambito delle precedenti escussioni, sia nella prima parte del verbale dell’8.4.2002, MAIFREDI ha affermato di essersi presentato direttamente da DELFINO, a spiegargli cosa stava accadendo, avendo letto su un giornale il suo nome.
Nel seguito del verbale (pag.24) ha introdotto la seguente novità:
“…l’unica differenza che gli ho raccontato rispetto a quanto dichiarato in Tribunale…sono arrivato a DELFINO, quella, la versione del, che io ho letto sul giornale il suo nome e quindi sono andato in caserma da lui, era, mi era stata suggerita, mi.... di continuarla a dirla il capitano DELFINO…” (pag.25) “prima mi ero confidato di quanto accadeva con, con quel tenente che, cioè un ex tenente dei Carabinieri che lavorava con me…un ragioniere che era un ex, ex tenente…il tenente lavorava in fabbrica, lui era su negli uffici e io lavoravo in fabbrica…sempre all’IDRA…gli ho confidato, questo gruppo, allora mi ha detto che gli avrebbe parlato con qualcuno…del MAR…è passato, è trascorso pochi giorni, dopo mi ha detto…mi ha detto dove dovevo andare…dopo due o tre giorni, mi ha detto, l’aspetta in ufficio, il capitano DELFINO, in Piazza Tebaldo Brusato, e sono andato là.”(pag.29). “…DELFINO mi ha detto di fare così per salvaguardare il posto di lavoro anche a questa persona, perché, dopo, si crea delle situazioni nella fabbrica che potrebbe succedere quello che poi, in fondo è successo, che ho dovuto andarmene”.
Il teste è stati identificato in BONARDI Giovanni, che è stato sentito in dibattimento, occasione in cui, così come era accaduto in sede di indagini, ha confermato di essere stato il tramite di questo rapporto di MAIFREDI con i Carabinieri. Il suo racconto, tuttavia, presenta delle significative differenze rispetto a quello reso da MAIFREDI. In particolare, pur avendo confermato che MAIFREDI lo utilizzò come una specie di intermediario, il periodo in cui ciò avvenne questa presentazione, e quindi anche il conseguente verbale presso la Caserma dei Carabinieri, non può essere nel 1973.
Pertanto la data del verbale è falsa. Vediamo cosa riferisce BONARDI di MAIFREDI:
RISPOSTA – Prima di Natale ‘73, vuole dire attorno a dicembre… nel dicembre del ’73. Venne da me molto preoccupato perché certi suoi amici avevano dell’esplosivo e volevano fare un attentato, così mi disse. Io prendevo sempre le cose con le pinze perché avevo sempre l’impressione che le gonfiasse un po’. Gli dicevo “amici così io li lascerei perdere, non solo ma se lei fosse sicuro di queste loro intenzioni, e del fatto che vogliano fare un attentato andrei alla Stazione Carabinieri del suo paese e denuncerei la cosa, se avessi elementi concreti per dimostrarlo”. E poi ci sono state le ferie di Natale, e non ci pensavo neanche più io a questa affermazione, se non che, tornati dalle ferie di Natale, più avanti, il 10 gennaio, o il 15 gennaio, quei giorni lì, mi disse “sa, questi qui fanno sul serio, hanno ell’esplosivo e vogliono che io partecipi, ma sa, questi sono matti, addirittura pensano a scuole materne, sa, io ho dei bambini”, “lo so quanto ci tiene ai suoi figli, anche io ci tengo al mio, e la capisco, però guardi che io le ho detto cosa deve fare,e cosa farei io al suo posto”. Dice “no, ci ho pensato ma”…
DOMANDA – È sicuro che erano passate le feste di Natale?
RISPOSTA – Sì, era gennaio, sono sicuro che erano passate le feste di Natale, perché io durante le feste di Natale non ho più pensato a questa affermazione che lui mi aveva fatto, così, e l’avevo presa per…
DOMANDA – Mi scusi, è un particolare che può sembrare secondario, mentre invece nell’ottica nostra è abbastanza importante. Cioè, lei ricorda con sicurezza che tra il primo discorso – diciamo – generico, e il discorso che si sta apprestando a precisare, erano trascorse le ferie di Natale di quell’anno?
RISPOSTA – Anche un po’ di più, anche l’Epifania, anche…
BONARDI ha anche ancorato questo ricordo, sulla circostanza che si fosse ormai al 1974, a fatti specifici, quali il contenuto di un’agenda.
Omissis
DOMANDA – Poi lei dice “passano le feste di Natale”, probabilmente anche l’Epifania ha detto un momento fa…
RISPOSTA – Sicuramente anche l’Epifania.
DOMANDA - … e ha un nuovo colloquio con Maifredi.
RISPOSTA – Torna da me.
DOMANDA – E cosa dice?
RISPOSTA – Torna da me e dice <<sa, quelli là che hanno l’esplosivo si fanno sempre più pressanti>>, dico <<ma lei non... io le avevo detto “lascia perdere, e si rivolga, se ha prove concrete, alla Stazione Carabinieri per fare la denuncia”>>. E lui dice <<no, non posso lasciarli perdere perché ormai da tanti anni… da parecchio tempo siamo in contatto; e alla Stazione del mio paese ci ho pensato, ma il tempo che arrivo lì, faccio il verbale, vado avanti, e quelli aprono le indagini, io rischio la pelle>>.
Omissis
A questo punto BONARDI era riuscito a procurarsi un colloquio con il Col. MORELLI, al quale aveva riferito le confidenze di MAIFREDI. Subito dopo il BONARDI era stato invitato a fornire le medesime confidenze al Capitano DELFINO, chiamato dal Colonnello nella stanza. Solo in un secondo tempo sarebbe stato organizzato un incontro tra DELFINO, nell’occasione accompagnato dal M.llo SIDDI, e il MAIFREDI, incontro svoltosi presso il salottino dell’IDRA.
BONARDI è certo che questi incontri, dopo i primi approcci col MAIFREDI, si siano svolti nel 1974. Le sue certezze derivano anche da un foglietto di carta, rinvenuto nell’agenda del 1974, che fa riferimento all’appuntamento col Col.MORELLI, alle ore 16 di un imprecisato giorno.
Ne consegue che MAIFREDI non può essere stato interrogato in caserma da DELFINO il 21.12.73 perché BONARDI ha parlato con il Col. MORELLI a metà di gennaio 1974.
DELFINO, interpellato sul punto il 15 aprile 2002, ha negato che i fatti si siano svolti così, e che ci sia stata questa sorta di intermediazione da parte del BONARDI:
pag.154:
in realtà, lui si sarebbe rivolto a un suo collega dell'Idra, un... una persona che a suo tempo era stata SottoTenente dei Carabinieri, che poi è stata sentita e, più o meno, ha confermato...
RISPOSTA - Chi? Ferrari?
DOMANDA - Adesso, mi sfugge il nome e, purtroppo, prima di venire qua, non...
RISPOSTA - Ferrari?
DOMANDA - No, no.
RISPOSTA - Uhm.
DOMANDA - Si chiama in un'altra maniera. Lui non sarebbe venuto da lei dicendo: "C'è questa situazione (incomprensibile", ma, in realtà, sarebbe andato a chiedere consiglio a questo suo collega...
RISPOSTA - Sì.
DOMANDA - ...ex Sotto Tenente dei Carabinieri, chiedendogli: "Io sono in questa situazione, vorrei parlare con qualcuno".
RISPOSTA - "Che cosa debbo fare?".
DOMANDA - "Che devo fare", e lui, allora, avrebbe chiesto, insomma, si sarebbe informato e, appreso che lei, insomma, era la persona che... idonea a raccogliere queste dichiarazioni, lo avrebbe (incomprensibile).
RISPOSTA - Indirizzato.
DOMANDA - Ecco. E che lui, Maifredi, sostiene che sarebbe stato lei a suggerire, per tenere fuori da questa storia questa... per non coinvolgere, insomma, per non... questo ex Carabiniere, sarebbe stato lei a suggerire l'idea di dire quello che poi ha detto, cioè, che aveva letto sui giornali il suo nome, che si occupava, eccetera, eccetera, ecco, che lei si occupava di... di indagini di un certo tipo e, quindi, gli avrebbe dato... "Va be', andiamo da Delfino, perché...". Questo... questo sarebbe il...
RISPOSTA - Sì.
DOMANDA - ...il... il modo con cui lui si sarebbe proposto a lei.
RISPOSTA - Allora...
DOMANDA - Lei è in grado di darmi dei lumi?
RISPOSTA - Le rispondo.
DOMANDA - Sì.
RISPOSTA - Contrariamente a quanto lei ha affermato all'inizio, che era un problema di scarsissima rilevanza, io le dico, invece, adesso, che questa frase di Maifredi, che per me risulta falsa, perché lui è venuto da me, eccetera, è il grosso interrogativo.
DOMANDA - Ma è venuto da lei, però, dice, previa un qualche...
RISPOSTA - No, non c'è stato niente.
DOMANDA - No?
RISPOSTA - Tanto è vero che il nodo centrale dell'indagine sul M.A.R., che ancora oggi è oggetto, è stato fino a pochi giorni... eh... mesi... mesi fa della Commissione Stragi, era il perché Maifredi si rivolge a Delfino e vuota tutto.
Allora, a questo punto, dobbiamo dare credito a quella parte della Tonoli, dell'ex convivente, che qualcuno andava da lui e lo gestiva tredici, quattordici mesi prima, quando io ero alla Sardegna e non sapevo niente? Cioè, quel Palinuro...
DOMANDA - No, intendiamoci..
RISPOSTA - Eh, scusi un attimo!
DOMANDA - No, la cosa, come gliel'ho prospettata, non è diversissima da quella, diciamo, che è stata consegnata agli atti.
RISPOSTA - Eh?
DOMANDA - Nel senso che lui, comunque, si propone.
RISPOSTA - Sì.
DOMANDA - Si propone attraverso una linea diversa, cioè, invece che venire direttamente da lei, viene tramite presentazione, insomma, diciamo così.
RISPOSTA - Non c'è stata nessuna presentazione, tanto è vero che lei legga nella...
DOMANDA - Purtroppo, non... ho scoperto solo recentemente che c'è questo verbale di questa persona che, in qualche modo, avvalora (incomprensibile per sovrapposizione di voci).
RISPOSTA - Ma non dice che dev'essere venuto da me l'Ufficiale.
DOMANDA - Eh! Adesso, io purtroppo...
RISPOSTA - Eh, eh! (Incomprensibile).
DOMANDA - ...non ho qui il verbale.
RISPOSTA - No, no, questo, guardi, il problema di... dal 1974 dibattuto in Corte d'Assise...
DOMANDA - Sì, sì, lo so.
RISPOSTA - ...in istruttoria e tutto, è perché...
DOMANDA - Perché?
RISPOSTA - ...Maifredi si decide di andare da Delfino. Allora, a distanza di ventott'anni, perché siamo... no, ventinove, dal 21 Dicembre '73, dopo essere stato interrogato da Arcai, Trovato...
DOMANDA - Vino.
RISPOSTA - Gianni Simoni, Corte d'Assise, Corte d'Assise d'Appello, questo particolare non l'ha ammesso mai, non l'ha mai detto, perché era pressato dalla domanda unica che era il punto interrogativo che ci... sul quale ci siamo scervellati, perché aveva tirato in ballo Taviani, lui, il tentativo di uccidere Taviani. Allora, a distanza di ven... ventinove anni, se ne esce: "Mi ha mandato...".
10.15.1 - MAIFREDI nega di esser stato sottoposto nella caserma dei CC all’interrogatorio del 21.12.1973.
In occasione dell’escussione di MAIFREDI da parte di questo Ufficio dell’8.4.2002, ilnpredetto ha negato di aver sottoscritto presso gli uffici dei Carabinieri quel verbale iniziale, in data 21.12.1973, che costituisce il presunto inizio della sua collaborazione e all’interno del quale sono descritti vari fatti allarmanti, che avrebbero giustificato qualche mese dopo l’operazione “Basilico”, concretizzatasi il 9.3.1974 con l’arresto di SPEDINI e BORROMEO.
Si tratta di un’affermazione che MAIFREDI sostiene con forza e ripetutamente:
l’8.4.2002:
pag.20:
“…i verbali li ho soltanto fatti qui in Tribunale, ma da altre parti non mi sono mai verbalizzato. In Tribunale , tutte le volte che venivo qui, battevano a macchina.”
Pag.21:
“…i verbali, gli unici posti dove io sono andato e le dichiarazioni mie venivano battute a macchina....... né stato qui in Tribunale…questi fogli li firmavo anche, me li facevano firmare, che c’era il giudice…”.
Pag.22:
“…ci sono andato quella volta (in caserma: nota PM), per spiegare dei fatti…gli unici fogli che firmavo erano qua in Tribunale”
Pag.24:
“In caserma non mi ricordo di aver firmato, in Tribunale sì”.
DELFINO, interrogato sul punto il 15.4.2002 (pag.152) ha sostanzialmente accusato MAIFREDI di calunnia nei suoi confronti:
PROCURATORE AGGIUNTO - DOTT. ROBERTO di MARTINO: Lui ha detto: "Io questo verbale..."
AVVOCATO DIFENSORE: "Non l'ho mai firmato".
PROCURATORE AGGIUNTO - DOTT. ROBERTO di MARTINO: "Non ricordo di aver fatto un verbale" (incomprensibile per sovrapposizione di voci).
FRANCESCO DELFINO: Se gli manda un'informazione di garanzia per calunnia aggravata, allora la memoria gli ritorna subito.
10.15.1.1 Alcune valutazioni sulle emergenze relative al verbale 21.12.1973
Il verbale di interrogatorio del 21.12.1973 probabilmente si riferisce ad un atto mai avvenuto. Nella parte relativa al “Rapporto falso” si vedrà che addirittura, almeno in uno dei due esemplari, costituisce l’allegato nr.1 ad un rapporto datato 21 maggio 1975 e non 1974.
MAIFREDI ha sempre cercato di allinearsi alla versione di DELFINO. Se nega di aver steso quel verbale in caserma, vuol dire che si tratta proprio di una falsità alla quale non si sente di aderire. Del resto non si comprende che problema ci sarebbe stato, sia da parte di MAIFREDI, che da parte di DELFINO, sostenere che quelle dichiarazioni sono state rese in caserma, e poi formalizzate in un verbale in un secondo momento.
Nessuno dei due indagati (MAIFREDI nel frattempo è deceduto) ha aderito a questa agevole versione intermedia: MAIFREDI nega di essere stato interrogato in caserma, DELFINO insiste che l’atto è stato formalizzato in caserma.
Il problema è che, alla luce delle dichiarazioni di BONARDI, il primo colloquio tra MAIFREDI e DELFINO (non si parla ancora di verbale) è di metà gennaio 1974, circostanza che, se vera, conferma che quel verbale è falso.
Le conclusioni, tuttavia, non si esauriscono qui. Ci si chiede: perché mai, al di là dei tempi, DELFINO nega che sia avvenuto l’intervento di BONARDI? In fin dei conti questa intermediazione, di cui ha parlato, sia pure tardivamente, il MAIFREDI, al di là della questione “data del verbale” , non cambierebbe granché la sostanza dei fatti. La risposta alla domanda è semplice: l’intervento del BONARDI non costituisce altro che una strumentalizzazione, il creare un teste che possa confermare autonomamente che MAIFREDI non è stato infiltrato da DELFINO nel MAR, ma si è proposto autonomamente nei confronti di DELFINO, tradendo i suoi sodali. Se così non fosse, DELFINO non avrebbe accusato di calunnia MAIFREDI su una circostanza che appare pacifica dalle dichiarazioni del teste. Del resto lo stesso BONARDI, sia in sede di indagini, che in dibattimento, ha confermato di aver intuito di essere stato oggetto di una clamorosa strumentalizzazione.
Evidentemente già all’epoca dei fatti venne scelta questa via decidendo di introdurla soltanto come “ombrello”, qualora la situazione fosse precipitata. E così è avvenuto, a seguito dell’imputazione di strage.
Nel suddetto verbale del 21.12.1973 MAIFREDI riferisce anche nei dettagli della pericolosa attività del gruppo facente capo a TARTAGLIA, ma non vi è riferimento a quanto emerge dal rapporto del 18.5.74, laddove si parla anche del progetto del gruppo
di “approntare un furgone chiuso, munito di mitragliatrice e congegno fumogeno, da usare in occasione di tumulti e grosse manifestazioni di piazza (il furgone avrebbe avuto il compito di aprire il fuoco sui dimostranti)…”.
E’ vero che nel rapporto si parla non solo delle dichiarazioni di MAIFREDI, ma anche di nastri registrati, ma è evidente che, trattandosi comunque di registrazioni fatte da MAIFREDI, si sarebbe trattato comunque di conversazioni intercettate alle quali avrebbe assistito. Almeno in un primo tempo DELFINO ha escluso di aver appreso in quel momento un fatto del genere dal MAIFREDI:-
“...non m'ha mai detto di questo fatto qui”.
Si ècomunque attestato su un originario diniego:
“Immagini se viene a dire a me: <C'erano quelle mitragliatrici>, i Magistrati... eravamo alla ricerca di prove sostanziali che c'era in atto un reato di questi qua e omettevamo questo qui?”
In un secondo tempo si è attestato sul dato formale delle risultanze dei verbali:
“No. Confermo integralmente quello che c'è scritto nel rapporto, perché parla anche di nastri registrati. Siccome i nastri registrati non li sentivamo noi, li davamo al Magistrato, non escludo che il Magistrato mi abbia detto: <Guarda che c'è questo fatto>”.
E’ vero che sono passati molti anni, ma il particolare di aver appreso che vi è il progetto di sparare sulla folla con una mitragliatrice, è un particolare che difficile da dimenticare.
Da parte sua MAIFREDI ha escluso in un primo tempo di essere stato lui la fonte della notizia, ipotizzando che fosse stato proprio DELFINO a riferirgli la cosa, proprio per spiegargli che non si poteva più aspettare.. Poi, quando gli è stato contestato che nel successivo verbale dell’11.6.74 davanti al G.I. Dott. ARCAI ha riferito quantomeno di consigli da parte sua per mettere a punto la mitragliatrice “SIGH” che doveva essere collocata su quel furgone, ha finito per ammettere di aver dato dei consigli orali, ma senza vedere né furgone, né mitragliatrice, insistendo, tuttavia, con riferimento a DELFINO: “è lui che ha dato questa spiegazione, che loro erano pronti a partire con il furgone, e fare delle stragi e, quindi, andava impedito…”.
In ogni caso non si può negare che l’operazione nel suo complesso, presenta nella sua genesi degli aspetti oscuri.
La stessa è stata consegnata alla storia come un’operazione condotta brillantemente dall’allora capitano Francesco DELFINO, coadiuvato da Gianni MAIFREDI, in veste di collaboratore-pentito, in sostanza infiltrato dal primo nella suddetta organizzazione con la quale aveva già avuto, tuttavia, rapporti con funzioni di addestramento all’uso delle armi.
Si è già detto che, mentre DELFINO afferma che MAIFREDI si sarebbe presentato a lui il 21.12.73, peraltro incredibilmente a conoscenza delle sue indagini su un traffico di armi, la TONOLI colloca attorno al novembre 72 la prima presenza di DELFINO presso la loro abitazione, peraltro in coincidenza di un malessere del convivente, a conferma di quanto amichevoli fossero i rapporti tra i due predetti. Certo, se la TONOLI ha detto il vero e DELFINO ha posticipato artatamente questa conoscenza per prendere le distanze dal coindagato, è evidente che i rapporti tra i due predetti erano ben diversi da quelli consegnati alla storia processuale. In particolare viene il dubbio che MAIFREDI sia stato soltanto lo strumento per radicare a Brescia, a seguito del luogo di localizzazione dell’arresto di SPEDINI e BORROMEO, il procedimento relativo all’indagine sul M.A.R., altrimenti destinata a Milano.
In tal senso le stesse dichiarazioni della TONOLI dell’11.6.94:
“…l’esplosivo non sarebbe mai arrivato in concreto in Valtellina, proprio perché lo SPEDINI ed il BORROMEO sarebbero stati arrestati in Val Canonica: MAIFREDI mi aveva riferito che l’operazione avrebbe dovuto necessariamente concludersi nella provincia stessa per volontà di DELFINO che, altrimenti, al di fuori dei confini della provincia di Brescia, non avrebbe potuto gestire l’operazione. Faccio presente che MAIFREDI mi aveva riferito che, secondo i programmi di DELFINO, all’arresto dello SPEDINI e del BORROMEO sarebbero seguiti molti altri arresti delle persone inserite nel gruppo di FUMAGALLI”.
Tutto questo, poi, è asseverato da altri elementi, che tra poco saranno esaminati: SPEDINI afferma che l’esplosivo è stato prelevato presso l’abitazione del MAIFREDI. Ciò trova parziale conferma nelle stesse dichiarazioni della TONOLI del 18.6.1994:
“E’ vero che fu proprio MAIFREDI, per quanto lui stesso mi raccontò, a fornire l’esplosivo allo SPEDINI e al BORROMEO, nel senso che disse loro dove dovevano prelevarlo”.
E’ evidente che se MAIFREDI ha procurato l’esplosivo in un momento in cui svolgeva le funzioni di infiltrato di DELFINO, certamente non può non averlo fatto quantomeno con l’avallo di quest’ultimo. La stessa circostanza della distruzione un po’ frettolosa dell’esplosivo perché avrebbe trasudato (si veda come la perizia balistica abbia messo in discussione detto presunto trasudamento), particolare negato da FUMAGALLI, accentua i sospetti.
L’ufficiale ha dichiarato quanto segue in occasione del dibattimento “MAR”:
“L’esplosivo venne trasferito da Breno e Brescia dall’artificiere il quale constatata la diversità di quota (?) fra Breno e Brescia e la possibilità che potesse deflagrare per causa accidentale, ne informai l’autorità giudiziaria che dette disposizione orale per la distruzione. Mi sembra che ne fu conservato un campione.”
MAIFREDI, interrogato l’8.4.2002, ha negato di aver saputo da dove provenisse l’esplosivo e che sia stato DELFINO a fornirglielo. Esclude che il suo rapporto con l’ufficiale risalga al 1972.
Si riporta qui di seguito alcuni passi di ulteriori dichiarazioni della TONOLI che mettono in dubbio i rapporti tra DELFINO e il gruppo dei soggetti facenti capo al MAR (2.7.94 pag.5):
“…DELFINO tollerava la presenza di armi in casa mia ed era al corrente della circostanza che <i ragazzi> si andassero ad esercitare armati: fu il MAIFREDI a riferirmi che DELFINO era perfettamente a conoscenza di detta circostanza, come pure era a conoscenza della disponibilità di armi personali da parte degli stessi; aveva fornito loro del denaro, foraggiando i medesimi…per concludere, io avevo la visione di un DELFINO che era a conoscenza di ogni particolarità dell’organizzazione e ciò nonostante non interveniva e tollerava che la stessa svolgesse i suoi programmi…”.
La comune versione MAIFREDI - DELFINO è comunque contrastata da tutta una serie di elementi ulteriori rispetto alle dichiarazioni della TONOLI:
10.16 - LE DICHIARAZIONI DELL’ISPETTORE DEL GIACCO ANTONIO
Trattasi di un ispettore della D.I.G.O.S. di Genova - squadra antiterrorismo - con il quale MAIFREDI ha collaborato negli anni 90. Da tener presente che la collaborazione verteva su rapine a sfondo politico, sul recupero di armi, in particolare occultate in depositi, e cioè una materia che non si discosta molto da quella di cui MAIFREDI si era già occupato negli anni ’70. La figura di MAIFREDI, così come emerge dalle dichiarazioni di DEL GIACCO, che pure sostiene di non avergli dato, a torto, grande credibilità (ma allora perché fruiva della sua collaborazione?) è quella di un sedicente agente segreto, a suo tempo infiltrato da DELFINO nel M.A.R.: già le sue colleghe gli avevano preannunciato: “Vedrai che Gianni, Gianni MAIFREDI ti verrà intorno dicendo che faceva l’agente segreto che era infiltrato”.
E poi, dopo che effettivamente vi era stato questo contatto:
“Mi disse che era stato un infiltrato con il nome di battaglia <Basilico>…mi pare…che mi disse che era stato infiltrato all’interno del MAR forse, per individuare una serie di persone, cioè era stato incaricato, ritengo dai servizi…forse il DELFINO, l’allora capitano DELFINO…era stato infiltrato all’interno dei MAR, mi pare che mi disse MAR…per individuare le persone che ne facevano parte, qualcosa di simile. Comunque se era stato incaricato di scoprire alcuni personaggi infiltrati all’interno, no, di alcuni personaggi eversivi, credo, all’interno di questo gruppo, cosa che lui aveva, compito che aveva portato a termine mi pare mi disse” MAIFREDI “mi diceva che era un esperto di esplosivi”.
Gli pare che MAIFREDI gli avesse detto di aver fatto parte dei servizi e che era un agente sotto copertura.
Chiesto al DEL GIACCO se l’infiltrazione fosse da intendersi dall’esterno, e cioè se il capitano DELFINO gli avesse detto: “Tu mescolati a questa gente”, il teste ha risposto: “Esattamente, mi pare così”.
DEL GIACCO ha confermato che gli pare che MAIFREDI gli abbia detto di avere fatto parte o di far parte dei servizi. Ebbe la sensazione che fosse un agente sotto copertura.
“Io mi ricordo che nei suoi discorsi mi faceva capire che non aveva agito di sua iniziativa, ma sempre su imput, su ordine di qualcuno, forse sempre di DELFINO…”.
Chiestogli se DELFINO, a dire del MAIFREDI, facesse parte dei servizi, DEL GIACCO ha precisato: “Credo di sì, non mi ricordo, ma per come esponeva lui i fatti mi sembra di sì, che DELFINO facesse parte, cioè fosse la punta della piramide all’interno della quale MAIFREDI si muoveva, mi pare di capire di sì che DELFINO, cioè che non ne parlava come di un ufficiale dei Carabinieri, ma come di qualcuno che era infiltrato o che comunque aveva a che fare con i servizi”
In questo contesto è stata intercettata il 24.6.94 alle 16,19 (perizia trascrizioni pag.161 vol I Elenco”BUZZI”) una conversazione tra MAIFREDI e l’ispettore DEL GIACCO. MAIFREDI, nel corso della telefonata, riferisce a DEL GIACCO:
“…io ho delle conoscenze, degli amici in giro, a Brescia, cioè de…dei…dei ragazzi che avevo tenuto fuori perché c’erano cascati dentro, cioè, d’accordo con DELFINO, allora li avevamo tenuti fuori perché c’erano cascati dentro, ingenuamente…, ma i loro genitori e le loro famiglie erano addentro in quelle cose lì…appartengono a quei gruppi, quella gente lì. Cioè, era… dopo che s’ era disfatto il M.A.R., perché sono rimasti fuori parecchi(o), te l’ho spiegato perché purtroppo avevano deciso di fare determinate operazioni, purtroppo… che implicava, diciamo, la morte… dei cittadini, han dovuto bloccare quelli che e…si era a conoscenza, ma… c’erano altri gruppi, altre <Centurie> al di fuori…tipo quella che poi ha buttato la bomba in Piazza della loggia e così via, che tra l’altro c’era implicato anche il figlio…” (poi preciserà che si riferisce al figlio del giudice Arcai.)
Mentre il DEL GIACCO si trincera dietro ai “non ricordo”, è lo stesso MAIFREDI a fornire una parziale ammissione: ammette che, d’accordo con il capitano DELFINO, vennero tenuti fuori dall’indagine un paio di soggetti, dei quali attualmente non ricorda più il nome.
Quanto sopra lascia perplessi: a parte il fatto delittuoso, che autorità poteva mai avere MAIFREDI, se era un semplice infiltrato, a tenere qualcuno fuori dalle indagini! E poi la frase sembra presupporre un rapporto alla pari con DELFINO.
Ancora più perplessi si rimane se ci si chiede come MAIFREDI e DELFINO potessero sapere chi apparteneva alla “centuria” che aveva collocato la bomba in Piazza della Loggia. E’ evidente, tuttavia, che la frase potrebbe essere una millanteria di MAIFREDI, che fungeva ancora da collaboratore di DEL GIACCO. Le sue parziali ammissioni, tuttavia, introducono ulteriori perplessità.
La reale natura dei rapporti tra MAIFREDI e DELFINO è desumibile anche da ulteriori circostanze, sempre riferite da DEL GIACCO:
DEL GIACCO insiste nell’affermare, smentendo sia MAIFREDI che DELFINO, che mai il primo gli aveva riferito di aver fatto parte del MAR prima dell’intervento del secondo. Era stato DELFINO che, avendo appreso che lui era esperto di armi, dopo pressanti insistenze lo aveva infiltrato nell’organizzazione. MAIFREDI aveva anche confidato a DEL GIACCO di viaggi a Roma ( per incontrarsi con chi?) che avrebbe effettuato prima di infiltrarsi nel MAR. Tutti questi particolari richiamano ancora una volta l’idea di MAIFREDI uomo dei servizi, più che collaboratore.
Anche altri ulteriori particolari forniti dal DEL GIACCO sembrano andare in questa direzione: MAIFREDI offriva raccomandazioni che si sarebbero basate sulla sua conoscenza di ufficiali dei Carabinieri anche diversi da DELFINO.
In sostanza vi sono forti dubbi circa il fatto che sia stato MAIFREDI a consegnarsi a DELFINO tradendo i suoi ex compagni e non piuttosto DELFINO a infiltrarlo, magari ben prima del dicembre 73, all’interno di un’organizzazione con la quale in precedenza il MAIFREDI medesimo non aveva nulla a che fare.
10.17 - LA CONVERSAZIONE DI MAIFREDI CON IL BRIG. QUARTUCCIO
Telefonata n. 0153 effettuata il 21.10.1993 alle ore 21:44
Quando nel 1993 l’allora Capitano GIRAUDO si mise in contatto con MAIFREDI, questi si insospettì, volle effettuare delle verifiche, e si mise in contatto con i Carabinieri di Sestri Levante. Nell’occasione parlò più volte con il Brig. QUARTUCCIO al quale riferì dei contatti di GIRAUDO e nell’occasione, per spiegare con chi il militare stava parlando, e per ottenere, per così dire, un ascolto più attento, ha raccontato dei suoi rapporti con l’allora Capitano DELFINO, con particolare riferimento all’operazione “BASILICO” e alle attività concernenti il MAR.
omissis
Quartuccio - Lei, precedentemente, con questo Capitano DELFINO...
Maifredi - Sì.
Quartuccio - ... attualmente Generale, che contatti aveva avuto?
Maifredi - Eh beh... eh... ho lavor... ho lavorato per lui, diciamo così,cioè, dell’operazione “Basilico”. Io... io non so se Lei si ricorda cos’è il gruppo del MAR.
Quartuccio - (Scrive)... Operazione “Basilico”...
Maifredi - Cioè, è stata una delle prime operazioni brillanti del Capitano, eh. Dopo... prima aveva fatto un intervento su degli esplosivi... recuperati, che erano stati rubati nelle cave... nel... nell’entroterra bresciano, e dopo io ho dov...ho... cioè, mi sono infiltrato, se si può dire così, in questo gruppo, che è... il mio compito era di addestrarli al...diciamo, al... al combattimento urbano in quanto il grup... il MAR, l’A.N.C.E. e la Rosa dei V...
Quartuccio - I “NAR” ha detto?
Maifredi - MAR, “M” “A” “R”.
Quartuccio - “MAR”. “M” “A” “R”
Maifredi - Esatto. Sì.
Quartuccio - Allora ho capito bene, “MAR”.
Maifredi - Sì, che faceva capo... del MICELI... eccetera, l’avvocato ADAMO DEGLI OCCHI, KIM BORROMEO... Se vuole io ho un faldone pieno di st... di ritagli di giornale, ve li posso portare; farse Lei è giovane e non si ricorda...
Quartuccio - Sì, sì... no... ma perché... per essere più preciso perché dopo devo relazionare anche al Capitano, quindi volevo sapere un po’... cosa dire, ecco, capisce?
Maifredi - Eh, praticamente... adesso Le spiego, io sono... ecco... sono l’unico che ha raccolto registrazioni di... e fotografie... cioè, che sono servite al Capitano per, diciamo, arrestare tutte queste persone.
Quartuccio - Ho capito.
Maifredi - Cioè, io ho fatto da spola al... la mattina, diciamo, del... due giorni prima della bomba in piazza Loggia...
Quartuccio - Sì.
Maifredi - ... che sono stati... cioè, il... che è scattata, perché avevano intenzione di preparare dei furgoni dove c’era assembramento di persone, con delle mitragliatrici e sparare... adesso... questo subito dopo il... poco dopo la venuta in Italia da... di VALERIO BORGHESE, che allora era fug... è scappato in Spagna...
Quartuccio - Mhm.
Maifredi - ... cioè, che era venuto a... a Ghedi, cioè che era un aeroporto militare vicino a Brescia.
Quartuccio - In sostanza, Lei, praticamente, per questo Capitano DELFINO, si sarebbe... intromesso dentro... si sarebbe infiltrato dentro un gruppo, giusto...?...
Maifredi - Esatto, sì.
Quartuccio - ... per...
Maifredi - Sì, le for... le fornivo, cioè, le informazioni, cioè registravo...
Quartuccio - ... per questo Capitano DELFINO.
Maifredi - ... colloqui... esatto, sì.
Maifredi - Mhm.
Maifredi - Che poi, dopo, siamo arrivati al processo. In Corte d’Appello mi sono presentato. Allora io... diciamo, dopo scattata la trappola, che io guidavo... facevo capo staffetta, guidavo queste persone che avevano i soldi e l’esplosivo, che si doveva cambiare... allora... eh... che si... praticamente dovevamo incontrarci con... con una persona chiamata “Basilico”, che non era altro che il Tenente Colonnello FUSCO, che comandava il Gruppo Investigativo a Genova, e su nella... in Valtellina per fa... avvenire lo scambio. Io ero davanti e supera... cioè, siccome ero sotto controllo durante tutto il tragitto, arrivati a un certo punto i... a me mi han lasciato passare e poi è scattato il blocco per tutti gli altri, quindi l’arresto di questi e le altre persone che avevano i...con... i telefoni sotto controllo, chi viveva a Milano, chi a Brescia, chi in altri posti, ecco. Perché le persone sono state più di novanta, ecco, non una, implicate... cioè, nel gruppo del MAR.
Quartuccio - Il “MAR” cosa sarebbe, in poche parole, ha detto?
Maifredi - Era un gruppo armato di destra. Però c’erano anche persone di sinistra, perché uno dei... diciamo, dei capi, era un ex comandante partigiano della Valtellina, non... non so se si è convertito sulla destra dopo oppure... comunque era, diciamo, un gruppo fascista.
Quartuccio - Ho capito.
Maifredi - Cioè, è stata un’operazione brillante da parte sua, che poi è diventato subito Maggiore, da... da... diciamo, dal comando del Gruppo Investigativo di Brescia è passato a Milano.
Quartuccio - Da Capitano è... è passato a Maggiore e poi...
Maifredi - È passato a Maggiore ed è andato a comandare lo stesso gruppo, sempre a Milano.
Quartuccio - Mhm, mhm. Ho capito.
Maifredi - Da Brescia a Milano.
Quartuccio - E Lei, praticamente, era l’infiltrato in questo... in questo gruppo, giusto?
Maifredi - Esatto. Cioè, ero ven... io lavoravo in una fabbrica, sono venuto a conoscenza di determinate...
Quartuccio - MAIFREDI, mi può dare le sue generalità? Almeno le riferisco
[...]...
Maifredi - Sì, MAIFREDI GIOVANNI...
Quartuccio - ... (scrive)... “... GIOVANNI”....
10.18 - DICHIARAZIONI DI GIOVANNI ARCAI. IL DOCUMENTO REDATTO SULLE INDICAZIONI DELLA TONOLI.
Il Dr. Giovanni ARCAI, già giudice istruttore nell’ambito del processo che aveva visto come imputati Carlo FUMAGALLI e gli altri esponenti del M.A.R., veniva sentito in particolare con riferimento al significato di un documento, dal medesimo fornito alla P.G. nella primavera del 1994, contenente tutta una serie di sintetiche affermazioni che la TONOLI aveva fatto davanti a lui e agli Avvocati SECHI e PINNA, il 29.10.1977, presso lo studio legale di questi ultimi, nell’ambito di una sorta di atipica escussione testimoniale extraprocessuale, concernente i rapporti tra MAIFREDI e DELFINO, con particolare riferimento alle vicende strettamente connesse con la strage di Brescia.
Il Dr. ARCAI confermava l’episodio e in particolare che gli appunti riproducevano effettivamente, sia pure in modo sintetico, quanto dichiarato dalla donna; forniva delucidazioni su ciascuno dei 52 punti nei quali il documento si articolava.
Il predetto, pur evidenziando che la TONOLI si presentava animata da “ sentimenti di rancore nei confronti non tanto di Gianni MAIFREDI, quanto del Cap. DELFINO, assumendo che il marito era stato rovinato da quest’ultimo”, ha riferito, in sostanza, che in presenza sua e dei legali, la donna, rilasciò a carico dei due predetti, delle dichiarazioni molto decise nel senso di un loro coinvolgimento nella strage di Brescia; dichiarazioni che, così come descritte dal Dr. ARCAI, risulterebbero molto più “pesanti” di quelle di cui alle deposizioni testimoniali della TONOLI, e addirittura di quelle enucleabili dagli appunti di cui al documento consegnato dal primo.
In particolare il Dr. ARCAI ha chiarito che la medesima “prospettava accuse gravissime nei confronti del suo convivente Gianni MAIFREDI, come, a suo dire, autore della strage di Brescia” (verb. 19.5.97) ;che “lei peraltro era ben certa che la bomba fosse stata approntata da MAIFREDI in casa, con esplosivo da lui detenuto…..” (verb 21.5.97) ; che “ il senso complessivo del discorso della donna era che il MAIFREDI e il DELFINO erano responsabili della strage di Brescia” (verb. 2.6.97).
L’avvocato PINNA, al quale è stato sottoposto il documento nel corso dell’escussione del 5.7.99, nel confermare in sostanza la genesi dello stesso fornita dal Dr. ARCAI, ha precisato:
“ Il documento dattiloscritto, dopo la sua redazione da parte del dott. ARCAI, mi venne sottoposto; io lo lessi e ricordo ancora che nella sua sintesi rappresentava effettivamente quello che aveva riferito la donna”
Ha quindi aggiunto:
“ Torno tuttavia a ribadire che quel documento all’epoca mi venne sottoposto nella sua integralità e, se avessi notato qualche discordanza tra quanto riferito dalla donna e quanto sintetizzato nei numerosi punti dal dott. ARCAI, certamente lo avrei fatto correggere”.
10.18.1 I punti più qualificanti del documento
Si è detto che trattasi di un documento articolato in 52 punti, i cui “protagonisti” sono contraddistinti da una sigla corrispondente alla prima lettera del loro cognome, il cui significato è stato esplicitato dal Dr. ARCAI nel corso dell’escussione, anche se, pur senza detta chiave di lettura, l’identificazione sarebbe stata comunque agevole.
Si tratta di affermazioni che hanno una certa valenza, in quanto risalgono al 29.10.1977.
Tra i punti più qualificanti ricordiamo i seguenti:
al punto 1 si ribadisce che la conoscenza tra DELFINO e MAIFREDI risale ad un anno e mezzo prima rispetto al dicembre 1973.
Al punto 2 si riafferma il ruolo di istruttore di armi e di tiro che il MAIFREDI aveva svolto nei confronti di quel gruppo di giovani, aggregatisi al MAR, alcuni dei quali arrestati.
Al punto 7 si afferma che l’esplosivo sequestrato a SPEDINI e BORROMEO era stato fatto trovare da MAIFREDI.
Al punto 8 si afferma che MAIFREDI conosceva ESPOSTI, circostanza fondamentale, alla luce delle dichiarazioni dei testi che ricollegano ESPOSTI a DELFINO e delle dichiarazioni di PITARRESI che ricollega ESPOSTI ad un attentato che avrebbe dovuto essere realizzato a Brescia.
Al punto 15) si afferma la conoscenza tra MAIFREDI e Silvio FERRARI, della causa della cui morte sarebbe stato al corrente.
Dai punti 17, 18, 19, 25, 26, 31,47 si ricava una sorta di ricostruzione della strage di Piazza della Loggia e dei rapporti che con detto fatto delittuoso avrebbero avuto MAIFREDI e DELFINO:
MAIFREDI si sarebbe allontanato il giorno del fatto raccomandando che nessuno uscisse di casa: ciò richiama l’idea di un MAIFREDI già preventivamente a conoscenza di quanto sarebbe accaduto. Pochi minuti dopo l’esplosione sarebbero intervenuti i Carabinieri che avrebbero portato al sicuro i bambini, mentre MAIFREDI e la TONOLI si sarebbero rifugiati nel cabinato di cui disponevano, ormeggiato sul lago. MAIFREDI avrebbe commentato che la bomba aveva avuti effetti inattesi. La stessa sarebbe stata ordinata da alcuni industriali bresciani che erano soliti riunirsi una volta alla settimana . L’attentato sarebbe stato ordinato quale azione dimostrativa in funzione antisindacale. Le morti, tuttavia, non sarebbero state volute e tutto sarebbe dipeso da un errore tecnico. Gli industriali avrebbero stanziato 40 milioni a favore di BUZZI , perché tacesse, inquinasse e a garanzia della sua difesa. BUZZI, comunque, non sarebbe stato colpevole ed altri sarebbero stati gli autori materiali.
La TONOLI ha parlato di industriali (22.6.94), ma pur attribuendo loro attività antisindacale, in relazione alla quale partecipavano ad alcune “tavole rotonde”, non ha confermato che fossero loro alla base dello stesso attentato di Brescia. Anzi, ha escluso che ci sia stato uno stanziamento da parte di detti industriali a favore di BUZZI, come emerge al punto 31.
A.D.R.: Il MAIFREDI svolgeva in sostanza anche funzioni di guardaspalle del PASOTTI ed era il suo confidente; ricordo che mi diceva di controllare addirittura l'amante del predetto industriale. Proprio per tale motivo il MAIFREDI era molto conosciuto dagli industriali. In tal modo aveva appreso di una sorta di tavole rotonde che si svolgevano, ricordo anche al "Residence Europa" di Brescia, durante le quali i predetti discutevano e si organizzavano con riferimento alla sistemazione di persone, che venivano prevalentemente dalla Calabria, che avevano bisogno di lavorare, e che pertanto venivano assunte nelle fabbriche per contrapporsi a coloro che organizzavano gli scioperi. Non ho una cognizione precisa di quali, in concreto, fossero i compiti dei soggetti calabresi: anzi, il MAIFREDI mi diceva che costoro dovevano fare i crumiri quando gli altri scioperavano e dovevano effettuare una sorta di repressione, penso utilizzando anche la forza. Nel corso delle suddette riunioni alle quali partecipava lo stesso MAIFREDI, gli industriali discutevano appunto sull'organizzazione del fenomeno appena descritto.
Voglio spiegarmi meglio: attorno al settembre-ottobre 1974, cioè dopo che MAIFREDI si era già allontanato in Liguria, ho vissuto due o tre mesi al "Residence Europa", ed ho notato alcune cene di industriali (li conoscevo ormai quasi tutti), che mi hanno riportato a quanto mi aveva rivelato MAIFREDI stesso; ho pensato, cioè, che si trattasse di riunioni del genere di quelle che MAIFREDI mi aveva descritto. In realtà quest'ultimo non mi ha mai riferito dove in concreto si riunissero gli industriali per il fine appena descritto. Tra gli industriali che il MAIFREDI mi indicava ricordo, tra gli altri, PASOTTI, LUCCHINI, STEFANA e PIETRA.
10.19 - IL RAPPORTO “FALSO” DEL MAR DEL 18 MAGGIO 1974
Si tratta di un altro fatto che, anche prescindendo dall’interpretazione della sua valenza, è comunque espressivo di come l’allora Capitano DELFINO avesse comunque un modus operandi poco cristallino, incline alla manipolazione della realtà, indulgente ad ogni tipo di mistificazione. Il fatto, inoltre, è perfettamente in linea sia con l’evidente inquinamento probatorio operato dall’ufficiale nell’ambito dell’inchiesta strage, sia con la falsa datazione dei rapporti con MAIFREDI e con l’esatta consistenza dei medesimi.
Si tratta di un rapporto che reca la data del 18 maggio 1974, a firma del capitano DELFINO. Nell’ambito dello stesso, in linea con le prime dichiarazioni di MAIFREDI, queste apparentemente datate 21.12.73, si esponeva l’iniziativa di quest’ultimo che, in contatto con un’organizzazione eversiva, costituente una vera e propria organizzazione paramilitare, dedita ai traffici di armi, ripartita in tre centurie, ma apparentemente costituita da un’associazione per campeggiatori, ANCE, aveva deciso di rivolgersi ai Carabinieri. MAIFREDI aveva descritto i suoi rapporti, risalenti addirittura a circa 6 anni prima (quindi 1967) con l’Ing. TARTAGLIA , che lo aveva contattato affinché svolgesse compiti di addestramento alle armi, nei confronti di un gruppo di giovani inseriti nell’organizzazione. Aveva riferito della disponibilità di armi, anche da guerra, e di circa un quintale di candelotti di tritolo. Dei fini dell’organizzazione, allarmata dall’avanzata della sinistra, di rovesciamento istituzionale; dell’intenzione di fiancheggiare i Carabinieri, in caso di loro intervento in forze; degli addestramenti all’uso delle armi che effettivamente avevano avuto luogo; del coinvolgimento di alcuni militari nel piano golpistico; dei nomi dei vari personaggi che ne facevano parte.
Nel rapporto si riferisce a pag.6 che i fatti sarebbero stati narrati al Procuratore della Repubblica dr. MAIORANA e al Sostituto dr. ZAPPA. MAIFREDI era stato munito di un piccolo registratore, che gli aveva consentito di documentare ancora con maggiore precisione i propositi eversivi degli associati. Tra i vari progetti, quello menzionato a pg.7, e sul quale poi si tornerà, di approntare un furgone chiuso, munito di mitragliatrice, da usare in occasione di tumulti e grosse manifestazioni di piazza, da utilizzarsi per aprire il fuoco sui manifestanti.
L’intervento di MAIFREDI consentiva di far emergere il progetto di sequestro a scopo di estorsione del commerciante Mario VIGASIO di Brescia, da realizzarsi il 17.1.74, poi rimandato a “tempi migliori”. Emergeva, poi, la figura del fantomatico Jordan (Carlo FUMAGALLI), personaggio milanese con un’officina in Via Folli, che diverrà uno dei centri dell’attività eversiva. In questo contesto si realizzava la nota “Operazione Basilico”, consistente in una sorta di trappola tesa ai danni di SPEDINI e BORROMEO e FUMAGALLI, culminata nell’arresto dei primi due il 9.3.74, nell’ambito del progetto di uno scambio tra esplosivo (fornito dall’organizzazione) e armi, necessarie al sodalizio per realizzare i suoi fini eversivi, che sarebbero state offerte (sulla carta) da personaggi inesistenti, creati ad hoc per l’occasione. Il MAIFREDI aveva avuto il ruolo di principale protagonista dell’operazione provocata, con un sostanziale ruolo di intermediario, comunque appartenente al sodalizio. L’operazione “Basilico” aveva poi dato “il la” agli arresti, avvenuti il 9.5.74.
Naturalmente, quando c’erano stati gli arresti di SPEDINI e BORROMEO il 9.3.74, la denuncia in stato di arresto del giorno successivo, documentava l’operazione, contrariamente al vero, come casuale. Non è questo, naturalmente, il dato allarmante, trattandosi di un falso innocuo e necessitato dalla salvaguardia delle operazioni.
Il primo dato che attira l’attenzione è che il rapporto ha una sua collocazione autonoma, in un fascicolo a parte del procedimento, quello nr.1 bis, e non segue, quindi, la numerazione del resto della “generica”.
Lo stesso rapporto viene rinvenuto in busta chiusa anche presso il Comando provinciale dei CC di Brescia con l’indicazione “da aprire soltanto dopo il rinvio a giudizio”(!), circostanza che rende evidente come si trattasse di un atto supersegreto.
Una volta accertato che il rapporto non è stato depositato, almeno formalmente, in tempo reale, si tratta di capire quando ne è venuta a conoscenza la magistratura, e cioè se, di fatto, i P.M. prima, e il G.I. poi, sapessero nella sostanza che in realtà SPEDINI e BORROMEO erano stati arrestati per l’intervento di MAIFREDI, a seguito di una trappola ben congegnata, tesa dai C.C. di Brescia.
Il M.llo SIDDI afferma (p.51) che il rapporto è stato effettivamente consegnato il 18 maggio 74, e non 75.
Come si vedrà tra poco, il fatto è tutt’altro che certo.
Non appare soltanto un errore l’indicazione che appare sul presunto verbale di MAIFREDI del 21.12.1973 (quello che l’imputato non ricorda di aver sostenuto presso i CC): in alto a destra appare l’annotazione (a calligrafia sostanzialmente riconosciuta dal M.llo SIDDI – pag33 tr.) indicante che si tratta dell’allegato n.1 al R.G. n. 98/146 del 18/5/75 ( cioè un anno dopo).
DELFINO ha sostenuto in dibattimento di aver agito ai sensi dell’art.219 c.p.p. e di non aver informato la Procura della Repubblica del’Operazione “Basilico”. Il dato è stato sostanzialmente confermato dal M.llo SIDDI (pag.45 tr.) che ha affermato che la Procura non era informata di questa operazione “perchè non sapevamo se questa operazione sarebbe andata a buon fine”.
Non si sa come tutto questo si concili con quanto DELFINO assume nel verbale del 14.10.75 (pag.3) davanti al G.I. di Brescia (sarebbe stato incredibilmente interrogato per la prima volta sul fatto ben un anno e sette mesi dopo l’arresto di SPEDINI e BORROMEO – circostanza che rende plausibile che il rapporto sia stato depositato ben più tardi del 18.5.74): egli afferma, con riferimento alle notizie apprese da MAIFREDI il 21.12.73: “tanto da indurci a informare il Procuratore della Repubblica non solo sugli elementi fino ad allora raccolti, ma anche sui programmi operativi che intendevamo attuare per ricollegare le file della organizzazione e identificarne i capi”.
In dibattimento emerge da parte di DELFINO la presunta tempestiva e completa informazione della Procura, ma soltanto subito dopo l’arresto di SPEDINI e BORROMEO:
DELFINO in dibattimento riferisce il 13.7.1977 (pag.792 trascriz.):
“Ho avvertito subito il dott. MAIORANA e cercavo il dott. ZAPPA ma in sua sostituzione fu avvertito il dott. TROVATO dell’arresto di Kim BORROMEO e SPEDINI…TROVATO venne nel mio ufficio insieme con il M.llo CENZON Ivano…e mi disse di preparare delle squadre per rintracciare Juan a Genova, interrogare i camerieri delle Palafitte per rintracciare BASILICO. Feci uscire il M.llo CENZON che era all’oscuro di tutto e spiegai al dott. TROVATO che l’arresto di Kim BORROMEO e SPEDINI non era un fatto eccezionale quindi fu deciso di far apparire l’operazione arresto Kim BORROMEO e SPEDINI come un fatto fortuito per giungere all’arresto di tutti gli appartenenti all’organizzazione…”
Non si riesce comunque a capire come mai, se DELFINO ha informato, come ha dichiarato il 14.10.75, il Procuratore della Repubblica delle esplosive dichiarazioni di MAIFREDI del 21.12.73, non abbia poi tempestivamente informato la Procura prima dell’operazione BASILICO del 9.3.74.
Come si vedrà tra poco, però, nonostante questa presunta tempestiva informazione, nonostante che sia stato informato che l’operazione non era stata casuale, il dr. TROVATO farà il 15.3.74 un’ampia delega in cui dimostra di non conoscere come sono andate le cose nella realtà. Vediamo come ciò emerge:
Il 22.4.1974 c’è la richiesta di istruzione formale, e gli atti passano al G.I. ARCAI. DELFINO ha dichiarato in dibattimento (pag.794 trascr.) : “il giorno stesso della formalizzazione, il dott. TROVATO ed io andammo dal G.I. al quale raccontammo tutto. Il mattino successivo lo stesso G.I. venne nel mio ufficio e prese in consegna la prima copia del verbale rilasciato da MAIFREDI il 23.12.73 in gergo il G.I. definì quel verbale< la Bibbia>”.
Prosegue DELFINO (pag.795) :
“Compilai il rapporto Giudiziario che è in atti, ed il 18.05.74 lo consegnai personalmente al G.I., il quale appose personalmente la firma sulla mia ricevuta perché a suo dire, il rapporto doveva rimanere segreto.”
In effetti c’è in atti un’annotazione del G.I. ARCAI ,in data 18.5.74, dove si ordina che il rapporto 98/146 del Nucleo Investigativo CC di Brescia venga inserito in un volume I bis Atti Generici e sia per intanto custodito a parte.
Ci si chiede, anche quanto a quest’ultimo, a dispetto delle suddette dichiarazioni, e della “ricevuta”, che aggiornamento avesse, in realtà, della situazione.
Vediamo che il 10.6.74 (prot.98/25), e quindi in un periodo posteriore rispetto alla data del presunto rapporto, c’è un atto a firma di DELFINO, siglato da SIDDI, dove si dice che non è stato possibile identificare il “Juan” e cioè colui che, nella finzione della trappola, avrebbe dovuto fornire le armi, e che nella sostanza era da identificarsi nel Brig. ARLI. Pertanto al G.I. viene data una risposta inutile e senza senso, perché Juan era una persona di pura fantasia e, se il rapporto era stato consegnato il 18 maggio 74, il 10 giugno il G.I. non poteva non esserne al corrente.
Anche gli altri accertamenti (numero telefonico di una pasticceria), sono collegati alla messa in scena collegata alla “trappola”, e si palesano, quindi, completamente superflui.
Andando a ritroso a cercare la missiva che ha procurato quella risposta (MAR 1-133), constatiamo che il dr. TROVATO (pag.56 tr.) il 15.3.74 (e cioè 6 giorni dopo l’arresto di SPEDINI e BORROMEO), ha trasmesso al Nucleo Investigativo dei CC di Brescia, comandato dal Capitano DELFINO, una richiesta articolata in 12 punti, che ha come base quanto emerso dall’arresto di SPEDINI e BORROMEO, e dai relativi sequestri, richiesta il cui tenore presuppone necessariamente che TROVATO nulla sapesse della trappola tesa ai due a mezzo del MAIFREDI e della sua esistenza, a meno che anche lui non recitasse.
Infatti tutte le richieste presuppongono che tutti i fatti oggetto della finzione, siano in realtà veri, quindi necessitino approfondimento:
dall’identificazione di Juan, che non esiste, addirittura all’identificazione, paradossale, dello stesso MAIFREDI (punto 10), a conferma del fatto che si trattasse di persona ignota al P.M.
Anche il 16.4.1974 (più di un mese dopo l’arresto di SPEDINI e BORROMEO) e pochi giorni prima della formalizzazione, il Nucleo Investigativo (nr.98/80 di prot.) trasmette un’analisi sui nominativi indicati nell’agenda 1974 sequestrata a BORROMEO e, incredibilmente, con riferimento al numero e all’indirizzo dell’IDRA, si dice che “l’annotazione potrebbe anche riferirsi a conoscenze di dipendenti della IDRA, tra i quali certo MAIFREDI Giovanni di cui si dirà in seguito”.
Se esaminiamo tutti i rapporti che sono siglati dal M.llo SIDDI, che secondo DELFINO era la persona che maggiormente si occupava di MAIFREDI, vediamo che lo stesso viene nominato soltanto in una nota al G.I. del 27.12.74 (prot.98/812-24) dove si dice che è partito alla volta di Napoli ove è in procinto di imbarcarsi su un mercantile, circostanza che lo allontanerà per qualche mese, impedendo l’escussione fissata dal G.I..
La risposta del M.llo SIDDI sul punto, e in particolare sulla spiegazione del senso dell’inutile nota del 10.6.74, è stupefacente: “C’è incongruenza ma noi rispondiamo a una richiesta del giudice TROVATO” – quasi come se, una volta inoltrata la richiesta, ormai fosse necessario comunque rispondere, anche se la risposta era inutile, per una finalità burocratica.
In realtà la risposta la darà molto tempo dopo il Dott. ARCAI, anche se finirà implicitamente per ammettere la falsità ideologica della “ricevuta”.
A pag.23 del suo verbale di audizione in data 4.6.97 da parte della Commissione Stragi, presente agli atti, ARCAI afferma che all’atto della formalizzazione del 22.4.74 si rese conto, dal tono ironico degli arrestati e dei difensori, che qualcosa non era chiaro. Pertanto aveva interpellato DELFINO che gli aveva risposto che si trattava di un’operazione studiata a tavolino, da tempo orientata dal generale PALUMBO.
Gli aveva imposto, allora, di stilare un vero rapporto. Anche TROVATO sosteneva che la questione del rapporto era ormai superata. Il rapporto vero venne stilato, ma venne consegnato nel maggio del 75. A pag.35 ARCAI spiega che si era reso conto che TROVATO non sapeva niente di come erano andate le cose.
ARCAI riferisce sostanzialmente gli stessi fatti a pag.32 di una memoria in atti denominata “PROFESSIONE FALSARI”, in cui ribadisce che la vera data del rapporto è 18/5/75 .
Tutto quanto sopra esposto dimostra la disinvoltura di DELFINO e come il predetto fosse “in sofferenza” per tutto quanto atteneva alla posizione di MAIFREDI. Se il rapporto con quest’ultimo fosse stato chiaro, pulito, DELFINO non avrebbe avuto difficoltà a rappresentare le cose nella loro realtà. Emerge, invece, una probabile intenzione di non far addirittura apparire il MAIFREDI. Una volta costretto a depositare il rapporto, probabilmente – come afferma ARCAI – un anno dopo i fatti, ecco che appare anche questo misterioso verbale di escussione del MAIFREDI del 21 dicembre 73, che quest’ultimo neanche ricorda.
10.20 - IL CAPITANO GOLPISTA PALINURO. SUA IDENTIFICAZIONE IN DELFINO
10.20.1 L’appunto del Sid su PALINURO del settembre ‘74
Tra la documentazione acquisita agli atti vi è un appunto manoscritto (allegato all’annotazione del R.O.S. del 28.10.96) che, pur in un contesto reticente, è stato riconosciuto dal defunto Col. Sandro ROMAGNOLI , nel 1974 capo della 3 Sez. del Reparto D del SID. Il documento sarebbe stato da lui vergato nel settembre di quell’anno.
Nello stesso vi sono alcune annotazioni che, considerate nel loro complesso, sono rilevanti per l’individuazione di PALINURO.
L’appunto reca in successione le seguenti annotazioni:
“Patrizia
“Forte dei Marmi 80505 (0584)
“Questione bomba BS al PSI= Avanguardia Nazionale
“MI sapeva più
“Kim spiato a trasportare TNT
“(Vivirito e D’Intino d’accordo con qualcuno perché volevano incastrare Kim e Esposti= lo sa Caccola)
“Palinuro visto solo da Lercari e De Marchi
“(Palinuro n.d.r.) dava disposizione per trasporto esplosivi
Patrizia è il nome dell’allora fidanzata di Kim BORROMEO: la predetta aveva un’abitazione estiva a Forte dei Marmi.
Come è noto, l’allora Cap. DELFINO, comandante del Nucleo Investigativo di Brescia, sfruttando l’aiuto del presunto infiltrato MAIFREDI Giovanni, che sarebbe stato autorizzato dall’ufficiale a simulare una vendita di armi contro denaro ed esplosivo, arrestava in flagrante detenzione di esplosivo il 9.3.74 KIM BORROMEO e SPEDINI Giorgio.
Si è trattato del primo arresto nell’ambito dell’indagine contro il M.A.R. di FUMAGALLI. Gli altri imputati sono stati arrestati nella prima parte del maggio 74.
Da queste annotazioni, che ROMAGNOLI, pur riconoscendone la paternità, si è rifiutato di interpretare ( abbiamo solo le dichiarazioni del NICOLI, che gli fornì gli elementi per compilare l’appunto) , sembra desumersi un legame tra PALINURO, “che dava disposizioni per trasporto esplosivi” e DELFINO, che è appunto proprio colui che arrestò Kim BORROMEO.
10.20.2 Dichiarazioni di Torquato NICOLI
Il predetto (i cui verbali sono stati integralmente acquisiti), fonte del S.I.D. a partire dall’inizio del 1974 (G.I. MI 29.3.91), ha riconosciuto che la grafia dell’appunto appartiene al ROMAGNOLI e ha ammesso (P.M. di Roma 24.3.97 pag.2) di essere stato lui a fornire parte delle notizie desumibili dall’appunto medesimo. In effetti le sue dichiarazioni consentono di far luce sul senso di quelle indicazioni, a prima vista difficili da decifrare, e di concludere quasi con certezza che PALINURO e Francesco DELFINO siano la medesima persona.
In particolare NICOLI il 24.3.97 ha confermato, come segue, il precedente verbale del 18.7.96:
“Richiesto di far conoscere se mi abbia avuto notizie di un tal <Capitano PALINURO> che avrebbe agito in quegli anni, posso dire che il nome non mi è nuovo. Ma io non ho mai conosciuto questa persona. Ho cercato di attingere notizie sul punto per incarico del SID. Seppi così che questo Capitano PALINURO era amico di Kim BORROMEO. Poiché seppi pure che, mentre Kim BORROMEO era detenuto, la sua donna era in vacanza a Forte dei Marmi, io cercai di avvicinare costei per avere notizie sull’identità di questo Capitano PALINURO. Benché fossi riuscito ad avere contatti con la donna in realtà costei si ritraeva quando ho tentato di porle domande su questo Capitano. Io non so perché il SID si interessasse, ma questo Sedicente Capitano PALINURO si spacciava come capitano dei Carabinieri in servizio al SID. Io non so che cosa avesse fatto questo sedicente Capitano PALINURO, ma ricordo che si diceva che egli aveva indotto Kim BORROMEO a fare qualche cosa per la quale Kim BORROMEO era finito nei guai con la giustizia mentre lui si era defilato”.
Questo sedicente Capitano PALINURO aveva dei contatti con DE MARCHI e con LERCARI. DE MARCHI e LERCARI me lo dissero. DE MARCHI lo indicava come suo tramite con il gruppo di militari di Verona SPIAZZI, NARDELLA in particolare per reperire armi. Neanche al SID fu mai chiara, per quanto mi risulta, l’identità di questo PALINURO. In quel periodo PIAGGIO aveva messo a disposizione dei capitali tramite LERCARI ed è possibile che molti fossero interessati a beneficiare dei finanziamenti”.
NICOLI ha quindi aggiunto:
“Prima DE MARCHI e poi LERCARI mi diedero notizie di PALINURO nel 1973. Sono certo che sin dal 1973 sia DE MARCHI che LERCARI associarono il nome di Kim BORROMEO al Capitano PALINURO attribuendogli la comune funzione di procacciatore di armi a favore del Fronte. Preciso che la cosa mi fu riferita come un progetto e non mi risulta che vi siano effettivamente poi state delle forniture di armi.”
“Sempre da LERCARI appresi che questo PALINURO - nome di copertura – era amico di Kim BORROMEO, non mi fornì ulteriori dettagli. LERCARI non mi disse perché ed in che modo PALINURO avesse messo nei guai Kim BORROMEO. Ho saputo sempre per averlo appreso da DE MARCHI e LERCARI – che PALINURO prese parte a delle riunioni a cui partecipavano anche SPIAZZI e NARDELLA oltre che, naturalmente, DE MARCHI e LERCARI, riunioni aventi lo scopo di progettare un golpe Erano di carattere organizzativo queste riunioni e per verificare le forze disponibili.”
Sottopostogli l’appunto ha dichiarato: “La grafia è di ROMAGNOLI…riconosco in parte notizie che io ho dato al SID…se le cose si ricollegano se si scopre chi ha incastrato Kim BORROMEO si scopre chi è PALINURO”
“Io naturalmente avvicinai la donna di Kim BORROMEO chiesi a lei chi fosse PALINURO ma lei, dopo avermi detto che era quello che aveva incastrato Kim BORROMEO, si ritrasse e rifiutò ogni altro contatto”
La donna in questione è GAVAZZOLI Patrizia.
10.20.3 DELFINO ha messo nei guai Kim BORROMEO arrestandolo.
Se mettiamo assieme anche solo gli elementi desumibili dall’appunto ROMAGNOLI e delle dichiarazioni di NICOLI (si vedrà che esistono ben altri elementi in tal senso), già possiamo concludere per motivi di logica che PALINURO altri non è che Francesco DELFINO: chi più di DELFINO ha “messo nei guai” BORROMEO, visto che è l’ufficiale che lo ha arrestato? Inoltre, il riferimento che viene fatto nell’appunto ad esplosivo trasportato da BORROMEO, nonché ad un controllo da parte di PALINURO sui trasporti di esplosivo (particolare che BONAZZI attribuirà a DELFINO) sembra lasciare pochi dubbi sul fatto che l’appunto su PALINURO si ricolleghi all’episodio del 9.3.74.
L’appunto è del settembre 74, e quindi segue di pochi mesi l’arresto di BORROMEO. Nel contempo l’attività di “supporto golpistico” di PALINURO sembra risalire al ’73, e a identico periodo risalgono i presunti rapporti tra PALINURO e BORROMEO: dalle dichiarazioni della TONOLI e di altri testi i rapporti di DELFINO con MAIFREDI ed i “ragazzi” che gravitavano attorno al TARTAGLIA prima, ed al FUMAGALLI dopo, risalgono appunto al ’73.
Ma vi è molto di più, come tra poco si vedrà.
10.20.4 - Dichiarazioni di LERCARI Attilio
Di PALINURO, ha parlato LERCARI Attilio , che per conto dell’industriale genovese Andrea PIAGGIO , a più riprese, finanziò le attività eversive degli anni 70, e che riferisce di alcune riunioni che ebbero logo nel corso del ’73, finalizzate, in particolare, alla raccolta dei fondi necessari per le attività eversive.
Si premette che LERCARI parla di PALINURO già nel corso del colloquio con LA BRUNA, Remo ORLANDINI e MASSA del 29.3.74, registrato ed acquisito agli atti.
Si sarebbe trattato di un ex capitano dei CC, presente alla riunione a fini golpistici svoltasi a Milano, presente lui, LERCARI e SPIAZZI. Era stato quest’ultimo a portare con sé PALINURO.
Interrogato il 29.4.97 dal P.M. di Roma, ha ribadito la presenza di PALINURO all’incontro di Milano in Galleria, presente anche DE MARCHI e SPIAZZI. Ha aggiunto, tuttavia, che avrebbe appreso da Remo ORLANDINI che PALINURO era presente anche alla riunione, sempre finalizzata al Golpe, svoltasi Firenze, nell’atrio dell’Hotel ESSO o AGIP.
Davanti al P.M. di Brescia l’8.11.99 LERCARI ha ammesso che PALINURO era presente non solo a Milano, ma anche alla riunione, sempre con le medesime finalità, svoltasi a Peschiera del Garda.
LERCARI, interrogato dal P.M. di Roma, ha ricevuto in visione una fotografia ritraente DELFINO, ed ha escluso che si trattasse di PALINURO. Nello stesso interrogatorio, tuttavia, in un’immagine giornalistica di DEGLI OCCHI , ritraente casualmente anche DELFINO in occasione dell’arresto del primo ad opera del secondo, ha riconosciuto PALINURO, nonostante questi fosse stato indicato da lui come persona di 35/40 anni, laddove il DEGLI OCCHI all’epoca ne aveva 54. Si tratta di un riconoscimento che lascia molto perplessi, non soltanto per via della diversa età del riconosciuto rispetto a quella indicata, ma soprattutto in quanto appare quanto mai sorprendente che, per pura bizzarria del caso, nella foto ritraente DELFINO, apparisse contestualmente il vero PALINURO. Si tratta di una coincidenza tanto straordinaria quanto incredibile che, guarda caso, proprio nella stessa foto dove appare DELFINO, non riconosciuto come PALINURO, ci sia anche il vero PALINURO, peraltro arrestato dallo stesso DELFINO!
In un più recente interrogatorio davanti a questa A.G. (8.11.99), il LERCARI ha comunque ridimensionato la certezza di quel riconoscimento
Ma quello che è ancora più singolare è che, quando, in occasione dell’escussione del 29.4.97, è stata mostrata al LERCARI la foto di DELFINO, questi ha ritenuto di averlo già visto in occasione del colloquio avuto a Genova con l’avv. DE MARCHI e il CAVALLARO, entrambi golpisti, mentre si trovava in attesa, nell’atrio del palazzo ove era lo studio del predetto in Piazza Brignole. E’ evidente che, a credergli, si tratterebbe comunque di un inspiegabile rapporto, certamente di natura non istituzionale, di DELFINO con soggetti coinvolti in attività golpistica, che secondo il NICOLI avrebbero avuto rapporti di questo genere proprio con il Capitano PALINURO.
DELFINO, poi, se è vero quanto sostenuto da LERCARI, sarebbe stato quindi visto proprio in occasione di uno dei pochi incontri che ci sono stati per finanziare le attività eversive. Evidentemente è difficile ritenere che DELFINO si trovasse solo per pura combinazione nei pressi dello studio del golpista DE MARCHI, presente gli altri golpisti LERCARI e CAVALLARO. Insomma, si tratta di un’altra combinazione straordinaria: DELFINO non è PALINURO, ma frequenta le stesse due persone che, secondo NICOLI, frequentavano PALINURO. Mettendo insieme tutto quello che dice LERCARI sull’identità di PALINURO, e considerato che due combinazioni straordinarie sono un po’ troppe, si trae la logica conclusione che questi non voglia ammettere in modo diretto, forse per paura, che PALINURO è DELFINO, ma soltanto lanciare messaggi agli inquirenti per avvalorare detta identità.
10.20.5 - Le dichiarazioni di CAVALLARO Roberto
CAVALLARO Roberto, reclutato dal SID per saggiare la disponibilità dei militari e dei gruppi eversivi ad iniziative per un ribaltamento istituzionale, il 12.1.2010 (da Pag.143) ha sostanzialmente confermato, pur con qualche difficoltà di ricordo, quanto dichiarato l’11 marzo 1997 davanti al P.M. di Roma, che fa riferimento alla fase successiva all’arresto:
“Contattai finalmente SPIAZZI al quale chiesi ragguagli perché avevo il sospetto che per qualche motivo che ignoravo fossi stato destinatario di una manovra calunniosa intesa al mio isolamento. Chiesi anche che sorte avessero avuto i contatti con i finanziatori, con DE MARCHI, LERCARI e MASSA. In questo contesto SPIAZZI mi disse che vi era stata una riunione a Milano a cui aveva preso parte lui stesso con i genovesi e tal PALINURO…mi fu risposto in riferimento a PALINURO che costui era uno dei loro. Io interpretai che PALINURO era una persona dei servizi e che fosse stato portato alla riunione da SPIAZZI stesso. Questo mi fu detto espressamente. Trassi la convinzione che <uno di loro> significasse l’uomo dei servizi perché comunemente questa era un tipo di convenzione linguistica a cui facevamo riferimento…non chiesi dettagli su PALINURO, né successivamente ebbi dettagli che possano consentire di risalire alla persona…”.
Il concetto era stato ribadito il 10.12.1999 in dibattimento a Milano, occasione in cui CAVALLARO fa nuovamente riferimento a PALINURO.
10.20.6 - Dichiarazioni di Amos SPIAZZI
Il predetto, interpretando ( o meglio, ritrattando) precedenti dichiarazioni in cui indicava che alcuni emissari di DEGLI OCCHI, inviati (non è chiaro se quali esponenti del MAR o della Maggioranza Silenziosa) presso il Movimento Nazionale di Opinione Pubblica, non solo avrebbero detto di essere stati amici dei Carabinieri, ma sarebbe stato “assodato che avevano una, una dimestichezza con DELFINO”, ha ridimensionato quest’ultima affermazione nel senso che, secondo quanto appreso da terzi, tale dimestichezza altro non sarebbe che una conseguenza della sua opera di infiltrazione, e quindi istituzionale. In sostanza DELFINO avrebbe fatto credere ai predetti di stare dalla loro parte, e costoro, cadendo nel tranello (a fini istituzionali) gli avrebbero creduto.
SPIAZZI ha invece implicitamente confermato quanto dichiarato davanti ai G.I. GRASSI e SALVINI (pag.77-78) :
“Dell’ufficiale in questione ho appreso alcune informazioni sempre nell’ambito della mia ricerca di estendere il più possibile il Movimento Nazionale di Opinione Pubblica. Queste notizie le posso avere apprese al massimo fino al settembre del ’73, periodo in cui sono uscito dal movimento per fondare Centro Studi Carlo Magno. In particolare ho appreso da RUGGERI Adelino, nonché sia pure con minore enfasi da PICONE CHIODO, mi riferisco al padre, che l’allora capitano DELFINO era una persona che aveva dei rapporti stretti con la destra radicale, con questo termine intendo riferirmi a movimenti quali Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale eccetera.
Anche se, in talune occasioni si era dimostrato piuttosto insidioso nel senso che aveva convinto alcuni dei suddetti soggetti a compiere qualche cosa di illecito per poi sorprenderli con le mani nel sacco o comunque prevenirli all’ultimo momento.
Io avevo chiesto al RUGGERI se a Brescia ci fosse qualche ufficiale da contattare in vista di un ampliamento del movimento. RUGGERI mi aveva risposto che a Brescia c’era DELFINO, ma era meglio non contattarlo proprio per i motivi che ho sopra esposto”
Come si può notare non solo emergono i consueti rapporti di DELFINO con la destra radicale, ma vi è anche l’indicazione di un “modus operandi” che costituisce un avallo all’ipotesi accusatoria secondo cui DELFINO avrebbe arrestato SPEDINI e BORROMEO “a sorpresa”, e cioè dopo aver garantito l’impunità per il trasporto di esplosivo del 29.3.74, fatto che s’inquadra perfettamente nel già indicato appunto del ROMAGNOLI, dove si parla non di DELFINO, ma di PALINURO.
10.20.7 - Dichiarazioni di Enzo FERRO
FERRO, escusso il 28.4.2009, è stato sotto il comando di SPIAZZI a Montorio Veronese fino al 24 dicembre 1970, data in cui si congedò. SPIAZZI, tuttavia, gli propose, e lui accettò, di far parte di non meglio precisati “servizi”, gli affidò attività informativa da eseguirsi presso la Facoltà di sociologia dell’Università di Trento e lo coinvolse nel tentato GOLPE BORGHESE dell’8 dicembre 1970. Il teste, infatti, ricorda che durante quella notte venne invitato da SPIAZZI a restare sveglio “perché – secondo lui – si poteva fare un colpo di stato”. Gli precisò che tutti erano d’accordo e che anche l’esercito era dalla loro parte.
La nota “Rosa dei venti” venne percepita da FERRO come una sorta di cellula autonoma, localizzata in Verona, facente capo a SPIAZZI, in sostanza non diversa da altre cellule che aderivano al GOLPE BORGHESE. Detto progetto di colpo di stato gli venne indicato in chiave di arginamento dell’avanzata delle sinistre. FERRO ha precisato che la Rosa dei Venti era una cellula costituita da militari e civili, che si proponeva una serie di episodi dimostrativi, che avrebbero dovuto essere attribuiti alle forze dell’estrema sinistra.
Detti attentati, tuttavia, pur caratterizzati dall’intento di non provocare spargimenti di sangue, avrebbero potuto in ipotesi provocare anche delle vittime. In effetti aveva contestato a SPIAZZI che “gli attentati possono portare dei morti” ma questi gli aveva risposto che nella “strategia della tensione”, per provocare la sollevazione popolare era necessario “fare vedere alla gente”. Il punto di vista di SPIAZZI quanto agli attentati, è sintetizzato in questo passo del verbale a pag.106, che fa riferimento a quanto gli disse il suo comandante in ordine ai possibili attentati ai treni:
“Se tu metti dell’esplosivo in fondo alle carrozze, nei gabinetti, il treno deraglia a destra; se tu lo metti al centro, però implode anche”. Alle contestazioni di FERRO circa il fatto che in tal caso si sarebbe potuta verificare anche una strage, SPIAZZI rispose: “Va be, giustifica il mezzo poi il fine, il fine ultimo…”. Nel verbale vi è anche un riferimento ad una bomba da collocare sull’espresso Brennero-Verona (o Roma?), bomba che sarebbe stata già confezionata, da collocarsi nel gabinetto del vagone di coda, fatto non avvenuto a seguito dl “contrordine” al colpo di stato.
Ancora più allarmante il passo, sempre del verbale del 28.4.99, anche quest’ultimo sostanzialmente non smentito (“Non ho ma detto bugie”), che fa riferimento ad un attentato ad un treno effettivamente avvenuto, descritto su un giornale con modalità che richiamavano quanto illustratogli in precedenza.
Quanto ai vari corpi coinvolti nel tentativo di “golpe”, FERRO ha precisato che “non tutti i Carabinieri erano d’accordo”, ma SPIAZZI lo aveva rassicurato: “Però quando sarà il momento…ci sono sempre quelli che si tirano indietro perché hanno paura, ma quando sarà il momento, saranno poi d’accordo con noi”. Il teste ha anche confermato il seguente passo del 28.4.99:
“LO SPIAZZI mi disse che in linea di massima non avevamo nulla da temere dai Carabinieri, che non sarebbero intervenuti, facendo intuire che erano dalla nostra parte”.
Il FERRO ha continuato il rapporto con SPIAZZI anche dopo l’8 dicembre 70, rimanendo nella caserma. Il rapporto, a suo dire si sarebbe protratto ancora per “un annetto”, ma la circostanza che il CAVALLARO, che ha avuto rapporti con SPIAZZI soltanto a partire dal 1973, lo abbia conosciuto, individuandolo come un “dipendente” del primo, fa intuire che la collaborazione del FERRO si sia protratta ben oltre quanto indicato nel verbale.
FERRO ricorda di una riunione svoltasi a Verona, presumibilmente attorno al settembre/ottobre ’70, svoltasi a porta Bra, presso l’Associazione Mutilati Invalidi. Ha parlato di una riunione (non è chiaro se si sia trattato della medesima, o di altra riunione) “che ci spiegavano degli esplosivi”. C’erano una quarantina di persone ed un esperto di esplosivi, molto amico di SPIAZZI, che aveva fatto da relatore. Il 28.4.94, davanti al dr. SALVINI, nell’ambito di dichiarazioni che ha sostanzialmente confermato (“Io ho sempre detto la verità anche al giudice SALVINI” – pag.93), FERRO indicò detto esperto di esplosivi come un veneziano.
Nell’occasione riconobbe le sue sembianze nella foto di Carlo DIGILIO, circostanza peraltro plausibile, in considerazione della provenienza indicata (Venezia), del rapporto con SPIAZZI (pacifico per DIGILIO) e soprattutto della materia trattata (esplosivi). Il teste, tuttavia, sia pure a partire dal verbale del ’99, ha fatto riferimento ad un presunto accento toscano della persona, che appare in contrasto con le precedenti dichiarazioni. Sembra tuttavia più plausibile ritenere che quest’ultima affermazione, meno recente, sia dovuta a qualche sovrapposizione, dovendosi dare maggior credito alle dichiarazioni rese in epoca più prossima ai fatti, peraltro confermate in dibattimento nel loro complesso, che individuano appunto in DIGILIO il relatore della riunione.
E’ proprio in questo quadro che appare PALINURO. FERRO ha sostanzialmente confermato il seguente passo del verbale del 28.4.99, che si riferisce a quanto rispose alla domanda del P.M. in ordine ad eventuali contatti con persona presentatagli come PALINURO:
“…effettivamente proprio a quella riunione – quindi a quella dell’autunno del 70’ – partecipò una persona che si presentava con quel nome in codice e che così mi vene presentata proprio da SPIAZZI. Ricordo anche bene quel soprannome, perché veniva usato all’Università in modo scherzoso, nell’ambito di una frase che faceva rima con PALINURO. Non ho più un ricordo fisico di quella persona …posso dire che il PALINURO probabilmente non faceva parte della cellula di Verona, in quanto non l’ho più visto.”
SPIAZZI rappresentò a FERRO che il GOLPE non aveva avuto corso per degli “imprevisti”, ma ha confermato il seguente passo del 28.4.99, dal quale si arguisce che il colpo di stato (come peraltro confermano vai testi, tra i quali il CAVALLARO) era soltanto rimandato : “In effetti SPIAZZI mi aveva detto che anche dopo il fallimento del golpe del dicembre ’70 tutto sarebbe continuato e la cosa era stata soltanto rimandata…”
Il teste, sia pure con difficoltà, e nel contesto di una generale affermazione di aver sempre detto la verità, ha implicitamente confermato un lontano verbale del ’77 in cui si riferisce del noto colonnello dei Carabinieri SANTORO, che avrebbe fatto parte della cellula di Verona e che sarebbe stato a capo della cellula di Trento. Quanto sopra a conferma del fatto che anche i Carabinieri fossero coinvolti negli anni ’70 in attività golpistiche.
10.21 - LA SENTENZA DEL GI.P. DEL TIBUNALE DI ROMA CHE RICONOSCE L’IDENTITA’ DELFINO- PALINURO
Si cita il seguente provvedimento come documento. Lo stesso viene fatto proprio da questo Ufficio quanto alle motivazioni dell’identità DELFINO-PALINURO, ritenuta sostanzialmente da quel giudice. Tale valutazione non poteva contare su molte altre dichiarazioni testimoniali in tal senso, delle quali ha disposto successivamente questo Ufficio.
Il G.I.P.di Roma in data 30.10.97 ha dichiarato estinto per prescrizione il reato di cospirazione politica mediante associazione ascritto a Francesco DELFINO in concorso con ORLANDINI, DE MARCHI, LERCARI, ZAGOLIN, CAVALLARO, MASSAGRANSE, GRAZIANI, NARDELLA, SPIAZZI, RICCI, Junio Valerio BORGHESE , per aver promosso, costituito, diretto e organizzato un’associazione segreta di militari e civili , mirante a provocare un’insurrezione armata contro i poteri dello Stato e un illegale mutamento della costituzione dello Stato e della forma di governo, attraverso l’intervento di appartenenti alle forze armate dello stato; nonché alla guerra civile: collegandosi a gruppi fiancheggiatori a struttura gerarchica , armati, diffusi in varie località tra cui il Veneto (Padova e Verona) , la Liguria (Genova, La Spezia, Recco), la Lombardia, la Toscana (Versilia) il Lazio (Roma), con varie denominazioni (Fronte Nazionale- Carn – Gersi- Rosa dei venti- Giustizieri d’Italia- Ordine Nuovo).
In Roma, Genova, Brescia, Milano, Padova, Piadena, Peschiera del Garda, Firenze, ed altre località da maggio a novembre 73.
L’imputazione a carico di DELFINO trae le sue origini in gran parte dalla presunta identificazione DELFINO- PALINURO.
PALINURO è un sedicente ufficiale dei Carabinieri che avrebbe partecipato negli anni 70 ad alcune riunioni (Milano, Peschiera, Firenze - si vedano anche colloqui con ORLANDINI registrati dal Cap. del S.I.D. Antonio LABRUNA e presenti in atti) in cui si discuteva dei finanziamenti ai movimenti eversivi, nell’ambito di un progetto di golpe.
Il G.I.P. del Tribunale di Roma, in particolare basandosi sui fatti appena esposti, è giunto alla conclusione di una possibile identità DELFINO-PALINURO, almeno sotto il profilo dell’esistenza di elementi che in astratto avrebbero potuto legittimare, se non fosse intervenuta la prescrizione, un rinvio a giudizio. Riportiamo qui di seguito un passo del decreto motivato di archiviazione, in data 30.9.1997, del G.I.P. del Tribunale di Roma, che collega tra loro gli elementi sopra esposti, già esaminati, dandone un quadro d’insieme :
“Secondo quanto si ricava dall’appunto, esiste una relazione tra l’identità di “PALINURO” , individuato sempre come capitano dei Carabinieri di età compresa tra i 35/40 anni, gravitante a Milano, o comunque dipendente da Comandi siti in Milano, e la vicenda che ha portato all’arresto di Kim BORROMEO “spiato a trasportare esplosivo”. Di più PALINURO – nel contesto della vicenda – aveva assunto il ruolo preminente di colui che “dava disposizioni per trasporto esplosivo”.
Or bene, là dove si abbia riguardo alla denuncia in stato di arresto – nonché ai verbali ad essa allegati – redatti dal capitano F. DELFINO – Comandante del Nucleo Investigativo di Brescia - e dai suoi collaboratori… non é difficile cogliere la relazione che l’autore del manoscritto ha voluto instaurare tra i fatti.
Già dalla lettura della premessa della sentenza della Corte di Assise di Brescia a carico di AGNELLINI + 59 è dato evincere come l’allora capitano DELFINO, sfruttando l’infiltrato MAIFREDI Giovanni , che veniva autorizzato dall’ufficiale a simulare la vendita di armi contro denaro ed esplosivo, riusciva a cogliere in flagrante detenzione di esplosivo il 9.03.74 Kim BORROMEO e SPEDINI Giorgio.
L’operazione fu connotata da notevole efficacia ma qui, naturalmente , viene in considerazione ai soli fini che consentono di poter affermare l’identità tra “PALINURO” capitano dei CC. che partecipava alle riunioni in cui si discuteva dei finanziamenti ai movimenti eversivi e il capitano dei CC. Francesco DELFINO che, al comando del Nucleo Investigativo dei CC. di Brescia , dopo aver concordato con l’infiltrato MAIFREDI il modo in cui coinvolgere nel trasporto di esplosivo Kim BORROMEO e Giorgio SPEDINI , controllava il trasporto stesso per poi trarre i due in arresto.
Torquato NICOLI…ha più volte indicato che l’identità tra il capitano dei carabinieri noto come “PALINURO” e la persona che aveva determinato l’arresto di Kim BORROMEO spiato a trasportare esplosivo fu suggerita da LERCARI e DE MARCHI - unici ad aver visto più volte PALINURO e che, per questo motivo, sulla base di quanto appurato, aveva avuto incarico dal SID di contattare colei che all’epoca era la fidanzata di Kim BORROMEO , identificata in GAVAZZOLI Patrizia ottenendo però da costei un netto, ed impaurito rifiuto. Il Pubblico Ministero ha interrogato la donna che ha dichiarato di non aver ricevuto confidenze in merito da Kim BORROMEO, nel corso dei due anni di fidanzamento.
L’indagato Francesco DELFINO ha inteso mitigare la valenza di quanto sopra, circoscrivendo il suo rapporto con il confidente MAIFREDI.
Ha così collocato l’inizio di tale rapporto immediatamente prima dell’operazione che determinò l’arresto di Kim BORROMEO.
Tale rapporto , ricostruito nei termini proposti dall’indagato , sarebbe connotato da una inspiegabile occasionalità di cui in effetti sembra non darsi ragione lo stesso Francesco DELFINO.
Questo assunto , che da ultimo , l’ufficiale ha riproposto, nel dibattimento celebrato a carico di Kim BORROMEO, era stato già smentito da TONOLI Clara, convivente del MAIFREDI, la quale – con riferimento ad eventi di data certa – ha collocato i rapporti di confidenza tra il capitano DELFINO ed il MAIFREDI Giovanni in epoca antecedente al 7.04.73 , circa 11 mesi prima dell’arresto di Kim BORROMEO.
Tale arresto fu il primo della più vasta operazione che portò poi all’arresto degli uomini del MAR ad opera del Nucleo investigativo Carabinieri di Brescia che, per non meno di undici mesi, tramite l’infiltrato MAIFREDI ebbe l’opportunità di controllare il gruppo eversivo facente capo a Carlo FUMAGALLI.
Certo non può essere taciuto che Attilio LERCARI , teste che sicuramente , per la sua stessa ammissione , ha visto PALINURO, ed a cui è stata mostrata la fotografia ritraente l’allora capitano Francesco DELFINO , ha escluso che la persona ritratta fosse da identificare in PALINURO.
Tale perentoria asserzione è però da reputare destituita di fondamento. Nello stesso interrogatorio , infatti, egli assume di riconoscere PALINURO in una immagine giornalistica che ritrae l’avv. Adamo DEGLI OCCHI proprio insieme al capitano DELFINO in occasione dell’arresto del primo ad opera del secondo.
L’alta carica congetturale di un tale riconoscimento è evidente se si considera che lo stesso LERCARI , poco prima del riconoscimento fotografico, aveva descritto il capitano PALINURO come di età compresa TRA I 35/40 ANNI, CORPORATURA, STATURA CIRCA 1,70. l’AVV. Adamo DEGLI OCCHI – nato a Milano il giorno 08.02.20 – appariva invece nell’immagine, ed era all’atto dell’arresto, di età assai più avanzata , circa 54 anni, che non quella che può essere ricompresa tra i 35/40 anni. In definitiva il mancato riconoscimento ha la stessa valenza che, in senso opposto, potrebbe attribuirsi a quanto il LERCARI – nello stesso contesto- enuncia quando gli è stata sottoposta la foto dell’ufficiale dell’Arma indagato:
“ questa fisionomia non mi è nuova , specialmente nello sguardo, anzi proprio lo sguardo mi induce a ritenere di aver visto questa persona , in esito al colloquio con l’avv. DE MARCHI , presso il suo studio, presente il CAVALLARO. La persona la cui fotografia mi è stata mostrata mi pare quella che nell’occasione di cui sopra si tratteneva nell’atrio del palazzo ove era lo studio DE MARCHI in Piazza Brignole di Genova…
Lo scorsi uscendo dal palazzo , era lì fermo, mi guardò in faccia e, perciò, ne ricordo lo sguardo.
In definitiva , le emergenze procedimentali legittimerebbero la richiesta del P.M. di adire il dibattimento….”
10.22 - GLI ULTERIORI ELEMENTI CHE PORTANO A RITENERE CHE PALINURO SIA DELFINO
Si tratta di dichiarazioni testimoniali che la difesa di DELFINO ha cercato di azzerare, o ignorandole, o dando lettura soltanto delle parti più problematiche, emerse in occasione del controesame. Una valutazione complessiva degli atti, che contengono le parti qui sotto virgolettate, porterà a concludere in modo ineludibile che DELFINO è PALINURO, o quantomeno è un ufficiale infedele, contiguo alle SAM, ad AVANGUARDIA NAZIONALE ed alla destra eversiva legata alla ‘Ndarngheta, ed è un fornitore o controllore dei movimenti di esplosivo, come in particolare afferma Edgardo BONAZZI.
Tutto ciò combacia perfettamente con quanto accaduto nell’ambito dell’operazione BASILICO: DELFINO proteggeva SPEDINI e BORORMEO, ai quali, attraverso MAIFREDI , ha fornito esplosivo. In seguito li ha traditi, come FUMAGALLI ha riferito a BONAZZI. E’ ovvio che FUMAGALLI, che ha scontato 20 anni di carcere, pur manifestando i suoi sospetti su DELFINO quale possibile autore della strage, non se la sente di confermare le dichiarazioni di BONAZZI. Le dichiarazioni contro DELFINO sono troppe, tutte dello stesso segno, e l’esistenza di poche incongruenze non possono eliminare il loro significato complessivo.
10.22.1 - Le dichiarazioni di Ettore MALCANGI
Si tratta di dichiarazioni fondamentali non solo sul ruolo di DELFINO e del suo identificarsi in PALINURO, ma anche sui suoi rapporti con Giancarlo ESPOSTI, nonché sul ruolo e sulla collocazione delle SAM. A questo Ufficio interessa dimostrare che Francesco DELFINO era un ufficiale golpista, o comunque contiguo alle SAM o ad Avanguardia Nazionale. L’identificazione in PALINURO, pur di rilievo, e ritenuta da questo Ufficio, costituisce un “quid pluris”.
Ettore MALCANGI, escusso all’udienza del 7.4.2009, è stato una sorta di fiancheggiatore delle S.A.M. che, come è noto, è il gruppo al quale SOFFIATI, secondo DIGILIO, avrebbe consegnato l’ordigno destinato a Brescia. Questa frequentazione di MALCANGI con alcuni dei massimi esponenti del gruppo, in particolare il BOVOLATO, ma anche ESPOSTI, risale al 1973, ed è pertanto, come periodo, particolarmente qualificata. MALCANGI ha spiegato (pag.8) che si trattava di gruppi della Repubblica sociale che avevano voluto continuare la lotta, in particolare attraverso attentati dimostrativi. Le Squadre Azione MUSSOLINI erano costituite ciascuna da 4-5 elementi, con un “capo squadra”. Il progetto complessivo delle S.A.M. era comunque di grande respiro e a sfondo golpistico, visto che lo stesso MALCANGI era stato incaricato di procurare armi per circa 40.000 persone (pag.9).
Esistevano rapporti anche con il M.A.R. di FUMAGALLI. Il fine ultimo era costituito dal “colpo di stato”, che avrebbe dovuto attuare una “repubblica presidenziale”.
Sullo sfondo anche l’amministrazione NIXON, che voleva che in Italia si instaurasse “un governo filo-americano”. ESPOSTI era “capitano” e pertanto “comandava una squadra”. Aveva appreso da BOVOLATO di rapporti tra ESPOSTI e l’allora Capitano DELFINO.
BOVOLATO gli aveva anche riferito “di questo capitano DELFINO come contatto delle SAM doveva anche procurargli divise, tesserini dell’Arma, per esempio per liberare PETRONI Adriano”.
MALCANGI ha aggiunto:
“ BOVOLATO mi ha detto di aspettare perché appunto questo capitano DELFINO gli avrebbe procurato tutti i tesserini etc.” . Si trattava, dunque, di tesserini e divise dei C.C. proprio in quanto qualcuno avrebbe dovuto travestirsi da carabiniere.
MALCANGI aveva avuto effettivamente rapporti con alcuni commercianti di armi del Belgio, che gli avevano offerto a prezzi molto convenienti non solo armi leggere, mitra, fucili d’assalto, ma addirittura carri armati. L’armamento serviva di tutta evidenza per un colpo di stato, che avrebbe dovuto essere realizzato nel ’74.
Le S.A.M. disponevano già, comunque, di un loro piccolo arsenale, costituito in particolare da pistole Beretta cal.9 corto, parte delle quali provenienti da acciaierie di Terni dove avrebbero dovuto essere rottamate. Altre venivano dalle Scuole Allievi Sottufficiali di Spoleto.Anche la presenza di ESPOSTI a Roma, nei giorni che hanno preceduto la sua morte, era probabilmente ricollegabile all’acquisto di armi.
IlMALCANGI ha riferito, poi, della morte di ESPOSTI in termini di una sorta di esecuzione (pag.22-23), ma dell’argomento si parlerà a parte.
Le divise e i tesserini che avrebbe dovuto procurare DELFINO erano destinate non soltanto alla liberazione di PETRONI, ma in generale all’attività delle S.A.M.. Un Ufficiale dei Carabinieri del Nucleo di Tutela del Patrimonio artistico, col quale MALCANGI collaborava, Italo MARCHISIO, gli riferì nell’immediatezza del fatto che effettivamente ESPOSTI si era recato a Roma per cercare armi, ma poi le sue attenzioni si erano spostate su armi più economiche.
Ha poi spiegato che nell’ambiente delle SAM si facevano due ipotesi sul “motivo dell’esecuzione di ESPOSTI”: una prima si sarebbe collegata alle scelte operate appunto nell’ambito dell’approvvigionamento delle armi, che avrebbero privato qualcuno di lauti guadagni; una seconda ipotesi, invece, ricollegava la sua esecuzione al fatto che si fosse rifiutato di mettere la bomba a Piazza della Loggia.
Questa seconda, suggestiva ipotesi, la cui fonte, tuttavia, pur inquadrabile nel ristretto novero dei responsabili delle S.A.M., il MALCANGI non è stato in grado di circoscrivere, appare comunque aderente a un certo quadro probatorio, di cui si parlerà in seguito. Basta riflettere, per il momento, sul fatto che un rifiuto del genere, esponendo PALINURO, che con tale richiesta a ESPOSTI si sarebbe ritagliato un ruolo di mandante della strage, avrebbe creato un movente enorme per eliminare il medesimo ESPOSTI. Anzi, in prima battuta, può costituire la spiegazione della creazione di un falso identikit di uno dei coinvolti, di fatto riproducente le sembianze di ESPOSTI. In sostanza, dopo aver cercato di eliminare ESPOSTI accollandogli la responsabilità della strage, in seconda battuta sarebbe stato giocoforza eliminarlo direttamente, pilotando un conflitto a fuoco.
MALCANGI ha aggiunto che, sempre per notizie apprese in quell’ambiente, ESPOSTI aveva incontrato nella caserma di Via della Moscova l’ufficiale PALINURO, con il quale nell’occasione “aveva rotto”, aveva “litigato”. L’incontro tra PALINURO e ESPOSTI, conclusosi con questi contrasti, aveva avuto luogo a metà aprile 74. Oggetto dei colloqui, “programmi di SAM di azioni”.
Interpellato sull’identità di PALINURO, MALCANGI ha dichiarato: “Mi risulta che fosse il nome di copertura del capitano DELFINO”.
Il teste ha concluso di aver avuto la sensazione (fatto che non prova nulla, ma che comunque può costituire un valido aiuto interpretativo, considerato che anche le sensazioni sono comunque il prodotto di più fatti contemporanei) “che ci fosse una relazione diretta tra il litigio tra PALINURO ed ESPOSTI e il rifiuto di ESPOSTI di compiere l’attentato”.
Questi fatti MALCANGI li avrebbe appresi un mese o due dopo la morte di ESPOSTI.
Di PALINURO aveva sentito parlare da BOVOLATO per la prima volta attorno al 73 (così come NICOLI). Ha confermato quanto dichiarato il 17.10.95:
“ BOVOLATO mi aveva fatto il nome di un ufficiale dei Carabinieri che usava il nome in codice PALINURO, si trattava di un ufficiale di Milano o che veniva molto spesso a Milano incaricato di fornire le coperture per i progetti di mutamento istituzionale”.
A pag.34 il MALCANGI ha confermato quanto dichiarato il 28.11.96:
“Mi risulta che Giancarlo ESPOSTI nel biennio 73-74 si incontrasse con un ufficiale dei Carabinieri nella caserma di Via Moscova, con ciò voglio dire che non so se l’ufficiale prestasse servizio in quella caserma o lo utilizzasse solo come luogo di incontro, pur non potendo identificare chi me lo riferì e tenendo presente che lo appresi in ambiente SAM e mi fu detto che ESPOSTI alla Moscova in almeno una delle occasioni in cui vi si era recato ebbe ad incontrare il capitano DELFINO.
Faccio presente che parlai del capitano DELFINO ad un ufficiale dei Carabinieri di cui non desidero fare il nome, con il quale parlai del DELFINO a mo’ di confidenze e consiglio in quanto era un suo collega”.
Il 7.4.2009 MALCANGI ha finalmente svelato che la fonte di quanto sopra era Italo MARCHISIO.
MALCANGI ha sostanzialmente confermato anche un verbale del 4.6.98 anche nella parte in cui ha riferito quanto segue:
“Ricordo di essermi rivolto al Tenente PUPPO anche per avere informazioni sull’ufficiale dei Carabinieri DELFINO, persona che nell’ambiente avevo sentito descrivere come fiancheggiatore delle stesse SAM. Ricordo che dovevo fare un qualche cosa che comportava necessariamente una qualche relazione con il suddetto DELFINO e che dovevo sapere se si trattava di una persona della quale mi potevo fidare. Per quanto mi sia sforzato a lungo di ricordare a distanza di tempo per quale motivo io dovessi aver a che fare con DELFINO non sono riuscito a ricordarmi”.
Il 7.4.96, pur confermando sostanzialmente questa risposta, ha comunque chiarito che le cose che poteva fare con DELFINO erano comunque attinenti alla sua attività di fiancheggiatore delle SAM. Ha escluso di aver potuto avere una ragione di rapporto con DELFINO puramente istituzionale. Tutto ciò tronca ogni questione: MALCANGI doveva incontrasi con DELFINO per questioni riferibili all’attività delle SAM , e ciò doveva accadere non in quanto questi collaborasse con DELFINO, o in quanto dovesse denunciare all’ufficiale qualche fatto illecito, o provocare una qualche suo intervento inerente alle sue funzioni di ufficiale dei Carabinieri. Ciò avveniva per ragioni collegate con l’operatività delle SAM, che si proponeva un colpo di stato anche attraverso attentati.
Evidentemente il compito di DELFINO-PALINURO o si riconnetteva al procacciamento di armi ed esplosivi, o ad un’attività protettiva o informativa, affinché detti attentati potessero essere attuati. Non residua altra ipotesi , nella cornice che ci propone MALCANGI.
MALCANGI ha riferito anche (pag.39 e segg.) di una riunione di carattere golpistico, avvenuta a Verona, della quale ha appreso in particolare da BOVOLATO. Sempre secondo quest’ultimo, che vi partecipò, alla riunione erano presenti anche FUMAGALLI, SPIAZZI e, secondo quanto appreso da DIGILIO durante la comune latitanza, Carlo Maria MAGGI. DIGILIO gli indicò come presente anche il generale FRASCA dei Carabinieri, a suo dire coordinatore della CIA per l’area mediterranea.
La riunione doveva coordinare le azioni in relazione a “Questo colpo di stato che doveva essere messo in atto”. Detta riunione in dibattimento è stata collocata, con maggiore precisione rispetto ai recedenti verbali, nella primavera del ’74.
La riunione aveva come scopo di “usare tutte le forze disponibili”.
MALCANGI ha confermato quanto riferito il 28.11.96 circa la presenza a,Verona, in occasione di detta riunione, anche di PALINURO, che si doveva incontrare con il BOVOLATO o con altre persone, eventualmente presenti alla riunione. Non era la prima volta che PALINURO si recava a Verona. PALINURO, più che presente alla riunione, sarebbe stato presente a Verona in concomitanza della riunione. Il teste ritiene di aver avuto l’occasione di parlare anche con DIGILIO della presenza dell’ufficiale dei CC a Verona.
MALCANGI ha confermato anche la seguente parte del suddetto verbale:
Preciso anche che PALINURO era in contatto con un comando NATO nel capoluogo scaligero…” – circostanza che ha ipotizzato di aver appreso da DIGILO.
MALCANGI ha anche riferito di stretti rapporti tra le S.A.M. e GLADIO di cui BOVOLATO gli aveva riferito già nel ’73-’74. In particolare ha confermato il verbale 3.7.95 in cui la questione della liberazione di PETRONI , nell’ambito dellamquale DELFINO avrebbe dovuto fornire divise e tesserini, si riconnette comunque ad un intervento di una struttura che avrebbe fornito la documentazione necessaria per il trasporto del detenuto. Dopo l’attuazione del piano, qualche giorno dopo, BOVOLATO gli precisò che quella struttura era costituita da Carabinieri ex repubblichini di Salò “menti anticomuniste delle Forze Armate”, e che veniva denominata GLADIO.
Ha confermato altresì il verbale 3.7.95 in cui così si espresse:
“Ritengo che le SAM e GLADIO non siano che due diversi livelli operativi della medesima entità, sono giunto a questa conclusioni anche a seguito di discorsi fatti da,BOVOLATO e che mi ha riferito di persone dei servizi che lavoravano unitamente alle SAM. BOVOLATO fece tutta una serie di discorsi che nel loro complesso rappresentavano l’esistenza accanto alle SAM di tutta una struttura logistica ed informativa di enorme potere, complessa e criptica, fortemente introdotta nelle strutture di potere soprattutto militari che a mio giudizio non poteva essere altro che la struttura di GLADIO. In un secondo tempo fu lui stesso ad indicarmi la suddetta struttura come GLADIO.”
Come si può notare, il quadro che viene fuori dalle dichiarazioni di MALCANGI è quello di una simbiosi, tra strutture eversive (SAM, GLADIO, ON) , tendenti ad un colpo di stato all’unisono con strutture clandestine, ma sostenute dallo Stato GLADIO) e l’inserimento di elementi quali PALINURO-DELFINO, apparentemente riferibili alle istituzioni ufficiali.
Elemento espressivo di questo quadro è la riunione di VR della primavera 74, che vede presenti rappresentanti di tutte queste forze, regolari e non, e che tanto assomiglia alla coeva riunione di cui parla TRAMONTE, che avrebbe preceduto di poco la strage di Brescia.
10.22.2 - Le dichiarazioni di Giacomo Ubaldo LAURO
Giacomo Ubaldo Lauro è stato escusso alle udienze del 22 gennaio e del 2 febbraio 2010. Il predetto, sgarrista di seta (22 gennaio pag.96), battezzato da Antonio MACRI’ a sedici anni, è stato coinvolto in una serie innumerevole di gravi reati ed ha preso parte attiva alla ‘Ndrangheta degli anni che partono dalla ’69 in poi. LAURO, più che un calunniatore, è uno dei più importanti collaboratori che ci siano stati in tema di ‘Ndrangheta e grazie a lui sono state portate a termine operazioni di enorme rilievo, che hanno consentito decine e decine di condanne all’ergastolo di soggetti inquadrati nella ‘Ndrangheta. Pertanto, al di là del suo modo di rispondere piuttosto elaborato, non può essere una condanna per calunnia contro un magistrato, ad azzerare l’enorme significato del suo contributo e farlo ritenere inattendibile.
Per il teste tutto prende le mosse dal Summit di Montalto, che si tenne, come tutti gli anni, al santuario di Polsi anche nel 69’, questa volta nel mese di ottobre, anziché quello di settembre, per le difficoltà connesse con l’approvazione dell’ordine del giorno. A Montalto c’erano non soltanto i rappresentati di tutti i locali della Calabria, ma anche stranieri, della ‘Ndrangheta, e addirittura rappresentanti di “Cosa Nostra”. Gli arresti furono oltre cento a causa di una soffiata che ebbe il Questore di Reggio SANTILLO. LAURO non fu presente per pura combinazione, in quanto sostituito da un suo cugino, poi anche lui arrestato. A quel Summit si doveva discutere se aderire, o meno, alla Massoneria e nacque infatti la “Santa”, una sorta di nuova ‘Ndrangheta: con la Santa veniva meno il principio dell’omertà, perché ogni santista poteva mandare in galera cento camorristi, pur di salvare se stesso. Anche il rapporto con la destra era uno dei temi del Summit nel senso che, ha confermato LAURO, vi era “il problema di far accettare a tutta la ‘Ndrangheta il rapporto con la destra”.
Con il Summit di Montalto si creava un’alternativa allo stato democratico “ordita e gestita dai servizi segreti deviati”.
Nessun complotto e nessuna strategia della tensione. Venne concluso l’accordo di uccidere i “vecchi”, quali Domenico TRIPODO e Antonio MACRI’, di ribaltare e ringiovanire la ‘Ndrangheta, mettendola al passo con i tempi. I personaggi dei servizi segreti erano MALETTI, LA BRUNA, il generale GIUDICE dello scandalo dei petroli. IL Summit doveva ratificare questa svolta, questa alternativa, che essendo alternativa allo Stato democratico,in sostanza si concretizzava in un colpo di stato.
Nell’ambito di questa nuova situazione Beppe SCHIRINZI fu autore del deposito di esplosivo all’Altare della Patria, attentato contestuale alla strage di Piazza Fontana. Tale attentato aveva lo scopo di depistare, perché doveva essere addossato alla sinistra. SCHIRINZI era stato mandato da ZERBI perché nulla si muoveva senza il consenso di questi e di DE STEFANO. A settembre 1970 LAURO venne arrestato e trovò in carcere lo stesso Beppe SCHIRINZI ed Aldo PARDO, avanguardisti agli ordini di Felice GENOESE ZERBI, reclusi a Reggio Calabria per aver messo la bomba alla locale Questura. Nonostante fossero due avanguardisti, vennero “battezzati” da Giorgio DE STEFANO, in quanto mettere una bomba agli sbirri costituiva comunque un atto onorevole di ‘Ndrangheta.
Da parte sua Felice GENOESE ZERBI non solo costituiva il “trait d’union” tra i servizi segreti e la destra, ma aveva anche rapporti con i PIROMALLI e con i DE STEFANO, loro alleati. ZERBI, poi, secondo LAURO era il capo assoluto di Avanguardia Nazionale non solo in Calabria, ma in tutta Italia. ZERBI era amico di DELLE CHIAIE, col quale si scambiavano visite reciproche. Il vero capo di Avanguardia Nazionale, secondo LAURO, non era DELLE CHIAIE, ma Gianadelio MALETTI.
Quanto sopra desunto dai discorsi fatti da FREDA con il fratello di ario VENACI SACCA’. La bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura venne depositata da FREDA e da VENTURA, come il primo confidò a Pippo BARECA, a DE STEFANO, a Mario VERNACI e Giovanni PENNESTRI. Ha raccontato di Mario VERNACE che procurava gli indumenti intimi di FREDA durante la latitanza di questi.
Il discorso dei rappresentanti della destra coinvolti in questo ribaltamento, porta a Francesco DELFINO. Questi faceva parte dei servizi segreti.
Durante la sua latitanza LAURO era stato protetto, quale “pupillo” del segretario della Camera dei Deputati Francesco COSENTINO, che ha gestito il sequestro MORO. COSENTINO era amico di Licio GELLI, come dal primo affermato.
LAURO ha avuto rapporti con i DELFINO soprattutto quando venne ucciso tale cav. FURORE di Platì, in lite con i DELFINO per questioni politiche. Come appreso da PERRI “U maestro” e da MUSITANO, l’ordine di uccidere FURORE partì dai DELFINO. La responsabilità dell’omicidio di FURORE, secondo LAURO, è dovuta a DELFINO, al generale e al fratello Antonio, per discussioni non solo sulle terre, ma anche su chi doveva governare politicamente il paese. Ribadisce che DELFINO ha fatto parte da sempre dei Servizi. La famiglia DELFINO, secondo LAURO, appartiene dall’inizio della loro “genia”all’onorata società. Reggio Calabria è stata sempre un covo della destra eversiva. Ha appreso dell’esistenza dei rapporti di DELFINO con i servizi segreti e con la ‘Ndrangheta perché lui conosceva la famiglia, i suoi compaesani, tutti coloro che erano vicini a lui. Peraltro DELFINO, afferma LAURO, spartiva i soldi dei sequestri di persona con la ’Ndrangheta di Platì e di San Luca.
LAURO ha confermato quanto affermato il 18.12.1998 a Brescia, e cioè che
“NEL 1970 il signor DELFINO, indegnamente appartenente all’Arma dei Carabinieri…era punto di incontro tra la destra eversiva…che era BORGHESE e il Marchese…ZERBI e la cosca (e non cosa, come nella trascrizione!) DE STEFANO”. DELFINO e ZERBI erano intimi amici tramite i DE STEFANO e i PIROMALLI.
DELFINO conosceva Giorgio DE STEFANO, come LAURO conosce se stesso.
LAURO dice di poterlo dire in quanto anche lui era nella ‘Ndrangheta e non vi era notizia che non passasse all’affiliato di grado. In questo discorso ZERBI si inseriva come l’ala politica, l’ala militare.
Quanto al nomignolo “PALINURO”, LAURO, dopo qualche incertezza, si è ricordato (150-151) che veniva chiamato così, da ZERBI, da BORGHESE e da altri, proprio DELFINO.
L’esplosivo utilizzato per la strage del treno di Gioia Tauro fu proprio fornito da LAURO, prelevato dall’Ing. MUSSELLA su incarico dei DE STEFANO.
L’attentato fu materialmente commesso da SILVERINI Vito e da Vincenzino CARACCIOLO.
Gli pare che fossero sati proprio ZERBI e Giorgio DE STEFANO a coniare per DELFINO il soprannome PALINURO.
Carmine DOMINICI era il braccio destro di ZERBI.
Quando ci fu presso la Procura di Brescia il confronto con DOMINICI, che verteva anche sull’argomento DELFINO-PALINURO, DOMINICI lo invitò a non insistere su questo discorso, perché non voleva che sembrasse una vendetta nei confronti dello ZERBI.
Fu DOMINICI a riferire del soprannome, anche se non ricorda le parole precise.
DOMINICI, comunque aveva parlato a lui anche dei fatti di Pian del Rascino.
L’atteggiamento di DOMINICI nell’occasione del confronto era stato “reticentissimo”.
DOMINICI in particolare gli aveva raccontato dei rapporti intercorsi tra la cosca PIROMALLI, la cosca DE STEFANO, FEFE’ ZERBI e l’allora capitano DELFINO dei servizi segreti.
Un paio d’anni prima aveva incontrato a Roma Stefano DELLE CHIAIE , che gli aveva ricordato di quando dormiva da DOMINICI e da ZERBI.
Vi erano un tempo dei vincoli alla sua collaborazione, venuti meno a seguito del suo arresto del 25 marzo 2008, occasione in cui fu arrestato dai Servizi segreti.
DOMINICI, in occasione del tentativo di colpo di stato, era presente a Piazza San Giovanni, dove c’è il museo dell’artiglieria, assieme a DELLE CHIAIE ed altri.
DELLE CHIAIE era con ZERBI, dal quale andavano a dormire.
L’accordo tra la ‘Ndrangheta e la destra eversiva non era condiviso, tanto è vero che ne scaturì una guerra.
La Massoneria non era più estranea alla ‘Ndrangheta, ma era tutta una cosa, in quanto la ‘Ndrangheta aveva aderito alla Massoneria.
Quando DOMINICI venne arrestato, lo presero nella loro cella.
FREDA è stato portato dai Servizi Segreti e consegnato prima al BARRECA, che faceva il confidente. BARRECA, poi, riconsegnò FREDA ai DE STEFANO, che lo dettero a Mario VERNACI, fratello di Giuseppe VERNACE, coimputato nel furto alla CARICAL. FREDA venne portato a Reggio dal Servizio Militare .
FREDA parlava di MALETTI . Si teneva in contatto con Paolo DE STEFANO che se lo vendette al Commissario della Mobile di Reggio, Girolamo CELONA.
FREDA disse a quelli che lo tenevano, BARRECA e VERNACI Mario, che la bomba a Milano l’avevano messa loro.
La strage di Brescia appartiene ad un filo che lega tutte le stragi a partire dal 69.
MORO poteva essere riconsegnato vivo e vegeto, ma non lo si volle.
Nelle mani di COSENTINO e di Licio GELLI passavano tutte le informative sul caso MORO.
Ha sentito dire da COSENTINO che Delfo ZORZI faceva parte della P2.
In occasione dell’udienza dibattimentale del 2.2.2010, LAURO ha ampliato il quadro precedentemente descritto, con particolare riferimento al ruolo di DELFINO.
Gli è stato chiesto,infatti, che cosa volesse dire essere “punto d’incontro tra la destra eversiva che era BORGHESE e il marchese ZERBI e la cosca DE STEFANO.”
LAURO ha risposto che DELFINO svolgeva, nell’ambito dell’organizzazione fondata a Montalto, un ruolo di arruolatore, non solo all’interno dell’Arma, nel senso che si sarebbe attivato per ampliare le fila di coloro che facevano parte della suddetta struttura, e avrebbe costituito una sorta di raccordo tra la parte della struttura che agiva in meridione, e a Roma, e quella che svolgeva le sue funzione al Nord. DELFINO arruolava così come anche arruolavano ZERBI e i DE STEFANO. BARRECA era uno di coloro che erano stati arruolati dai servizi segreti nell’organizzazione.
“DELFINO era il raccordo…della struttura del meridione con la struttura del settentrione. E la parte principale risiedeva a Roma”.
La struttura di cui stiamo parlando è appunto quella nata a Montalto, occasione in cui vi è stato “il passaggio dell’onorata società, chiamata ‘Ndrangheta, ai servizi e alla destra. Perché Giorgio DE STEFANO e Paolo DE STEFANO facevano parte, insieme allo ZERBI, e insieme agli altri di questa benedetta destra”.
Gli arruolamenti di DELFINO riguardavano in particolare “coloro i quali erano, diventavano Carabinieri o poliziotti”. Tra gli arruolati da DELFINO, il Capitano SCIBONA. Nella parte della struttura che operava a Roma c’erano costantemente ZERBI e DELLE CHIAIE. ZERBI, infatti, aveva a Roma un appartamento. A Roma si tratteneva pure Carmine DOMINICI. Tra gli operanti a Roma un certo Dino, di cui LAURO ha fornito il numero telefonico, amico di Adolfo CRISAFULLI, deceduto. Confermava il nomignolo “PALINURO” attribuito a DELFINO, che è un crostaceo robusto, con due ventose. Della struttura romana facevano parte anche BORGHESE, Antonino SACCA’ e ZAMBONI.
DELFINO era “il raccordo, era il raccoglitore di adepti, lui e i suoi sottoposti…arruolava nei servizi segreti”.
LAURO era al corrente di tale ruolo di DELFINO perché era con Tonino SACCA’, e perché lo tenevano latitante GIO’ MARAZZO e Francesco COSENTINO.
Arruolatori erano anche il SACCA’ e VERNACI. Tonino SACCA’ e ZAMBONI , di cui LAURO era molto intimo, “frequentavano DELFINO, quando questi scendeva a Roma era ospite loro” Tra le persone arruolate da DELFINO Vincenzino CAFARI, inserito nel Quirinale, persona che coprì la morte di due Carabinieri.
Gli arruolamenti servivano a portare notizie, utili per il programma di alternativa. CAFARI è stato arruolato da DELFINO attorno al 1970. Il predetto è stato segretario dell’On. Nello VINCELLI della DC. Fefè ZERBI ha arruolato, invece, Benito SEMBIANZA e Paolo ROMEO. Altro arruolato CANALE di Brancaleone.
La struttura del Nord era costituita da Franco FREDA, VENTURA, MALETTI, e un tale di Venezia o Mestre, che faceva parte di qualche gruppo eversivo, ed era collegato al medesimo FREDA.
Quando al GOLPE BORGHESE, LAURO ha affermato che presente a Roma era anche MALETTI. C’erano oltre 200 forestali, metà dei quali provenienti dalla Provincia di Reggio Calabria. Le persone si collocarono dietro piazza San Giovanni, dove c’è il museo dell’artiglieria. Erano presenti, oltre a MALETTI, DOMINICI, ZERBI, SACCA’ e CAFARI. Il tentativo di GOLPE BORGHESE è proprio espressione della organizzazione nata a Montalto. Vi era anche una certa presenza di manovalanza della ‘Ndrangheta, e Antonio NIRTA era proprio colui che comandava le guardie forestali. MALETTI aveva nella struttura un ruolo direttivo, come lo stesso DELFINO. Sembra, anzi, che sia stato proprio lui a dare il c.d. “contrordine”.
DELFINO era amico di Aldo PARDO (coinvolto con SCHIRINZI nell’attentato alla Questura di Reggio, avanguardista dipendente da ZERBI, e poi “battezzato”) giovane cresciuto vicino a Lauro. PARDO è coinvolto nel sequestro CELADON, avvenuto negli anni ’80. PARDO si prese l’impegno di scendere al sud e contattare la ‘Ndrangheta di San Luca per il rilascio dell’ostaggio. Ciò avvenne tramite “i buoni uffici di DELFINO”. L’amicizia tra PARDO e DELFINO, secondo LAURO è “un fatto vecchio”.
Tornando a PALINURO, si trattava del nome di riconoscimento di DELFINO nell’organizzazione. Si tratta di una circostanza sempre confermatagli da DOMINICI e da ZERBI. LAURO ricorda di aver chiesto a ZERBI spiegazione di quel soprannome, e questi fece riferimento alle caratteristiche fisiche di quel crostaceo, con molte zampe e due ventose, che evidentemente si ricollega alla “doppia fedeltà” o “duplice fedeltà” (di DELFINO).
Non esclude che MALETTI si sia incontrato con DELFINO in occasione del GOLPE BORGHESE. Richiesto se anche DELFINO avesse a che fare con detto piano eversivo, LAURO ha affermato che si tratta di una circostanza della quale ha una “conoscenza positiva”, avendola appresa da Antonio NIRTA in carcere.
LAURO, sia pure con qualche sforzo mnemonico, ha confermato l’episodio in cui Nico PALAMARA, che era stato arrestato per sequestro di persona dagli uomini di DELFINO, mentre era con lui detenuto presso il carcere di Reggio Calabria, chiese il permesso a Paolo DE STEFANO, che dirigeva (di fatto) quel carcere, di poter uccidere il medesimo DELFINO. Ha confermato altresì, sia pure dopo contestazione, che le ragioni delle intenzioni d PALAMARA si ricollegavano al fatto che NIRTA era un infame, “collaborava con lo stesso DELFINO…con il quale spartiva i soldi dei sequestri di persona” .
Ha ricordato in particolare l’episodio in cui, in occasione di un sequestro fatto a Milano, NIRTA mise a conoscenza di DELFINO la parola d’ordine, consentendo la liberazione dell’ostaggio. I soldi vennero quindi divisi con DELFINO. Ha confermato, quindi, il coinvolgimento di NIRTA negli omicidi di D’AGOSTINO, che peraltro collaborava con i servizi, e di OCCORSIO. LAURO ha poi ricordato che NIRTA si era procurato in Francia un falso alibi per un omicidio che aveva consumato a San Luca. Ha confermato, sia pure dopo contestazione, che NIRTA gli aveva riferito che, qualora non fosse riuscito a cavarsela per quel fatto, “avrebbe potuto ricevere appoggio e assistenza da Francesco DELFINO in Libano, credo dalle parti di Beirut, dove questo era riuscito a fare riconoscere dal Grande Oriente della Massoneria la Loge de Segasse o Sagasse”. Il termine esatto è probabilmente “Loge de la sagesse”, effettivamente esistente, e, richiamato su tale eventualità, LAURO ha fatto presente che NIRTA non è un intellettuale, e pertanto molto dipendeva da come aveva pronunciato il nome della loggia, quando gli aveva fatto il discorso.
Il fatto, naturalmente è molto significativo, in quanto conferma i rapporti di DELFINO con la Massoneria. La circostanza, comunque, è stata ribadita dal LAURO, quando ha evidenziato quanto fossero stretti i rapporti tra DELFINO e COSENTINO (che come si è visto era legato a GELLI).
LAURO ha affermato che molto probabilmente la struttura di cui ha riferito, nata a Montalto, è tuttora operante.
Richiesto nuovamente su quanto da lui più volte affermato circa l’unicità del disegno eversivo nel quali sarebbero rientrati tutti i fatti di strage dal 69 in poi, fino a ricomprendere anche la strage di Brescia, LAURO ha confermato il seguente passo del 26.1.99:
“…le confermo che effettivamente ho appreso da Carmine DOMINICI nel ’79, durante la comune detenzione a Reggio Calabria, che tutti i fatti eversivi sopra indicati e cioè sia quelli che vennero consumati in altre località durante gli anni ’70 sul territorio italiano sono collegati da un unico filo conduttore, un unico disegno che legava la destra eversiva, settori deviati di apparati dello stato e la ‘ndrangheta al fine di sovvertire l’ordinamento costituzionale e democratico dello stato. Secondo il DOMINICI in sostanza si sarebbe trattato di vere e proprie stragi di stato…
Siccome questi discorsi vennero fatti da DOMINICI nel 1979 e questi fece riferimento a tutte le bombe che erano state collocate in quegli anni, devo ritenere che nel discorso di DOMINICI fosse compresa anche la strage di Brescia, la strage di Milano e la stessa bomba che venne collocata in concomitanza con questa ultima all’Altare della Patria a Roma, episodio quest’ultimo che il DOMINICI attribuiva allo SCHIRINZI”.
LAURO ha poi affermato di aver appreso da DOMINICI che lui era presente alla strage di Brescia. Ha aggiunto che la strage di Brescia “era opera loro e che lui era presente”.
“Loro” da intendersi la nota organizzazione, della quale facevano parte anche ZERBI, Benito SEMBIANZA, Paolo ROMEO. Insomma l’organizzazione della destra eversiva, distribuita al Nord, Centro e Sud, di cui ha parlato. DOMINICI gli avrebbe detto che “lui era in zona”, e cioè “in zona Brescia”. E le finalità, secondo DOMINICI, Paolo e Giorgio DE STEFANO, erano quelle del “colpo di stato”. Tanto è vero che Giorgio DE STEFANO, con una metafora, disse che se si fosse verificato quanto auspicato, si sarebbe verificato come quando era stata fatta l’Italia unita, nel senso che sarebbe accaduto come allora, quando tutti i “malandrini” e i “camorristi” erano stati fatti guardie regie. A questo punto, a contestazione, ha confermato il seguente passo del verbale reso a Brescia, per vari aspetti più completo:
“…il DOMINICI è al corrente di come si sono svolte le cose a Brescia il 28 maggio del ’74. In particolare il predetto mi ha riferito che la strage è imputabile ai servizi segreti deviati e alla destra eversiva. Inoltre a suo dire a Brescia in quei giorni ha senz’altro soggiornato qualche personaggio calabrese. Pertanto vi invito a cercare di fare parlare DOMINICI su questi argomenti, perché sicuramente sa come sono andati i fatti. Sono disposto a fare anche se collabora un confronto con lui. Le faccio presente che DELFINO era a Brescia in quel periodo. Anzi le voglio…che in quel periodo a Brescia c’era anche Fefè ZERBI. Se DOMINICI fa uno sforzo magari si ricorda che anche lui era a Brescia o a Milano in quel periodo. Intendo dire che DOMINICI sa come si sono svolti i fatti a Brescia e me li ha riferiti…”
Aveva, poi, aggiunto che DOMINICI aveva paura.
LAURO ha precisato che DOMINICI e Fefè ZERBI erano tutti a Brescia. Che lui nulla sapeva della carriera di DELFINO, e che era stato DOMINICI a rappresentargli che in quel periodo DELFINO era a Brescia.
LAURO ha poi fatto il nome di alcuni appartenenti al’Arma, localizzati in Milano, coinvolti nell’organizzazione: tra questi il generale PUTIGNANO, iscritto alla P2, di cui gli aveva riferito il COSENTINO. Quindi un ufficiale proveniente da Brancaleone, che aveva seguito la vicenda MORO.
Richiamato nuovamente sui vari ruoli in occasione della strage di Brescia, LAURO ha riferito che, nell’ipotesi di un “disguido”, da intendersi come eventualità che l’ordigno scoppi non al momento prestabilito, cioè se ci fosse stato “un incidente”, ZERBI avrebbe risolto il problema, e si sarebbe rivolto a DELFINO per depistare: “ZERBI era qui per un disguido e a chi si sarebbe rivolto?...a DELFINO, che doveva depistare eventualmente”.
LAURO si è quindi dilungato sulla disponibilità da parte della destra eversiva di 5-600 chili di esplosivo, ricevuti dalla ‘Ndrangheta. Ha concluso nel senso che l’esplosivo della strage di Brescia non potesse che esser tritolo, proprio perché ne disponevano a quintali, in particolare proveniente dalla stiva di una nave affondata.
10.22.3 - Le dichiarazioni di Carmine DOMINICI, la posizione dei carabinieri in genere e del capitano DELFINO alla luce delle dichiarazioni apprese da GENOESE ZERBI
Carmine DOMINICI è stato escusso nel corso dell’udienza del 22.12.2009.
Avanguardista dal 1968-69 fino allo scioglimento del 1976, ma tuttora, per sua ammissione, in continuazione ideologica con quel movimento, era strettamente collegato con Felice GENOESE ZERBI, che era l’elemento di maggiore spicco di AN in Reggio Calabria, sia pure in posizione subordinata rispetto al capo supremo, Stefano DELLE CHIAIE. DOMINICI e ZERBI si vedevano tutti i giorni, ma il primo ha avuto rapporti anche con DELLE CHIAIE.
DOMINICI, per comprendere la caratura del personaggio, ha dichiarato di aver commesso sedici o diciassette attentati dimostrativi, dinamitardi o incendiari, prevalentemente a sedi di partiti politici. Ha partecipato anche ad alcune importanti riunioni in cui si è discusso tra i vertici della possibile unificazione tra ON e AN. DOMINICI ha ricordato in particolare quelli che erano gli schieramenti nell’ambito del c.d. tentato GOLPE BORGHESE, risalente all’8 dicembre 1970. Dopo aver ricordato che la stessa rivolta di Reggio Calabria (1970-72) ebbe inizio quando il dottor SANTILLO (il futuro capo dei Nucleo Antiterrorismo - a suo dire amico dell’avanguardista ZERBI) negò al BORGHESE un comizio che in un primo tempo aveva autorizzato, ha spiegato che Avanguardia Nazionale era pronta ad intervenire, e, al suo fianco erano pronti in tanti, tra i quali i Carabinieri. Ha confermato in particolare il passo del verbale 30.11.93, in cui, con riferimento al GOLPE BORGHESE, ha dichiarato:
“Anche a Reggio Calabria eravamo in piedi, tutti pronti per dare il nostro contributo; ZERBI disse che aveva ricevuto delle divise dei Carabinieri e che saremmo intervenuti in pattuglia con loro, anche in relazione alla necessità di arrestare avversari politici che facevano parte di certe liste che erano state preparate. Restammo mobilitati fin quasi alle due di notte, ma poi ci dissero di andare tutti a casa. Il controllo, a livello di Reggio Calabria, venne da ZERBI”
Ad ulteriore precisazione di quanto dichiarato in ordine al coinvolgimento dei Carabinieri nel GOLPE BORGHESE, DOMINICI ha confermato che “ZERBI diceva di stare tranquilli perché con noi c’erano i Carabinieri, non so quanti, non so se tutta l’Arma dei Carabinieri, non so quali ufficiali, non so a che grado di ufficiali si era…”
Ha poi precisato che più che divise si trattava di “contrassegni” “perché i Carabinieri non ci sparassero addosso…”
Ha confermato implicitamente anche il verbale del 16.4.99, laddove ha dichiarato:
“E’ vero che quando eravamo tutti pronti per l’intervento connesso con il golpe BORGHESE io ero al corrente del fatto che saremmo dovuti intervenire unitamente ai Carabinieri, utilizzando le loro stesse divise; naturalmente sarebbero stati gli stessi Carabinieri a fornirci le suddette divise…fu ZERBI che spiegò che non ci sarebbe stato nessun pericolo di confondere una parte con l’altra in quanto tutti quelli dalla nostra parte avrebbero indossato la stessa divisa dei Carabinieri”.
Altra componente del GOLPE BORGHESE, accanto ai terroristi di AN e ai Carabinieri era costituita, sempre secondo DOMINICI, dalla ‘Ndrangheta. Il predetto ha confermato il passo del verbale del 16.4.99 in cui ha dichiarato che
“In coincidenza con il tentato GOLPE BORGHESE vi era un accordo con la criminalità organizzata (il teste ha precisato di aver fatto riferimento, in realtà, alla ‘Ndrangheta) affinché la stessa, quantomeno non intervenisse. Ciò con la promessa che il nuovo governo – che sarebbe stato instaurato a seguito del colpo di Stato – avrebbe – per così dire – ripulito la fedina penale degli esponenti della criminalità organizzata”.
Come si può notare, è un’affermazione che combacia con quanto afferma VINCIGUERRA, circa l’apporto da parte di NIRTA nel Golpe BORGHESE di 1000-1500 uomini, e con le affermazioni di SERPA secondo cui lo stesso NIRTA si sarebbe aspettato di occupare un “ruolo di primo piano”, qualora l’esito fosse stato positivo.
DOMINICI ha precisato di aver appreso tutte queste circostanze, in particolare, da ZERBI, persona che dal complesso quadro probatorio appartiene alla destra eversiva, al mondo politico, aveva rapporti con DELFINO ed era contigua alla ‘Ndrangheta – posizione caratterizzata, quindi, da un panorama complessivo e privilegiato.
DOMINICI ha spiegato che i DE STEFANO, i MAMMOLITI, i PIROMALLI “erano molto affiatati ed amici del marchese ZERBI”. Una conferma di tutto ciò DOMINICI la ebbe anche da un codetenuto, Raffaele D’AGOSTINO.
DOMINICI si è poi collegato al summit di MONTALTO (ottobre 69), occasione annuale di riunione al Santuario di Polsi di “tutti gli uomini di onore”, finalizzato alla determinazione dei rispettivi territori di dominio da parte delle varie ‘Ndrine, che ha preceduto di poco il GOLPE BORGHESE. In detta occasione il summit venne bloccato da Emilio SANTILLO (all’epoca Questore di Reggio, ma in seguito capo di Nuclei Antiterrorismo) , amico di Felice GENOESE ZERBI.
Quanto a DELFINO, DOMINICI ha confermato il verbale del 29.9.94 (30) nella parte in cui ha dichiarato: “so che esisteva un ufficiale dei Carabinieri, non so chi, che curava il trasporto di timer ed esplosivi verso il nostro ambiente avanguardista calabrese. Lo so per certo perché, avendo paventato il rischio di tali trasporti, quando avevo occasione di vedere il materiale o quando mi veniva consegnato per custodirlo, mi era stata data assicurazione fornendomi la spiegazione succitata. Non so dire il nome dell’ufficiale dei Carabinieri, so per certo, però, che un ufficiale dei Carabinieri, dal cognome DELFINO, era legato ad Avanguardia Nazionale.
Con riferimento a questo passo il teste ha dichiarato “quello che ho detto è vero. ZERBI mi diceva di stare tranquillo perché aveva amicizie nei Carabinieri..è vero, ma io questo DELFINO non lo conosco …me lo avevano detto…ZERBI…”.
DOMINICI ha sostanzialmente confermato anche il significativo successivo passo del medesimo verbale:
“Ricordo nitidamente una chiacchierata con ZERBI avvenuta dopo il fallito GOLPE BORGHESE, nella quale il marchese aveva affermato che non tutto era finito, che c’erano grosse amicizie e che alcuni personaggi delle istituzioni erano <dei nostri>. Tra questi mi furono indicati il DELFINO e il PROFAZIO”.
Più incerto è stato DOMINICI con riferimento all’ulteriore passo:
“Tra l’altro ZERBI mi disse che appartenevano ad una Loggia Massonica”.
DOMINICI si è limitato a spiegare: “Lui mi diceva che anche elementi della Massoneria erano vicini a noi”. Ha ribadito, invece, che “sotto sotto, ancora si lavorava per un eventuale ribaltamento delle istituzioni”.
DOMINICI ha peraltro confermato il seguente passo: “ Non so come e quando ZERBI abbia conosciuto DELFINO, tuttavia, quando si erano decisi i tre fronti di azione sui quali doveva dispiegarsi l’azione di Avanguardia Nazionale, si era posto il problema di assicurarsi se non l’appoggio, il non intervento della delinquenza. E’ quindi probabile che in questa azione di mediazione, che so per certo essere stata effettuata, il DELFINO e lo ZERBI si siano conosciuti. Con ciò intendo dire che erano notori i legami di DELFINO con la criminalità organizzata e quindi era da considerare interlocutore di adeguato livello”.
Il teste comunque ha voluto precisare che DELFINO e PROFAZIO erano da intendersi “vicini ad Avanguardia” e non “appartenenti ad Avanguardia”.
DOMINICI ha ulteriormente precisato: “…se io sto dicendo che di PROFAZIO e di DELFINO mi è stato detto da ZERBI…ha aggiunto pure – mi ricordo benissimo – che tutto stava marciando ancora sotto sotto perché c’erano industriali , capitani d’industria, ufficiali, ma io non lo posso provare”
L’affermazione è di rilievo, in quanto conferma quanto assume in particolare CAVALLARO circa i finanziamenti di industriali che hanno interessato il programma di colpo di stato ancora in atto nel 1973.
DOMINICI ha escluso di aver ricevuto da LAURO indicazioni concernenti DELFINO, ivi compreso il nomignolo “PALINURO” che ZERBI gli avrebbe dato.
DOMINICI ha confermato di aver appreso (ha menzionato come fonte tale Natale MUNAO’, che è deceduto – pag.49) notizie sulla morte di Giancarlo ESPOSTI, e in particolare che sarebbe stato ucciso per conto dei Servizi da parte di un tiratore scelto che avrebbe sparato dall’elicottero, prima ancora che il mezzo atterrasse. Considerato che LAURO ha affermato di aver appreso da DOMINICI notizie su pian del Rascino; considerato che DOMINICI ammette di aver appreso da ZERBI di una contiguità di DELFINO con Avanguardia Nazionale, ecco che vi è una qualche conferma che DOMINICI, in contrasto con quanto sostiene, abbia effettivamente parlato con LAURO. Tanto più che DOMINICI, in sede di escussione da parte di questo P.M. e di confronto con LAURO, aveva sostanzialmente ritrattato quanto affermato in precedenza davanti ai C.C. del R.O.S. circa un coinvolgimento di DELFINO con Avanguardia Nazionale, fatto che è riemerso in occasione dell’escussione dibattimentale.
Tutto ciò porta a ritenere la versione di LAURO circa il contenuto dei colloqui con DOMINICI, più attendibile di quella resa da quest’ultimo.
Secondo DOMINICI Avanguardia Nazionale calabrese era in grado di procurarsi gelignite, e a volte era andato lui stesso a prelevarlo nella cave.
Tra i ricordi di DOMINICI anche un certo “jean il legionario”, un francese ex appartenente alla legione straniera, che era pratico nel maneggio degli esplosivi, nelle e conosceva la lotta a corpo libero. Costui partecipò a numerose riunioni avanguardiste calabresi, effettuando delle vere e proprie lezioni in tema di esplosivi e sul confezionamento degli ordigni. Delle suddette lezioni apprese dallo ZERBI.
DOMINICI ha riferito di aver sentito parlare da ZERBI e da altri camerati anche dell’AGINTER PRESSE, organizzazione che avrebbe avuto rapporti con loro. In particolare il capo della medesima, Guerin SERAC, era venuto a Roma in un periodo precedente il GOLPE BORGHESE. Ha aggiunto : “sapevo che c’era un accordo”.
SERAC e “il francese” . Si fermavano a Roma. Tutto ciò è di rilievo se si pensa che TRAMONTE ha riferito dell’intervento dell’AGINTER PRESSE nell’approntamento dell’ordigno di Brescia.
10.22.4 - Le dichiarazioni di Stefano SERPA
Anche SERPA, già collaboratore di giustizia, è stato contiguo alla ‘Ndrangheta ed ha fornito delle dichiarazioni che fanno luce sulla figura dell’allora Capitano DELFINO e sui suoi rapporti con la destra eversiva. Il predetto è stato escusso all’udienza del 19.1.2010.
L’importanza di SERPA è prevalentemente con riferimento al quadro d’insieme. Per quanto ci riguarda in questa parte, assumono rilievo i presunti rapporti tra DELFINO e i DE STEFANO, che costituivano quella parte della ‘Ndrangheta che aveva strettissimi rapporti con l’eversione di destra.
SERPA aveva addirittura un rapporto di lontana parentela con i DE STEFANO, che costituivano appunto una delle cosche che ha dato vita a questo nuovo rapporto destra eversiva - ‘Ndrangheta. Anche SERPA ha riferito del Summit di Montalto dell’ottobre ’69 come momento centrale di questo rapporto. A differenza di LAURO, tuttavia, ha presenziato, sia pure giovanissimo (18 anni), con funzioni di vigilanza, ed ha potuto constatare direttamente che furono presenti a quell’evento non soltanto i maggiori esponenti della ‘Ndrangheta, ma anche uomini “politici”, inquadrabili nella destra eversiva, e cioè Stefano DELLE CHIAIE, Pierluigi CONCUTELLI, Valerio BORGHESE, Felice GENOESE ZERBI, Sandro SACCUCCI.
SERPA ha spiegato che il rinvio di un mese (da settembre ad ottobre), rispetto alla consueta data del summit era dipeso dalla “necessità da parte della famiglia DE STEFANO di inserire all’interno di questo summit nuove cose e le nuove cose erano appunto quelle di un accordo che lui aveva, Paolo DE STEFANO in particolare, aveva preso con l’eversione di destra…” .
Ha spiegato SERPA che questi rapporti politici avrebbero determinato una sorta di allargamento di orizzonte anche sotto il profilo dei profitti economici. La Polizia bloccò il Summit, al quale erano presenti circa 300 persone, e ne furono fermate circa 80. Non fu un fatto casuale, ma i poliziotti furono mandati sul posto, anche allo scopo di interrompere il summit e i relativi accordi. Ha confermato SERPA le ragioni perle quali il summit doveva essere interrotto, che si riconnettono anche a dei documenti compromettenti (che SERPA ritiene anche di avere in seguito potuto osservare, in virtù dei suoi rapporti con il SISDE).
L’apporto della ‘Ndrangheta serviva ai “politici” in vista di un colpo di stato. Questi aspiravano a un aiuto in uomini ed armi, sia ai fini della Rivolta di Reggio Calabria, sia nella realizzazione di vari piani eversivi, sia, in particolare, con riferimento al programmato GOLPE c.d. “BORGHESE”. Le cosche, da parte loro, volevano dai politici garanzie di immunità e di potere entrare nel tessuto del paese dal punto di vista politico. Le garanzie che furono richieste dalle cosche, intrecci di rapporti con paesi stranieri per procurare armi e droga, finanziamenti di denaro, immunità giudiziarie. La reale garanzia che offrirono i politici fu tuttavia costituita da “documentazione compromettente inerente a coinvolgimenti di apparati statali e politici in fatti illeciti”. I contenuti erano costituiti da illeciti amministrativi e non, consumati in danno dello Stato italiano da appartenenti all’amministrazione e riguardanti in particolare traffici di armi in Medio Oriente. In sostanza una garanzia costituita dalla possibilità di ricattare i suddetti politici. Detta documentazione era detenuta da DELLE CHIAIE, che la consegnò a Paolo ROMEO e Felice GENOESE ZERBI, che a loro volta la procurarono a Paolo DE STEFANO, che ebbe così tra le sue mani uno strumento di ricatto. Si trattava di “documentazione segretata” dallo Stato italiano. Detta documentazione venne conservata in un caveau della CARICAL di Reggio Calabria, banca che venne interessata da un furto al quale partecipò lo stesso Giacomo LAURO.
Tutti questi fatti SERPA li ha appresi in particolare da uno zio, MALARA Stefano, che era amico di SANTILLO e della Polizia e che aveva fatto parte dei servizi segreti. Il MALARA era anche molto amico di Giorgio DE STEFANO. Di queste cose SERPA avrebbe discusso anche direttamente con i DE STEFANO. L’intervento di SANTILLO a Montalto costituiva un vantaggio per DE STEFANO, che ormai aveva già in mano la documentazione. Certamente SANTILLO aveva degli accordi con Paolo DE STEFANO o quantomeno con ZERBI. Tutti i presenti a Montalto avrebbero potuto essere fermati, ma ciò non avvenne, in particolare, proprio per i politici.
Venendo alla figura di Felice GENOESE ZERBI, questi era contemporaneamente un uomo di destra, un uomo politico e un uomo della ‘Ndangheta. O almeno si vantava di essere tutte queste cose ed aveva dei notevoli rapporti. In occasione del Summit fu ZAPPIA a presiedere, spiegando come in detta riunione partecipassero persone estranee alla ‘Ndrangheta, che comunque avevano fornito attraverso ZERBI , materiali ed armi che erano state utilizzate.
SERPA ha confermato il seguente passo del verbale 26.7.96, che fa riferimento alla “Santa” ed ai rapporti con la Massoneria, già illustrati da LAURO:
“Già nel periodo precedente al summit di Montalto, i fratelli DE STEFANO…tendevano a conseguire un’autonomia propria che fuoriuscisse dalla mentalità che i vecchi titolari della ‘ndrangheta - e precisamente il Mico TRIPODO di Sabatello e MACRI’ Antonio di Locri – avevano fino ad allora praticato. Sulla scia di tale intenzione vi è appunto l’accordo che avrebbe dovuto essere sancito dal detto summit con la destra eversiva….in virtù del mantenimento di tale accordo e intenzionalità propria dei fratelli DE STEFANO con il riparto politico, i germani sono stati costretti a porre in essere una forma di associazione ‘ndranghetista denominata SANTA. A capo di questa vi erano i DE STEFANO, Giorgio e Paolo in particolare, i quali ne dettarono le regole. La costituzione di tale SANTA proveniva da modelli dell’eversione di destra e dalle logge massoniche. I Santisti erano coloro che provenivano dall’ambiente prettamente mafioso, mentre altri venivano considerati alla stregua dei massoni. In definitiva la struttura organizzativa della SANTA era in tutto similare a quella delle logge massoniche. I santisti i quali non dovevano sottostare ad alcuna regola erano ai vertici dell’organizzazione. Tutti gli adepti dovevano obbedire in maniera incondizionata ai dettami dei santisti, i quali avevano il potere di vita o di morte su tutti i consociati. Ai santisti era altresì concesso di tenere qualsivoglia comportamento , e potevano anche fare gli infami facendo catturare dalle Forze dell’Ordine consociati di livello inferiore e di altre organizzazioni mafiose. Ciò evitò la perpetrazione di diversi omicidi. Infatti, molti invece di essere assassinati furono fatti arrestare”.
Tra i santisti SERPA ha incluso Giorgio DE STEFANO, NIRTA, i PIROMALLI, MAMMOLITI, MOLE’.
SERPA ha riferito che SANTILLO e il funzionario GAUDIO erano a conoscenza del fatto che la ‘Ndrangheta aveva in animo di interrompere il traffico ferroviario con il Nord Italia, intervento che poi provocò la strage di Gioia Tauro.
Tuttavia costoro ritenevano che si trattasse di un attentato solo dimostrativo.
SERPA è stato testimone anche della latitanza di FREDA, in quanto lavorava per Filippo BARRECA, a un distributore di benzina. Filippo BARRECA aveva rapporti non indifferenti, in particolare con i Servizi. Ha ricordato visite a FREDA, durante la sua latitanza a Reggio, da parte di Giorgio DE STEFANO, Paolo ROMEO e Stefano DELLE CHIAIE. Erano stati i DE STEFANO a prelevare FREDA al Nord e ad affidarlo a Filippo BARRECA. La latitanza presso BARRECA durò alcuni mesi. Filippo BARRECA aveva l’abitudine di registrare tutte le persone che parlavano con FREDA. Fu personalmente SERPA ad acquistare il registratore e non esclude di avere ancora una copia di detta registrazioni.
SERPA afferma di aver conosciuto DELFINO “tantissimi anni fa”. All’epoca era già capitano dei Carabinieri ed era nei servizi. SERPA ha confermato il seguente passo del verbale del 10.9.96 davanti alla DDA di Reggio Calabria:
“…vi è sempre stato un rapporto molto stretto tra Antonio NIRTA, denominato u du nasi e il colonnello dei Carabinieri DELFINO, originario di Platì. Il DELFINO vissuto all’ombra del padre, Maresciallo dei Carabinieri del suo paese di origine, ereditò dal genitore tutte le conoscenze di San Luca e Platì. Il colonnello DELFINO riceveva da Antonio NIRTA informazioni relative ai sequestrati che prelevati nell’hinterland milanese, venivano <acquistati> dallo stesso NIRTA, dai PAPALIA, dai PELLE e BARBARO. Sempre il NIRTA forniva all’ufficiale informazioni che gli permettevano di liberare i sequestrati. Dopo che questi, nella maggior parte dei casi, avevano già pagato il riscatto. E ove non l’avessero già fatto, era il NIRTA che acquistava il denaro, non nella misura corrisposta dai familiari dei sequestrati ma in entità inferiore, in quanto il resto andava al colonnello DELFINO” .
Fonte di quanto sopra lo stesso NIRTA , Vincenzo MACRI’ e perfino i “servizi”. SERPA ha spiegato che le amicizie che aveva il padre di DELFINO sono stransitate al figlio. Così come il padre prendeva i soldi, anche il figlio li prendeva. SERPA ha altresì confermato che NIRTA era da sempre simpatizzante della destra eversiva, condividendo la volontà dei DE STEFANO di inserire la ‘Ndrangheta in quel contesto . Ha confermato, inoltre, che “in ciò il colonnello DELFINO giocò un ruolo importante essendo egli massone con legami alla P2 di Licio GELLI.”
Tali fatti li aveva appresi dallo stesso NIRTA durante la comune detenzione a Reggio Calabria. Non solo NIRTA, ma anche Paolo DE STEFANO era amico di DELFINO. Il Colonnello DELFINO ebbe ad occuparsi dello stesso Paolo DE STEFANO su richiesta di NIRTA. Infatti tra NIRTA e Paolo DE STEFANO non correva buon sangue ed allora DELFINO avrebbe potuto prendere delle iniziative nei confronti del medesimo DE STEFANO, come arrestarlo o indagarlo.
SERPA ha aggiunto che DELFINO, attraverso le sue conoscenze “all’interno dell’eversione di destra” e facendo parte della P2 avrebbe potuto far sapere a NIRTA quale esattamente era stato il tipo di accordo siglato a Montalto. SERPA ha confermato anche il seguente passo “Sempre NIRTA sperava che il tentativo di golpe ideato da BORGHESE avesse un esito favorevole affinchè egli potesse occupare nella nuova organizzazione un ruolo di primo piano”. Dallo stesso NIRTA ha appreso della sua conoscenza con Licio GELLI.
Ha confermato anche che dei rapporti DELFINO-NIRTA era a conoscenza anche Giovanni VOTTARI, assassinato in Milano. Anzi, questi custodiva della documentazione che lo stesso DELFINO aveva consegnato al NIRTA. In detta documentazione sarebbe stato compreso un elenco dei presenti a Montalto, compresi i “politici”, nonché altra documentazione attinente ai rapporti tra massoneria e ‘Ndrangheta e l’elenco dei sequestri ai quali aveva partecipato.
Da NIRTA aveva anche appreso dei rapporti di DELFINO con la P2.
A partire da pag.70 della trascrizione SERPA ha esposto le vicende collegate con i suoi travagliati rapporti con i servizi civili. Di come venne contattato; delle pressioni ricevute per interrompere la sua collaborazione col Dott. BOEMI della D.D.A. di Reggio Calabria. Della possibilità, prospettatagli, di rendere dichiarazioni pilotate. Ha anche confermato quanto esposto a questo Ufficio il 2.12.98, e cioè di una sorta di invito a rendere pure liberamente dichiarazioni sullo stesso DELFINO, qualora fosse stato interrogato dai magistrati in ordine al predetto. Ha poi confermato (da pag.78) un episodio in cui venne portato dai servizi in una villa di Bolognola di Monte Popoli, dove, in un contesto in cui, a causa della presenza di alcuni separè, non riuscì in un primo tempo a vedere né chi svolgeva le funzioni di relatore, né coloro che, come lui, si trovavano ivi come allievi; gli venne prospettato di svolgere un ruolo di falso collaboratore, e cioè di apparente collaboratore, che avrebbe dovuto screditare con le sue dichiarazioni, parzialmente divergenti, le dichiarazioni di veri collaboratori.
Uno dei conferenzieri, o relatori, riconosciuto in un secondo tempo combinando la percezione del timbro della voce con una fugace visione diretta, sarebbe stato il Senatore ANDREOTTI. Ha altresì confermato di aver riconosciuto in un secondo tempo i due “allievi” nelle persone di Balduccio DI MAGGIO e di Giovanni BRUSCA.
SERPA è stato detenuto sia con ARCAI che con BONATI.
Ha confermato di aver sentito, nel contesto della comune detenzione col primo, che DELFINO avrebbe condotto le indagini ben conoscendo chi fossero i reali responsabili. Avrebbe gestito le indagini “a modo suo”, giungendo anche a favorire Ombretta GIACOMAZZI.
SERPA ha confermato il coinvolgimento di CONCUTELLI in azioni, da lui guidate, nell’ambito dei moti di Reggio Calabria, anche se si tratta soltanto di notizie a tutti note, ma da lui personalmente non vissute.
10.22.5 - Le dichiarazioni di FAGA’ Antonio Cosimo p.m. Bs 05.07.2001
Le dichiarazioni di FAGA’ sono state acquisite in quanto il predetto è deceduto.
“Ricordo che Felice ZERBI nell’occasione di alcuni discorsi fatti con me intorno al 1992/1993, nel parlare degli eventi connessi con il golpe BORGHESE e con l’attività svolta da Avanguardia Nazionale in quegli anni, ebbe a riferirmi , a seguito di una mia specifica richiesta, mirante a conoscere se vi fosse stato un effettivo coinvolgimento in quegli eventi di militari e personale di polizia, che vi erano stati molti ufficiali, in particolare dell’Arma dei Carabinieri, che erano favorevoli al golpe istituzionale. Questo atteggiamento da parte dei predetti militari, a dire di ZERBI , era una costante che caratterizzava l’intero periodo che va dal tentato golpe BORGHESE del 1969 ai mancati golpe del 1973 e del 1974. In particolare lo ZERBI, in occasione dei discorsi relativamente recenti sopra citati, mi ha detto che tra i militari che avevano aiutato Avanguardia Nazionale vi era il Generale dei Carabinieri Francesco DELFINO.
A dire di ZERBI, il Generale DELFINO aveva procurato materiale esplosivo alla nostra organizzazione, aveva fornito informazioni in occasione di retate e perquisizioni ed aveva svolto il ruolo di intermediario, in occasione di sequestri di persona, tra i parenti dei sequestrati ed i sequestratori.
ADR. Lo ZERBI non mi ha specificato in quali precise situazioni vi fosse stato l’intervento di DELFINO, certo è che a partire dalla fine del 1971 e fino a tutto il 1972 la nostra organizzazione aveva disponibilità di materiale esplosivo di provenienza militare…Ricordo di avere chiesto a ZERBI da chi provenisse il predetto materiale e lui, appunto, mi precisò che quel materiale militare ci veniva fornito da DELFINO, senza spiegarmi sulla base di quali modalità avvenissero i trasporti e le consegne.
Non ho la minima idea di quali fossero i rapporti tra ZERBI e DELFINO. Proprio non so dire quando e come si fossero conosciuti, è passato molto tempo e i miei ricordi sono imprecisi, mi pare però di ricordare che il punto di incontro tra i due fosse Valerio BORGHESE. Devo dire che in effetti lo ZERBI, nei primi anni 70 era sempre a conoscenza delle iniziative giudiziarie che venivano poste in essere contro noi di Avanguardia Nazionale.”
Peraltro FAGA’ sostiene che ZERBI gli aveva commissionato un omicidio ai danni del comandante della Stazione dei CC di San Martino di Taurianova, precisando che lo stesso doveva essere realizzato “per fare un favore a DELFINO”.
“A dire di ZERBI, il generale DELFINO aveva tenuto i contatti tra le famiglie delle persone sequestrate ed i sequestratori, provvedendo a trattare con questi ultimi il prezzo del riscatto ed a gestire, in alcuni casi, la consegna del denaro…”
Zerbi aveva definito il Generale DELFINO “uno sporco massone”.
Ricordiamo che, essendo deceduto ZERBI, si tratta di dichiarazioni direttamente utilizzabili.
10.22.6 - Le dichiarazioni di Vincenzo VINCIGUERRA (sit. R.o.s. 12.1.95)
Si tratta di dichiarazioni sostanzialmente confermative del rapporto di DELFINO con Avanguardia Nazionale, emergente dalle dichiarazioni di DOMINICI e da quelle, de relato, di LAURO.
Dopo aver ricevuto lettura del verbale del DOMINICI alla P.G., ha dichiarato che è da escludersi che DELFINO appartenesse ad Avanguardia Nazionale. “Avanguardia Nazionale è stato un gruppo che ha operato per conto del Principe BORGHESE , l’ufficiale DELFINO rientra tra coloro che si trovavano in una posizione sovrastante tale gruppo e non all’interno di esso. Voglio aggiungere che successivamente all’operazione di PG. che portò all’arresto dei noti BORROMEO e SPEDINI, Stefano DELLE CHIAIE me ne parlò in tono abbastanza risentito in quanto il Capitano DELFINO , e genericamente i Carabinieri della zona, conoscevano l’attività svolta dai due anche per quanto riguardava il trasporto di armi e munizioni e pertanto l’arresto era stato strumentale finalizzato all’operazione successiva contro il MAR di FUMAGALLI. Non voglio sbagliare, ma credo di ricordare che DELLE CHIAIE collegasse l’allora Capitano DELFINO al Generale Gianadelio MALETTI e mi giustificasse in tal modo l’azione antiavanguardista di quel periodo.
Sempre a livello di ipotesi posso suggerire che un eventuale collegamento fra DELFINO ed Avanguardia possa essersi stabilito al tempo del Golpe BORGHESE, quando Toni NIRTA attivò1000-1500 uomini in Calabria la notte del sette sull’otto dicembre del 1970 per concorrere all’operazione predisposta con l’ausilio di forze militari e di polizia. Posso aggiungere che i rapporti tra DELFINO e NIRTA mi sono stati indicati in più occasioni come buoni mentre il NIRTA conosceva personalmente lo Stefano DELLE CHIAIE .
Gaetano ORLANDO ebbe a dirmi esplicitamente nel carcere di Parma che del M.A.R. faceva parte anche un certo MOTTA che lavorava nel Ministero degli Interni e che non poteva essere confuso con il MOTTA ex-ufficiale degli Alpini e dei Partigiani Bianchi. ORLANDO sottolineò che di questo MOTTA del Ministero degli Interni non si era mai parlato. Voglio fare presente che l’attività di contrasto dell’Arma di Brescia verso il M.A.R. non va assolutamente interpretata nello scenario di uno scontro personale tra il Capitano DELFINO e il FUMAGALLI ma tra gli apparati dello Stato che in quel momento fra loro si scontravano e cioè il S.I.D. e l’Ufficio Affari Riservati”
10.22.7 - Le dichiarazioni di BONAZZI Edgardo
Trattasi di teste (ud.26.5.2009) che è fondamentale per l’identificazione di PALINURO in DELFINO, in quanto attribuisce al secondo coinvolgimenti nei trasporti di esplosivi che richiamano l'appunto del ROMAGNOLI e lo stesso episodio dell’arresto di SPEDINI e BORROMEO. In sostanza, se DELFINO procurava esplosivo alla destra (si vedano le conformi dichiarazioni di FAGA’), o consentiva che si verificassero trasporti di esplosivo da parte della destra, è ben plausibile che ciò abbia fatto anche con riferimento all’episodio del 9.3.74, e abbia tradito la fiducia dei FUMAGALLI e dei due uomini del MAR.
BONAZZI, prima di parlare di quanto appreso su Francesco DELFINO, riferisce anche in generale sul coinvolgimento dei Carabinieri. In particolare, a pag.49 conferma che AZZI ricevette nel ’74, presso il carcere di Volterra la visita di Carabinieri golpisti e di appartenenti al SID.
Quanto a DELFINO, BONAZZI ha confermato nella sostanza il passo del verbale del 3.4.96 nell’ambito del quale aveva affermato che SPEDINI “era certo che l’arresto suo e di BORROMEO fosse frutto del tradimento di una persona al corrente del trasporto dell’esplosivo”; che sempre da SPEDINI aveva appreso che “quel trasporto era da loro considerato come un fatto che non avrebbe dovuto comportare rischi particolari, posto che…avevano delle coperture a Brescia”. Ne dedusse “che quelle coperture andavano forse individuate nei Carabinieri di Brescia.” Che “in quegli anni l’Arma dei Carabinieri era considerata” - da loro della destra – “come la parte sana del paese e delle istituzioni.” Ha confermato anche il successivo passo del verbale: “Consideravamo i Carabinieri vicini alle nostre idee e fu per queste ragioni che quando appresi di possibili coperture in relazione a quel trasporto di esplosivo pensai a coperture che potessero essere state offerte dall’Arma.”
BONAZZI ha quindi aggiunto, subito dopo questa frase:
“Successivamente potrei nominare il Capitano DELFINO, perché appresi che a parte c’era un rapporto stretto con BUZZI e poi me ne avevano parlato anche loro del Capitano DELFINO se non sbaglio…che BOROMEO…o BORROMEO o SPEDINI…che c’era qualcosa, o che era un uomo che era vicino al MAR…si, vicino a loro…”
Ha aggiunto (pag.88) che, oltre che da SPEDINI e BORROMEO, di questo asserito contributo di DELFINO riteneva che ne avesse parlato anche FUMAGALLI. Era anche al corrente della circostanza che DELFINO facesse qualcosa con BUZZI con riferimento al recupero dei quadri.
BONAZZI ha in qualche modo dato risalto alla figura di BUZZI, affermando che questi “aveva una grossa influenza sui quei ragazzi di Brescia di Avanguardia Nazionale…”, nel senso che “lo ascoltavano molto”. Ha quindi confermato i contatti di BUZZI con AGNELLINI e FADINI , il notorio livello di collaborazione con DELFINO, la tendenza che si aveva a collegare la figura di BUZZI con i servizi.
Quanto ai rapporti tra FUMAGALLI e DELFINO, BONAZZI ha implicitamente confermato (“senz’altro se ho fatto questi verbali vuol dire che le ho dette queste cose…”… “mi vengono alla mente <quelle dichiarazioni>” pag.92) il seguente passo del verbale 16.4.98 davanti a questo ufficio:
“Effettivamente anche se non sono in grado di dire se FUMAGALLI dicesse il vero o se fosse mosso da astio nei confronti dell’allora Capitano DELFINO che aveva bloccato la sua operazione golpista FUMAGALLI stesso mi parlò di una sorta di protezione logistica da parte del DELFINO stesso nei confronti del suo gruppo. In sostanza FUMAGALLI mi disse che vi era stato un vero e proprio tradimento da parte di DELFINO che aveva bloccato l’operazione ma seguendo ordini che provenivano da qualcuno che si trovava al di sopra di DELFINO stesso e che improvvisamente aveva fatto mancare quegli appoggi che fino a quel momento il MAR aveva ricevuto.
FUMAGALLI non fece mistero con me né dei suoi precedenti legami con i servizi americani, né dell’effettivo coinvolgimento dei servizi americani stessi in tutta l’operazione del MAR il cui scopo era quello di provocare attraverso la guerriglia prima un intervento dell’esercito e quindi un cambiamento della Costituzione con conseguente instaurazione di una repubblica presidenziale. …Da quello che diceva SPEDINI vi era una protezione di una certa consistenza anche da parte dei Carabinieri ma non solo di quelli, che avevano appoggi, agibilità presso le basi NATO tanto da poter prelevare armi dalle basi stesse…” – confermando altresì il seguente passo del verbale 22.4.1998, sempre davanti a questo Ufficio:
“Ricordo ancora che seppi sia da AZZI che da FUMAGALLI che BUZZI era strettamente legato al capitano DELFINO dei Carabinieri, un Capitano che divenne maggiore poco dopo la strage. Mi dissero che il legame tra BUZZI e il Capitano DELFINO era nato poiché il primo faceva recuperare al secondo le opere d’arte da lui rubate. Mi aggiunsero anche che il Capitano DELFINO era il garante dei trasporti di armi e di esplosivo che si verificavano nel territorio di Brescia”.
A BONAZZI è stato chiesto il senso dell’attributo conferito a DELFINO di “garante dei trasporti di armi e di esplosivo”. BONAZZI ha risposto molto esplicitamente come segue:
“Ma se io fossi uno che deve fare una rapina e deve trasportare delle armi e ci ho un Capitano dei Carabinieri dalla mia parte, insomma, più garante di quello? Mi dice dove sono le pattuglie, che strade fare, sono tranquillo, mi sembra…più garanzia di quella, insomma?”.
A questo punto BONAZZI ha confermato le spiegazioni date a questo Ufficio sul punto:
“Tornando al discorso di DELFINO garante dei trasporti di esplosivi e di armi io intesi questa frase come riferibile ad un comportamento omissivo del predetto che pur essendo al corrente di questi spostamenti e di questi movimenti avrebbe garantito di non intervenire, questo almeno mi sembrò il senso della frase, adesso non so più se di AZZI o di FUMAGALLI”
Più avanti BONAZZI ha spiegato che FUMAGALLI quando parlava di DELFINO sembrava “sincero”, anche se naturalmente l’odio nei confronti di quelle persone lo aveva indotto a porre un punto interrogativo su quelle affermazioni. Comunque ha precisato: “Però quelle frasi le dissero”.
BONAZZI più avanti ha aggiunto (pag.96):
“…noi dall’80 all’86 abbiamo cercato di comprendere le ragioni del nostro coinvolgimento nelle stragi. Quindi siamo risaliti ai vari collegamenti che potevano esserci tra elementi della destra e rappresentanti delle istituzioni. Uno di questi rappresentanti era il Capitano DELFINO…questo era emerso. E dai racconti di SPEDINI, di FUMAGALLI, eccetera, il Capitano DELFINO era la copertura qua in Brescia.”
BONAZZI ha implicitamente confermato (pag.97: “…questa cosa…se è scritta l’ho detta…”) anche il seguente passo del già citato verbale:
“Devo dire che nel’ambito di questi discorsi non si fece soltanto riferimento a questa sorta di garanzia da parte del Capitano DELFINO, ma si disse più specificamente che il predetto era in sostanza un uomo di Avanguardia Nazionale”. Ha poi precisato che un simile inquadramento era stato fatto o da AZZI o da GIANNETTINI. Ha poi confermato che “questo discorso dell’inquadramento di DELFINO in Avanguardia Nazionale mi venne fatto anche da D’INTINO attorno al 1987…il D’INTINO nell’occasione mi confermò che il Capitano DELFINO era un personaggio di Avanguardia Nazionale”
Si tratta di un’affermazione di grande portata, perché perfettamente concordante con quanto assumono DOMINICI, LAURO, VINCIGUERRA, SERPA e FAGA’- persone che BONAZZI non dovrebbe aver neanche conosciuto.
BONAZZI ha confermato anche il passo seguente del verbale 22.2.1996:
“Ricordo che AZZI mi disse che ESPOSTI aveva contatti con l’Arma dei carabinieri”- anche se allo stato non ricordava più chi glielo avesse riferito. Anzi, ha aggiunto che gli era stato detto addirittura che ESPOSTI era un ufficiale dei servizi. Ha confermato un appuntamento con D’INTINO e AZZI in Piazza Duomo affinché il primo chiarisse cosa ci fosse dietro la morte di ESPOSTI.
10.22.8 - Le dichiarazioni di Angelo IZZO
Angelo IZZO, la cui posizione è trattata in particolare nel capitolo in cui si fa riferimento ai rapporti della destra eversiva con i Carabinieri in genere e alle varie ipotesi di GOLPE che si sono succedute negli anni ’70, fornisce un’ulteriore conferma dei rapporti tra la stessa destra eversiva e la ‘Ndrangheta.
Reggio Calabria era considerata “la speranza…il mito di quegli anni”, e i giovani della destra avevano la convinzione che la rivolta di Reggio fosse il prodromo della rivoluzione. In quest’ottica IZZO si procurò a Bordighera un furgone di armi parte delle quali furono consegnate a persone di Reggio in vista della rivolta. Quando i sindacati fecero una manifestazione che portò a Reggio 600.000 persone, decisero di sabotare i treni. Lo stesso TUTI sparò in Toscana dei colpi di mitra sui treni.
Collocarono una bomba a Lamezia Terme caratterizzata da un timer, da una sveglia Rhula simile a quella utilizzata a Piazza Fontana e realizzata da Zio Otto (DIGILIO).
IZZO conobbe anche Felice GENOESE ZERBI e ancora di più ROMEO, deputato socialdemocratico. IZZO, per conto dei DE STEFANO venne coinvolto nell’omicidio di Lamberto CELLO, un pregiudicato romano.
(continua al Cap. 10.23 - IL MAR. I RAPPORTI DELLA DESTRA EVERSIVA CON I CARABINIERI)